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NOTIZIE EST #385 - KOSOVO
10 gennaio 2001


LJUBENIC: DAL MASSACRO ALLE MANIPOLAZIONI
di Andrea Ferrario


[Si veda, in fondo all'articolo, l'aggiornamento aggiunto il 2 febbraio 2001]

I destini del piccolo villaggio di Ljubenic (Lybeniq in albanese), in Kosovo, ricordano da vicino quelli di un altro villaggio salito agli onori delle cronache mondiali, Racak. Come Racak, Ljubenic è stato oggetto di un devastante attacco da parte della polizia serba nel 1998 (nel caso di Ljubenic, accompagnato da un massacro); come Racak, Ljubenic è stato oggetto di un nuovo attacco e di una strage nel 1999: e, sempre come Racak, Ljubenic è diventato uno dei "punti forti" delle fumose teorie negazioniste diffuse da grandi e piccoli media di tutto il mondo che tendono a sminuire proprio tali massacri. Il secondo massacro di Ljubenic, verificatosi nell'aprile 1999, è stato compiuto durante i bombardamenti NATO, cioè in un momento in cui, a differenza del caso di Racak nel 1999, in Kosovo non vi erano praticamente giornalisti od osservatori esterni. Ciò ha in buona parte reso più facile il suo inserimento con modalità spicciole nelle campagne negazioniste, mentre nel caso di Racak è stato necessario mettere a punto meccanismi disinformativi in una certa misura più "elaborati". Così, il caso di Ljubenic è stato liquidato tra l'estate e l'inverno del '99 come una delle principali prove a sostegno della tesi secondo cui le vittime delle repressioni serbe in Kosovo durante i bombardamenti NATO sarebbero state "al massimo 2000", le fosse comuni sarebbero nella maggior parte dei casi un'invenzione e così via. In particolare, il caso di Ljubenic è stato liquidato da numerosissime fonti, nell'ambito di articoli più ampi tesi a negare l'entità dei crimini commessi in Kosovo, come quello di un luogo in cui si sarebbe sostenuta la presenza di una fossa comune contenente 350 corpi, mentre invece ne sono stati trovati solo cinque (o sette, a seconda della fonte). Ecco alcuni esempi in ordine cronologico: 1) "Stratfor", 17 ottobre 1999: "In luglio, una fossa comune che si riteneva contenesse 350 corpi a Ljubenic, vicino a Pec - un'area di combattimenti concertati - a quanto viene riferito ne conteneva solo sette dopo che l'esumazione è stata completata"; 2) "L'Unità", 20 ottobre 1999 (articolo di Paolo Soldini): "La fossa comune di Ljubenic, presso Pec (zona controllata dagli italiani) in cui si diceva fossero sepolti 350 cadaveri ne ha restituiti 'soltanto' sette"; 3) "La Nuova Venezia", 25 ottobre 1999 (articolo di Giorgio Tosi): "Nella fossa comune di Ljubenic, presso Pec (zona controllata dagli italiani) in cui si diceva fossero sepolti 350 cadaveri ne sono stati trovati soltanto sette"; 4) "The Spectator", 28 ottobre 1999 (articolo di John Laughland): "Vi è stata una particolare eccitazione quando è stato annunciato che a Ljubenic era stata scoperta 'la più grande tra tutte le fosse comuni'. Si era detto che essa conteneva 350 corpi, una cifra che è rimbalzata sui media di tutto il mondo. I reportage sono stati tuttavia notevolmente meno incisivi quando è venuto fuori che la cifra effettiva era di soli sette. Pubblicizzata come 'la più grande fossa comune del Kosovo', Ljubenic in realtà non era assolutamente una fossa comune"; 5) "Los Angeles Times", 29 ottobre 1999 (articolo di Alexander Cockburn): "A Ljubenic vi era una fossa comune che, a quanto si sosteneva, conteneva 350 corpi ed è venuto fuori che ne conteneva solo sette"; 6) "Sunday Times", 31 ottobre 1999: "[di] una famigerata fossa comune a Ljubenic, vicino a Pec, che è stata ampiamente pubblicizzata come contenente 350 corpi, è venuto fuori che conteneva solo cinque corpi"; 7) "Toronto Star", 3 novembre 1999 (articolo di Richard Gwyn): "Funzionari NATO avevano detto che 350 vittime erano state frettolosamente sepolte [a Ljubenic] dalle forze serbe che si stavano ritirando. Ma a Ljubenic non c'erano 350 corpi. Ce ne erano solo cinque"; 8) "New York Times", 11 novembre 1999 (articolo di Steve Erlanger e Christopher S. Wren): "A Ljubenic, vicino a Pec, una fossa della quale era stato detto che conteneva 350 corpi ne conteneva solo cinque"; 9) "Corriere della Sera", 7 gennaio 2000 (il filosofo Jacques Derrida, in un'intervista): "Ljubenic, un villaggio dove i serbi avrebbero sterminato 200 civili; ebbene, non è stato scoperto nessun cadavere". A parte Derrida, che in barba a ogni minimo criterio di rigorosità sbaglia tutto, il ritornello è sempre lo stesso: la cifra "ampiamente pubblicizzata" di 350 corpi in una fossa comune, che poi è risultata contenerne solo cinque (o sette). Solo alcune fonti si preoccupano di aggiungere un po' di colore con particolari inventati di sana pianta (la "Stratfor" che parla di esumazione completata, o il "Toronto Star" che parla di forze serbe in ritirata). In realtà, una ricostruzione accurata degli eventi di Ljubenic, dell'origine della cifra di 350 corpi, dell'uso disinvolto del termine "fossa comune" e in generale della tempistica del "caso Ljubenic", porta a un quadro inquietante che, alla luce della successiva campagna negazionista, chi scrive non può fare a meno di ritenere sia stato in larga parte artificiosamente predisposto.

