Anno I Barcellona, 30 giugno 1902 Numero 8

Insegnamento scienti/ico Insegnamento razionale



BOLLETTINO

della Escuela Moderna


LA LIBERTÀ NELLA EDUCAZIONE

E' un controsenso pretendere che il bambino si abitui a muoversi e a camminare per proprio conto, legandogli fin dal principio piedi e mani. E' proprio questa la mania di tutti gli educatori che si ispirano alla peda­gogia tradizionale. E qui non ci riferiamo in modo concreto a coloro che ingenuamente confessano di essere partigiani di quel principio erroneo; ci riferiamo piuttosto a quelli nel nostro paese che negano con le azioni pro­prio ciò che raccomandano con la parola e la penna.

Non si vuole capire, oppure non ne esiste la capacità, che nel settore pedagogico vige un principio che è legge per tutte le cose, sia quelle naturali sia quelle prodotte dall'arte umana. Questa legge si potrebbe for­mulare nel modo seguente: il fine deve essere raggiunto con procedimenti opportuni.

il La storia della pedagogia sociale lo dice chiaramente e ce lo conferma regime attuale dei popoli. I governi di forza e detentori della libertà

individuale, l'unico obiettivo che conseguono come risultato della loro opera è di costruire in tutte le classi sociali individui malinconici, ribelli ad ogni precetto della ragione. E le carceri e i presidi, ironicamente chia­mati istituti di correzione, disciplinari, ecc., cosa conseguono con la serie dei loro castighi basati sulla legge del taglione?

Ciò che si ottiene con gli anni di apprendistato prescritti in queste università del vizio, è naturale e logico che renda l'uomo peggiore a~a uscita di quanto lo fosse all'entrata. Quando i direttori della società vogliono che succeda tutt'altro, cioè, che l'uomo disciplinato in questo modo torni in seno alla società come uomo dabbene, ciò che vogliono è più che un'ingenuità, vorrebbero che si realizzasse un miracolo, chiedono, come dice la saggezza popolare, del sangue a una rapa.

Il bambino a scuola, che studi in classe, giochi con i suoi compagni, comunichi con l'insegnante, oppure messo in castigo per il suo comporta­mento turbolento o in qualsiasi altra circostanza scolastica, deve essere messo in condizioni del tutto conformi a ciò che richiede lo sviluppo del suo essere razionale. La natura dell'uomo consiste nel possedere una vita che è la più sostanziosa nella scala biologica degli esseri, la vita più

padrona di sè, la più autonoma, soprattutto nella sfera della coscienza. E ciò vuol dire che se ogni libertà è natura dell'uomo, per sviluppare questa nota tipica e caratteristica del suo essere, occorre avviare e portare a termine, ad esclusione di altri distinti, i mezzi e i procedimenti di libertà.

Siamo stufi di sentire ripetere la massima tendenziosa (che si dice come fosse un'assioma) secondo la quale al bambino bisogna dare libertà quando se la merita. Si considera, non comprendiamo per qt aberrazione della mente, che si possa dare, limitare o togliere, con m profane e dall'esterno, il più intangibile, il più sacro, ciò che specifica la natura dell'essere umano.

Salta all'occhio, inoltre, che educando l'alunno con le formule della disciplina tradizionale, mediante un sistema di forze e restrizioni, il risutato logico che si debba prevedere è ciò che quotidianamente avviene e soprattutto nel nostro paese: creature passive, deboli di volontà, sprovviste di iniziativa mentale, che vivono fuori dalla coscienza, prestar attenzione esclusivamente agli ordini e all'autorità che viene dall'esterno. Desiderare il contrario è pretendere il controsenso in questione; è chiedere che il bambino si abitui a muoversi e a camminare per proprio conto, dopo avergli legato in anticipo i piedi e le mani.

Quanto più si abitua l'alunno alla disciplina della forza e più consoliderà nel suo essere una natura passiva, frutto legittimo di un p cedimento del genere. E quando si converte in un essere per essenza sug- gestionabile, passivo ai suggerimenti dell'insegnante, che non sente pensiero e nella volontà il benche minimo atomo di desiderio di muoversi dall'interno verso l'esterno, a quel punto l'alunno sarà giudicato persona degna di vivere una vita di libertà? E' proprio come se si chiedesse che per opera di magia la pianta crescesse dopo aver fatto di tutto per impedirle la germinazione, al punto di uccidere il seme. Questa contraddizione l'aspirazione della nostra vita sociale, ora nel campo del politico ora i campo penale, ora nella pedagogia scolastica: vogliamo illuminarci de avere spento la luce.

Le suddette considerazioni ce le ha suggerite la lettura del prezioso opuscolo « Las Aventuras de Nono » (Le avventure di Nono). Quei libriccino non è pura opera di fantasia, nè di divertimento per l'infanzia, di insegnamento morale, se si vuole. E' allo stesso tempo tutto quanto de e inoltre un'opera pedagogica che dovrebbe essere in mano a tutti i nostri educatori atavici, e venire trasformata in libro di studio e seria meditazione.

Nono arriva al paese dell'Autonomia senza rendersene conto. Una allegra bricconcella di nome Mab, che abita là, lo prende con sè:

<<Ti insegnerò i nostri giochi, gli dice, e vedrai come si passa allegramente c la vita. Al momento non ci sono maestri che castigano o infastidiscano costringendo a una noiosa tranquillità ».

