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NOTIZIE EST #466 - MACEDONIA
6 settembre 2001


DOPO LA MIETITURA

[Seguono tre articoli, tutti dal quotidiano di Skopje "Utrinski Vesnik": 1) continuano a essere formulate ipotesi su cosa accadrà dopo il termine della missione NATO in Macedonia; 2) la Macedonia e i danni causati dal conflitto all'economia; 3) un commento sul discorso di Georgievski in parlamento]

1) COSA ACCADRA' DOPO LA "MIETITURA"?
di Slobodanka Jovanovska - ("Utrinski Vesnik" [Skopje], 5 settembre 2001)


Il presidente macedone e la NATO stanno lavorando su due binari diversi, cercando una risposta alla domanda: cosa accadrà dopo il termine della missione dell'Alleanza in Macedonia, la cui durata prevista è di 30 giorni? Da ieri ormai nessuno nega più che le forze internazionali rimarranno più a lungo in Macedonia, ma la corsa tra i vertici macedoni e la NATO è ora quella per trovare un "coperchio" per quello che accadrà dopo la "mietitura" e parallelamente a ciò, esercitare un'influenza anche sul mandato, la scadenza e le ingerenze della presenza straniera nel paese. La prima impressione, tuttavia, basandosi sulle informazioni accessibili, è che il presidente, da una parte, e i facilitatori, i mediatori, i funzionari e le altri parte coinvolte, dall'altra, stiano agendo come un'orchestra scoordinata, poiché il capo di stato macedone non si è consultato con l'Alleanza riguardo alla sua idea di una nuova missione UNPREDEP [la missione ONU che ha operato in Macedonia fino al 1999 - N.d.T.], né da parte sua quest'ultima ha finora pronunciato ufficialmente i propri piani riguardo a un eventuale proseguimento della missione, per la quale deve ottenere il consenso del governo macedone.

In particolare, in questi giorni il mediatore americano James Pardew è stato a Vienna per cercare di convincere l'OSCE a inviare nel paese un numero maggiore di osservatori, che dovrebbero partecipare al processo di costruzione di fiducia nei territori di crisi, e oggi dovrebbe ormai soggiornare a Mosca, poiché questo piano della comunità internazionale viene bloccato dalla Russia.

Secondo informazioni provenienti da ambienti diplomatici e macedoni, non si tratta solo di una mancanza di sincronizzazione dei rispettivi passi, bensì, a quanto pare, della spinta verso due differenti concetti per giungere a quello che dovrebbe essere l'esito dell'accordo di pace - il ritorno del controllo delle autorità macedoni sui territori occupati e la normalizzazione della situazione. Secondo un alto diplomatico occidentale coinvolto in tali piani, il presidente Trajkovski non ha l'obbligo di consultarsi con i mediatori riguardo alle proprie idee su come proseguire con il processo di pace e ora che è stata presentata, la sua iniziativa relativa all'UNPREDEP verrà presa in esame seriamente. Secondo tale diplomatico, non esiste un piano già pronto per il periodo dopo i 30 giorni del disarmo, né un tale argomento è stato discusso nel Consiglio Nord-Atlantico della NATO, ma si sta riflettendo su diverse opzioni che alla fine dovranno ottenere il consenso del governo della Macedonia. In via non ufficiale, tuttavia, si viene a sapere dalla NATO che nei circoli occidentali si sta pensando a impegnare 200 osservatori dell'OSCE che nell'adempiere la loro missione verrebbero protetti da soldati dell'Alleanza. Alla NATO non viene guardata con favore la proposta di Skopje che siano le forze di sicurezza macedoni a garantire la sicurezza degli osservatori e, analogamente, non viene guardata con favore nemmeno l'idea che i soldati della NATO (che continuano ad arrivare in Macedonia e con ogni probabilità supereranno anche il numero di 5.000) effettuino pattugliamenti congiunti con l'esercito macedone (ARM) e con le forze di polizia, oppure che vengano coinvolti in qualche modo in una nuova versione dell'UNPREDEP. Alla NATO sicuramente non passerà, secondo tali stime, neanche l'idea di una nuova missione di soldati NATO con un mandato e sotto l'egida delle Nazioni Unite, mentre la parte macedone è disposta ad accettare una lora ulteriore permanenza nel paese senza qualche tipo di etichetta internazionale che garantisca il controllo sulla loro politica e sul loro programma militare in Macedonia. In conseguenza di questa posizione di stallo all'interno della NATO, afferma tale fonte, si è intensamente alla ricerca di altre soluzioni e per ora si sta imponendo come più accettabile quella di una missione dell'OSCE, ponendo l'accento sul fatto che dovrà essere protetta, cosa che tradotta in parole povere significa sicuramente una presenza delle forze dell'Alleanza in Macedonia, un alibi per protrarre e ampliare tale missione in caso di incidenti. Qui si afferma che le informazioni relative ad alcune zone di sicurezza nelle quali effettuerebbero pattugliamenti i soldati macedoni e quelli dell'Alleanza sono imprecise e non realistiche, così come quelle che parlano di un dispiegamento di contingenti di composizione simile lungo il confine, cosa che è comprensibile e che era da attendersi, visto il fallimento di un'iniziativa analoga promossa dall'ex ministro degli esteri Srdjan Kerim a New York e che è stata bocciata proprio dai paesi membri dell'Alleanza.

