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Nei giorni 11 e 13 ottobre 2002 abbiamo tenuto due incontri in Puglia, rispettivamente a Molfetta, su invito del Gruppo Anarchico Molfettese e ad Urupìa, nelle campagne tra Francavilla Fontana e San Marzano.
Quello che segue è uno schematico resoconto dei due incontri, che sono stati sufficientemente affollati (ma non oltre il limite della comunicazione diretta e personale) e, come suol dirsi, vivacemente dibattuti, con interventi (quasi sempre) attinenti e di grande interesse. Sono stati due lunghi incontri e riportarli per intero sarebbe stato, prima che inopportuno, impossibile; il radicale riassunto risultato degli appunti messi insieme risulta inevitabilmente legnoso, ma dà almeno una vaga idea di quanto discusso.
Infine, l'ospitalità da parte dei compagni pugliesi è stata da amici e non da militanti in servizio temporaneo, la qual cosa ci ha riempito non solo lo stomaco di prelibatezze, ma soprattutto il cor di gioia.

Molfetta, sala "Turtur", 11 ottobre 2002

Tema proposto: Quando nessuno chiama le guardie: esempi di divergenze e scontri tra persone al di fuori (e contro) le istituzioni.

Invito al dibattito
La nostra volontà di eliminare ogni forma di società gerarchica, e con essa il carcere, si scontra con la paura generalizzata di non essere capaci di affrontare una convivenza dove le divergenze e gli scontri tra le persone non siano mediati dall'apparato dello Stato. Le forze dell'ordine, la magistratura, la macchina medico-psichiatrica, le galere, etc. vengono viste come un inconveniente necessario.
Al contrario, riteniamo che i conflitti umani siano meglio risolvibili senza la mediazione delle istituzioni.

Promuovono: Comune Urupìa, Gruppo Anarchico Molfettese, Filiarmonici - per un mondo senza galere

M. (filiarmonici) introduce – Prima di spiegare da dove è nata l’iniziativa di oggi vorrei leggere una piccola storia. Forse qualcuno la conosce già perché l’abbiamo inserita nel sito filiarmonici .Secondo me è molto utile perché in poche righe ci avvicina ad un punto di vista opposto al nostro. Noi, che ci siamo trovati a nascere in una società fondata sul sistema penale, abbiamo grandi difficoltà ad immaginare di vivere senza galere, giudici, polizia... Questa storia, al contrario, pur non venendo da tanto lontano (le isole irlandesi di Aran, cento anni fa), racconta di come una popolazione, non certo composta da persone particolarmente “perfette”, ma semplicemente abituate a regolarsi diversamente, rifiuti di accettare l’imposizione del sistema penale, che risulta ai suoi occhi solo assurdo ed ingiusto, e non certo una via di salvezza dalla barbarie come siamo abituati a pensare. Si vede inoltre chiaramente come, laddove riesce a penetrare, il sistema penale porta ad un aumento dei conflitti e della loro gravità, piuttosto che ad una loro riduzione.

M. legge il testo "Isole di Aran", che si trova nella sezione senzagalera del sito (http://www.filiarmonici.org/aran.html)