« E quando non si è buoni, come castigano? Chi castiga qui »? « Nessuno, rispose Mab, come vuoi che no ci si impedisce di divertirci a nostro piacimento e nessuno ci obbliga a fare qualcosa che non ci piaccia »?

Poi entrarono nella Scuola di Autonomia. « Era una sala spaziosa al piano terreno, dove erano opportunamente disposti tavoli e sedie; ma non quei tavoli e banchi in un pezzo solo che occupano tutta l'ampiezza di una sala lasciando appena spazio per passare e dove è faticoso cambiare posto, ma tavolini quadrati per un solo scolaro, che potevano essere spo­stati a volontà e collocati come si voleva, perchè nessuno impediva agli scolari di riunirsi in gruppi ».

Una volta che tutti erano seduti, « Liberta consigliò agli scolari l'argo-mento della lezione del giorno... E dopo che la Liberta ebbe spiegato per qualche tempo, sapendo di non dovere abusare dell’attenzione dei bambini comunque li vedesse interessati a un argomento, perché l'infanzia si deve agitare, muovere, correre, fare rumore, tolse la sessione e i bambini liberi corsero in giardino ».





Come ronzerebbe la testa del pedante disciplinano per questo cumulo di libertà concesse al bambino!

Stordito dalla pseudo futura moralità di questi semi di uomo affidati alle sue cure, esclamerebbe: Scandalo! Utopia smoderata!

No, la piccola opera di Grave non sarà compresa se si considera che è stata scritta come documento intellettuale che deve essere portato di corsa, precipitosamente, alla sua realizzazione effettiva. Il suo contenuto è nè più nè meno un'aspirazione umana, molto umana sotto ogni punto

di vista e se non si eclissa la nostra attuale civiltà, sicuramente e inevi­tabilmente sarà una realtà dell'avvenire.

Rendere l'uomo libero per procedimenti di libertà, questa è l'aspira­zione di tutti i veri pedagoghi attuali; questo è il proposito realizzato allo estero per istituti di insegnamento e educazione che si ispirano a un senso interamente scientifico e razionale; questi sono i mezzi di cui si avvalgono le scuole fino alle più reazionarie degli Stati Uniti. I pedagoghi ispiratori a parte alcuni pregiudizi irrazionali, come quello di basarsi sulla moralità nella Bibbia e altre cose del genere, si sforzano di togliere all'educando la camicia di forza della vecchia pedagogia, considerandola nociva alla sua vita. Vogliono - si scandalizzino i nostri educatori - che il regolamento che vige nelle scuole sia opera del suffragio di coloro che costituiscono la classe, che lo stabiliscano e lo approvino gli allievi di quelle classi insieme con i propri maestri.

Non c'è altro: o la pedagogia scolastica marcia al passo con Nono, oppure volge indietro lo sguardo. Ricordiamo che il presente è un mito, non esiste. Nel tempo, le due realtà sono il passato e l'avvenire. Chi non si muove al richiamo dell'avvenire segue il cammino dell'atavismo. E' indubbio che tra Argirocrazia e Autonomia c'è un abisso, ma lo si può evitare molto facilmente passando senza fermarsi per il punto dell'evo­luzione.

Rogelio Columbié




L' INFLUENZA DELL'EDUCAZIONE


Ciò che siamo, lo siamo per eredità, per l'influenza degli ambienti, per educazione o per l'energia intima, per nostra forza di vivere e di arri­vare ad essere? Costruiamo la nostra personalità, o si modella in noi per azione esteriore?

Riassumendo: la questione dell'insegnamento e dell'educazione dati all'infanzia, è tanto seria come si è sinora preteso che fosse? E' molto importante se l'insegnamento è stato dato da suore e preti o da laici?

Ci sono numerose e ottime intelligenze che hanno fede nelle energie personali e nella potenza della ragione di per sè, che non hanno paura della « impronta », e citano a prova il gran numero di filosofi, di saggi, di grandi cittadini che, da Voltaire a Renan, discepoli dei gesuiti o del clero, si emanciparono vigorosamente dal dogma e furono tanto più uomini liberi in quanto furono uomini liberati, che si costruirono la propria libertà.

Altri, al contrario, ritengono che è molto difficile che la massa degli uomini possano cancellare le impressioni ricevute, spogliarsi delle idee for­mate nell'infanzia e che, d'altro canto, anche nel caso di buon esito, lo ~forzo compiuto per distinguere una cattiva educazione sarebbe meglio impiegato a sviluppare e affermare una buona educazione. Perché lasciare che ogni generazione perda dieci anni insudiciandosi il cervello e altri dieci anni a ripulirlo? Non sarebbe più giusto salvaguardarlo fin dallo inizio da ogni impurità? Ogni personalità si affermerà con sicurezza tanto maggiore quanto minore sarà stata la sua deformazione.

Il Signor Jean Rodes fornì a proposito di questo argomento, nella Revue BIanche (10 giugno 1902) un'informazione molto interessante.

A un gruppo di scrittori e artisti propone queste domande:


1. In che tipo di istituto laico o religioso è stato educato?


2. Che influenza attribuisce all'educazione ricevuta sullo sviluppo della Sua persona intellettuale e morale?


3. Cosa pensa della libertà d'insegnamento? Crede necessario ridurla, sop­primerla o darle maggior respiro?


4. Cosa pensa dell'uso che si fa della parola « libertà » in questa questione dell 'insegnamento?

Il Signor Paul Adam per caso è conciso nella sua risposta; ma non perde l'occasione per profferire uno di quei detti lapalissiani che a parere dei pedanti danno un tocco di filosofia. E' « rispettoso di tutte le libertà », ma allo stesso tempo vorrebbe che si desse « a certi bambini un'educazione molto cattolica, come a certi altri un'educazione rivolu­zionaria, seguendo le convinzioni di ciascuno ». Chi è questo ciascuno? Il padre? Perchè deve avere diritto di imporre le sue convinzioni a suo figlio, abbrutendolo se egli stesso è abbrutito? Ma non preoccupiamoci. Il pensatore da salotto ha parlato secondo il suo costume, senza sapere quel che diceva.