LJUBENIC: I MASSACRI DEL 1998 E DEL 1999
Ljubenic è un villaggio situato 7 km. a sud di Pec, nel Kosovo occidentale, poco distante dalla strada che da tale città porta fino a Decani. Prima della guerra, aveva circa 1600 abitanti, in larga maggioranza albanesi. Il primo massacro contro tale popolazione è avvenuto il 25 maggio 1998, secondo il modello tipico di quei mesi: a un attacco contro poliziotti serbi, nella fattispecie spari contro un'auto da parte di soggetti non identificati (con ogni probabilità un posto di blocco dell'UCK) che hanno lasciato feriti un civile e due poliziotti, segue un assalto a un villaggio estraneo ai fatti che inizia con bombardamenti a distanza, poi l'entrata della polizia nel villaggio, l'espulsione delle persone rimaste, a parte i maschi, e il conseguente massacro di una parte di questi ultimi (o la loro "scomparsa"), seguito a sua volta dall'incendio di case per tenere lontana quanto più possibile la popolazione e da un altro attacco immotivato nei giorni successivi (sono, in linea di massima, le stesse modalità dei fatti di Donji Prekaz nel marzo '98, di Poklek nel maggio '98, di Racak nel gennaio '99, per fare solo alcuni esempi). A Ljubenic le forze di polizia serbe sono arrivate quel giorno poco dopo le 13 (i poliziotti serbi erano stati feriti alle 6.45 del mattino) con svariati mezzi, alcuni dei quali blindati. Posizionatesi ai limiti del villaggio, hanno sparato con pezzi di artiglieria e altre armi sulle case albanesi per circa 30 minuti, dopo di che sono entrate (gran parte della popolazione nel frattempo era fuggita), hanno fatto irruzione nelle poche case in cui ancora vi era qualcuno nascosto, hanno separato donne e bambini dagli uomini (disarmati), hanno fatto svestire e picchiato questi ultimi, in un caso, o hanno ordinato loro di mettersi a correre su un campo, in un altro, e in entrambi i casi li hanno quindi uccisi a sangue freddo. Il numero totale delle vittime di questo massacro a Ljubenic è di otto - le età variano dai 22 ai 68 anni. Nel corso dell'operazione la polizia ha incendiato deliberatamente alcune case, ma non le è bastato: il 29 maggio le forze di polizia serbe sono tornate e hanno bombardato nuovamente il villaggio, facendone fuggire i pochi albanesi che vi erano rimasti. Gli abitanti albanesi del villaggio hanno vissuto i mesi successivi come profughi, in parte presso parenti nel Kosovo, in parte in Albania o in Montenegro. Molti sono evidentemente tornati dopo l'estate, durante i mesi di tregua e, nel gennaio 1999, nel villaggio, sui 1600 abitanti originali, vivevano circa 770 persone, 650 albanesi e 120 serbi (fonti: Amnesty International Report: EUR 70/46/98, luglio 1998; "Nasa Borba", 27 maggio 1998).

