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Bologna, contro il Cpt gli alieni e gli "italieni"

Alex Sarr e Daniele Barbieri

Migranews, 2 febbraio 2004

"C'è una ferita aperta, da tre anni, in questa città. È un lager etnico dove il diritto è sospeso solo per i migranti. Lo abbiamo invaso 4 volte per rompere il silenzio e finalmente qualcuno reagisce; Cofferati, che è candidato sindaco, ha detto una parola chiara, cioè che bisogna superare il Cpt". È il vocione di Gianmarco De Petri, uno dei protagonisti di queste 4 invasioni, a dare il via al corteo. E dal camion dei Disobbedienti per tre ore musiche di ogni tipo si alterneranno a spiegazioni e racconti, necessari perché a Bologna molti non sanno cosa si cela dietro quella sigla e un nome (Centri permanenza temporanea) tanto anonimo.

Non mollerà il microfono per un attimo il rumeno Costi che propone appelli, dati e racconti circostanziati. Racconta di case sfitte, di affitti negati o "al nero" per chi è straniero. Spiega che la legge Bossi-Fini non serve per la sicurezza ma solo per costringere i lavoratori ad accettare paghe più basse. Si fa ben capire Costi, anche se ogni frase inizia con quel buffo "italieni". Alla fine del corteo, con voce roca, ci racconta: "Sono arrivato nel 2001, ho sempre lavorato da edile. In nero e tante volte fregato, non avevo il coraggio di denunciare il padrone. Ho abitato sempre in baracche fredde, a Bologna non si trova casa. Nel settembre 2002 sul lungo Reno, vicino a Borgo Panigale, la polizia ha sgomberato e distrutto le baracche dove vivevano molti immigrati. Ma gli avvocati ci hanno aiutato e molti di noi si sono messi in regola. Da un anno e mezzo abbiamo occupato, con l'aiuto di italiani solidali, lo scalo in via Casarini. La trattativa va avanti. Siamo quasi 150 e ci sono molti minori soli che, invece di finire chissà dove, da noi stanno studiando e formandosi con l'aiuto di bravissimi assistenti sociali. Finalmente abbiamo avuto la luce ma ancora niente riscaldamento, un disastro per i bambini piccoli". Altri aggiungono - in un italiano ancora stentatissimo perché solo ora hanno cominciato a studiarlo - che "allo scalo canarini abbiamo ottenuto un anno di affitto gratis, poi si vedrà. I capi-famiglia in regola hanno potuto portare i parenti stretti". C'è anche spazio per scherzare: "Lui conosce solo tre parole d'italiano, vuoi che te le dica?". Sorridendo il complice della battuta scandisce: "Chiudere subito Cpt".

Dietro un piccolo striscione ci sono un rumeno e un ivoriano ("niente nomi, per favore, è un brutto momento") contenti ma esitanti. "Ancora non basta. La musica va bene ma oggi servirebbe più parlare. Quando diciamo in giro cosa davvero sono i Cpt e quanta gente ci finisce dentro senza che un giudice li veda, fra gli italiani la reazione più forte è di incredulità".

Una delle (non molte) immigrate presenti commenta: "Bel corteo ma ci sono poche donne e anche i volantini, i comizi parlano troppo di lavoratori soltanto al maschile. Ma i dati non dicono che il 48 per cento dell'immigrazione è femminile? Perché tanto spesso veniamo messe in secondo piano o dimenticate?".

Due file di persone incatenate. Prima un gruppo di uomini e di ragazzi, poi una fila di donne: In mezzo a rumene, albanesi e rom hanno voluto esserci, con quelle simboliche catene ai polsi, anche due bolognesi elette al Parlamento: Titti De Simone (Rifondazione) e Katia Zanotti (Ds).

Proprio "Le catene del nuovo millennio" si intitola il lungo testo poetico che ha convocato la manifestazione e che inizia così:

"Vive vicino a noi ma non lo vediamo mai vive dentro una fortezza di cemento e filo spinato. Abita dentro una stanza chiusa. E non ne esce mai. Mangia spesso per terra. Perché non ha tavolo né sedie. Non lavora, non cammina, non fa la spesa e non va al cinema. Dorme quasi sempre, perché insieme al cibo mangia sonniferi, anche se non è insonne, mangia antiepilettici anche se non è epilettico, antipsicotici anche se non è psicotico. Non ha idea di quale sarà il suo futuro. Spesso viene picchiato dai suoi carcerieri. A volte cerca di uccidersi. È rinchiuso ma non ha commesso reati".

Il nigeriano Surgg Ufiegba e il senegalese Omar Diallo fanno parte di "M-21" (la sigla rimanda al 21 marzo, giornata internazionale contro il razzismo): "Abbiamo deciso da Treviso di venir qui perché Torino era troppo lontana. Forse sapete che a Treviso ci sono 50 mila immigrati: il lavoro è tanto però mancano le case e i leghisti. beh ci vorrebbero trattare da bestie" Nel dialogo si inseriscono anche l'italiano Sergio e il senegalese Souleiman: "Tutti i Cpt devono chiudere, non c'è dubbio: rinchiudere le persone così è la negazione di ogni civiltà, di ogni idea di cittadinanza. Molti di noi, venuti in Italia per lavorare, sono diventati clandestini per forza. Ma è folle identificare i criminali con chi non ha un visto in regola. Non bisogna stancarsi di ripetere ai tanti che non lo sanno: molte persone finiscono nei Cpt senza aver commesso reati ma solamente perché sono venuti qui in cerca di una vita migliore. A livello europeo è una battaglia decisiva di civiltà".

