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Testimonianze raccolte durante il viaggio della Delegazione italiana
Incontro con Marvan Barguti - consiglio direttivo Intifada er leader dei Tanzim esercito di Al Fatah Incontriamo Barguti a Ramallah, dopo un viaggio in cui fortunosamente riusciamo a passare tra i blocchi israeliani che ci prendono per pellegrini. Siamo emozionati perché sappiamo che Barguti è uno dei leader più popolari di Al Fatah.Si dice che sia il capo dei Tanzim, il quasi disarmato esercito palestinese. E' scampato a diversi attentati, uno dopo che noi partiamo. Si scusa per il ritardo e ci saluta come chi non sa se ci vedremo mai più. La situazione è molto difficile: gli israeliani stanno chiudendo i passaggi, i microattacchi aumentano. L'intifada è iniziata a causa della frustrazione sul modo con cui è stato gestito il processo di pace: è un'intifada per la pace. Nella storia hanno vissuto insieme cristiani, ebrei, ortodossi, mussulmani. Nel 1947 era stato stabilito che il 52% del territorio andava agli israeliani, ma nel 1948 gli israeliani hanno occupato il 50% del territorio che andava ai palestinesi. L'Intifada iniziò come un'azione non violenta. Ora Israele sta mettendo la Palestina con le spalle al muro. In questo caso dopo 82 morti e 1000 ferito palestinesi è stato ucciso il primo israeliano. Non siamo contenti e non andrò a dormire felice per la morte di giovani israeliani. Noi abbiamo convinto le altre componenti a smettere di usare le bombe ma non torneremo a metterli in prigione. Per 10 anni abbiamo fatto i guardiani per conto di Israele ma non continueremo. Si spera che l'Europa abbia un ruolo più attivo ed autonomo. Gli altri paesi arabi non fanno nulla: ci sono già 600 morti e 3000 feriti con l'ultima Intifada. Va meglio con la Siria che, ad esempio, potrebbe influenzare il Libano dove i 400.000 palestinesi vengono discriminati sul lavoro, lo studio, ecc. Nella precedente Intifada c'è stato un ruolo forte da parte delle donne e degli studenti mentre ora ci sono soprattutto i lavoratori aderenti alle organizzazioni palestinesi. Si stanno organizzando manifestazioni con diverse categorie come i medici, gli studenti, ecc. Un ruolo essenziale deve comunque essere giocato dai cittadini dei villaggi. Non voglio che i miei figli vivano sotto l'occupazione israeliana: ci ho già vissuto io e mio padre. E dire che 7 anni fa c'è stata in Palestina la prima elezione democratica ed è iniziato il processo democratico in Palestina: forse la prima elezione democratica in un paese arabo. Vogliamo uno stato democratico e laico che potrebbe costituire un modello per le democrazie che nasceranno in quest'area. Oggi a Ramallah, da 8 mesi è chiusa e non sono riuscito a far passare i miei due figli oltre i blocchi israeliani. Oggi ci sono stati scontri fra israeliani, studenti e professori che hanno cercato di andare all'università, ci sono stati 7 feriti.
Incontriamo Jamal Zakout rappresentante di quella che dovrebbe essere un'organizzazione democratica moderata. Ma può essere moderato un palestinese? Può essere un moderato chi vede calpestare tutti i giorni i propri elementari diritti?