Le notizie riguardo al secondo massacro, quello dell'aprile 1999, in pieni bombardamenti NATO, sono più frammentarie, ma coincidono nei loro elementi fondamentali. Secondo le ricostruzioni effettuate dopo la guerra da parte dell'OSCE e di alcuni giornalisti (Rapporto OSCE: Human Rights in Kosovo: As Seen, As Told, dicembre 1999 (http://www.osce.org/kosovo/reports/hr/index.htm; per le fonti giornalistiche, si veda nei paragrafi seguenti), polizia e paramilitari serbi sono arrivati a Ljubenic la mattina del 1 aprile 1999 e, secondo il copione abituale, hanno radunato la popolazione rimasta (molti avevano fatto a tempo a fuggire nei boschi circostanti), separando gli uomini dalle donne. Dopo avere ucciso un anziano che protestava, le forze serbe hanno fatto disporre in gruppo gli uomini, diverse decine (sulla questione fondamentale dei numeri, si veda più sotto), e hanno sparato loro, dando un colpo finale alla testa a quelli che davano ancora segni di vita. Alcuni uomini, che si erano finti morti o avevano perso i sensi, sono successivamente riusciti a fuggire. Prima di andarsene, le forze serbe hanno incendiato numerose case del centro abitato. Alcuni testimoni affermano inoltre che la polizia ha massacrato nei giorni successivi altre persone che erano fuggite disperdendosi nei dintorni del villaggio. Data, scenario e modalità del massacro coincidono con quanto avveniva in maniera massiccia nei medesimi giorni in tutta la zona del Kosovo occidentale tra Pec e Decani (si vedano a proposito l'articolo di Natasa Kandic, del Centro per il Diritto Umanitario di Belgrado, pubblicato in "Vreme", 17 luglio 1999, e il lungo articolo pubblicato dal "Times" di Londra il 26 giugno 2000). Su questa dinamica dei fatti concordano, fatta eccezione per alcuni particolari secondari, tutte le fonti che hanno ricostruito gli eventi, attraverso interviste e verifiche sul terreno, DOPO la fine dei bombardamenti. Data la mancanza di osservatori esterni, per tutto il periodo dall'aprile fino al giugno 1999 sono arrivate solo alcune testimonianze di profughi giunti in Albania da Ljubenic ai primi di aprile, alle quali, in assenza di altri particolari, la stampa ha dato scarsissima eco. Il particolare fondamentale di tutta questa storia è che prima del 9 luglio 1999, data in cui i militari italiani della KFOR che controllano l'area hanno messo in circolazione, con le modalità che vedremo sotto, la cifra di 350 presunti corpi in un altrettanto presunta fossa comune, NESSUNO HA MAI FORMULATO UNA TALE CIFRA e, con l'eccezione di un solo testimone che ha parlato di centinaia di uccisi esclusivamente DOPO il 9 luglio, tutti hanno citato cifre che andavano da una sessantina circa fino a una valutazione ipotetica di "almeno 100" uccisi. Vale la pena di ricostruire qui sotto nei dettagli l'evoluzione cronologica delle cifre citate a proposito del massacro di Ljubenic.