Da fonti ufficiali macedoni, invece, si viene a sapere che l'iniziativa di una nuova UNPREDEP è ancora in fase di bozza, ma che tra le stesse autorità macedoni vi è scetticismo riguardo a quanto sia realistica in questo momento, sia perché non si sa in quale misura potrebbe ottenere appoggio, sia per la situazione completamente diversa sul terreno rispetto alla prima missione UNPREDEP. Tuttavia per ora non vi è un'opzione migliore e l'insistenza della NATO per trovare da sola delle soluzioni in Macedonia viene accolta con il commento: "se i soldati dell'Alleanza devono rimanere 20 anni nel paese per garantire la pace, bisogna domandarsi quanto sia stata giusta la loro diagnosi". Poiché un tale mosaico politico e militare non è qualcosa a cui non si sia già assistito, sia qui da noi che nella regione, già fin da questo momento, all'inizio della "mietitura" è chiaro che gli uomini della NATO non sono venuti per andarsene in fretta e che i vertici dello stato macedone, volenti o nolenti, sono rimasti imbrigliati nella rete e nelle combinazioni di Bruxelles, nelle quali hanno solo il ruolo di essere l'ultima istanza che dà la benedizione alle ricette della cucina militare atlantica. Il problema di questa missione dell'OSCE è che, così come viene pensata, ricorda molto da vicino la missione dei verificatori della stessa organizzazione in Kosovo, guidata dal famigerato William Walker e che è riuscita, invece di creare le condizioni per la pace, a creare (intenzionalmente) le precondizioni per un intervento militare dell'Alleanza in Jugoslavia. Se la NATO intende conquistarsi la fiducia dei macedoni sfruttando in tale modo l'autorità dell'OSCE, una tale missione, così come il fatto che il Patto Atlantico non è riuscito a mantenere nemmeno per dieci giorni la posizione secondo cui la missione non sarebbe stata prolungata, porta fin da ora a formulare serie riserve.

[AGGIORNAMENTO: Ieri è giunta la smentita ufficiale da Bruxelles che la NATO, "al momento", stia esaminando la possibilità di un prolungamento della missione in Macedonia oltre il 26 settembre. Ogni decisione, ha affermato il portavoce dell'alleanza, sul come proseguire dopo la "mietitura" dovrà essere presa dal governo della FYROM (cioè della Macedonia). Intanto si sono profilate due nuove ipotesi, tra le tante già ipotizzate. Secondo "alte fonti militari dell'Alleanza" anonime citate oggi dal quotidiano macedone "Dnevnik" vi sarebbe la possibilità che alcuni singoli paesi della NATO, già presenti in Macedonia, decidano di rimanere dopo la "mietitura" sulla base di singoli accordi bilaterali con il governo di Skopje. Il mediatore dell'UE per la Macedonia, il francese Leotard, ha lanciato invece ieri, in un'intervista rilasciata al quotidiano spagnolo "El Mundo", l'idea dell'invio di una missione militare UE dotata di armi leggere e composta da 1.500-2.000 uomini, incaricata di proteggere gli osservatori della stessa UE e quelli dell'OSCE. Leotard ha affermato che poiché l'UE sta mettendo a punto una propria forza di pronto intervento di circa 60.000 uomini, che dovrà essere pronta nel 2003, non vi dovrebbero essere problemi a schierare 1.500-2.000 uomini già ora. Lo stesso Leotard si è dichiarato contrario a un rinnovo della missione UNPREDEP, perché ci vorrebbe un voto del Consiglio di Sicurezza e per ottenere un consenso ci vorrebbe troppo tempo (fonte: "Mediapool.bg") - a.f.]


