Perché avete scelto di intitolare il vostro ultimo libro Nella
città di Erech?
La città di Erech fa parte delle storie più antiche del mondo
e risale al IV millennio A. C. (si può leggere a tale proposito il bel
libro di Gaster T.H. Le più antiche storie del mondo) e racconta la lotta
tra il re Gilgamesh, per metà uomo e per metà dio, ed Enkidu,
selvaggio come un animale perché mai entrato nella città. Questo
mito-archetipo della città di Erech racconta un dispositivo di inclusione/esclusione
originario della nostra civiltà e tuttora operante: al di qua del muro
della città gli inclusi, al di là del muro gli esclusi.
Inclusi ed esclusi non si trovano su un piano orizzontale, bensì in un
rapporto di potere gerarchizzato che de-umanizza gli esclusi, tanto che Enkidu
è un selvaggio escluso dalla specie. Nel dispositivo di inclusione/esclusione
sono coinvolti anche gli inclusi perché nel processo di adattamento e
conformizzazione alle istituzioni ordinarie che caratterizzano la città
essi devono aderire a codici omologanti e costruire identità di adattamento
a questi codici e così facendo sacrificano altre componenti identitarie
che vengono messe da parte. L'identità di adattamento sacrifica infatti
la vastità identitaria di cui tutti noi siamo fatti. Questa dinamica
adattativa che noi tutti viviamo è all'origine del malessere della vita
quotidiana, quello che noi chiamiamo il malessere della normalità.
Quale percorso di ricerca precede questo libro?
Nella città di Erech si colloca all'interno di un lavoro di ricerca avviato
già dall'inizio degli anni 80. Nel 1990, dopo un decennio di attività
di ricerca, insieme a Renato Curcio e Stefano Petrelli scrivemmo Nel bosco di
Bistorco. All'epoca eravamo tutti e tre, a tutti gli effetti dentro un'istituzione
totale che era il carcere.
Nel bosco di Bistorco si interrogava sui dispositivi relazionali tipici delle
istituzioni totali e sulle risposte e risorse vitali che le persone mettono
in atto per non morire e rispondere ai dispositivi mortificanti dell'istituzione
totale. Ci interrogavamo con quel libro sull'esperienza che noi stessi stavamo
vivendo dentro l'istituzione totale, diventando partecipanti-osservatori del
contesto in cui ci trovavamo. Questa operazione di partecipazione-osservazione
dell'istituzione totale vanta peraltro una tradizione diffusa e illustre tra
le persone rinchiuse nei campi di concentramento e nei manicomi che hanno maturato
un'esperienza di dissociazione di presenza a quel contesto, ovvero mentre una
parte della persona vive un'esperienza di sofferenza, un'altra parte osserva
se stessa e gli altri che come lei vivono e rispondono a quel contesto di sofferenza.
Questo lavoro di documentazione e osservazione su noi stessi ha portato al nostro
primo libro Nel bosco di Bistorco che fonda la nostra ricerca sull'esperienza
umana nelle istituzioni totali e sulle risposte vitali ai loro dispositivi mortificanti.
Insieme a questo libro abbiamo fatto nascere la cooperativa Sensibili alle foglie
e la linea editoriale che continua questo lavoro di raccolta di documentazione.
Contemporaneamente nasce anche l'Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata
che oggi raccoglie oltre cinquecento opere (dipinti, disegni, manoscritti) per
un totale di cento autori.
Nella città di Erech estende la vostra analisi alle istituzioni
ordinarie, quali differenze e quali analogie ci sono tra queste e le istituzioni
totali?
Per istituzioni totali intendiamo il carcere, il manicomio, l'ospedale psichiatrico
giudiziario, i campi di concentramento; quando invece parliamo di istituzioni
ordinarie facciamo riferimento alla scuola, alla famiglia, alle istituzioni
ospedaliere e sanitarie e più in generale alle istituzioni delle relazioni
sociali che governano la nostra vita.