I NUMERI PRIMA DEL 9 LUGLIO
Il 7 aprile l'agenzia Kosovapress, controllata dall'UCK, ha diffuso un comunicato nel quale si diceva che oltre 100 persone erano state uccise a Ljubenic dalle forze serbe e che, sulla base dei racconti dei profughi, erano state identificate le generalità di 35 vittime, di cui l'agenzia riporta i nomi. L'8 aprile l'agenzia croata HINA riprendeva informazioni dalla testata albanese di Macedonia "Fakti" secondo cui profughi albanesi del Kosovo avrebbero raccontato che a Ljubenic ci sarebbe stato un massacro nel quale sarebbero rimaste uccise "almeno 100 persone". Il 9 aprile il Dipartimento di Stato USA in un comunicato si diceva che, secondo quanto hanno raccontato profughi, "almeno 100 persone" sarebbero state uccise dalle forze serbe a Ljubenic. Il 21 aprile la pubblicazione "Kosovo Briefing" riporta la stessa cifra, attribuendone la fonte a informazioni diffuse dall'ente americano USIA l'8 aprile. Il "Washington Post" pubblica l'8 maggio le stime approssimative del Dipartimento di Stato relativamente alle vittime delle forze serbe in Kosovo (il totale citato a quella data è 4.600): nello specifico, per il massacro di Ljubenic si parla di 100 vittime. Il "New York Times" dedica nel suo numero del 29 maggio 1999 un articolo alle operazioni delle forze serbe nella zona di Pec, nel quale vengono riprese alcune dichiarazioni di un soldato serbo catturato, secondo cui a Ljubenic sarebbero stati uccisi circa 80 abitanti albanesi del villaggio. A guerra finita, un team dell'OSCE può finalmente svolgere il 1 luglio un'indagine sul terreno e ascoltare direttamente le testimonianze degli abitanti tornati nel villaggio. Il team raccoglie testimonianze relative a 66 persone uccise nel villaggio di Ljubenic, trova in tutto i resti di sette cadaveri sparsi per il villaggio, svariati bossoli sul punto indicato dai testimoni come quello dal quale hanno sparato le forze serbe e, poco più in là, in una casa, cinque siti in cui sono stati evidentemente bruciati i resti di cadaveri, valutando come plausibile che circa 10 corpi siano stati così "eliminati" in ciascuno di tali siti, constatando inoltre che in uno di essi sono stati trovati alcuni resti di spina dorsale umana (il già citato rapporto OSCE, si prega di tenere presente, verrà pubblicato solo a dicembre, ma il team ha svolto e concluso la sua indagine appena una settimana prima del "fatidico" 9 luglio). Anche la maggior parte delle testimonianze successive al 9 luglio, come vedremo sotto, continua a confermare cifre di entità simile (tra la sessantina e il centinaio di vittime). In un reportage pubblicato dal settimanale "Avvenimenti" il 31 ottobre 1999 (su tale articolo torneremo più sotto) si raccoglie la testimonanianza del capitano André, addetto stampa militare italiano, che trasecola alla cifra di 350 uccisi e afferma che gli abitanti del villaggio gli hanno solo consegnato una lista relativa a 51 persone scomparse. Da dove mai salta fuori, allora, la cifra di 350 corpi in una fossa comune a Ljubenic, che durante la guerra e nel primo mese dopo la sua fine nessuno si è mai sognato di citare? La differenza non è da poco, visto che si tratta di una cifra all'incirca quadruplicata rispetto al complesso delle testimonianze raccolte da aprile ai primi di luglio. Una verifica attenta della genesi di questa "strana" cifra porta alla luce particolari davvero sconcertanti.

LA "MOLTIPLICAZIONE" DEL 9 LUGLIO
Il 9 luglio, nel corso di un'ordinaria conferenza stampa della KFOR, il portavoce di quest'ultima, maggiore Jan Jospeen, annuncia che alla KFOR è stata "notificata la scoperta di una fossa comune contenente fino a 350 corpi" e che la fossa è stata scoperta a Ljubenic, nel settore sotto controllo italiano (UPI, 9 luglio 2000). L'AFP dà nella stessa data un resoconto identico, in particolare per quanto riguarda il fatto che sia stata "scoperta" una "fosse comune" - entrambi i termini costituiscono un falso deliberato della KFOR, visto che, come vedremo più sotto, nessuno ha mai denunciato a quest'ultima l'esistenza di "una fossa", tantomeno "contenente" 350 corpi, bensì solo un numero approssimativamente simile di persone in generale scomparse a Ljubenic e nei dintorni e forse uccise - il trucco però pare avere funzionato egregiamente, perché quasi tutti i giornalisti si sono lasciati volentieri "imboccare" dall'ufficiale NATO e hanno continuato a parlare di "una fossa scoperta", in aperta contraddizione con ogni fatto. Anche il già menzionato articolo di "Avvenimenti" conferma ulteriormente che Jospeen ha parlato letteralmente di "una fossa comune contenente i resti di 350 persone", "scoperta" a Ljubenic. L'AFP aggiunge anche il particolare importante che "il ritrovamento [della fossa] è stato effettuato dai soldati italiani della NATO" e che "la stima dei corpi si basa su informazioni raccolte dal contingente italiano", particolare che verrà confermato molto più avanti da un reportage pubblicato dal "Wall Street Journal" il 31 dicembre 1999. Il giorno dopo, il 10 luglio, lo stesso Jospeen contraddice totalmente se stesso annunciando che "solo cinque corpi sono stati trovati" a Ljubenic (AFP, 10 luglio 1999), un dato che come abbiamo visto era in realtà già noto in precedenza, e aggiungendo che l'area è stata sigillata e le condizioni di cattivo tempo nel villaggio e attorno (in montagna, a 1.300 metri di altezza) non permettono alcuna ricerca. La KFOR, quindi, dà una notizia falsa per smentire poi da sola se stessa nel giro di 24 ore, senza fornire maggior particolari sulle modalità esatte delle sue "stime" e dando il tocco finale dei cinque corpi ritrovati, tacendo tuttavia in merito il particolare fondamentale che il ritrovamento era avvenuto già prima dell'annuncio dei "350 corpi in una fossa". Questo alla lettura delle agenzie di stampa del 9 luglio. Se si mettono insieme i vari materiali pubblicati nel tempo, e in particolare l'articolo di "Avvenimenti" del 31 ottobre, scritto da un giornalista, Angelo Di Silvio, che subito dopo la prima conferenza stampa si è recato a Ljubenic, si può riscontrare come il contingente italiano in particolare abbia smentito se stesso addirittura nel giro di poche ore. Di Silvio, avuta notizia della conferenza stampa, si è precipitato a Pec, dove il summenzionato capitano Andrè, che, lo si noti bene, non è un ufficiale qualunque, bensì l'addetto stampa del contingente italiano, lo accoglie letteralmente con un "Non sarete mica venuti per la bufala (testuale - ndr) della fossa comune?" e, secondo Di Silvio, l'ufficiale ha subito dopo affermato che "della fossa di Ljubenic non ne sapeva nulla". Quindi il contingente italiano ha prima diffuso una "bufala" di cui, poche ore dopo la "rivelazione", il suo esponente che più dovrebbe essere informato afferma in via non ufficiale a un giornalista di non sapere assolutamente nulla. Vi sono altri particolari importanti: per la rivelazione della "bufala" è stato scelto proprio un giorno di pessime condizioni di tempo (Associated Press, 10 luglio 1999) che hanno reso impossibile ai giornalisti recatisi sul posto effettuare verifiche al di fuori del centro abitato. Inoltre, la zona è intensamente minata, come confermano lo stesso Di Silvio e l'AFP (10 luglio 1999), e come conferma anche il fatto che ancora nell'aprile 2000 nell'area di Ljubenic fossero in atto intense opere di sminamento ("La Stampa", 12 aprile 2000), altro particolare che ha impedito verifiche anche solo superficiali in tempi brevi o più sistematiche a medio termine.