Il nostro collaboratore Henry Bèrenger sì che sa ciò che vuol dire. La sua risposta è precisa, chiara, e conduce direttamente alla conclu­sione razionale.


1. Sono stato educato. dice, in collegi e licei dell'università laica (collegio di Dinan, liceo de Coutances e liceo Enrico IV a Parigi).


2. L'educazione in famiglia è stata per me l'agente principale di sviluppo intellettuale e morale; voglio dire che sono partigiano convinto e radi­cale dell'esternato. I pochi mesi che mi sono visto obbligato a passare come interno in un grande liceo, all'età di diciassette anni, hanno lasciato in mio padre e in me un ricordo penoso. Devo aggiungere che nel liceo come nella famiglia, ho dovuto la mia educazione e la mia istruzione esclusivamente ai principi della ragione puramente laica.


3. Credo che la libertà d'insegnamento sia e continuerà ad essere un sofisma, fino a quando esisteranno congregazioni religiose e una Chiesa romana. Per quanto riguarda l'insegnamento, non esiste nè può esistere libertà nei confronti del clericalismo: questo reclama o tutto o niente. Da parte mia mi pronuncio energicamente perchè non gli si dia niente.


4. La parola libertà è semplicemente relativa. Non esiste libertà di rifiu­tare di pagare le tasse, sottrarsi al servizio militare, falsificare una scrit­tura pubblica. Perché dovrebbe esserci libertà di falsificare l'anima del bambino, sottrarlo alla scienza e alla bellezza moderna, negare educazione uguale per tutti? L'insegnamento nazionale della gioventù deve essere obbligatorio, gratuito e laico.


Non si troverà nulla di più giusto o di più fecondo di questa for­mula dell'autentica libertà.

Rendiamo laico anche l'insegnamento superiore. Questa è la condi­zione della vera libertà d'insegnamento. Dare alla chiesa la libertà di insegnare significa dare alla maggiore forza d'oppressione il diritto di annichilire la libertà.

Anatole France fu discepolo di Stanislas. Si è liberato, è sicuro, del­l'influenza dei padri maristi; però rimangono ancora dei residui di cre­dulità indistruttibili. L'istruzione e la scienza non hanno modificato granchè questa fatalità.


Gustavo Kahn ha visto nella « azione universitaria » un mezzo per

« inculcare il rispetto delle cose stabilite, della autorità attuale »; ma

« la libertà chiesta dai clericali è cosa brutta in quanto permette loro

di instaurare un insegnamento dal quale resta completamente escluso lospirito critico ».

Che partecipazione ha potuto avere l'educazione primaria nella reli­giosità di un poeta come Verlaine? Il caso è curioso. Gustavo Kahn, che conobbe « l'anima » di Verlaine, ne dà una spiegazione tanto auten­tica qùanto ingegnosa, nei seguenti termini:

Il cattolicesimo di Verlaine era di essenza assai particolare, era quello di Gestas, il malvagio ladrone; derivava anche in grande misura da una viva ammirazione per le poesie semplici, come i Fioretti. Riassumen­do, Verlaine, che gradiva molto le immagini popolari, e il cui senso arti­stico, malgrado i bei lampi di genio, non era molto sviluppato, non stabilì sempre una differenza sufficiente tra le immaginette di Epinai e san Sulpicio.

E' infatti, il cattolicesimo di Verlaine non fu di un'ortodossia e di una profondità tale da non potersi spiegare così: Era un poeta!



Maurice Maeterlink fu in mano ai gesuiti. Nulla gli è rimasto della arida e tortuosa teologia dei padri; conserva l'emozione religiosa, ma non l'orribile confessionalismo della milizia di Loyola. Scrive:


I. Sono stato educato in un istituto pericoloso, della specie più pericolo­samente religiosa, visto che era diretto dai gesuiti.


2. Questa educazione, o, piuttosto, questa intossicazione perpetua, ha ri chiesto poi circa dieci anni per ristabilire la mia salute intellettuale e morale


3. e 4. Non vi è che una forma di insegnamento che meriti di essere chia­mata libera, quella che non riconosce nessuna religione positiva, e che è l'unica che si debba dare.


« Dieci anni per ristabilire la mia salute intellettuale e morale »! Quanti altri potrebbero fornire la stessa testimonianza contro la « im­pronta » della sinistra congregazione!



Anche l'elegante scrittura alla moda di Robert de Montesquieu si esaspera in aspre orchidee di collera.

Fu educato dai gesuiti a Veaugirard.

Ho trascorso, scrive, anni crudeli e sgradevoli in una casa di gesuiti a Veaugirard; non penso che questa agglomerazione di bambini e ado­lescenti sotto la direzione dei pastori in tonaca nera e corta abbia offerto nulla di più inutile, di più immorale e di più clericale che quanto si vede riunito in questo genere di collegio.