La nozione di istituzione totale risale al sociologo americano Ervin Goffman,
autore di Asylums in cui afferma che: "Uno degli aspetti fondamentali della
società moderna è che l'uomo tende a dormire, a divertirsi e a
lavorare in luoghi diversi, con compagni diversi, sotto diverse autorità
e senza alcuno schema razionale di carattere globale". La caratteristica
principale delle istituzioni totali per Goffman è la rottura delle barriere
che abitualmente separano le tre sfere principali della vita di ogni individuo:
la famiglia, il lavoro, il divertimento.
Altri ricercatori - Michel Foucault e Franco Basaglia in particolare - hanno
successivamente messo in evidenza un dispositivo disciplinare e di potere che
unifica alla radice quelle "sfere della vita". Foucault, ad esempio,
enfatizza il potere disciplinare, vale a dire quell'insieme di pratiche e di
conoscenze orientate sugli individui allo scopo di renderli conformi a determinati
codici di comportamento. Un potere distribuito ed articolato in tutte le istituzioni,
dalla famiglia alla scuola, dal lavoro alla prigione e al manicomio. Soprattutto
un potere che lavora per indurre in tutte le persone che ricadono sotto il suo
dominio una forte interiorizzazione o internalizzazione di valori, modelli identitari,
contenuti di significato riferibili alla normalità e che tratta gli incorreggibili
per recuperarli alla conformità, per rinormalizzarli.
Basaglia articola ulteriormente questo sguardo e mette al centro della sua riflessione
la divisione dei ruoli e la relazione di potere che ad essa corrisponde. Secondo
Basaglia "Famiglia, scuola, fabbrica, università, ospedale, sono
istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: la divisione del lavoro
(servo e signore, maestro e scolaro, datore di lavoro e lavoratore, medico e
malato, organizzatore e organizzato). Ciò significa che quello che caratterizza
le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne
ha. Dal che si può ancora dedurre che la suddivisione dei ruoli è
il rapporto di sopraffazione e violenza fra potere e non potere, che si tramuta
nell'esclusione da parte del potere, del non potere; la violenza e l'esclusione
sono alla base di ogni rapporto che s'instauri nella nostra società".
La differenza tra le istituzioni ordinarie e le istituzioni totali consiste
allora nel fatto che nelle istituzioni considerate ordinarie (famiglia, scuola,
azienda, banche, partiti, ospedali, centri sociali, ecc.) la dialettica istituente/istituito
prevede per tutti gli attori della relazione la possibilità di esercitare
una azione istituente in conflitto con l'istituto. Nelle micro-dimensioni, nelle
dinamiche molecolari, gli attori che subiscono le torsioni esercitate da chi
si erge a guardiano dell'istituito possono opporre azioni che istituiscono processi
avversativi alla richiesta correzionale o di conformazione: processi di istituzionalizzazione.
Le istituzioni ordinarie mantengono dunque un certo grado di elasticità
e porosità in modo tale da non escludere, almeno potenzialmente, un esito
trasformativo dell'azione dell'istituente ordinario.
Nelle istituzioni totali viceversa, questo orizzonte che ammette mutamenti non
è affatto presente. Processi avversativi ordinari alle richieste di correzione,
adeguamento e rinormalizzazione che i guardiani dell'istituito impongono hanno
scarsissime possibilità di decollare per via ordinaria. Se una trasformazione
qualitativa essenziale può prodursi essa, in genere, dipende da istituenti
straordinari (movimenti sociali, rivoluzioni, ecc.) che investono con la loro
azione collettiva le macrodimensioni della formazione sociale.
Le istituzioni totali in cui si viene rinchiusi contro la propria volontà
- ergastolo, manicomio giudiziario, carcere, ospedale psichiatrico, campo di
concentramento - hanno la caratteristica di esercitare un controllo assoluto
dello spazio, del tempo (presente e futuro), della quantità e della qualità
delle relazioni che può vivere la persona internata. Sono anelastiche
e non porose. La relazione tra gli attori che le fanno vivere è gerarchica,
unidirezionale, intransitiva e resistente ad ogni dialettica ordinaria. Esercitano
costitutivamente una torsione relazionale mortificante sull'attore recluso.