La questione di partenza è che in effetti hanno cercato di mettere i palestinesi e le organizzazioni democratiche con le spalle al muro facendogli gestire il processo di pace dal loro punto di vista: essere i guardiani degli altri palestinesi che dovevano accettare di essere ostaggi, prigionieri nella propria terra, cose che ostacolano gli insediamenti dei coloni. La visita di Sharon alla spianata delle moschee è stato un segnale forte: un criminale di guerra protetto da 3000 soldati...Al Aqsa, simbolica sia per i palestinesi che per i cristiani che quando nel 1969 cercarono di incendiarla si aiutarono, collaborarono per spegnere l'incendio. Non occorre perdere di vista il fatto che i palestinesi hanno diritto alla resistenza contro l'occupazione di quella parte ridotta di territorio che gli è stato concesso dagli israeliani e che, come in Sud Africa, sono costruiti come dei ghetti da accerchiare e dove rendere impossibile la vita. L'Intifada è nata come un processo pacifico e popolare. RIspetto alla prima Intifada il problema è che la prima volta si è trattato di una presenza degli israeliani in termini di carri armati, blocchi, check point... I palestinesi non hanno un esercito ma solo armi leggere che usano per difendersi. Contro questa situazione non sono accettabili le missioni suicide che ci fanno diventare come i nostri aggressori. D'altra parte non è possibile chiedere un cessate il fuoco totale perché si confrontano carri armati, elicotteri che lanciano missili, F16 in missione chirurgica con uomini bomba rispetto ai quali la prima domanda da fare sarebbe: come è possibile portare una persona a considerare la morte migliore della vita? Si chiede un cessate il fuoco unilaterale ma non viene accettato nemmeno il piano Mitchell che per i palestinesi è quanto meno un punto di partenza. Cosa succederà? Nessuno lo sa. Non posso che avere speranze. Sharon non ha un piano sen quello di usare la forza e di usare l'autorità palestinese per controllare gli stessi palestinesi. Se Sharon accetterà il rapporto Mitchell e il processo per mettere in pratica delle risoluzioni ONU la situazione si può risolvere, altrimenti... D'altra parte le cose possono andare anche peggio. Se Sharon rioccupa Gaza, e l'ha fatto per 35 anni non risolverà certo i suoi problemi di sicurezza. Considerate che il suicida che ha messo la bomba nella discoteca viveva in Giordania, è arrivato a Tel Aviv con un visto israeliano e non ha mai vissuto nei territori occupati e quindi dimostrabile che non aveva contatti ne ci sono responsabilità dell'autorità palestinese. L'unica possibilità è che la comunità internazionale faccia pressioni per il rispetto delle convenzioni ONU. NON SIAMO DISPOSTI A DISCUTERE SE REALIZZARE LE CONVENZIONI MA SOLO COME.
Incontro con Gessan Antoni, direttore dell'Associazione e docente all'Università di Bir Zeit chiusa dall'esercito isrlaeliano. La nuova crisi nelle relazioni con lo stato israeliano sembra non trovare soluzione. La vecchia e fondamentale richiesta di ritorno per i 5 milioni di palestinesi profughi dal 1948 che, in caso di ritorno, trasformerebbero la stessa essenza dello stato ebraico è ineludibile per una popolazione che già oggi rappresenta un problema per questo territorio: l'85% della popolazione palestinese vive nell'8% del territorio. Oggi siamo nella situazione in cui i poliziotti palestinesi dovrebbero essere le guardie della loro stessa gente e di questo gli israeliani ne vanno molto fieri. Il costo della pace vorrebbe dire abbandonare a se stessi i profughi e vivere in tre cantoni isolati - Gaza, West Bank e Gerusalemme est-. D'altra parte, il costo degli accordi è che raggiunge un ribasso dei benefici per i palestinesi ogni volta che si riapre il dialogo. In ogni caso la fiducia dei palestinesi nella lealtà degli israeliani rispetto agli accordi diminuisce sempre di più a partire dalla "passeggiata di Sharon" sulla moschea di Al Aqsa (a Gerusalemme protetto da 3000 soldati e che è stata la causa scatenante della nuova intifada a partire dall'ottobre del 2000 ). I bombardamenti contro la popolazione hanno la motivazione principale nella volontà di provocare una rottura interna fra i palestinesi che dovrebbe addossare all'ANP o a altri raggruppamenti la causa dei suoi guai invece che agli israeliani. Il secondo motivo per cui si fanno questi bombardamenti è pura deterrenza militare. Da questo punto di vista occorre