2) NEL BARATRO ECONOMICO
di Maja Tomic e Nina Nineska-Fidanoska - ("Utrinski Vesnik" [Skopje], 5 settembre 2001)


Il ministero delle finanze ha incaricato tutti gli organi di governo di preparare entro la fine del mese di settembre di quest'anno informazioni dettagliate sui danni diretti e indiretti causati nelle rispettive regioni dall'attuale crisi militare nel paese. Poiché gli organi dello stato non possono effettuare il calcolo dei danni arrecati nelle regioni di crisi, è stato affidato alle municipalità locali il compito di preparare da sole le relative informazioni e di consegnarle al governo. La documentazione completa sui danni arrecati dalla guerra sia all'economia che alle municipalità nelle zone di crisi dovrà essere consegnata prima della conferenza dei paesi donatori per la Macedonia, che secondo le previsioni dovrà tenersi verso la metà di ottobre, affinché il governo possa presentarsi con richieste finanziarie concrete di fronte alla comunità internazionale. Il comitato di coordinazione, da parte sua, ha comunque già consegnato le proprie conclusioni al governo riguardo ai mezzi necessari per l'accoglienza e il vitto degli sfollati. Durante la seduta del governo di ieri sono state esaminate due varianti relative alla conferenza dei donatori, vale a dire se tenere una o due conferenze dei donatori relative alla Macedonia, cosa che dipenderà dalle autorità macedoni. "Anche se è stata lasciata aperta la possibilità che tutti i ministri si pronuncino in occasione della prossima seduta del governo, prevale l'idea secondo cui, ad ogni modo, sia meglio che vi sia un'unica conferenza dei donatori, nella quale la Macedonia otterrà aiuti finanziari", ha detto il portavoce del governo Milososki.

Altrimenti, il settore del business macedone prevede che se proseguirà l'agonia nella quale attualmente si trova l'economia macedone in conseguenza dei sei mesi di crisi militare, ma anche del dilettantismo delle autorità che non hanno una strategia seria per superarla, nel giro di tre mesi ci troveremo nel collasso economico totale. La situazione sta diventando ancora più drammatica, se si tiene presente che la comunità internazionale condiziona alla ratifica dell'accordo di pace la messa a disposizione dell'infusione urgente di mezzi finanziari che ci è necessaria.

I danni complessivi subiti dall'economia hanno ormai raggiunto gli 800 milioni di dollari. Le perdite più consistenti si sono avute nel settore dell'industria e dell'estrazione mineraria, nei quali, secondo le stime, i danni ammontano a 372 milioni di marchi. Entro la fine dell'anno l'industria tessile registrerà danni per circa 127 milioni di marchi e circa 15 aziende con un numero approssimativo di 5.000 dipendenti rimarranno senza lavoro. Nell'industria dei metalli e dell'elettricità si prevedono perdite per circa 125 milioni di marchi, mentre nella metallurgia pesante per circa 60 milioni di marchi.

Nonostante le affermazioni dei funzionari del governo, secondo cui il potere esecutivo in questi difficili momento sta riuscendo a mantenere la stabilità macroeconomica, ovvero il corso della moneta nazionale (il denaro), e il basso livello di inflazione, gli imprenditori macedoni hanno un'opinione differente.

"Non mi sembra che il governo stia adottando dei pacchetti di misure economiche in grado di assicurare qualche stabilità economica, o meglio, in questa situazione, la sopravvivenza economica. Al contrario, continuano a essere evidenti le malversazioni delle autorità in questo momento così difficile per la Macedonia. Non si è assistito all'interruzione delle privatizzazioni illegali di alcune banche e aziende, e si è assistito invece addirittura a sforzi per distruggere le imprese nazionali che funzionano bene, come per esempio la Makpetrol. Una tale distruzione delle aziende nazionali non si è mai vista in nessuno stato normale", afferma il primo direttore generale della Komercijalna Banka, Hari Kostov, in un'intervista rilasciata ad "Aktuel". Secondo Kostov, le misure che dovrebbero essere adottate per il mantenimento del corso del denaro avranno un effetto a breve termine, così che alla fine dell'anno esso sarà allo stesso livello attuale, ma successivamente ci vorrà una correzione. Infine, Kostov constata che "se prima affermavamo di essere prossimi a toccare il fondo, attualmente ci troviamo ormai sottoterra".

Il premier Ljubco Georgievski, da parte sua, ha ripetuto ancora una volta, nel suo discorso dell'altroieri di fronte ai parlamentari, che la Macedonia, in questo momento, si trova non solo sotto un embargo militare, ma anche di fronte a un blocco economico. "La Macedonia ha tutti gli elementi di uno stato sottoposto a un blocco economico, poiché tutte le convenzioni con le istituzioni finanziarie internazionali e i programmi bilaterali sono stati interrotti".