Oltre agli effetti sulle persone che si trovano all'interno, come si
pongono le istituzioni nei confronti della società nel suo complesso?
Verso l'esterno istituzioni ordinarie e totali agiscono creando il bisogno di
sé. La salvaguardia dell'istituzione viene garantita dal mito che l'istituzione
riesce a creare di se stessa, indicando i valori su cui si fonda, e dalla capacità
di creare nella società la percezione di una carenza di questi valori.
A fondamento della legittimazione delle istituzioni, sia ordinarie che totali,
nella società occidentale, almeno a partire dal XVIII secolo e dai suoi
ottimismi illuministi, sta la nozione di trattamento che ha come suo orizzonte
il controllo. L'esistenza delle istituzioni e della loro azione è giustificata
dallo scopo trattamentale che esse perseguono. Famiglia e scuola si occupano
del trattamento educativo; ospedali e centri psichiatrici svolgono un trattamento
di tipo terapeutico; carcere e manicomio hanno lo scopo di esercitare trattamento
rinormalizzante e risocializzante. L'azione trattamentale opera per indurre
una forte interiorizzazione del mito identitario, dei valori, dei modelli, dei
contenuti di significato, riferibili alla normalità. Essa si considera
ben riuscita quando il controllato si è trasformato in un buon controllore
di se stesso.
Accanto al modello trattamentale, negli ultimi scorci del 900 - a partire dagli
anni '70 e segnatamente negli anni '90 - si afferma un orientamento del controllo
sociale, che, da un termine della matematica applicata alle assicurazioni, viene
definito attuariale. Le categorie sociali riferite a quest'area (immigrati,
nomadi, consumatori di droghe illegali) essendo sempre più considerate
fonti potenziali di rischio criminale soggiacciono a strategie intese a neutralizzarle
preventivamente. La differenza specifica rispetto al modello trattamentale consiste
nel fatto che il primo coltiva l'utopia della rinormalizzazione dei soggetti
devianti, mentre il modello attuariale sposta l'attenzione dai soggetti singoli
alle categorie di soggetti classificando queste ultime secondo le potenzialità
di rischio che vengono ad esse attribuite. Le istituzioni che incarnano il controllo
attuariale sono i centri di permanenza temporanea per stranieri irregolari,
i campi nomadi, le comunità terapeutiche chiuse e altri raccoglitori
per persone povere, anziane, con handicap, con lunghe detenzioni manicomiali
alle spalle, i circuiti per "nuovi cronici". Nonostante la novità
delle categorie sociali e dei luoghi istituzionali cui viene applicato il modello
attuariale rimanda alla stagionata nozione di "pericolosità sociale"
che è stata a fondamento delle reclusioni senza reato nei campi di concentramento
ad ovest come a est.
Cosa vi ha spinto a occuparvi non solo della sofferenza nelle istituzioni
totali, ma anche del malessere della normalità?
A partire dal 1994 alcuni fattori modificano il nostro lavoro e innescano quella
fase di ricerca che ci ha condotto oggi a scrivere Nella città di Erech.
Due tipi di sollecitazioni ci spingono a estendere il nostro interesse al di
là delle istituzioni totali. Una sollecitazione di tipo interno derivante
dalla nostra diversa collocazione nella vita e nella società e una sollecitazione
proveniente dall'esterno nel corso degli incontri seminariali con operatori
istituzionali coinvolti nella nostra attività di ricerca.
Nella città di Erech viene scritto quando Renato è uscito dal
carcere e io mi trovo in una condizione di semireclusione. Entrambi siamo sulla
soglia-confine tra il mondo delle istituzioni totali e quello delle istituzioni
ordinarie che frequentiamo e che organizzano socialmente la nostra vita all'interno
della città globalizzata. Ci troviamo in un certo senso sull'uscio della
città, ma anche sull'uscio del carcere. Entrambi abbiamo alle spalle
una lunga esperienza detentiva in un'istituzione totale (24 anni di carcere
nel caso di Renato, 22 anni nel mio) che ci porta a interrogarci sull'ombra
lunga che l'istituzione totale getta sulla vita della persona che vi è
stata anche dopo che essa è uscita. La sollecitazione interna della nostra
condizione di vita ci spinge a indagare le difficoltà che la persona
incontra nel vivere l'esperienza di de-istituzionalizzazione, difficoltà
che derivano da come la società ti accoglie e da come l'esperienza dell'istituzione
totale continua ad agire.