LE TESTIMONIANZE SUCCESSIVE AL 9 LUGLIO
A seguito della notizia diffusa il 9 luglio alcuni altri giornalisti si sono recati a Ljubenic, raccogliendo tra le altre cose testimonianze degli abitanti. Uno di questi ultimi, Maxhun Alimehaj, viene intervistato dalla AFP (11 luglio), ma non parla assolutamente di 350 corpi in una fossa, bensì di 80 uomini circa che sarebbero stati uccisi a raffiche di mitragliatrice nel paese. Il giornalista dell'AFP, nella successiva parte del medesimo pezzo, mostra inoltre di avere un concetto davvero strano della matematica, visto che afferma letteralmente: "i soldati italiani del contingente di pace KFOR hanno confermato solamente il ritrovamento dei resti di cinque corpi, ma gli abitanti del villaggio parlano di altri corpi, di cui 30 bruciati in un granaio, 12 ritrovati sul versante di un monte e 17 in un burrone. Il totale, se confermato, ammonterebbe a 350" [sic!]. Il 10 luglio il giornalista della Associated Press, Jim Heintz, pubblica un articolo dal titolo fuorviante ("U.N. Reports New Kosovo Mass Grave" - l'ONU in realtà non c'entra niente), ma contenente particolari interessanti. Innanzitutto, anche Heintz conferma che gli abitanti di Ljubenic parlano di 80 persone massacrate nel villaggio il 1 aprile. Ma, specifica Heintz, "la maggior parte delle vittime sono state persone che erano fuggite nelle montagne coperte di neve per sfuggire all'attacco dei serbi. [...] [Gli abitanti] affermano che centinaia sono stati uccisi nelle montagne appena a ovest di Ljubenic". Si cita con nome e cognome anche un testimone di questi fatti, Sali Huskaj, il quale afferma che tale secondo massacro sarebbe avvenuto una settimana dopo il 1 aprile e che sarebbe sicuro che nelle montagne vi siano centinaia di corpi - in tutta la vicenda di Ljubenic è l'unica fonte albanese con nome e cognome a dirlo e lo fa solo dopo la "rivelazione" del 9 luglio. Ma nell'articolo si specifica anche che la scena di questi ultimi eventi si trova a quattro ore di cammino da Ljubenic, visto l'impervio terreno montagnoso (inoltre le condizioni di tempo erano pessime) e intensamente minato, come abbiamo visto. Ma non è tutto: sia la AFP che la AP affermano che il contingente italiano aveva subito isolato l'area, impedendovi l'accesso, anche ai giornalisti accorsi. Alla fine dell'articolo compare infine qualcuno che cita la "fatidica" cifra dei 350 uccisi, ma ancora una volta si tratta di una fonte KFOR e più precisamente di un portavoce di quest'ultima, il comandante Louis Garneau, che corregge ampiamente il tiro rispetto a Jospeen, visto che afferma che CI POTREBBERO essere 350 corpi INTORNO a Ljubenic.