Questa forma di educazione mi è sempre apparsa mostruosa. I pensio­nati sono penitenziari ed è un'abominia infliggerli a coloro che non li meritano per nessun tipo di indisciplina accentuata. I genitori che scel­gono per i figli luoghi di reclusione siffatti, luoghi di detenzione e di deformazione, si meritano l'appellativo di snaturati. Voglio credere che le lunghe settimane senza uscire, i dormitori scomodi, gli alimenti senza sugo, l'andare a letto senza tenerezze, l'alzarsi senza cure e senza igiene, siano stati sostituiti da trattamenti meno barbari, nondimeno. la dolorosa separazione del paese, i contatti ostili, le incomprensioni, le persecuzioni e tanti altri orrori continuano senza cambiamenti sensibili, senza miglio­ramenti possibili. Si fa poi dell'ironia sul tipo di sviluppo che ha potuto produrre questo sistema di compra-bambini.

I padri, allora, non hanno buona reputazione tra i loro antichi di­scepoli; i veri discepoli della compagnia di Gesù stanno decisamente nel­l'esercito.



Conviene ricordare una pagina vendicativa che Octavio Mirabean scrisse in risposta a~ questionario della Revue Blanche.

Ecco un altro discepolo dei gesuiti che rinnega Gesù.

Sono stato educato, dice Mirabeau, in un istituto religioso, i gesuiti di Vannes.

Di questa educazione, che non poggia su altro che la menzogna e la paura, ho conservato a lungo tutti i terrori della morale cattolica. E dopo strenue lotte, a costo di sforzi dolorosi, sono arrivato a liberarmi di queste abominevoli superstizioni con le quali si incatena lo spirito del bambino per meglio dominare l'uomo in seguito. Non ho che un solo odio nel cuore, ma profondo e vivo: l'odio dell'educazione religiosa

Esistono, poi delle fabbriche di mostri in certi paesi. Si prende alla

nascita un bambino di conformazione normale e lo si sottopone a vari e

sapienti regimi di tortura e deformazione per atrofizzare le sue membra

e, in un certo senso, disumanizzare il suo corpo. Si possono vedere questi

« campioni » nelle esibizioni americane e nei pellegrinaggi a Lourdes e

a Santa Ana de Auray.

I gesuiti, e in generale tutti i preti, fanno per lo spirito del bambino ciò che gli impresari dei circhi laici e dei pellegrinaggi religiosi fanno per i loro corpi. Gli istituti di educazione religiosa sono istituti dove si pra­ticano questi crimini di lesa umanità. Sono una vergogna e un pericolo permanente.

Ecco perchè, essendo partigiano di tutte le libertà, mi ribello con indignazione contro la libertà di insegnamento, che è, per dirla francamente, la negazione stessa della libertà... Si può permettere alla gente di avvelenare le fonti col pretesto della libertà?

Zola conferma in termini non meno energici il giudizio di Mirabeau. Ecco la sua risposta:

Come uomo sociale penso anch'io che sia giusto sopprimere l'inse­gnamento religioso. Che i genitori educhino, se lo vogliono, i figli in casa propria; che gli diano precettori, che gli imprimano la direzione intellettuale che vogliono, passi; su questo punto sto tranquillo, la vita si incaricherà per proprio conto di correggere gli error di educazione e di analisi; ma è insensato che si riconosca, per così dire ufficialmente, la legittimità di un insegnamento mostruoso nei collegi settari; perché

il cristianesimo è una dottrina antisociale, antiumana, una dottrina di morte che sopprime la vita e la terra a beneficio di un'esistenza ultrater­rena, esca fallace con la quale si persegue un obbiettivo di dominazione fin troppo reale e abbastanza tangibile. Socialmente non si ha il diritto di fare del male: è giusto, quindi, spogliare questa setta' malvagia della sua potenza nociva ad ogni costo.



Questa condanna così energicamente espressa è la stessa che soste­niamo in La Raison contro la Chiesa e il cristianesimo Dottrina menzo­gnera e anche dottrina di morte! La filosofia e la scienza annientano quotidianamente le affermazioni dogmatiche con implacabili smentite e questo annientamento è anche maggiore per quanto riguarda lo studio delle questioni politiche e sociali, questioni di vita o di morte per gli in­dividui e i popoli che rivelano l'opera nefasta e mortifera della Chiesa. Tutti gli osservatori lo hanno notato alla fine e lo esprimono ad alta voce e con costanza.

Al governo spetta, poi, prendere le misure di conservazione sociale proclamate come necessarie e ridurre, con l'abrogazione della legge Falloux e con nuove leggi energiche, i disastrosi effetti del clericalismo nelle scuole.


(da La Raison)

V. CH.



ORIGINE DEL MISTICISMO


L'origine primordiale del misticismo è il terrore: per l'uomo primi­tivo, così come per il selvaggio moderno, la vita era una ininterrotta suc­cessione di terrore e di angustia, perchè essendo indifeso, privo di un riparo serio, senza altra arma che la rozza mazza strappata agli alberi, si trovava alla mercé degli elementi e delle fiere. Durante la notte, quando non si vede arrivare il pericolo, nè si può fuggire da esso, nè preparare la difesa intanto che persistono le tenebre, la sua vita è in costante pericolo di cadere vittima di tutto ciò che vive di caccia e di assassinio; era quello il tempo delle sorprese, delle imboscate, della morte senza possibi­lità di lotta. Il minimo rumore, un tremolio del fogliame, lo scricchiolio di un ramo che si spezza, il volo di un uccello nella sonorità del bosco, erano forse segni di un pericolo mortale.

