Ogni primo maggio, nel quartiere di Kreuzberg, si ripete dal 1987 un copione consolidato. Un esercito di poliziotti viene schierato a difendere il «monopolio statale della violenza», e il quartiere reagisce contro un'occupazione vissuta come sopruso. «Andatevene», è il grido corale rivolto agli agenti in tenuta antisommossa, accompagnato dal lancio di quel che capita per le mani. Quest'anno gli incidenti sono stati molto più circoscritti del solito, ma sono inopinatamente aumentati i mandati di cattura. Se ne erano contati 38 nel 2001, 41 nel 2002, 56 nel 2003. Nel maggio scorso sono quasi raddoppiati a 97.
La linea dura era stata annunciata dall'Oberstaatsanwalt Jürgen Heinke. Il capo della sezione della procura preposta ai «reati politici» aveva promesso punizioni tempestive e pesanti. La sua squadra ha eseguito. Il che non stupisce, perché lo Staatsanwalt (avvocato dello stato) non è un magistrato indipendente, ma un funzionario «subordinato ai suoi superiori, sottoposto alla loro supervisione disciplinare e di merito, tenuto a eseguire direttive», come si legge sul sito web dell'assessorato alla giustizia del Land di Berlino. E' un modello che dovrebbe piacere a Berlusconi.
Anche l'indipendenza dei giudici è meno tutelata che in Italia. Non c'è un consiglio superiore della magistratura come organo di autogoverno. Le carriere dipendono dai ministeri della giustizia regionali. Di qui una diffusa tendenza al conformismo.
A volte i magistrati eccedono in zelo. All'avvocato Sven Lindemann è capitato di leggere la copia di un mandato di cattura, già timbrata e siglata dal cancelliere, prima che il giudice avesse avuto modo di ascoltare la sua cliente. Richieste di scarcerazione vengono respinte accampando considerazioni politiche: «Si sono nuovamente verificati eccessi di sfrenata aggressività e volontà di distruzione, che uno stato di diritto è tenuto a fronteggiare senza alcuna indulgenza».
Delle 97 persone arrestate, 65 risultavano ancora in carcere il 27 maggio. Soltanto adesso, a quasi due mesi di distanza, i detenuti in attesa di giudizio si sono ridotti a una trentina, ovvero a un terzo degli indagati, la quota «normale» negli anni passati. Le imputazioni sono uguali per tutti: lancio di «oggetti» all'indirizzo della polizia che configurerebbe i reati di manifestazione sediziosa, resistenza e tentate lesioni. La carcerazione preventiva dovrebbe servire solo a assicurare lo svolgimento del processo, qualora si tema la fuga dell'indagato, l'inquinamento delle prove, o la ripetizione dei reati. «Se la carcerazione preventiva fosse usata come anticipo della pena, sarebbe un abuso gravissimo», osserva l'avvocato Stefan König, presidente dell'associazione dei penalisti berlinesi. E' quanto sta succedendo.
Tra quanti ne hanno fatto le spese c'è anche un collaboratore de il manifesto, Marcello Anselmo. Ricercatore 26enne, è a Berlino con una borsa di studio per preparare una tesi di dottorato sulla Rdt. Era a Kreuzberg per scrivere un reportage su quel quartiere, e ha commesso un errore: vedendo una truppa di poliziotti avanzare si è messo a correre in direzione opposta.
L'agente che lo ha inseguito e catturato lo accusa di aver lanciato una bottiglia, in circostanze tali per cui a Marcello - che nega di aver tirato alcunché - sarebbe riuscito un lancio record di oltre 50 metri. Nonostante la borsa di studio lo impegni a ricerche d'archivio a Berlino, dove è domiciliato, ci si è a ostinati a ipotizzare un suo «pericolo di fuga». Marcello è uscito dal carcere solo il 22 giugno, dietro versamento di una cauzione di 10mila euro e con l'obbligo di presentarsi al commissariato due volte a settimana. Fatica a capire cosa gli è piombato addosso: «Se l'avessi tirata, quella bottiglia, avrei potuto darmene una ragione. Ma sette settimane e due giorni di carcere per nulla sono un'esperienza incredibile».