3) GEORGIEVSKI ALL'ANGOLO
di Sonja Kramarska - ("Utrinski Vesnik" [Skopje], 5 settembre 2001)


A differenza di Stojan Andov, che non vuole pronunciare la propria opinione riguardo alle modifiche costituzionali per non influire sui deputati (cosa alla quale noi, naturalmente, non crediamo), il premier Ljubco Georgievski ha inviato un chiaro messaggio ai deputati, facendo capire la sua autorità e invitandoli ad approvare l'implementazione dell'accordo di Ohrid. Il suo messaggio contiene come minimo due elementi: il primo è che la sua acuta capacità di comprendere gli ha fatto capire anche questa volta che andare contro il partner più forte, nel caso in questione la comunità internazionale, gli arrecherà un doppio danno, sia a lui personalmente come politico sia allo stato alla guida del quale si trova; il secondo è che è venuto il momento di dimostrare anche un po' di costruttività, in particolare dopo la pubblicazione degli stenogrammi delle sue conversazioni con il funzionario della NATO George Robertson.

E non solo questo. Il premier è riuscito a sfruttare a proprio vantaggio anche le critiche dei socialdemocratici secondo cui sarebbero stati lui e Xhaferi a portare alla guerra, affermando che dell'arrendevolezza nei confronti degli albanesi non sono responsabili né lui stesso che per tre anni ha sospeso lo stato di diritto quando questi ultimi erano in questione, né le 150.000 cittadinanze regalate agli albanesi da Crvenkovski ai tempi del governo socialdemocratico, bensì la grande generosità della politica macedone nel costruire i rapporti interetnici. Questa sua posizione di persona messa alle strette è arrivata dopo una serie di errori da egli compiuti dall'inizio della crisi e dopo il rifiuto di affrontare il fatto reale che sono state le cattive valutazioni rispetto alla strategia da seguire a portarci a giocare sotto il dettato della comunità internazionale. In questo senso, il premier, con la constatazione che la Macedonia si trova sotto un blocco finanziario, economico e militare di tipo informale, dimostra che in sostanza i sei mesi dall'inizio della crisi militare sono stati sprecati con una politica non in grado di porvi rimedio e che è impossibile trovare una giustificazione per lui come capo del governo, per non parlare poi del suo tentativo di farsi perdonare le proprie responsabilità con la giustificazione che egli controlla solo un terzo dei ministri.

In secondo luogo, nonostante la sua preghiera di astrarre dai condizionamenti e dalle minacce militari che si sono imposti come contesto della votazione della nuova costituzione, e di procedere pacificamente e sobriamente ad approvare la decisione relativa all'implementazione concordata, Georgievski non è riuscito a convincere fino in fondo l'opinione pubblica della sua sincerità nel rivolgere questo appello. Il suo dubitare, espresso pubblicamente, della possibilità di successo del piano di pace, così come le responsabilità alle quali ha accennato tra le righe nel caso in cui non si dovesse implementare la pace, hanno invece dato motivo di credere che egli abbia invitato a votare a favore, ma che segretamente desideri che l'esito sia diverso da quanto ha detto pubblicamente. Questa contraddittorietà, che è stata presente nella seconda parte del suo discorso, ha messo in secondo piano i suoi appelli all'unità politica nel blocco macedone e, cosa ancora più importante, al superamento della spirale delle accuse reciproche tra VMRO-DPMNE e SDSM, svoltasi di fronte agli occhi dell'intera opinione pubblica macedone, che è in attesa di una soluzione per uscire dalla situazione.

Parte dei deputati della VMRO affermano che il loro capo non solo non cerca di tenere nascosti i suoi pensieri di fronte a loro, ma che il suo ammettere pubblicamente che in Macedonia si sta creando un precedente nella pratica internazionale (cosa che è assolutamente vera) e che la violenza viene premiata con obiettivi politici, li ha ancora più convinti che non devono dare il loro appoggio alle modifiche costituzionali. Le capacità oratorie di Georgievski, nei fatti, sono riuscite ancora una volta a inviare a tutti i gruppi politici dagli orientamenti più diversi i messaggi che essi vogliono sentire: alla NATO e ai logisti occidentali che non hanno soddisfatto le aspettative, ma che la Macedonia rimane sulla strada dell'integrazione euroatlantica, all'opinione pubblica che la VMRO-DPMNE e la SDSM non devono essere incolpati del nazionalismo albanese, ai suoi deputati di votare come vogliono, ma che non sarà male se daranno prova di un po' di opportunismo, e agli albanesi che hanno ottenuto dalla Macedonia un regalo che non si meritavano. Tuttavia il messaggio più forte è stato inviato alla SDSM e a Crvenkovski, e cioè che per Georgievski, il premier e il più grande rivale politico del leader della SDSM, il tempo non è ancora scaduto e che bisogna aspettare le elezioni che si svolgeranno il prossimo inverno o la prossima primavera.