L'uomo nasce debole e senza armi naturali; grazie alla sua intelli­genza, ha creato il potere che gli mancava, sia per la difesa che per l'attacco, arrivando a potere lottare contro gli animali formidabili che lo attorniavano e riuscendo a vincerli.

L'antropopiteco di genio che, per primo ebbe l'idea di conservare il fuoco acceso da un fenomeno naturale, fu il creatore positivo dell'uma­nità. lì fuoco che tutto divora al suo passare, boschi, capanne, animali, non lasciandosi dietro altro che un deserto coperto da alcuni resti infor­mi e anneriti; questo nemico irresistibile i cui morsi più leggeri scottano tanto e nella cui presenza non esiste altra probabilità di salvezza che la fuga; il fuoco terribile che nulla può trattenere nè dominare e il cui fu­rore e violenza aumentava ad ogni nuova vittima, fu fino a quel solenne momento oggetto di indescrivibile terrore; ma non appena l'uomo im­parò a conservarlo, si trasformò nel più potente dei suoi protettori; per­chè significò la sicurezza nelle notti e, di giorno, l'aiuto più efficace con­tro gli animali più forti, contro gli uomini più abili e, adottando anche il procedimento riscontrato presso i pellerossa, per lottare contro incendi accesi tra le alte erbe delle praterie, perchè il fuoco protegge dal fuoco.

La grande scoperta della conservazione del fuoco marcò nettamente la separazione dell'uomo dalle grandi scimmie che sanno servirsi di randelli.

La conservazione del fuoco marca l'inizio della prima fase dell'umanità.

Non solo, grazie ad esso, l'antropopiteco, già uomo, può proteggersi di notte, fino a quando non gli diventa possibile perfezionare le sue armi e i suoi serramenti; al randello venne aggiunta la picca, la cui punta indurita al fuoco era più resistente e pericolosa; fece spaccare pietre nel focolare fabbricando così attrezzi precursori della pietra tagliata a freddo.

Questo fuoco prezioso c terribile si fece, naturalmente, oggetto di una particolare cura; della sua conservazione si fece un sacro dovere per­chè da esso dipendeva la sicurezza della vita e di conseguenza i Più gravi castighi venivano inflitti al guardiano la cui negligenza potesse mettere in pericolo la vita di tutta la tribù.

Questa angoscia durò finchè un uomo non scoprì il modo di appic­care il fuoco. Fu tanto lungo il periodo della conservazione del fuoco e l'imperioso obbligo della sua conservazione si radicò tanto nelle usanze, che tutte le religioni hanno conservato l'impronta più o meno mistica;

sotto diverse forme e nomi, tutti ne perpetuano il culto, pur dimentican­done l'origine puramente utilitaria.

L'uomo arrivò ad essere poi padrone assoluto del fuoco; dopo averlo per una lunga successione di secoli, poté in ultimo farlo nascere a volontà.

Fu un'altra grande data per l'umanità, di cui ha conservato il ricor­do personificato nella leggenda di Prometeo. Si deve considerare questa scoperta il segno iniziale della seconda fase dell'umanità. perchè a partire da essa l'uomo si vide libero dal terrore di vedere scomparire per una causa qualsiasi questa forza indispensabile alla sua vita.

Ma malgrado. questo progresso, i pericoli e le miserie erano ancora notevoli.

La notte continuava ad essere sempre la nemica e la complice di tutti gh attacchi e di tutte le sorprese. Nelle tenebre, l'uomo primitivo, come l'australiano dei nostri giorni, non si allontanava senza terrore dalla cer­chia dei fuochi, implorando questa notte terribile e supplicandola di proteggerlo e di nasconderlo così come lei nascondeva i nemici della sua vita. Implorava anche gli animali pericolosi, come in pieno giorno, quan­do si sentiva più debole; si trattava di addolcire la collera del più forte o del più potente di lui mediante la sottomissione, la preghiera, la umi­liazione, proprio come un cane che striscia davanti al suo domatore.

Il senso della propria debolezza e la paura che produce stimolavano l'uomo primitivo a cercare aiuto e protezione presso quelle potenze sco­nosciute, dei cui effetti soffriva, come uno cerca un protettore tra i suoi pari quando altri più forti lo attaccano; ma se uno si sente allegro e fe­lice al veder rinascere il giorno il cui fulgore scaccia una parte dei pericoli che resero le notti tanto terribili, è alla notte stessa, la spaventosa notte che quotidianamene imprigiona il giorno e non lo lascia libero fino a1l'aurora, che si devono rivolgere le preghiere. Si conserva e si custodisce con la più attenta vigilanza il fuoco che serve per sicurezza, la costruzione di armi e la preparazione di alimenti; si implora la misericordia delle forze contro le quali è indifeso; si prosterna tremando quando il cielo rimbomba con gli orrori del tuono e si illumina di lampi illuminatori. E queste tradizioni si conservano tuttora: « una notte, dice Tanner nel resoconto della sua cattività presso gli Indios del Nord America, Picheto, spaventato dalla violenza della tempesta, si alzò e offri tabacco al tuono, pregandolo di smetterla ». Il culto del tuono si trova in tutte le religioni antiche, adorato sotto la figura di un dio terribile e tra la maggior parte di coloro che si chiamano civilizzati., se non gli si offre tabacco, lo si spruzza con acqua benedetta, lo si illumina con ceri e lo si tocca con campane. E ciò dopo avere appreso a scuola che il tuono è un fenomeno naturale. Cosa dovrebbero pensare allora coloro che non lo conoscono se non per il suo terribile clamore e i suoi effetti distruttori?