Quali sono state le sollecitazioni esterne a indirizzare la vostra
analisi verso le istituzioni ordinarie?
Il secondo tipo di sollecitazione è venuto dagli operatori che abbiamo
incontrato in questi anni. Portando in giro la nostra esperienza umana e la
nostra ricerca sulle istituzioni totali attraverso i nostri lavori seminariali
itineranti in tutta Italia rivolti a operatori istituzionali che lavorano sia
nelle istituzioni totali sia in quelle ordinarie (operatori sociali, culturali,
didattici, sanitari) e attraverso la produzione di libri abbiamo incontrato
persone che ci dicevano che in realtà i dispositivi mortificanti delle
istituzioni totali spesso vengono incontrati e sono all'opera anche nelle istituzioni
della vita ordinaria, nella famiglia, nelle istituzioni ospedaliere, nella scuola,
nel mondo del lavoro.
Ciò che stiamo scoprendo con questo tipo di ricerca è che il malessere
della normalità è dovuto in gran parte all'esistenza nelle istituzioni
ordinarie di dispositivi che mortificano la persona e che sono molto vicini
ai dispositivi delle istituzioni totali.
Ad esempio una nostra amica di Milano che ha lavorato per trent'anni in un supermercato
ci ha detto: "Guardate che una parte di questi dispositivi totalizzanti
di cui parlate io li ho vissuti per trent'anni lavorando alla Standa di Milano".
Come lei altre persone ci hanno stimolato a ricercare gli elementi in comune
tra le istituzioni totali e le istituzioni scolastiche, sanitarie, familiari
e lavorative.
Questo tipo di sollecitazione che ci è pervenuta durante gli incontri
seminariali ci ha spinto a guardare la relazione di analogia e differenza che
c'è, e se c'è dove essa risiede, tra queste istituzioni. In particolare
questa sollecitazione si è organizzata in modo più serio e approfondito,
con caratteristiche che potremmo definire scientifiche, nel corso di due seminari:
il primo fatto con un gruppo di insegnanti di un istituto professionale di Bagnoli,
alla periferia di Napoli e durante un incontro con operatori sanitari della
CGIL Funzione Pubblica del Lazio. Da parte di questi operatori didattici e sanitari
ci è giunto l'invito a fare una ricerca applicata ai casi specifici della
scuola della periferia di Napoli e del centro per anziani Villa delle querce
che si trova nel Lazio.
L'istituto professionale di Napoli è una situazione limite, quella che
si definisce una scuola di frontiera, con una percentuale di dispersione scolastica
che supera il 50%. Nella scuola del napoletano la ricerca è stata indirizzata
a vedere fino a che punto la dispersione scolastica di quell'istituto professionale
non fosse dovuta all'esperienza reclusiva che gli alunni vivevano quotidianamente
dentro l'istituto. Gli insegnanti ci hanno chiesto di indagare se non era l'organizzazione
stessa della scuola a spingere i ragazzi ad abbandonarla, perché questi
ragazzi continuamente, attraverso scritte e documenti vari, testimoniano di
percepire l'istituzione scolastica come una galera. Per la casa di cura per
anziani Villa delle querce il lavoro è consistito nel verificare fino
a che punto l'istituzione sanitaria riproduce i dispositivi tipici dell'istituzione
totale.