Questa era la storia. A questo punto è necessario spiegare che cos’è filiarmonici , e perché è importante per noi essere qui oggi e nei prossimi giorni insieme alle comunarde e ai comunardi di Urupìa.
Filiarmonici è un sito web. Oggi sono presenti molte delle persone che vi collaborano. Ci siamo conosciuti all’inizio tramite internet, scrivendo su alcune liste di discussione. Veniamo da diverse parti della penisola e da storie e percorsi anche molto differenti, ma ci siamo ritrovati su un punto comune: il desiderio, la necessità di liberarsi da ogni tipo di carcere - con quest’espressione mi riferisco anche alle pene alternative che servono a rafforzare ed estendere il sistema penale, oltre che al manicomio e a tutte le reclusioni fisiche, chimiche e sociali che costituiscono le alternative al manicomio. Su questi temi ognuno di noi si adopera in vari modi nel posto dove vive; oltre a questo ci è sembrato utile dar vita insieme ad un sito web come mezzo per raccogliere e diffondere strumenti di riflessione contro il carcere. Questa esigenza è nata dall’idea che per liberarsi dal carcere è necessario per prima cosa cercare di minare il consenso che esso raccoglie ovunque, indispensabile a tenerne in piedi le mura. Come dicevo all’inizio è molto difficile di questi tempi trovare qualcuno che ritenga possibile fare a meno del carcere: persino tra i detenuti, persino tra coloro che dichiarano di voler “cambiare il mondo”, anche radicalmente, rimane questa riserva, questa paura di immaginare un modo di vivere insieme che non si regga sull’esistenza della pena - il che poi significa che non ci si riesce a liberare dalla necessità dell’autorità, del potere, della gerarchia... e quindi in sostanza che di questo mondo si è disposti a cambiare ben poco.
Questo modo di pensare mi sembra dovuto al fatto che “abbiamo ceduto le armi”: non soltanto nel senso che accettiamo che qualcuno, attraverso la polizia, l’esercito, detenga il monopolio della violenza e la eserciti quotidianamente contro di noi, o minacci di esercitarla; ma soprattutto nel senso che siamo disarmati di fronte alla vita (“come dei bambini” verrebbe da dire, ma a ben pensarci i bambini spesso sanno gestire i conflitti tra pari più autonomamente dei grandi, se li si lascia fare): è tale l’abitudine alla delega, la penetrazione dello stato e della legge nella vita quotidiana (si pensi in particolare al diritto di famiglia, al tribunale dei minori, alla figura dell’assistente sociale, all’apparato psichiatrico...), che ci ritroviamo ormai privi degli strumenti, delle capacità necessarie per prendere delle decisioni collettivamente, per affrontare conflitti e problemi rapportandoci agli altri individui in modo diretto - ci siamo dimenticati come si fa! L’idea dominante è che o si trova un mezzo per annientare l’altro, oppure il problema va rimosso, dimenticato, delegato. Il carcere e il manicomio svolgono entrambe le funzioni. Al medesimo criterio risponde il principio della maggioranza nel prendere le decisioni: il problema posto dall’esistenza di differenze e divergenze, che possono essere anche molto profonde, non viene mai affrontato. In questo modo i problemi certo non scompaiono e anzi non fanno che risultarne esasperati (come ci insegnano le teorie psicanalitiche la strategia della rimozione può avere anche effetti devastanti sull’individuo...). Eppure sembra che questo sistema svolga bene la funzione di mantenere almeno apparentemente pulita “la coscienza dei cittadini” : quello che viene fatto passare è il concetto dell’uso della “forza per aiutare i deboli” (non so se ricordate lo slogan usato dai DS per la loro propaganda guerrafondaia nel ‘99); naturalmente la forza non è la nostra ma è quella delle istituzioni, dello stato, con il quale non bisogna far altro che collaborare (nel modo più passivo possibile) perché sia assicurata la giustizia in terra - che poi i deboli vengano aiutati con l’uranio impoverito, o con l’elettroshock, è una questione che passa in secondo piano: l’importante è “non abbandonarli a se stessi”.