Tutto ciò che danneggia è stato oggetto di preghiere e di suppliche religiose: animali, elementi, infermità, e la loro tradizione è stata conservata

per lunghe successioni di secoli: il culto del serpente, ad esempio. Nella antichità lo si incontra in India, in Egitto, in Fenicia, in Babilonia, in Gre­cia, in Italia, dove nondimeno non si è molto sviluppato. In alcuni paesi il serpente era un dio domestico come in Lituania, dove ogni famiglia possedeva il proprio.

In Asia, fino in tempi assai recenti, il culto del serpente esisteva in India, Persia, Ceylon, Tibet, Caschemire, ecc~; in Africa, nell'alto Egitto, in Abissinia, tra i negri della Guinea, ecc.; in America tra i caraibi, i natchez, gli aztechi, i peruviani, ecc.; in Oceania a Viqui, le isole degli Amici, ecc.

lì famoso serpente della leggenda ebraica non è altro che la tradizione conservata di questo culto primitivo. I greci sacrificavano ai venti contrari; gli indigeni della Tonga rivolgono suppliche alle epidemie che li affliggono perché si degnino di passare alla larga delle loro capanne e i romani con­servano un tempio dedicato alla febbre.

Attualmente ciò che spaventa è onorato se non adorato e nella nostra civiltà i nostri rapporti sociali sono dominati da questa vigliaccheria eredi­taria che fa sì che l'uomo benevolo e benefattore sia considerato un essere ridicolo, mentre l'uomo cattivo e pericoloso, al contrario, suole essere oggetto di pubblica venerazione. Questa stessa vigliaccheria è ciò che spinge i selvaggi a scegliere sempre per oggetto del loro culto la più costante delle forze pericolose e malevoli. Lubbock dice e ripete « che i selvaggi considerano quasi sempre gli spiriti come esseri perversi. Secondo Pallas, i tartari di Ktschmtzi sono persuasi che lo spirito cattivo sia più potente di quello buono; non è necessario aggiungere che i riti del suo culto sono più meticolosamente osservati». « Il pellerossa, dice Carber, teme continuamente gli attacchi degli spiriti maligni.... Il timore, si sup­pone, ha un ruolo maggiore in queste devozioni che non la gratitudine, e si tende più a sviare la collera degli spiriti maligni che ad attirare il favore di quelli benigni ». Molti, tra le popolazioni passate.' non hanno nozioni ben chiare sull'esistenza di spiriti benigni, ma in cambio credono fermamente nelle divinità malevoli. Gli ottentotti, per esempio, secondo Zumbertch, provano grande terrore verso uno spirito maligno che fa rim­bombare il tuono, provoca tutte le disgrazie che subiscono, le infermità e la morte.

Vi sono dei selvaggi tra i quali non si trova traccia di religione e credono, nondimeno, negli spiriti maligni. I coroados del Brasile non cre­dono in nessun dio, ma riconoscono l'esistenza di un principio malevolo che li tormenta, li fa soffrire, li getta nei pericoli e li uccide. I veddash del Ceylon credono negli spiriti maligni ma, secondo Davy « non hanno nessuna idea di un essere supremo e benevolo, di un'esistenza futura o di un sistema di ricompense e di castighi, per cui poco gli importa fare del bene o del male ».

Le idee mistiche nascono, allora, dal terrore; e questo fenomeno si

incontra non solo nell'uomo primitivo o nel selvaggio, ma anche tra gli uomini considerati come superiori nell'umanità che, a parte le loro virtù guerriere, attirano l'ammirazione sia per il loro genio che per il loro carattere. « La causa originaria della superstizione, dice Spinoza, quella che la conserva, è il timore. Se si vuole conoscere qualcosa di più oltre quanto appena detto, qualche esempio che lo comprovi, si consideri Ales­sandro: da quando apprese a temere la fortuna, per la prima volta alle porte di Suso, cominciò per superstizione a convocare le divinità. Dario, vinto, cessò di consultare le divinità e gli oracoli fino a quando, spaventato una seconda volta dalla sfortuna delle circostanze, perché i bactriani ave­vano defezionato e gli Sciti lo spingevano al combattimento, mentre egli stesso restava inattivo a causa della sua ferita, « si rivolge di nuovo alla supèrstizione, cecità delle anime umane, ordinando a Aristandro, in cui aveva riposto tutta la sua confidenza, di tentare di risolvere gli avveni­menti mediante sacrifici ».

E, aggiunge Spinoza, si potrebbero riferire in questo modo numerosi esempi, che dimostrano nel modo più evidente che soltanto per timore gli uomini cadono nella superstizione; che tutti gli oggetti che hanno adorato obbligati da una vana religione erano soltanto fantasmagorie e deliri di anime tristi e timide e, infine, che nell’ultimo caso le divinità regnavano sulla moltitudine e furono il sostegno più formidabile dei loro re; ma poichè ciò è abbastanza noto a tutto il mondo, come credo, mi astengo dal dilun­garmi oltre su questo tema ».

Concesso, forse, ma non ammesso; perché tuttavia pochi uomini, anche tra i prudenti e gli istruiti, riconoscono, malgrado le osservazioni che po­trebbero fare essi stessi, che il misticismo nasce dalla paura.