riconoscere che i palestinesi non hanno capacità di deterrenza: le forze palestinesi sono costituite da circa 30.000 soldati armati praticamente solo di armi leggere. Credo sia in atto un piano "piano dei 100 giorni" che prevede la distruzione dell'intifada. Il piano prevede i bombardamenti, l'assassinio di attivisti, la distruzione di abitazioni e il blocco di strade attraverso i buldozer fino alla distruzione delle infrastrutture del territorio palestinese. Per rispondere a questa situazione sarebbe utile disporre di un proprio potere di deterrenza. Al massimo i palestinesi hanno usato dei vecchi mortai ma non ha funzionato provocando la reazione ancora più rabbiosa dell'esercito israeliano. Occorre riconoscere razionalmente che l'unico deterrente sono stati i suicidi che hanno anche ravvivato l'attenzione internazionale sui crimini che quotidianamente vengono commessi contro gli israeliani e che possono spingere un ragazzo che ha sempre vissuto in pace con se stesso e con gli altri a utilizzare se stesso e un pulmino come arma per colpire alcuni soldati israeliani che ritiene colpevoli di inenarrabili soprusi alla propria famiglia, ai propri amici, al proprio paese. D'altra parte, un relativo periodo di quiete potrebbe essere il risultato dell'attivazione di una forma di deterrenza così come forme di resistenza non violenta potrebbero essere utilizzate solo in caso di vero cessate il fuoco da parte degli israeliani. Per 50 anni non c'è stata né pace né guerra, ora non è più così. Per i palestinesi è impossibile scordare i propri diritti, la propria specificità in uno stato confessionale altro visto che le proprie radici sono disseminate fra i 300 milioni di arabi residenti nel nord Africa. La consapevolezza che qualcosa sta cambiando, dell'ineluttabilità del dover fare i conti con i palestinesi, sta provocando alcune reazioni. Fra gli insediamenti costruiti per gli israeliani 10.000 appartamenti sono vuoti. Ed ora che le scuole sono finite molto sono partiti per non avere guai. Arafat non è più considerato solo in quanto agente che deve arrestare "i terroristi", unica fonte della sua legittimazione agli occhi degli israeliani. La capacità di resistenza per i palestinesi è di gran lunga maggiore di quella degli israeliani nel lungo periodo. Questo sia in termini demografici, per cui possono continuare ad arrestare, a ferire, ad uccidere ma ci saranno sempre altri palestinesi che si ribelleranno; sia in termini economici perché i palestinesi sono da tempo capaci di vivere ad un livello minimo di sussistenza e non per questo abbandonano la loro terra.
Ci riceve il direttore dell'Associazione fondata nel '93 per fornire assistenza ai prigionieri palestinesi e difenderne i diritti anche in collaborazione con altre associazioni. Nella stanza in cui ci riceve e ci offre il te, foto di prigionieri e lavori manuali fatti nelle carceri. Molti riproducono la moschea di Al Aqsa. La situazione viene presentata in tutta la sua drammaticità a partire dal fatto che agli avvocati palestinesi non è consentito contattare e/o difendere i prigionieri. Il punto di partenza è che dopo gli "accordi di OSLO", che avrebbero dovuto sviluppare il processo di pace la situazione appare peggiorata. Ci sono denunce di frequenti torture, di arresti di bambini, di pessima situazione sanitaria delle carceri. Fino a poco tempo (1999), nonostante nel 1991 fu firmata la Convenzione internazionale contro la tortura, fa una legge consentiva in maniera sistematica la tortura dei palestinesi arrestati. Si trattava di un "procedimento amministrativo" che stabiliva che l'80% degli arrestati dovevano subire forme di pressione fisica e psichica. Recentemente, dopo alcuni morti, la legge è stata dichiarata illegittima dalla Corte Suprema per cui la tortura viene utilizzata non ufficialmente. Dopo l'ultima intifada ci sono stati:
(è chiaro che questi numeri aumentano ogni giorno). Dopo gli accordi di OSLO gli israeliani hanno reso praticamente impossibile la vita nei territori occupati. Occorre avere permessi per entrare e per uscire, per importare e esportare. Hanno distrutto il 90% dei generatori ed il 92% dei collegamenti per l'acqua. Gli israeliani , invece, non pagano tasse per i primi 5 anni che aprono un'azienda nei territori occupati e naturalmente hanno acqua, energia e per loro sono costruite nuove strade mentre quelle palestinesi sono bloccate da enormi massi di cemento.
