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Nuove città: la paura non paga

il manifesto, 19 maggio 2004

A Napoli si apre la riflessione sulla politica della (in)sicurezza.

La conseguenza urbana più evidente della paura è nella creazione di spazi di interdizione, luoghi in cui immigrati, zingari o soggetti vissuti come disturbatori vengono separati dalle maggioranze Alessandro Dal Lago Con l'eccezione delle forme di panico nelle campagne che precedettero la rivoluzione francese, la paura è un fenomeno tipicamente contemporaneo, in quanto urbano e oggi soprattutto mediale. Urbano, perché la città ne è lo scenario ideale - con le folle che vi si muovono, le innumerevoli interazioni, gli alieni che vi trovano facilmente l'invisibilità -, e mediale, perché la comunicazione - stampa locale e nazionale, radio e soprattutto televisione - ne è il canale privilegiato. La paura è così diventata il discorso privilegiato della città e della società in generale. Discorso significa qui essenzialmente tautologia. Come Goffman aveva notato più di 20 anni fa, basta che la paura sia enunciata perché divenga reale - o meglio perché la sua realtà sia indiscutibile. La paura è stata il discorso dominante degli anni '90, a partire dalla costituzione dei comitati di quartiere «sicuritari» e si avvia a divenire quello prevalente nell'epoca del terrorismo e dell'antiterrorismo globali. La differenza è che il primo tipo esprimeva la voce strozzata di una società urbana frustrata ed esclusa dalla politica, mentre la seconda sta diventando rumore di fondo globale, risorsa retorica e politica per la ristrutturazione del dominio. La paura urbana locale produce tutt'al più retorica della sicurezza e forme illusorie di auto-protezione (il poliziotto di quartiere, la guardia privata nei supermercati, la comunità protetta, le telecamere agli angoli delle strade o nelle scuole). La paura globale, invece, dissolve la pretesa che possano esistere spazi protetti. Le torri gemelle, le discoteche di Bali, le stazioni di Madrid, i teatri di Mosca, le ambasciate e le residenze degli occidentali in mezzo mondo sono violabili senza alcuna possibilità di protezione. Se anche il resto del mondo fosse abbandonato, le città occidentali resterebbero indifendibili. E, d'altra parte, la guerra preventiva scatenata da Bush il piccolo non fa, paradossalmente, che aumentare i rischi di interferenza e di pericolo, andando a suscitare le reazioni al dominio dell'occidente laddove tutto taceva, come nell'incolpevole Iraq.

Questo è lo scenario che viene chiamato in causa dal numero 2 di «Ventre .- la rinascita dell'architettura», in cui il tema delle attuali trasformazioni urbane si intreccia con quello della paura come risorsa mediale e politica fondamentale. Sociologi, urbanisti, criminologi e architetti si interrogano su questo connubio. Tra gli altri, Antonello Petrillo, Maurizio Zanardi, Salvatore Palidda e Vincenzo Ruggiero riflettono, rispettivamente, sulla dislocazione dell'economia globale rispetto alla città, sulla dialettica politica all'opera nelle trasformazioni sicuritarie della città, su casi emblematici come Milano, sulla miopia delle analisi sicuritarie rispetto ai reati meno visibili (come quelli economici). Varrebbe la pena soffermarsi, più di quanto sia possibile nello spazio di una recensione, anche sugli altri contributi in cui singoli aspetti della paranoizzazione della città vengono elaborati alla luce di trasformazioni sempre più incessanti. Valga per tutti il testo di Z. Bauman su una delle forme più recenti di urbanistica della paura, cioè la creazione di spazi di interdizione, luoghi in cui immigrati, zingari o semplicemente soggetti vissuti come disturbatori vengono separati dalle maggioranze.

