Sono una ragazza che di entrate e uscite dal carcere ne ha vissute molte, e
ogni volta in maniera diversa. Ricordo il primo ingresso, un incubo. Si parla
ancora del vecchio Campone* ed
è stato proprio lì che sono andata; mi hanno accolta due suore
che allora vivevano dentro l'istituto. Ho seguito la prassi di routine con la
“perquisa”, ma la vera accoglienza l'ho avuta da amiche che prima
di allora avevo visto solo in stato di libertà: mi sembrava come se fossi
andata a trovarle. La permanenza è durata tre anni, visitando anche altri
istituti: dal “lager” di Belluno al Grand hotel della Giudecca.
Sono uscita con l'ultimo indulto alle 18 di una vigilia di Natale. Andando a
casa mi è preso un attacco di panico.
Era buio come nelle sere d'inverno e ricordo i fari delle macchine che sembrava
mi venissero addosso. Fino ad allora avevo vissuto in un posto “protetto”
e ora dovevo attraversare una strada: quello che viene fatto automaticamente
in una situazione ordinaria, per me rappresentava una difficoltà. Anche
dentro casa tutto mi sembrava strano, in particolare i piatti di ceramica pesanti
e i bicchieri in vetro; per tutto quel tempo trascorso in carcere avevo avuto
contatto solo con oggetti in plastica o carta. Anche il territorio era cambiato,
dei campi avevano ceduto il posto a centri commerciali: questo è l'aspetto
visivo della libertà.
L'ultima volta che sono stata in carcere è durata due anni. Quando sono
uscita mi ero ormai abituata e non facevo più attenzione a nuove case
costruite o altri cambiamenti tecnologici. La solitudine, con una morsa, mi
attanagliava alla gola per l'intero primo giorno di libertà. Tutte le
amicizie che avevano riempito la mia vita in quegli anni erano rimaste in carcere.
Ero sola. Il silenzio mi faceva sempre più pensare alla mia solitudine.
Ho cercato lavoro ma avevo la sorveglianza e un brutto timbro dietro la carta
d'identità: “polizia anticrimine”. Ma chi mi poteva assumere?!
Fonte: testimonianza da Microcosmo, giornale del carcere
di Verona. Pubblicata su Vita il 31 gennaio 2003 a cura di Ornella
Favero
* Campone è la vecchia sede del carcere veronese inserito in una ex-struttura austriaca