Questo nostro lavoro di analisi istituzionale svolto con la scuola della periferia
di Napoli e la casa di cura per anziani sta proseguendo in altre istituzioni
ordinarie. Dobbiamo avviare questo lavoro in alcune case famiglia, per quanto
riguarda la de-istituzionalizzazione manicomiale; in un ex Albergo dei poveri
di Bergamo che oggi è diventata un'istituzione di accoglienza dei nuovi
poveri e in un centro sociale occupato di Torino. Quindi applicheremo la nostra
ricerca anche ad un'istituzione antagonista come un centro sociale che molto
coraggiosamente ci ha chiesto di fare questo lavoro di specchio analizzatore
per vedere se anche un'istituzione che si propone di combattere le dimensioni
totalizzanti non riproduca in realtà i dispositivi mortificanti per la
persona tipici delle istituzioni totali.
Che metodologia utilizzate nello svolgere il vostro lavoro di ricerca
e analisi istituzionale?
La relazione tra istituzioni ordinarie e totali può essere vista mettendo
l'istituzione ordinaria allo specchio con i dispositivi mortificanti dell'istituzione
totale e vedendo dove esse sono sovrapponibili e dove differiscono. La metodologia
di lavoro è semplice e consiste nel fare da specchio analizzatore di
quella istituzione. Noi cioè portiamo i dispositivi delle istituzioni
totali mortificanti per la persona e le risorse vitali da parte delle persone
internate come specchio analizzatore di quella specifica istituzione. Forniamo
agli operatori che lavorano in quella istituzione uno specchio per vedere fino
a che punto i dispositivi operanti in quella situazione non combacino con i
dispositivi propri delle istituzioni totali. Avviare una relazione di ricerca
significa, per noi, anzitutto portare e "gettare" nella relazione
in questione una trama di storie paradigmatiche, raccolte nelle istituzioni
totali, capaci di offrire ai committenti l'opportunità di rispecchiarsi
in esse e guardare in questo specchio impietoso, ma a prima vista rassicurante
per la sua "lontananza", le procedure che essi stessi mettono in atto
nella consuetudine delle loro interazioni istituzionali. Storie che agiscono,
quindi, come dispositivi analizzatori essendo finalizzate a perturbare deliberatamente
la situazione e a decostruire i mascheramenti di cui si ammantano le consuetudini
ordinarie.
È un lavoro di ricerca sistematica su come è organizzato il tempo,
lo spazio, la sessualità, il rispetto della persona dentro le istituzioni
ordinarie della vita. Quello che noi verifichiamo in questo lavoro è
che molte istituzioni che non si definiscono istituzioni totali, ma che esistono
nella vita di tutti i giorni, sono poi in realtà delle istituzioni totali,
o almeno ne riproducono i dispositivi mortificanti. Ad esempio le case-famiglia,
che sono istituzioni post-manicomiali, nonostante il nome richiami un luogo
accogliente, spesso riproducono i dispositivi mortificanti e infantilizzanti
dell'istituzione manicomiale.
Utilizzare i dispositivi dell'istituzione totale come analizzatori non è
un lavoro esterno, astratto, concettuale, ma un intervento attivo nella situazione
che cerca di "far emergere" quelle dinamiche relazionali nascoste
di una scuola, di un ospedale, di un'associazione, i cui dispositivi sono analoghi
a quelli operanti in un carcere, in un manicomio o in un campo di concentramento.
E consente in tal modo agli attori istituzionali di quella scuola, di quell'ospedale
o di quella associazione, di entrare in una doppia relazione con le procedure
di cui praticamente si servono: in quanto attori direttamente implicati che
le subiscono o le impongono, e in quanto osservatori distaccati che lucidamente
le analizzano. Da questa doppia relazione può prendere avvio, pensiamo,
una rinnovata azione istituente e la possibilità di una trasformazione
che ha come implicazione prospettica un'ecologia della vita di relazione.
Il lavoro di specchio comporta che noi operatori di Sensibili alle foglie non
ci trasformiamo in operatori interni alle istituzioni, quanto piuttosto sollecitiamo
gli operatori che già vi lavorano a diventare partecipanti-osservatori
della loro situazione. D'altro canto dare corso a una relazione di ricerca chiede
a noi stessi un lavoro di presenza e di scrittura. In sostanza ciò significa
istituire un "diario di presenza" da restituire ai committenti come
dispositivo analizzatore della relazione che hanno istituito con noi.