La recinzione diviene così non solo privilegio delle minoranze (la Super Cannes di Ballard) ma effetto di una politica di maggioranza. Il lazzaretto è la nuova utopia di una società ossessionata non solo dalla differenza o dall'estraneità, ma da rumori, colori o odori vissuti indistintamente come minacce. Potrebbe ritornare il giorno dei passaporti interni, solo perché una comunità locale (magari in nome dell'autonomia politica, del campanilismo sfrenato che si annida in ogni deriva federalista) decide di non ammettere più nella sua cinta chi non è nato, non vive o semplicemente non piace al suo interno. Eppure, ho l'impressione che la diagnosi di una progressiva destrutturazione o implosione dello spazio urbano colga solo un aspetto del problema. In una battuta, potremmo dire che l'emergere della paura negli anni `90 - come risposta alla presenza nelle città, prima simbolica e poi reale, degli stranieri - sia stata il sintomo di un'impotenza in primo luogo spaziale davanti all'irrompere della globalità. Di colpo, gli spazi rassicuranti dell'esistenza quotidiana venivano minacciati, in termini cognitivi, dalla presenza della lontananza. Mentre le minoranze privilegiate globali, da sempre abituate a percorrere il mondo senza vederlo (turisti, manager, giornalisti, ricercatori, e così via) potevano fare spallucce, e tutt'al più rifugiarsi nelle loro enclaves più o meno protette, era il cittadino comune, quello che al massimo vive l'esotismo per due settimane di ferie all'anno, a subire il cambiamento dello scenario urbano. Di conseguenza, la reazione sicuritaria era soprattutto populista (anche se incoraggiata da qualche intellettuale o sociologo sconsiderato) e si esprimeva nell'utopia di allontanare le presenze sgradite o semplicemente aliene. «Ti aiuto solo se torni a casa tua!» è stato il messaggio agli stranieri di Alain de Benoist e della Lega, della legge Turco- Napolitano e della Bossi-Fini, come oggi è di Huntington. «Il criminale torni nello spazio che gli è proprio», cioè la galera, è il messaggio che unisce le politiche della tolleranza zero del centro-sinistra o del centro-destra. Ma si tratta, appunto, di un'utopia. La guerra globale, reale o virtuale, punitiva o preventiva, non può essere combattuta senza unificare il globo. Le imprese di mezzo mondo vanno a caccia di contratti nei paesi «bonificati». La privatizzazione della guerra fa muovere dietro gli eserciti gli imprenditori del Texas, così come migliaia di imprenditori del Veneto si sono dislocati in Albania, Bosnia e Kosovo. Non solo i marines e gli uomini della Delta Force, ma anche gli occhialuti riservisti e le guardie nazionali dell'Idaho o i secondini della Virginia vengono scaraventati per le vie di Baghdad o di Najaf. I buttafuori delle discoteche si improvvisano mercenari. I lagunari, i carabinieri e i bersaglieri vanno a combattere per le vie di Nassirya. In queste condizioni, le nostre piccolissime patrie sono esposte a contraccolpi imprevedibili e impensabili.

La pace, che fino a ieri era un sogno o uno slogan delle minoranze, diviene impellente per impedire che il figlio del tuo vicino di casa torni in una bara, coperta dalla bandiera a stelle e strisce o dal tricolore. I genitori dei caduti sbugiardano i governi guerrafondai, esattamente come all'epoca della guerra del Vietnam, ma questa volta in mezzo mondo e anche da noi. Sottoposte a minacce che non provengono tanto da minoranze si poveri o stranieri presenti tra noi, trattati come come pariah, ma dal modo in cui i nostri governi agiscono sulla scena globale, le maggioranze cominciano a porsi qualche problema, o comunque a muoversi in spazi mentali diversi. Non si spiegherebbe altrimenti l'incredibile impopolarità della guerra in Iraq, che in alcuni paesi occidentali coinvolti tocca il 70% e in altri, tradizionalmente patriottici come l'Inghilterra, supera abbondantemente il 60, minacciando la rielezione dei signorucoli della guerra come Bush, Blair e Berlusconi. Insomma, la globalizzazione comincia a macinare anche chi pretendeva di cavalcarla. La paura globale produce semplicemente guerre e finisce per ritorcersi contro i grandi manipolatori. Chiunque capisce (oggi anche negli Usa) che le guerre per la sicurezza globale lanciate dal Bush il piccolo hanno prodotto più guai di quanto potessero prevenirne.

E ciò probabilmente porterà la destra sicuritaria al potere in mezzo occidente (Bush, Berlusconi, Blair, ecc.) a riprendere la strada più modesta e praticabile delle ossessioni urbane. S. P. Huntington, l'Oriana Fallaci della politologia, ha dichiarato recentemente che la guerra in Iraq è stata una follia - dopo averla fondata sul piano teorico nei primi anni `90 con la sciagurata tesi dello scontro di civiltà - e ha rilanciato la tesi delle invasioni islamiche come minaccia incombente per l'umanità civile e per l'Europa. Se mai la guerra in Iraq terminerà, il nemico pubblico è a portata di mano e il ciclo della paranoia urbana potrà ricominciare con rischi minori per chi lo sfrutta. Ma si tratta di vedere se questo programma di manipolazione sarà efficace. Io non ne sono del tutto convinto. La guerra, che oggi possiamo considerare un fattore costituente della politica globale, ha fatto cadere, nel corso del XX secolo, quasi tutti i regimi che l'avevano scatenata. E non si vede perché ciò non valga anche nel caso dei nuovi regimi che accoppiano liberismo economico e sete di sangue.