Sarà più facile che si fondi uno stato palestinese piuttosto che nel carcere di Civitavecchia siano introdotte le terapie per la tossicodipendenza. Tempo fa avevo fatto un esposto alle autorità sanitarie dell'ASL competente e ai direttori del carcere perché un nostro paziente, capitato per sfortuna in quel carcere, era stato deprivato della sua terapia in modo istantaneo, e quindi sottoposto a ben comprensibili sofferenze. L'esposto cadde nel nulla. Poi in quel carcere si verificarono due morti per overdose da eroina. Allora la direzione sanitaria dell'ASL mi ha contattato ed invitato a partecipare ad una riunione nella quale si sarebbe affrontato il problema dell'introduzione nel carcere delle terapie per la TD. Ci sono dunque andato pieno di speranza. Ma, come primo intervento, uno dei direttori del carcere parte anticipando che lui non ha mai consentito al metadone di entrare nel carcere, e che non lo consentirà mai perché ciò comporterebbe degli adempimenti secondo lui, ingestibili, come la tenuta del registro di carico e scarico. Io mi tengo stretto alla sedia ed aspetto il mio turno con estrema difficoltà, ma ce la faccio. Quando mi tocca, non faccio altro che leggere ciò che prescrivono le leggi, a partire dall'art. 96 della 309/90, e il primo della 230/99, laddove si stabilisce che il tossicodipendente detenuto ha diritto alle stesse prestazioni di cura e di assistenza di quelli non detenuti. Leggo poi la circolare interministeriale applicativa, e sostengo che, in linea di diritto, i direttori delle carceri sono tenuti ad applicare la legge e non hanno alcun diritto di escludere dal loro istituto alcuna modalità terapeutica prevista per i tossicodipendenti. Gelo assoluto. Un altro direttore, una donna, miagola "ma i giuristi siamo noi!!!". Ed alla seconda di queste smiagolate io ribatto "allora perché non applicate le leggi??" E finalmente tace. Ma ecco la soluzione.
La porge il dott. Scarlato, direttore SERT. "Non ci sono problemi" dice "se un paziente in carcere sta male perché gli manca il metadone, oggi abbiamo una soluzione: gli diamo il subutex e la questione è risolta." Io non ho nulla contro il subutex, ma obietto che nel carcere devono essere messe a disposizione TUTTE le modalità terapeutiche, specialmente, ma non solo, per la continuità con piani precedenti, e non solo alcune. Ed in più, alcune non possono essere considerate sostitutive di altre, solo perché il direttore del carcere non le vuole organizzare. Poi aggiungo che i direttori del carcere, come tali, per quanto riguarda le caratteristiche, l'efficacia e la sicurezza di una cura o di un'altra, hanno diritto alla loro ignoranza. Il problema è il medico. Sono i medici che dovrebbero, in linea di scienza e di coscenza, praticare le terapie corrette ai tossicodipendenti, al posto delle ingenti batterie di psicofarmaci che distribuiscono con estrema leggerezza e che non possono sottrarre una terapia già prescritta da altro medico senza lo specifico consenso del paziente. Si offendono. Uno di loro, che riconosco come quello che ha torturato il nostro assistito ed amico, afferma che lui in pochi giorni risolve il problema che i medici di fuori non riescono a risolvere in anni. Gli giungono soggetti che assumono il metadone da anni e lui glie lo leva in modo semplicissimo e tout court. E tutti lo ringraziano. Metto allora in dubbio la correttezza e la preparazione di quel medico. Aggiungo "potrebbe essere un'ottima soluzione anche per i diabetici". Continua ad offendersi. Poi cominciano le dottoresse. Vogliono mediare. "Facciamo almeno un primo passo. Vediamo se veramente c'è bisogno di "questo" metadone in qualche caso o se si può fare anche altrimenti". Io chiedo allora perché l'applicazione di leggi e disposizioni che contengono specifici diritti di soggetti socialmente deboli debbano essere "mediate". Insisto che un soggetto che giunge al carcere con la sua cura, metadone, subutex o altro che sia, e che intende mantenerla, ha il diritto di farlo e nessun medico può sottrargli una terapia senza il suo consenso specifico. Se lo fa, questo medico è da essere posto in discussione, prima di tutto per la violazione della legge, per l'abuso, poi per la disattenzione al codice deontologico, ed in ultimo, per la sua sottomissione all'ignoranza, al pregiudizio e alla disinformazione. Ma la discussione diventa difficile ed io concludo dicendo che in fondo, il carcere è il loro, anche il SERT è il loro, e se loro vogliono restare al di fuori della legge, sono fatti e reponsabilità loro. Il problema, per quanto mi riguarda, dovrebbe essere risolto a livello di magistratura, la quale, a mio parere, dovrebbe anche indagare sul come mai quelle due ragazze morte di overdose erano del tutto prive di intervento specifico per la loro tossicodipendenza e si sono iniettate eroina in assenza di tolleranza e di protezione. Come sono giunte in carcere? Erano o no in cura presso qualche servizio. Che tipo di cura? È stata questa cura sottratta come regolarmente si fa in quel carcere? Non solo, quindi, come e chi ha fatto entrare l'eroina, ma anche perché. Non hanno voluto parlare dei due casi. "C'è la magistratura che indaga". Né volevano parlare di ciò che è successo al nostro paziente. Allora ho tirato fuori le lettere che ho ricevuto per dimostrare quanto quel medico, che al telefono mi diceva che il paziente stava bene, in realtà lo aveva sottoposto a sofferenze inumane ed inutili. "Lei crede a quella gente lì? A gente che ruba, che ammazzerebbe la madre?" Mi comincia a ribollire il sangue. Si esce. Il medico insiste "non gli ho fatto niente, non è nemmeno morto!!!" Allora non ci ho visto più e glie ne ho dette tante e tali, che mi immaginavo una reazione. Ma la provocazione mi ha fatto capire meglio. È diventato pallido. Si trattava, evidentemente, e si tratta di una persona capace di approfittarsi solo della povera gente in difficoltà. E hanno dovuto trascinarmi via. Io credo che alla prossima riunione non mi inviteranno.