Sul versante opposto, sembra che anche coloro che si dichiarano rivoluzionari, inclusa buona parte degli anarchici, non riescano ad andare oltre la strategia della rimozione: le utopie che fanno da punto di riferimento per l’azione di gruppi e individui anche molto diversi tra loro hanno in comune spesso la prefigurazione di una “futura umanità” in cui i conflitti non esisteranno, perché “ognuno vorrà quel che dovrà”, come diceva Malatesta (io stessa sono stata a lungo affezionata ad un’idea del genere - almeno fino a quando ho incontrato per la prima volta persone che praticavano la lotta contro la psichiatria). Questo tipo di immagine certamente ha un fondamento che è anche sensato: è facile immaginare che, eliminando la disuguaglianza di classe, la proprietà, la repressione sessuale, le cose potrebbero essere un po’ più semplici, e anzi si arriverebbe ad eliminare la maggior parte dei motivi di conflitto presenti nella società attuale. Eppure gli uomini - almeno si spera! - continueranno a volere cose diverse, a pensare in modi diversi e spesso anche incompatibili, e non possiamo pensare che questi problemi vadano risolti curando le persone, o educandole, o mettendole nelle “prigioni del popolo”: queste cose le pensano i nostri oppressori di oggi. Noi invece dobbiamo scoprire dei modi radicalmente diversi di confrontarci con gli altri, che partano dal dare un valore positivo alle differenze individuali. Con questo non voglio dire che si debba esercitare l’arte della sopportazione, che non ci si debba difendere in vari modi, o separare (anzi)... tuttavia questa idea positiva della differenza mi pare ci impedisca di arrogarci il diritto di punire, o di annientare la personalità dell’altro come si fa in carcere, in manicomio, in caserma, e quasi sempre anche a scuola.
Ora vorrei tornare su alcuni aspetti della storia che vi ho letto prima. Dice la gente di Aran: “quell’uomo è già malato, tormentato dai rimorsi”. Certo “malato” non sembra una parola molto “politicamente corretta” per chi si oppone all’etichettamento psichiatrico. Però in quel contesto il significato è un altro, perché le conseguenze pratiche di quella parola sono opposte rispetto a quelle che avrebbe qui, oggi. Quell’uomo è malato nel senso che è una persona che soffre perché è tormentata interiormente - non è necessario negare il suo dolore - ma ciò non significa che vada rinchiuso, al contrario: va rispettato, protetto anche a rischio di trovarsi nei guai, va fatto scappare in modo che possa vivere libero e in mezzo agli altri.
Il secondo aspetto che vorrei riprendere è questo: l’autore parla della differenza tra gli abitanti delle isole ed i “criminali di una grande città”. L’osservazione è significativa perché il carcere, il manicomio, le grandi reclusioni dei poveri, sono nati di pari passo con lo sviluppo delle metropoli europee, sono stati proprio una loro necessità, perché c’erano masse di persone che non riuscivano o rifiutavano di inserirsi nel nuovo tessuto produttivo, agli albori del capitalismo. Il passaggio dalla sussistenza all’economia di mercato e all’urbanizzazione hanno significato storicamente distruzione della socialità, della vita comunitaria, di un tessuto di relazioni su cui la vita si basava. È proprio questa distruzione della socialità a renderci tanto fragili da avvertire così fortemente la necessità del carcere, della pena, dell’autorità, così incapaci di gestire autonomamente la nostra vita.
A questo punto spero possa essere un po’ più facile capire che tipo di rapporto esiste tra un sito sul carcere e una comune “agricola e libertaria”, oltre all’amicizia che lega alcuni di noi. Il tentativo delle comunarde di Urupìa di costruire relazioni comunitarie non gerarchiche le porta quotidianamente, da quasi dieci anni, a scontrarsi con i propri limiti, a sperimentare e a riflettere sulla soluzione dei conflitti, sulle differenze, sulle modalità di decisione, o anche, ad esempio, su cosa accade quando qualcuno sceglie di andarsene... nella loro situazione credo sia una necessità ineludibile il cercare di dotarsi di strumenti per risolvere i conflitti in modo non distruttivo, anche perché la scelta di vita che hanno fatto dà loro quotidianamente occasione di vivere sulla propria pelle, più di molti altri, come la strategia della rimozione dei problemi non sia praticabile. L’esperienza di Urupìa ci sembra molto vicina al discorso di filiarmonici perché le comunarde, oltre ad immaginarsi un mondo senza carcere, cercano quotidianamente di metterne in pratica alcune premesse fondamentali. Più di questo non mi sento di dire: penso che sia molto meglio lasciare la parola a chi vive questo progetto in prima persona.

