Le relazioni affettive dentro il carcere sono limitate alla sfera del sentimento
ed escludono i rapporti fisici. I colloqui sono limitati a sei ore mensili oltre
a una telefonata alla settimana. Le relazioni epistolari non hanno limiti. I
colloqui si svolgono all'interno di una saletta divisa da un muro sormontato
da un vetro.
Mario: «Io, mia figlia, me la prendo in braccio per fargli sentire che
ha un padre». Sopra il vetro passano anche baci, mezzi abbracci, strette
di mano e... tante lacrime. Adriano:«Mogli, madri e figli vivono la stessa
condanna avendo come unica colpa l'amore». Massimiliano:«Vale una
sola regola, amore e rispetto». A volte, per non coinvolgere i bambini,
si racconta del parente in ospedale o partito per un viaggio. Pino: «A
mio nipote piccolo avevo detto che facevo il muratore qui dentro ma uscendo
dal colloquio mi ha chiesto: “zio perché sei sempre in prigione?”».
I rapporti epistolari sono i più frequenti: lettere, cartoline, foto
e telegrammi. Solo le buste sono aperte dagli agenti davanti all'interessato
per controllare che non contengano nulla oltre la carta. Massimiliano: «Quando
leggo una lettera, per cinque minuti ho la testa fuori». Disegni, foto
e cartoline si attaccano poi al muro della propria cella e c'è chi accumula
nel tempo intere collezioni. Anche l'affetto per il proprio cane può
aiutare; Mario: «Mia madre non può portare i miei indumenti a casa
perché il mio cane sente l'odore e impazzisce».Un argomento a parte
è quello della riscoperta della spiritualità che sopraggiunge
attraverso una preghiera o semplicemente pensando: «Il mio corpo è
rinchiuso. Il mio spirito mai».
Fonte: articolo tratto da Replay, giornale realizzato dai detenuti del carcere di Sant'Agostino a Savona. Pubblicato su Vita il 22 dicembre 2002 a cura di Ornella Favero.