Il sito dell'Associazione: www.ppsmp.org
Il Center for Human Rights di Gaza è una struttura molto attiva che promuove la difesa dei diritti democratici sia all'interno della comunità palestinese che nei confronti degli israeliani: una voce indipendente ed impegnata tutti i giorni in una situazione di frontiera. Si sintetizzano le parole del suo direttore. Abbiamo iniziato due anni fa con l'intento di costituire un punto di riferimento per le persone che sono in questa zona. C'è un motivo molto forte perché la struttura sia qui: qui c'è il campo profughi più grande di tutto il medio oriente con 100.000 persone che vivono in condizioni al di sotto della sopravvivenza. I loro diritti primari: sopravvivere, muoversi, avere una casa...qui è tutto aleatorio. a chiave è che i diritti fondamentali sono uniti a quelli politici e a quelli sociali. L'attività che svolgiamo è un'attività di ricerca, monitoraggio, assistenza...la differenza è che le ONG occidentali fanno azioni simili solo per le elités. Come lavoriamo? Attraverso dei dibattiti c'è la raccolta delle richieste anche perchè non ci sono meccanismi formali di consultazione di base. Ad es. c'è stata recentemente una conferenza a cui hanno partecipato 200 lavoratori. Abbiamo scoperto allora che molti di loro avevano diritto al sussidio di disoccupazione (pari a 600 shenkel - moneta islaeliana); attraverso una battaglia tutti coloro che ne avevano diritto l'hanno ricevuto. Abbiamo tre priorità: lavorare a stretto contatto con i lavoratori; pubblicare atti di convegni che altrimenti rimarrebbero patrimonio di una ristretta cerchia; offrire consulenza legale. Siamo organizzati attraverso dei volontari che provengono quasi tutti dalla vicina università. Ci sono delle unità di campo che rilevano la situazione dei diritti umani. Ci sono delle unità di ricerca che approfondiscono le cose: ad es. sul legame fra aumento del cancro e uso dei pesticidi che ci vengono forniti da Israele. Ci sono specifici problemi a cui, inoltre, cerchiamo di rispondere. Ad es. ai legali palestinesi non è concesso visitare le carceri per cui è necessario cercare avvocati israeliani. Inoltre, lavoriamo ai risarcimenti almeno per quei casi nei quali Israele riconosce di aver commesso degli errori (abbiamo avuto il caso di 5 poliziotti e di due bambini). Tutto è diventato più difficile. Il problema principale è la comunicazione. La comunicazione internazionale è influenzata dall'enorme capacità degli israeliani di far filtrare le informazioni che vogliono nella maniera che appare a loro più appropriata. Se muoiono due palestinesi ed un israeliano, questo ha nome e cognome, figli e moglie mentre i palestinesi stavano tramando qualcosa per cui il tutto è giustificato. Il caso sicuramente eclatante riguarda un palestinese che morto durante un incidente ha donato, anche su consiglio del Mullah, i suoi organi ad un ospedale. Ha consentito la sopravvivenza di 5 persone fra cui 3 israeliani. Non è stato mai pubblicizzato questo fatto, ne i genitori si sono mai sentiti dire grazie. I genitori dei giovani che hanno avuto gli organi trapiantati hanno dichiarato in televisione che si trattava di un angelo ma non hanno mai detto che era un angelo palestinese. I comunicati stampa che vengono presentati nella pagine delle Comunicazioni sono inviate da questa struttura.
Incontriamo Ablah Masrogeh, una giovane sindacalista nella sede storica del sindacato a Nablus mentre fuori c'è una rumorosa protesta dei tassisti che con i territori bloccati hanno perso il lavoro e non sanno come pagare le tasse. Ma i problemi sono tanti ed è difficile essere un sindacato normale... Come sindacato stiamo cercando di lavorare in maniera ordinaria. Il problema principale riguarda i tanti lavoratori licenziati in Israele e in Palestina a causa del rallentamento dell'economia e del blocco dei territori per l'Intifada. In alcuni casi il licenziato ha altre risorse, in molti casi la situazione è così difficile che abbiamo deciso di mettere su un servizio di consulenza psicologica e sociale. Ma questo su scala molto piccola perchè non ci è possibile spostarci all'interno dei territori. In questi otto mesi di Intifada ci sono stati 50.000 licenziamenti e la disoccupazione è aumentata del 50%. Un problema serio è che non possiamo intervenire in territorio israeliano e per questo c'è un accordo con il sindacato israeliano per la difesa legale dei lavoratori palestinesi. Il problema è che per la maggior parte sono lavoratori illegali e per ciò senza diritti. Anche se a dire la verità l'accordo con il sindacato israeliano è bloccato per mancanza di fondi visto che non possiamo pagare gli avvocati israeliani. La legislazione sul lavoro è ancora frammentaria in Palestina. A Gaza sono in vigore le leggi egiziane, Nella West Bank alcune leggio giordane. Una produzione normativa autonoma è stata realizzata ma non è ancora in vigore a causa dell'emergenza. Rispetto ad altri paesi occidentali occorre dire che qui non c'è il sistema pensionistico obbligatorio ma solo l'assicurazione sanitaria sia pubblica che privata. Per il resto si fanno azioni in relazione alle situazioni che vengono a crearsi per cui si raccolgono cibo e fondi e si distribuiscono mentre la World Bank ha finanziato un programma di job creation (creazione di lavoro) a cui possono accedere solo gli uomini.
