Dittatura dei mercati
Un luogo comune si sta imponendo con facilità,
forse troppa, nell'ambito delle riflessioni sui processi di globalizzazione:
ormai sono i mercati a dettare il ritmo alla politica, soppiantando in
blocco il potere statuale delle élite politiche da sempre aduse
a identificarsi come il prisma di formazione e funzionamento di ogni società
in quanto tale. Ciò avverrebbe gradualmente attraverso la progressiva
dismissione del ruolo statale nella gestione e programmazione dell'attività
economica e finanziaria (che alcuni studiosi fanno derivare dalla crisi
fiscale legata alla trasformazione dei processi produttivi di ricchezza,
appunto, statalmente tassabile) che avrebbe traslato i poteri di indirizzo
della società alla élite economico-finanziaria, capace di
acquistare in un sol colpo le prestazioni, sino ad oggi insostituite (ma
insostituibili?), della sfera politica, riducendo ogni cosa a merce e quindi
sottoponendola al trattamento di compravendita mediata non più dalla
simbolica politica, ma dal potere di accesso del denaro. La liberalizzazione
e le privatizzazioni che si stanno imponendo dappertutto nel mondo, sotto
la pressione dei mega-processi di accentramento del capitale globale, sono
il segno visibile della dittatura del mercato che pervasivamente riconduce
alle proprie dinamiche, triturandole, tutto ciò che un tempo ne
era esente poiché mediato da una logica politica rispondente a criteri
di conduzione diversi.
La fenomenologia di tale fase storica è indubbiamente
reale, come è dimostrabile dalla surroga di codici economici (econometrici
addirittura) nei riguardi di valori di solidarietà scelti come opzione
politica, e non come mera risultante del calcolo dei profitti e delle perdite.
Sanità, pensioni, acqua, istruzione, per fare alcuni esempi, sono
rese cogentemente merci sotto il segno della rarità forzata del
mercato globale che condiziona l'accesso non più a diritti politicamente
riconosciuti, e quindi socialmente diffusi in maniera anche fittiziamente
egualitaria - giacché le storture delle iniquità dei diritti
di cittadinanza pre-esistevano ben prima dell'emergere della dittatura
del mercato - bensì a capacità economiche di acquisto
legate alla condizione di ciascuno e di gruppi all'interno dello scacchiere
della posizione economica.
Se tale lettura si concentrasse sul sempre intricato
rapporto tra sfera economica e sfera politica, rilevando che l'esautoramento
dell'apparato statale dal mondo delle cose economiche e finanziarie indebolisce
la capacità di conduzione dello stato nazionale modificando certamente
i confini e trasformando la vocazione di weberiana memoria dell'élite
politica a qualcosa come un ceto parassitario le cui funzioni sembrano
eterodirette, la questione dell'autonomia del politico si rovescerebbe
simmetricamente in quella dell'autonomia dell'economia (finanziarizzata
ma non solo). Tuttavia da qui a evocare la dissoluzione della formazione
statuale, da rivendicare come specie in via di estinzione e quindi da tutelare
e recuperare alla forza contro la volontà di potenza del mercato,
credo che il passo sarebbe non solo lungo, intempestivo e fuori luogo -
se il luogo non è solo il nord del pianeta ma l'intero globo geopolitico
terrestre - ma soprattutto a mio avviso analiticamente scorretto.
Non è peraltro possibile ridurre la statualità
solo a quel segmento particolare dell'apparato regolatore dei flussi economici
produttivi di ricchezza redistribuibile secondo una logica, politicamente
costruita nel corso del conflitto sociale, di bene collettivo differenziata
da quella tipica dei sistemi allocativi di mercato; infatti la condizione
prioritaria dell'affermazione del mercato, anche nei suoi aspetti dittatoriali
sur place, per così dire, è legata in maniera irriducibile
alla potenza simbolica della forma-stato che invera un principio di ordine
pubblico attraverso una macchina assiomatizzante capace di assicurare norme,
certezze simboliche, tutela pubblica, riconoscimento e rispetto in sede
giudiziaria, disciplina e normazione sociale in senso lato.
Senza la forma-stato non è pensabile il mercato,
poiché i suoi confini sono presidiati dalle forze della statualità,
che intrattiene un rapporto con il mercato che non è solo di ingaggio
(ossia chi mette i soldi) ma anche di duplice prelievo: di prima istanza,
come posizionamento geopolitico di una entità al cui interno solo
condizioni di stabilità politica possono dar luogo all'emergere
di mercati; di ultima istanza, come fornitore di garanzie finali riguardo
al rispetto pubblico delle norme che il mercato è in grado di darsi
solo in secondo grado, contrattandosele in un gioco perpetuo di ricatti
talvolta simmetrici, talvolta asimmetrici, ma sempre reversibili. Del resto,
anche nell'ondata attuale di processi di liberalizzazione e privatizzazioni
crescenti, le modalità dell'accumulazione dei capitali di rischio,
per fare un esempio banale, hanno spesso provenienza statale sotto forma
di sovvenzioni, fiscalizzazioni, zone economiche speciali, regalie legalmente
normate, o pubblica in senso lato - il sistema bancario che poggia la fiducia
dei suoi clienti nelle garanzie legali dello stato che, in casi di fallimento,
interviene come scelta politica a tutela del mercato dei capitali e dei
risparmiatori, pubblicizzando in un certo senso la malagestione di mercato
mentre consente tranquillamente la privatizzazione dei profitti.
Non è solo per caso, quindi, che all'emergere
della dittatura dei mercati si leghi sempre più spesso un rafforzamento
dello stato, dimagrito in alcune sue funzioni, in una dimensione autoritaria
che concilia neoliberismo e esibizione di forza all'interno e all'esterno
dei propri confini nazionali (in ragione ovviamente delle proprie capacità
di sostenere geopoliticamente tale duplice strategia), anche per facilitare
un recupero del terreno alla élite politica rispetto ai ricchi padroni
delle transnational corporation del pianeta, i cui fatturati come è
noto sono superiori alle ricchezze disponibili alla politica tramite la
ricchezza prodotta e misurata nei pil con quel curioso modo di sommare
a utile anche le dissipazioni queste si parassitarie e drammatiche delle
devastazioni militari, delle spese cosiddette improduttive, dei disastri
ecologici, delle morti bianche sul lavoro. Ma proprio su questi piani,
la forma-stato diviene indispensabile per qualunque operazione il mercato
voglia compiere e imporre come destino dei popoli.
Salvo Vaccaro