L'unica testata che torna a Ljubenic dopo l'11 luglio è il quotidiano "The Wall Street Journal" che pubblica il 31 dicembre 1999 un articolo di Daniel Pearl e Robert Block, largamente "negazionista" nei commenti, ma contenente testimonianze di particolare interesse. I giornalisti riportano le parole di un sopravvissuto al massacro del 1 aprile, Sadik Jahmurataj, che racconta di essere giunto il giorno successivo in un ospedale dell'UCK e alla domanda del comandante locale di quest'ultimo su quante persone fossero state uccise a Ljubenic, secondo le parole di Jahmurataj, "gli altri che erano in preda al panico hanno detto 'tra 150 e 200'. Io ho detto, 'No, non può essere. Cento al massimo'". Dall'articolo veniamo a sapere che gli abitanti del villaggio avrebbero detto al contingente italiano non che a Ljubenic vi erano 350 corpi in una fossa, bensì che "350 persone risultavano ancora mancanti da Ljubenic e dai villaggi circostanti". I giornalisti del Wall Street Journal scrivono più sotto che "attualmente sembra che il numero degli uccisi a Ljubenic sia di circa 65. Che poi è il numero dei nomi contenuti nei manifesti commemorativi stampati dall'UCK". Si cita ancora Sadik Jahmurataj, secondo il quale "gli abitanti del villaggio che non erano presenti hanno distorto la storia, [...] ma tutto quello che io ho raccontato era esatto". Un altro particolare interessante citato dal "Wall Street Journal" è che a fine dicembre nel villaggio c'era un funzionario del Tribunale Internazionale, Alistair Graham. Non si riferisce di sue eventuali indagini, che, se sono state effettuate, tuttavia erano da concludere, visto che Graham dichiara che il Tribunale "tornerà in primavera". Ma, come abbiamo già riferito in "Notizie Est" (#324, 14 maggio 2000 e #335, 18 giugno 2000), nella primavera i paesi NATO che forniscono uomini e mezzi al Tribunale si sono largamente disimpegnati dalla ricerca dei corpi, il cui sistematico reperimento ai fini di un conteggio, tra l'altro, non sono nemmeno oggetto del lavoro del Tribunale. A parte questo articolo del "Wall Street Journal", e gli affrettati e cinici accenni nel corso della campagna di disinformazione di ottobre-novembre '99, dall'11 luglio fino a oggi nessuna fonte si è mai più interessata a Ljubenic.