Alcuni senegalesi vendono i libri anti-razzisti delle edizioni dell'Arco (02 58113325, gruppocome@tiscalinet.it ). Uno di loro commenta: "Bel corteo. Sì, mi piace questo lavoro, non è come vendere accendini o fazzoletti. È con un certo orgoglio che chiedo alla gente se vuole comprare Mine anti-uomo con le poesie degli scrittori senegalesi. Ormai questi libri sono conosciuti e c'è persino chi viene a chiedermi se ho ancora una copia di Imbarazzismi (di Kossi Komla-Ebri) perché vuole leggerlo ai suoi studenti".

Dopo la Prefettura e piazza Maggiore (una prima volta, poi ci si tornerà alla fine), il corteo sfiora via Marsili dove c'è la sede della Croce rossa. La quale resta "sotto processo" dopo tre distinte denunce che l'accusano di essere correa (o complice) nell'aver fornito barbiturici, senza visite mediche, ai cosiddetti ospiti del Cpt bolognese. Qui si urla "Vergogna" mentre un anonimo spray scrive "La vostra Croce è rossa perché sporca di sangue".

Molti avvocati e docenti di diritto nel corteo. Vincenzo Scalia (di "Antigone-Bologna") è garbatamente polemico: "Erano palesi il fallimento e l'iniquità della legge Turco-Napolitano, che istituiva i Cpt, anche prima che arrivasse il governo di destra. Speriamo che queste manifestazioni bastino per convincere il centro-sinistra a mutar rotta".

Sul fronte istituzionale sono arrivate, nelle ultime ore, una novità e una significativa conferma. Di nuovo c'è la proposta di Sergio Lo Giudice (consigliere comunale Ds) che anche Bologna si doti, come ha fatto Roma, di "un garante dei diritti delle persone private della libertà personale". Di antico è lo strano silenzio su quante persone passino dal Cpt bolognese. Non sono riuscite ad avere i numeri precisi neppure le parlamentari De Simone e Zanotti ed è andato a vuoto anche l'interessamento di Gianluca Borghi, assessore regionale alle Politiche sociali, che il 30 gennaio ha dichiarato: "Nessuna risposta. Neanche il governo dà segni di vita, eppure è un anno che abbiamo presentato il progetto sul Cpt".

Il corteo scandisce "Siamo tutti clandestini" e subito dopo "Siamo tutti cittadini". Sembrerebbe un corto circuito logico ma una coppia "mista" (emiliana lei, congolese lui) commenta: "È proprio giusto così. Tante volte abbiamo urlato, in segno di solidarietà, siamo tutti zapatisti, siamo tutti ebrei oppure siamo tutti palestinesi. Se non si riconosce il diritto di cittadinanza a ogni essere umano, allora anche chi ne può godere deve sentire l'obbligo morale di dichiararsi clandestino. O tutti o nessuno. È un principio minimo di eguaglianza, no?".

Alla fine del corteo, una valutazione di Valerio Monteventi che è consigliere comunale di Rifondazione ma soprattutto portavoce del Bsf (Bologna Social Forum): "È andata molto bene. A un certo punto c'erano in corteo 10 mila persone, meglio del previsto. Significa che le iniziative fatte giorno per giorno servono. Siamo contenti che il fronte si allarghi; questa lotta così importante non deve riguardare solo il movimento. È stato giusto fare una manifestazione a Bologna, anziché andare agli appuntamenti previsti a Torino e altrove; perché dentro questa battaglia, che è europea, bisogna muoversi e vincersi su specifici territori, molto diversi fra loro. Noi continuiamo anche a scovare e denunciare quanti appartamenti sfitti, oppure finanziati e non completati, esistono in città: potrebbero placare molta della fame di case non solo per migranti ma anche per studenti fuori sede e lavoratori bolognesi buttati fuori dal vecchio centro. E poi bisognerebbe rifare come 30 anni fa quando, grazie all'urbanista Pierluigi Cervellati, si ristrutturarono e valorizzarono le vecchie case senza cacciare nessuno".

Ma ai lati del corteo, tra gli infreddoliti bolognesi "qualunque", si capisce cosa vuole questo lungo corteo? Sì, secondo Pino dei Cobas. È un insegnante noto a Bologna come "angoscia" per i suoi lunghissimi quanto dotti interventi. Ma lui stavolta smentisce il soprannome (che in realtà usa ormai come un vezzo) e per tre ore non ha quasi parlato. Invece si aggirava ai lati del corteo sventolando un'enorme mappa dove erano indicati tutti i Cpt in Europa (chi fosse interessato a vederla la può scaricare dal sito helsinki@mail.datanet.hu ). "Non ho trovato chi si sia rifiutato di vederla. E parecchi sono rimasti impressionati" spiega: "Molti sapevano e solo una donna ha chiesto se fossero centri di prima accoglienza. Un paio di persone hanno notato che anche la piccola e bella Malta è ormai un'enorme prigione, come per punire quelli che si salvano dai naufragi".

Forse la realtà è, nel suo insieme, un po' meno rosea di come l'ha vista Pino. E c'è anche posto per un episodio, che forse piacerebbe al vignettista Altan. Quando in piazza Maggiore di nuovo tanti scandiscono "Siamo tutti clandestini", sotto i portici un bimbo tira la giacca al suo babbo per chiedergli "Papà che vuol dire clandestino?". Lui (tremolante e forse non di solo freddo) risponde con una frase di ghiaccio: "Non lo so, però tu affretta il passo".