Quando parlate delle reazioni e risorse vitali che le persone mettono
in atto in relazione alle istituzioni e ai loro dispositivi mortificanti affrontate
il tema della dissociazione identitaria.
Abitualmente accostiamo la parola dissociazione all'idea di un fenomeno patologico.
È un'abitudine che ci viene dalla psichiatria, ma che trova ampio spazio
anche nel sentire comune: si dice dissociazione per intendere schizofrenia,
patologia. Numerose ricerche avviate già nell'800 che hanno attraversato
l'Europa e negli anni 70 del XX secolo sono state riprese negli Stati Uniti
considerano i fenomeni dissociativi come fenomeni non patologici, ma che appartengono
costitutivamente alla specie umana, fenomeni ordinari che possono anche essere
risorse pratiche nella vita quotidiana.
Ad esempio un fenomeno dissociativo comune a molte persone è quello che
permette di guidare l'automobile pensando ai fatti propri o conversando con
altre persone. Si tratta in questo caso di un'esperienza dissociativa: l'automatismo
della guida ha creato nella persona una componente che è in grado di
guidare autonomamente. È una risorsa che permette di risparmiare energie,
guidare senza un eccessivo stress e consente a un'altra parte della persona
di distrarsi e conversare con chi le sta a fianco.
Un altro fenomeno dissociativo molto importante e diffuso è quello dello
scarabocchio. Succede a molte persone di scarabocchiare su un foglio quando
stanno al telefono o sul lavoro o a scuola. È un modo per rispondere
alle afflizioni che derivano ad esempio da una lezione scolastica noiosa: una
parte di noi ascolta la lezione, mentre un'altra parte automaticamente comincia
a tracciare dei segni su un foglio di carta. Le due parti non comunicano tra
loro, non sanno l'una dell'altra. Se ci troviamo al telefono, ad esempio, quando
la parte di noi che conversa getta l'occhio sul foglio di carta si sorprende
dei segni tracciati.
I fenomeni dissociativi rientrano nell'idea della persona vista non come identità
monolitica, idea molto diffusa nella cultura occidentale, bensì un insieme
di esistenze psicologiche simultanee. Siamo cioè un insieme di identità
che giocano simultaneamente dentro di noi. Di fronte a questa molteplicità
identitaria la dissociazione non solo è un fenomeno ordinario, ma può
costituire una risorsa vitale importantissima sia di fronte alle condizioni
estreme delle istituzioni totali, sia per affrontare il malessere della normalità.
Le diverse fenomenologie di risposte dissociative che trattiamo nel libro sono
importanti risorse vitali per affrontare la difficoltà a vivere nelle
istituzioni totali e in quelle ordinarie. Le risposte dissociative sottrattive
a un contesto doloroso sono comuni alle istituzioni totali e alla vita quotidiana.
In carcere molte persone per affrontare il primo impatto con la reclusione passano
intere giornate a dormire di un sonno profondo, quasi catalettico. La risposta
dissociativa di assentamento è molto frequente anche nella vita di tutti
i giorni. L'uso massiccio di sostanze farmacologiche sottrattive al dolore è
un indicatore di questa situazione.
Cosa intendete invece per risposte dissociative di presenza?
Nell'ultima parte del libro raccontiamo delle storie, delle esperienze umane
maturate in condizioni di vita estreme che ci propongono un altro tipo di fenomenologia
dissociativa che secondo noi è quella che meglio consente alla persona
di affrontare sia il dolore estremo sia la sofferenza derivante dal malessere
della normalità: la risposta dissociativa di presenza. Quella che noi
chiamiamo la risorsa della presenza differisce significativamente dalle risposte
dissociative di sottrazione e di assentamento rispetto al contesto.