A riprova di questo fatto, si tenga conto del fatto che in tutti i punti del globo e tra i primitivi si incontrano i medesimi procedimenti superstizio­si, quasi le stesse leggende, che si trasformano e deformano con le trasfor­mazioni degli idiomi, essendo in fondo lo stesso culto che si modifica se­condo l'ambiente e la elevatezza intellettuale.

La paura è il punto di partenza di tutte queste superstizioni, di tutto questo misticismo, di tutti questi culti. lì misticismo non è nato dal con­cetto di dio, come predicano i teologi; la sua causa prima è stato il terrore. Al contrario, il sentimento della propria bellezza e il timore delle forze irresistibili della natura sono ciò che ha spinto l'uomo a creare gli dèi, la cui prima e più infantile espressione è stata e continua ad essere il feticismo.




MUTAMENTI NECESSARI


Chi non desidera le riforme, le sane riforme, che producono un miglio­ramento nella sorte di tutti coloro che soffrono nella nostra società caduca,o di coloro che sono afflitti da preoccupazioni annose, triste eredità degli anni passati?

Sì, vengano queste sospirate riforme, specialmente in materia di educa­zione femminile; perché la verità è che c’è molto da fare da parte nostra per mettere l'educazione della donna al livello di ciò che i tempi esigono.

La creazione di collegi superiori di giovani donne non ha modificato i vecchi costumi. lì nuovo collegio è ancora il vecchio pensionato che, come quello, fornisce un'educazione di lusso per donne destinate a vita facile in luogo gradevole.

Cosa si insegna alle nostre giovani che possa servire loro per orien­tare la loro vita con intelligenza se non trovano marito?

Gli si insegna ad esercitare la loro volontà?

Gli si evidenzia l'allegria dello sforzo?

Chissà, forse in teoria; ma che vana questa teoria!

Se si potessero fare delle nostre giovani esseri dotati di volontà nonchè in regioni malsane o ignote, ad andare esse stesse all'estero per fare un apprendistato presso una scuola professionale, economica o di arte indu­striale se hanno poca fortuna; infine, se si creassero giovani capaci di bastare a sé stesse l'avversa fortuna negasse loro un focolare domestico, si farebbero delle riforme utili.

Sono tempi duri, e non solo per i bisognosi che sopportano senza sosta per raggiungere infine la libertà di finire i loro giorni in un ospedale, ma anche per coloro che passano per felici.

La vita si fa ogni giorno più aspra e la lotta per l'esistenza è più strenua e difficile che mai. Solo i forti trionfano!

Che armi diamo alle nostre figlie che pure devono partecipare a questo combattimento?

Gli diamo un concetto erroneo della vita e lasciamo che facciano affidamento sul matrimonio per raggiungere un'esistenza passeggera; ma il matrimonio finisce per essere un privilegio di coloro che possiedono la dote, che è una specie di mancia che la donna dà all'uomo che le fa la grazia di portarla via dai genitori per farne una « signora ». e quelle che non hanno la dote hanno molte probabilità di non vedersi capitare chi le prenda e allora si trova nella disgraziata posizione di vecchia zitella a carico dei genitori fino a quando, invecchiate, esaurite, terminano la loro inutile esistenza nelle pratiche di una studipa devozione.

Molto meglio che banconote o titoli di reddito sarebbe la dote se l'educazione delle donne fosse diversa; se fosse formata da ciò che i te­deschi chiamano le virtù economiche o casalinghe della donna, e anche da una mentalità superiore. Ciò le permetterebbe di aiutare il marito, essere sua collaboratrice e assistente, senza pregiudicare la sua qualità di madre; questo la farebbe meno passiva, più risoluta, con il che ci guadagnerebbe indubbiamente sia come generatrice che come educatrice: in questo modo avrebbe una maternità doppia, materiale e morale. Ma « mentalità superiore, virtù economiche.... », tutto ciò viene considerato qui come astrazione, filosofica, che sta bene per iscritto o come argomento di conversazione, ma fuori dalla realtà. Resta il fatto che con ciò la « signora » non avrebbe una cameriera modernista, nè vestiti lussuosi, nè ornamenti di perle e brillanti, nè abbonamenti al teatro....; al massimo le basterebbe per otte­nere un marito fedele, figli sani e robusti e un focolare felice....

Occorre avere perso il buonsenso per non riconoscere che ciò che garantisce la costanza dell'amore, la salute dei figli e la felicità del foco­lare vale infinitamente di più che non tutti questi falsi godimenti della vanità e pertanto, perchè le nostre figlie raggiungano queste « virtù dome­stiche », questa « mentalità superiore », si impone la necessità di insegnare loro ad essere donne utili, a non contare esclusivamente sull'uomo per vivere; è giusto, poi, educarle nella dura filosofia di quel pazzo genio morto di recente, Federico Nietzsche; farle meditare su questo ùber mensch o superuomo che potrebbe essere anche una ùber frau o superdonna, perché da questa meditazione deducano la necessità dello sforzo, ma dello sforzo ininterrotto, a volte doloroso, ma giusto, stimato fino all'entusiasmo, fino alla felicità più intensamente sentita a causa proprio di questo dolore. In questo modo forse si renderanno conto bene e meglio che in altri modi dei loro doveri, doveri nuovi di valore e energia, sia che debbano fondare una famiglia, creare un focolare o lottare individualmente per assicurarsi una vita di dignità e probità morale che basti alle loro necessità e conqui­stare il rispetto di quanti costituiscono la loro sfera di azione.