CONCLUSIONI
Nel villaggio di Ljubenic vi è stato sicuramente un massacro di grandi dimensioni che, dai ritrovamenti e dalle verifiche sul luogo, nonché dalle molteplici testimonianze incrociate, si può valutare come più o meno prossimo alle cifre sempre citate prima delle manipolazioni del 9 luglio, e cioè grosso modo tra 65 e 100 albanesi uccisi. Rimangono da verificare le altre dichiarazioni, quelle relative a "centinaia di morti" sparsi intorno a Ljubenic. Visto lo svolgersi dei fatti, con persone costrette ad abbandonare all'improvviso le loro case disperdendosi tra i boschi e in preda al terrore, è possibile che i numeri siano anche diversi. L'esperienza bosniaca, e il fatto che le forze serbe abbiano acquisito in questi anni un notevole "know-how" nell'occultare le prove dei loro massacri, insegnano che ci vorranno anni per verificare in maniera più o meno esatta l'entità della strage. Quella che è invece certamente una menzogna è l'affermazione che a Ljubenic vi siano stati solo cinque (o sette) morti, come hanno invece lasciato intendere le numerose "autorevoli" testate citate sopra. Per quanto riguarda più specificamente i meccanismi della disinformazione, si può constatare per riassumere quanto segue: 1) durante la guerra o immediatamente dopo di essa, fino al 9 luglio, nessuna fonte, albanese o internazionale, ha mai parlato di una cifra anche solo lontanamente vicina a 350 uccisi a Ljubenic; 2) la paternità sia della notizia sia della relativa smentita è dello stesso soggetto, cioè la KFOR o, più precisamente, il contingente italiano responsabile dell'area di Ljubenic (non vi sono mai state smentite ufficiali di tale paternità da parte italiana, nonostante il rilievo mondiale dato alla notizia); 3) nessuno ha "smascherato" la falsità della notizia, ma sono stati gli stessi militari NATO a smentire a velocità supersonica se stessi con modalità che lasciano pensare a un'attenta regia (i già menzionati "soli cinque corpi", "siete anche voi qui per la bufala", il giorno di cattivo tempo, la zona isolata ecc.); 4) in assenza delle smentite di cui sopra, non si può trarre altra conclusione che la KFOR, e in particolare il contingente italiano fonte della notizia, hanno mentito deliberatamente affermando che a Ljubenic era stata "trovata" "una fossa" che "conteneva 350 corpi", visto che (al massimo) avevano avuto la segnalazione del fatto che mancavano centinaia di persone da Ljubenic e dai villaggi vicini e che in una vasta area distante da Ljubenic vi erano state presunte uccisioni di centinaia di persone, tutte da verificare; inoltre, non è certo credibile che il contingente italiano non fosse a conoscenza delle indagini più accurate condotte da un team ufficiale dell'OSCE solo otto giorni prima nella zona sotto controllo italiano, e in particolare dei resti dei sette corpi già trovati otto giorni prima in presenza della popolazione del villaggio; 5) la storia dei 350 corpi nella fossa, essendo venuta un mese dopo la cessazione della guerra, non può essere un tentativo di giustificare i bombardamenti e non può nemmeno essere un tentativo di farlo a ritroso, visto che chi la ha inventata si è curato di farlo in maniera volutamente maldestra e, soprattutto, di smentire istantaneamente se stesso, senza che nessuno avesse denunciato l'infondatezza della notizia - i motivi di questa montatura vanno cercati altrove; particolarmente cinico è stato il comportamento del contingente italiano, all'origine della falsa notizia, che subito dopo la diffusione di quest'ultima ha accolto i giornalisti con un "siete anche voi qui per la bufala"; va infine notato che nessun soggetto albanese (né l'UCK, né altre organizzazioni) ha mai parlato, PRIMA o DOPO il 9 luglio, di una cifra di 350 corpi ritrovati o di 350 persone uccise, bensì solo di cifre di gran lunga più realistiche.

A questo punto, le tesi che si possono fare sulle motivazioni di quanto accaduto sono due - sono, lo sottolineiamo, tesi, ma che ci appaiono trovino fondamento nella "cronologia" delle cifre citate. La prima è che si sia trattato di un'improvvisata, cioè della decisione da parte di qualcuno, nel contingente italiano o a esso legato, di fronte a denunce vaghe relative a persone scomparse e forse massacrate, di provare a buttare l'amo della "fossa contenente 350 corpi" al fine di cercare di creare un precedente teso a sminuire l'entità dei crimini commessi dalle forze serbe in Kosovo, il tutto nell'ottica di un progressivo "ricupero internazionale" della Serbia che ha avuto poi un suo lungo sviluppo da quella estate fino ai mesi più recenti. La seconda è che sia stata direttamente una messinscena studiata a tavolino, con i medesimi fini. Entrambe le tesi ci sembrano rafforzate dal fatto che due mesi dopo siano uscite su "El Pais" le ormai note dichiarazioni dei periti spagnoli Pujol e Palafox che hanno dato il via alla campagna negazionista sulle vittime della guerra in Kosovo, dichiarazioni chiaramente studiate a tavolino con gli stessi obiettivi - e la prima cosa che salta qui all'occhio è che anche questi due operavano nella zona sotto il controllo del contingente italiano. Entrambe le tesi, inoltre, rientrano perfettamente nella logica della politica della NATO, e in particolare dell'Italia, nella regione prima e dopo la guerra.

Infine, a uscire pessimamente da questa storia, a parte il contingente italiano e la KFOR in generale, è purtoppo anche il mondo dell'informazione. All'amo hanno infatti abboccato senza battere ciglio non un paio di giornali di rilevanza secondaria, ma quasi una dozzina di testate, molte delle quali sono tra le più "autorevoli", ricche e lette del mondo, oltre a giornali allora voce di un partito al governo in Italia come "L'Unità". Nessuno si è curato di verificare più accuratamente i fatti e la dinamica delle dichiarazioni. E su come funzioni una certa (dis)informazione è eloquente più di ogni altra cosa il fatto che tutte le testate in questione (con l'unica eccezione del "Wall Street Journal" e delle sconclusionate riflessioni di Derrida) hanno liquidato Ljubenic in coro, in un cinico quanto falso gioco alle anime morte, nel giro di meno di un mese, precisamente con ben otto articoli comparsi su altrettanti giornali e tutti compresi tra il 17 di ottobre e l'11 di novembre. Un classico esempio di (dis)informazione usa e getta.