Noi pensiamo che una delle risorse più importanti per affrontare sia
le istituzioni totali sia il malessere della normalità consista nella
risorsa della presenza e della consapevolezza, cioè non chiudere gli
occhi sui contesti del disagio, della sofferenza e del malessere, ma aprirli
e istituire un'identità di presenza e di consapevolezza. Per farlo ci
sono diverse strade e nell'ultima parte del libro raccontiamo sette storie di
presenza a se stessi: la via dei sogni, della meditazione, della creatività,
degli scarabocchi.
Nello schema della risposta dissociativa di assenza la persona che si trova
di fronte a un contesto doloroso cerca, e può farlo in tanti modi, di
sottrarsi a quel contesto e di dire: "Non voglio vedere, non voglio sentire
il dolore che sto vivendo". Non potendo cambiare la situazione cerca di
anestetizzare il dolore. Il limite di questa risposta è che non consente
alla persona di elaborare creativamente la situazione in cui si trova. Inoltre
quando la persona esce da questa risposta di assentamento e riapre gli occhi
sul contesto il meccanismo mortificante si ripropone.
Secondo noi una delle risposte più importanti è quella della presenza,
aprire gli occhi sul contesto. Si tratta ugualmente di una risposta dissociativa,
perché la persona che vive un'esperienza di sofferenza osserva se stessa
in questa condizione di difficoltà e accoglie se stessa con tutte le
varie risposte al disagio. Si tratta di un lavoro di presenza e consapevolezza
costante della propria condizione e delle risposte che si danno al dolore.
Un lavoro di auto-osservazione l'hanno fatto diverse persone nei campi di concentramento,
tra i più noti Primo Levi, Bruno Bettelheim e tutte quelle persone che
si sono interrogate e hanno proposto socialmente le loro riflessioni sull'esperienza
del disagio estremo.
La funzione disciplinare delle istituzioni che si esercita attraverso
il trattamento produce quella che voi chiamate una torsione.
Il termine torsione già viene utilizzato nel Bosco di Bistorco. Dall'inizio
della nostra analisi per descrivere il trattamento che la persona subisce nelle
istituzioni totali abbiamo preferito utilizzare la parola torsione rispetto
alla parola deprivazione, che invece viene utilizzata comunemente nella ricerca
sulle istituzioni totali e in particolare quella carceraria. Deprivazione potrebbe
far pensare che per effetto dell'azione esercitata dall'istituzione totale la
persona riceva meno stimoli, possibilità di relazione, sollecitazioni
relazionali e ambientali. Una descrizione simile non ci sembra sufficiente perché
la persona non è solo deprivata di qualcosa, ma è anche trattata,
manipolata.
Noi utilizziamo il termine torsione perché si avvicina, anche etimologicamente,
al termine tortura. Come nel caso della tortura il corpo è nelle mani
del carnefice, così il corpo di una persona sottoposta a trattamento
nelle istituzioni totali è nelle mani dell'istituzione che su quel corpo
agisce, opera, esercita delle azioni.
Per comprendere meglio la differenza tra deprivazione e torsione consideriamo
ad esempio il tatto e la sensibilità cutanea. Una persona che sta in
un'istituzione totale non viene semplicemente privata degli stimoli tattili,
ma viene continuamente manipolata, perquisita. Mani di sorveglianti, di reclusori,
di agenti di custodia quotidianamente, anche più volte durante il giorno,
manipolano, perquisiscono il corpo della persona reclusa. Non c'è quindi
solo una deprivazione tattile, ma un'invasione del tatto sulla sensibilità
cutanea. La persona per rispondere a questa invasione tattile si desensibilizza,
cerca di anestetizzare la propria pelle. Le persone recluse che subiscono una
perquisizione rispondono dissociativamente: mentre il corpo della persona è
sottoposto alla perquisizione del sorvegliante, un'altra parte della persona
si disloca in un altrove, pensa ad altre cose. Questo dislocamento consente
alla persona di non avvertire più le mani del reclusore che la toccano.
Questo anestetizzarsi consente di affrontare le tante perquisizioni. Questo
fenomeno di risposta dissociativa alla torsione del corpo ha però un
suo ritorno di malessere. Dopo anni di risposta anestetizzante alle torsioni
la persona ha serie difficoltà a ri-attivare la propria sensibilità
cutanea.