Riassumendo: è necessario che le giovani smettano per sempre di essere quei preziosi ninnoli di lusso che sono dall'età di venti o venticinque anni, che si trasformano poi in esseri disgraziatamente impersonali e amorfi quando il matrimonio non le realizza, e che si dispongano a vivere una vita propria, con ciò che senz'altro potranno sviluppare in fatto di nuove e possenti energie, facendo opera utile e positivamente razionale e umana.


Ida R. SEE.




PERCHE' LA ESCUELA MODERNA NON FA ESAMI


Gli esami classici, quelli che siamo abituati a vedere alla fine dello anno scolastico e quelli che i nostri genitori tenevano in grande considera­zione, non danno nessun risultato e se lo danno,. è in senso negativo.

Questi riti, che si travestono di solennità ridicole, sembrano essere istituiti nè più nè meno che per soddisfare il morboso amor proprio dei genitori, la supina vanità e l'interesse egoista di molti insegnanti, e per provocare tormenti ai bambini prima dell'esame e, successivamente i conseguenti malesseri più o meno prematuri.

Ciò che desidera ogni genitore è che il figlio si presenti in pubblico

come uno dei tanti secchioni del collegio, vantandosi di un saggio in miniatura. Non gli importa che il figlio, per un periodo di quindici giorni o un mese, sia vittima di squisiti tormenti. Giudicando dal di fuori, si giunge alla conclusione che questi tormenti non sono tali, perché non la­sciano come traccia il benchè minimo segno nè la più insignificante cica­trice sulla pelle....

L'incoscienza che si esprime in rapporto alla natura del bambino e l'iniquità di sottoporlo a condizioni forzate perché tragga dalla debole psiche forze intellettuali, soprattutto nella sfera della memoria, impedisceai genitori di vedere che la voglia di soddisfare l'amor proprio può essere a causa, come è avvenuto ripetute volte, di infermità, di morte morale e materiale dei figli.

Alla maggioranza degli insegnanti, d'altro canto, stereotipatori di frasi fatte, inoculatori meccanici più che padri morali dell'educando, ciò che interessa negli esami è la propria personalità e la situazione econo­mica. Il loro obiettivo è quello di dimostrare ai genitori e agli altri pre­senti agli esami, che l'alunno, sotto la sua egida, sa moltissimo, che le sue conoscenze superano per estensione e qualità ciò che ci si potrebbe aspettare dai suoi scarsi anni e dal poco tempo per cui è stato nel collegio di un insegnante così esperto.

Oltre a questa miserabile vanità soddisfatta a spese della vita morale e fisica dell'alunno, si sforzano, questi maestri decisi, a strappare plausi dalla folla di genitori e altri presenti ignari di ciò che succede nella realtà dei fatti, come un'efficace pubblicità che gli garantisce il credito e il prestigio della Bottega Scolastica.

Detto francamente, siamo avversari irriducibili degli esami citati. Nel collegio tutto deve essere fatto a beneficio dello studente. Ogni atto che non consegue questo fine deve essere scartato come antitetico alla natura di un insegnamento positivo. Dagli esami non esce niente di buono, al contrario, l'alunno riceve il seme di molto male. Oltre alle infermità fisiche sopra citate, soprattutto a carico del sistema nervoso e forse al punto di una morte prematura, gli elementi morali che questo atto immo­rale definito esame avvia nella coscienza del bambino sono: la pazzesca vanità in coloro che sono stati altamente premiati; l'invidia roditrice e l'umiliazione, ostacolo a sane iniziative in coloro che sono stati zoppicanti; e negli uni e negli altri, e in tutti, gli albori di gran parte dei sentimenti che formano le matrici dell'egoismo.




UNA LEZIONE PRATICA

La ESCUELA MODERNA, proseguendo il suo programma, nel quale si alternano gite e conferenze oggettive, ha effettuato il giorno 24 l'inte­grazione a quella che ebbe luogo nel gennaio di quest'anno, relativa al

vapore e alle sue applicazioni, tenuta dal macchinista signor Luis Zurdo Olivares.

Venne effettuata con un viaggio al deposito di carri che la Compagnia Ferroviaria tiene a Sarria, al quale parteciparono gli alunni del primo anno normale, quelli del corso medio e quelli della seconda classe preparatoria, accompagnati dai rispettivi insegnanti; ogni sorta di facilitazioni venne cortesemente concessa dal direttore di detta Compagnia, il signor Koetlìtz.


Già nell'officina, tra caldaie al punto di essere montate, focolai sparsi quà e là, ruote, assi e cingoli, il conferenziere, abilmente accompa­gnato dal capo di quella dipendenza, Sig. Arias, mostrò agli alunni ciò che aveva riassunto nella sua conferenza di gennaio, e dalla formazione del vapore fino alla sua azione su pistoni, iniettori e fischi, tutto venne presentato, arrivando fino all'avviamento di 'una macchina fredda perché tutti gli alunni potessero rendersi conto delle operazioni preliminari perché la macchina d'acciaio girovaga si mettesse in marcia per sola volontà del suo creatore e signore: «l'uomo ». Non si trattennero, malgrado tra gli assistenti ci fosse un elevato numero di signorine, dal discendere nei pozzi e salire sulle piattaforme di quelle che erano sotto pressione, perché è così che si insegna la scienza.


Il viaggio risultò informativo e di grande utilità per la Scuola. Furono prese due istantanee di gruppo sui locomotori e tutti rimasero molto con­tenti della collaborazione resa dal direttore citato, capo del servizio, Sig. Arias, e tutto il personale, che si prestò con sollecitudine a mettersi a disposizione di alunni e insegnanti.