Sami Al-Kilani ci riceve nella sede dell'Associazione di cui è direttore a Nablus e, come docente della locale università, rappresenta un osservatore privilegiato dei sentimenti dei giovani palestinesi che come volontari lavorano numerosi per l'associazione. Gli altri Centri collegati alle università erogano servizi per la popolazione attraverso l'attività accademica e le ricerche, noi lavoriamo attraverso una specifica organizzazione - questa - e con attività e servizi specifici. In particolare, servizi di informazione e consulenza legale e servizi di orientamento. Noi pensiamo che si tratti di diritti sociali e non atti di carità.
Il modello che utilizziamo è un mix di modelli che danno luogo a due linee di azione: programma regolare e programma di emergenza. All'interno delle attività regolari ci sono le azioni di recupero della dispersione scolastica attraverso figure come i maestri di strada, le attività per l'integrazione nelle scuole attraverso una modalità che si potrebbe chiamare di auto-aiuto. L'altra linea di azione si richiama all'open door in termini di ascolto, consulenza, orientamento. Rientrano fra le attività regolari:
All'interno delle attività legate all'emergenza si segnala l'azione di sostegno psico-sociale alle famiglie delle vittime dell'esercito e dei coloni israeliani. Altre attività riguardano la consulenza psicologica per chi è stato in prigione. Le priorità che abbiamo individuato riguardano la protezione dei bambini e azioni di rinforzo del ruolo femminile. La situazione delle donne è uguale qui come in tutti i paesi del medio oriente. )Ci sono casi di violenza sulle donne e, con l'inizio di questa nuova intifada c'è stato un passo indietro per le donne in termini di diritti acquisiti anche grazie alla nuova legittimazione conquistata dai gruppi a religione musulmana NdT) Un altro problema è di costruire una consapevolezza dei diritti come base per costruire una società che non sia una copia di questo o quel modello. Sito: http://www.najah.edu
La dirigente di questa organizzazione - costituita da 6 associazioni legate ai partiti palestinesi e 6 legate a ONG - ci mette un pò di tempo a realizzare che siamo arrivati dall'Italia e che con tutta probabilità possiamo solo ascoltarla perché non abbiamo nessuna investitura istituzionale o - come si dice - nessun potere. Ma poi si scioglie e ci fa capire molte cose.
E' passato poco dall'attentato alla discoteca di Tel Aviv e davvero mi dispiace per tutti questi ragazzi che sono morti da tutte le parti. Noi siamo molto depresse perché siamo consapevoli che ogni giorno può andare peggio. Intanto le conseguenze della bomba sono state di ricompattare gli israeliani e togliere l'appoggio internazionale ai palestinesi. Purtroppo occorre dire che gli sforzi che abbiamo fatto finora per perseguire tutte le strade non violente e pacifiche sono stati inutile ed allora l'unica cosa che sveglia i giovani israeliani sono le bombe. Abbiamo partecipato a numerose iniziative per la pace, ma ora non sappiamo cosa fare: non sappiamo quanti israeliani sono per la pace. Non è facile capire quali motivazioni, forse eventuali lutti in famiglia causati dagli israeliani, sono alle origini dei suicidi certo per loro le ragioni per morire sono più di quelle per vivere e questo in un ragazzo di 19 anni non può che fare impressione. Al di là di tutte le possibili forme di convincimento messe in atto dai religiosi. La paura ci insegue in ogni scelta che parliamo. Io vivevo per diversi mesi all'anno negli U.S.A., ora ho paura di partire e di lasciare i miei figli. Probabilmente gli israeliano bombarderanno di nuovo con gli aereoplani o con gli elicotteri... Per le donne le cose sono peggiorate recentemente. Da un punto di vista estremo gli israeliani mettono le donne contro gli uomini palestinesi. Nel senso che quando li arrestano insistono molto sulla perdita dell'onorabilità della donna per cui è meglio che il palestinese confessa o tradisce qualcuno per impedire alla sua donna di perdere l'onorabilità. Un altro problema è che con le difficoltà di proseguire nel processo di pace concordato con l'ANP si sono rafforzate le componenti islamiche per cui molte donne laiche in villaggi piccoli hanno cominciato a mettere il velo per non creare problemi. Va anche detto che a marzo c'è stata una manifestazione di 700 donne palestinesi ed israeliane che attraversavano ripetutamente i check point. La partecipazione delle donne è ancora salda ma non si vede perchè la televisione riprende i bambini con le maschere, le pietre ma non riprende le mamme che cercano di portar via i loro figli perché hanno paura per la loro vita.