**Per un esame dell'articolo di El Pais citato qui sopra, per le modalità della campagna di disinformazione dell'inverno '99, e in generale per la ricerca dei corpi delle vittime e la stima di queste ultime, si vedano i seguenti numeri di "Notizie Est": http://www.ecn.org/est/balcani/kosovindex.htm - articoli del: 25, 26, 27 e 28 novembre 1999; 14 maggio 2000; 18 giugno 2000; 19 settembre 2000.**


AGGIORNAMENTO (2 febbraio 2001)
Nei giorni scorsi ci è stato segnalato da Lisa Clark, dei "Beati costruttori di pace", un brano del loro libro-diario sul Kosovo ("Kosovo... da dentro il conflitto"), stampato l'anno scorso, in cui si riporta una testimonianza diretta su Ljubenic tra fine giugno e luglio 1999, che ci sembra confermare in pieno quanto avevamo scritto nell'articolo menzionato sopra. In particolare, il brano è un'ulteriore conferma del fatto che al contingente italiano erano già stati denunciati particolari molto realistici sul numero degli uccisi nel villaggio di Ljubenic e sulla presenza di resti umani, particolari che il successivo 9 luglio il contingente italiano sembra avere all'improvviso "dimenticato". La testimonianza che riportiamo qui sotto anticipa addirittura di qualche giorno (28 giugno) la data in cui tali particolari erano stati resi noti a esponenti del contingente italiano. Ringrazio Lisa Clark per la segnalazione e per avere reso disponibile il brano che riporto qui sotto (le frasi tra parentesi sono state aggiunte per rendere comprensibile il brano preso fuori dal contesto) - A. Ferrario.


Da: "Kosovo... da dentro il conflitto"

25 giugno 1999 mattina, a Peja/Pec.

"Incontriamo Rame Hasanmetaj, un ufficiale dell'UCK in divisa: cerca aiuto perché in tre villaggi hanno trovato cadaveri (si rivolge a noi perché parla italiano e vede la targa della macchina: e anche perché in città non c'è nessun altro tranne i militari italiani appena arrivati e ancora chiusi nelle caserme). A Strellc Alta un morto nel pozzo e a Strellc Bassa altri due cadaveri nelle case; a Lubeniq, uno scheletro e le ceneri di 68 persone bruciate. Vuole chiedere aiuto alla KFOR, perché giustamente pensa che per le indagini del Tribunale dell'Aja questi cadaveri debbano venire fotografati, o registrati in qualche modo. (Lo accompagniamo al quartier generale del contingente italiano.) Un ufficiale italiano gli dice che verranno appena possono.

Pomeriggio Andiamo a Strellc i Eperme a cercare Rame. Ci porta a vedere anche il villaggio di Lubeniq: vediamo un mucchio di cenere scura nel cortile di una casa (che Rame ci dice essere ciò che resta di 68 persone bruciate), il resto di un cadavere in decomposizione, per metà mangiato dai cani, qualche altro osso umano sparso e appena fuori dalla casa ancora il carro con vestiti, stivaletti da bambino, indumenti vari in abbandono (della gente che stava per scappare ma è stata sorpresa prima di poterlo fare).

Quando chiediamo come fa a sapere che è la cenere di 68 persone bruciate ci dice che un insegnante sopravvissuto al massacro è riuscito ad annotarsi i nomi degli uccisi, poi è scappato in Albania. Quando la mattina abbiamo portato Rame alla KFOR l'ufficiale si è segnato il nome dei villaggi e il numero dei morti denunciati da Rame. Due giorni dopo siamo ripassati e Rame ci ha detto che ancora non era venuto nessuno della KFOR.

Intorno al 23 luglio sono tornata a Lubeniq. Il cadavere mezzo mangiato dai cani è ancora lì, ormai nudo scheletro per l'azione dei cani e del tempo. Ma Lubeniq sembra la meta di un pellegrinaggio: ci sono giornalisti, stranieri che lavorano per ONG e gente del luogo. C'è anche un uomo che fa da cicerone. Ma le ossa sono ancora lì.