Tra le risposte adattative al trattamento c'è quella che voi
chiamate la transe dell'attore.
La persona che viene acciuffata e messa dentro un'istituzione totale deve adeguarsi
a una serie di dispositivi disciplinanti. Ci sono anche molte persone che dicono
no e si uccidono dopo pochi giorni dall'ingresso o si lasciano morire. Chi invece
dà una risposta adattativa costruisce progressivamente un'identità
che si adegua ai dispositivi disciplinari e al contesto dell'istituzione totale,
ma anche nelle istituzioni ordinarie lavorative, scolastiche, familiari, ecc.
Costruisce una propria identità di recluso modello, perché in
realtà sa che solo costruendo questa identità di adattamento può
in qualche modo uscire da quella istituzione. È l'istituzione che dice
alla persona: "Solo se ti disciplini e ti comporti in un certo modo hai
la possibilità di uscire". Quindi il recluso crea una identità
adattativa che poi si struttura dentro la persona e diventa il carceriere interiorizzato
di quella persona. Questo processo non è semplice, nel senso che questa
identità adattativa che la persona costruisce è un'identità
di sofferenza, perché l'adeguamento ai dispositivi disciplinari e mortificanti
dell'istituzione totale è doloroso. Quindi per affrontare questa situazione
dolorosa la persona costruisce anche delle altre identità che sono identità
di resistenza.
Questa identità di recluso modello è una vera e propria transe
dell'attore nel senso che non è una recitazione vuota, la persona deve
entrare nella parte che il reclusore vuole che interpreti e deve farlo controllando
totalmente le emozioni. La transe dell'attore richiede da parte della persona
reclusa un controllo rigoroso del proprio comportamento. Questa transe riguarda
il rapporto che in carcere le persone per poter uscire instaurano con educatori,
psicologi, assistenti sociali; o nelle istituzioni psichiatriche con psichiatri
e infermieri. Tutti, sia gli operatori sia i reclusi, sono consapevoli di questo
meccanismo relazionale. Per aderire al modello che l'istituzione propone la
persona reclusa comincia non solo a comportarsi, ma anche a parlarsi con le
parole che l'istituzione impone. Ha luogo cioè una torsione del linguaggio
cui si risponde adeguandosi al linguaggio dell'istituzione.
Per quanto riguarda l'adattamento al malessere della normalità
voi parlate dell'instaurarsi di una identità minima di sopravvivenza.
Molti filoni di ricerca per spiegare i fenomeni che attraversano la società
hanno cominciato a tracciare un'analogia tra le risposte alle dinamiche sociali
e la categoria di sopravvivenza, ampiamente utilizzata nello studio delle risposte
delle persone alle condizioni estreme dei campi di concentramento.
Nel nostro lavoro di ricerca e analisi utilizziamo la categoria dell'identità
minima di sopravvivenza per cercare di capire e avvicinarci al malessere della
normalità. Quando una persona entra in una delle istituzioni ordinarie
che regolano la vita sociale viene sottoposta comunque a una forma di trattamento,
le istituzioni ordinarie sono cioè anch'esse istituzioni trattamentali.
Si pensi all'istituzione scolastica o a quella familiare, dove il bambino, lo
scolaro viene trattato dentro dispositivi, codici, canoni educativi. All'interno
di quel meccanismo trattamentale dell'istituzione ordinaria la persona costruisce
una sua identità di adattamento a quel tipo di istituzione. Questo omologarsi
comporta però un malessere dovuto al fatto che nel costituire questa
identità di adattamento la persona è costretta a sacrificare altre
identità, altre parti della sua molteplicità identitaria. Queste
parti vengono dissociate, poste in una situazione di latenza, stigmatizzate
e riprovate in quel contesto. Questa sorta di dissociazione sacrificale di parti
di sé costituisce la dinamica del malessere della normalità insito
nei processi adattativi alla vita di tutti i giorni e alle istituzioni ordinarie
che la organizzano.