Incontriamo XXX in un elegante bar di YYY un paese palestinese cha raggiungiamo con una certa facilità da Gerusalemme. Ha l'aspetto di uno studente fuori corso del DAMS. Ma lui dice che gli hanno detto che somiglia a Benigni e che così gli è venuto in mente di fare un film dal titolo "La vita è ancora più bella". Indovina quale popolo ha il ruolo degli ebrei e quale quella dei tedeschi. La produzione cinematografica dei palestinesi è stata influenzata dal conflitto e dalle sue fasi. Di fatti, c'è interesse nelle produzioni di tipo documentario ed educativo che a partire dal 1993 (la prima Intifada) hanno avuto una certa fioritura. La produzione classificabile come fiction viene in genere sovvenzionata da associazioni che devono comunque "romanzare" una condizione sociale. D'altra parte non ci sono referenti per una produzione basata su canoni più autenticamente cinematografici. Ad es. il Ministero della cultura palestinese non ha alcun obiettivo al riguardo. E, d'altra parte, nel 1993 sono state chiuse tutte le sale cinematografiche. Questo è successo perché i film sono stati visti come una minaccia alla religione. La nuova produzione indipendente palestinese utilizza spesso un linguaggio diverso da quello che potrebbe essere il realismo documentalistico. Più spesso si tratto di un linguaggio satirico, fantastico per denunciare la situazione e raccontare quanto di normale o di anormale vi accade.
Sarei disponibile a presentarmi a mostre e eventi del genere (forse sarò invitato a Venezia) ma non credo sia accettabile l'idea che c'è una condizione: deve essere invitato insieme ad un israeliano per dimostrare che c'è un'equidistanza nell'invito o che la pace è possibile o quant'altro credono gli organizzatori. Come se i palestinesi non possono avere un valore in se ma solo come altra metà, inestricabilmente legata agli ebrei. Come vanno le cose per uno come me qui? Ho prodotto un film sulla violenza alle donne e ne ho venduto 1000 copie localmente. Un successo. Il mio sito è: www.seen16.org
Il problema che ci viene posto dalla giovane dirigente del Ministero della cooperazione palestinese, alloggiato in un piccolo edificio moderno a Ramallah, lungo quella che potrebbe rappresentare la strada più moderna degli affari con la sede di qualche multinazionale, è relativo al blocco dei finanziamenti per la produzione di libri scolastici per bambini palestinesi. Un problema che ne chiama un altro ben più grande...
L'autorità palestinese non ha le strutture tecniche per la stampa dei libri di testo e si fa aiutare in questo dalle ONG. Si tratta per ora di libri di testo in uso in Giordania. Purtroppo, in seguito alla campagna stampa del Ministero dell'Informazione israeliano i nostri partner e finanziatori, fra cui il MInistero degli Esteri italiano, non hanno più continuato ad aiutarci per cui ora siamo in grande difficoltà. Anche perchè i testi si stavao rivedendo. L'altro fronte sui cui è impegnato il ministero della cooperazione palestinese è la revisione dei curricula dei nostri studenti. SI tratta di un lavoro complesso sia perchè non vi sono molte competenze in materia per l'aleatorietà di darsi tali obiettivi in un contesto così particolare. Gli israeliani hanno censurato i nostri libri di testo affermando che sono di parte. Dopo due anni che le scuole sono state chiuse ora ci si impedisce di stampare i libri. Che siano di parte o meno solo dei sub-umani (come evidentemente gli israeliani considerano i palestinesi) non hanno il diritto a scrivere la propria storia. Certo gli israeliani hanno un efficente sistema di controllo. Recentemente ho chiesto il permesso per andare negli USA. Mi è stato negato sulla base della loro conoscenza delle attività professionali di giornalista che io avevo realizzato. Sanno tutto. Così appena succede qualcosa, le autorità israeliane mettono in atto una campagna di pressione sui nostri partner e la collaborazione si interrompe. La differenza è nel modo con cui trattano le notizie e valutano il passato. SI dovrebbe essere più equilibrati possibile nello scrivere i libri di testi. I nostri ragazzi ci chiedono: ma perchè ci trattano così?Noi abbiamo paura a dare delle risposte ma la vita gli insegna tutto. |
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