A. (urupia) ha parlato del posto nel quale vive, dove le decisioni e i disaccordi dipendono e sono risolti in prima persona e collettivamente.

Darò una breve descrizione di cosa è la comune Urupìa: da 10 anni essa rappresenta un progetto di vita e di lavoro collettivo per un gruppo di persone. I principi fondamentali su cui si basa sono:
- Assenza di proprietà privata tra comunardi. Questo aspetto si traduce nell'esistenza di una cassa comune.
- Principio del consenso. Le decisioni vengono prese all'unanimità e ogni singolo comunardo ha il diritto di veto.
Il primo principio è stato introdotto per cercare di raggiungere uno stato di uguaglianza economica, il secondo una cosiddetta uguaglianza politica.
Questi infatti erano i requisiti che abbiamo ritenuto indispensabili e inscindibili a base del progetto che andavamo a mettere su.
La nascita vera e propria, nel senso dell'avvio pratico della comune, è stata preceduta da una serie di incontri seminariali di discussione. Questi seminari si sono concentrati principalmente su due aspetti: quelli economici e quelli legati alle relazioni umane tra le persone. Sono state delle vere e proprie full immersion ­ come si dice oggi - in vista del progetto che si stava avviando.
Dopo tre anni di seminari si è partiti con l'acquisto della masseria, era il 1995 (il 1 maggio è stata la prima notte in cui vi abbiamo dormito e per questo l'abbiamo scelta come data di compleanno di Urupìa).
Stare insieme liberamente non è stato per nessuno di noi un dato già acquisito in partenza, ci siamo impegnati esattamente come abbiamo dovuto apprendere i lavori agricoli che caratterizzano la nostra attività pratica.
Una metafora utile per descrivere un'esperienza come la comune può essere presa in prestito dal libro di fantascienza "I reietti dell'altro pianeta" di Ursula Guin (Editrice Nord, 1976). Le vicende si svolgono su due pianeti diversi, Urras e Annares. Il primo è quello originario, governato da uno stato con le sue leggi e le su prigioni. Annares invece nacque, cioè vi andarono ad abitare le persone, a seguito di un movimento libertario, quello degli oroniani, che vi si trasferirono. Su Annares le relazioni umane sono libere e non esistono carceri.
La metafora dei due pianeti utilizzata nel libro funziona bene da metafora per il rapporto tra un'esperienza come la comune di Urupìa ­ che sarebbe Annares ­ e il mondo esterno a Urupìa. Ad esempio uno dei limiti che riconosco a un'esperienza come Urupìa è di aver difficoltà a condividere la propria esperienza con l'esterno, con le persone che non ne fanno parte. Un po' come se si trattasse di un altro pianeta.
Inoltre, esattamente come avviene su Annares, dove il carcere, pur non esistendo, risulta presente attraverso i racconti della vita su Urras, così a Urupìa abbiamo sempre cercato contatti con l'esterno, ospiti che ci riportassero qualcosa di ciò che avviene al di fuori della comune e dei progetti portati avanti da loro stessi.
Alla base della scelta che ha portato a un'esperienza come Urupìa sta la convinzione che la liberazione non può essere un processo puramente mentale, qualcosa da raggiungere intellettualmente. Questo è importante, ma poi è essenziale una pratica di liberazione, tra cui rientra anche la sperimentazione di metodi di affrontare i conflitti che non utilizzino la logica penale.
È un aspetto, quello dei conflitti, niente affatto secondario per la nostra esperienza. I problemi infatti non sono nati sulle questioni economiche o sul principio del consenso, bensì proprio sui conflitti nelle relazioni umane.
Se posso trarre un insegnamento dall'esperienza sin qui avuta con Urupìa è che di fronte ai problemi serve parlare chiaro, non nasconderli, anzi in taluni casi è meglio problematizzare quelle situazioni dove il conflitto viene tenuto nascosto, di modo che esso si espliciti per quello che realmente è.
Ad esempio è stato importante problematizzare gli stessi nostri modelli di affrontare i conflitti, perché, al di là delle intenzioni dichiarate, sono emersi altri fattori che sono entrati in gioco. Ciascuno di noi quando si è messo sul terreno della pratica ha scoperto di avere un forte retaggio di cultura punitivo-poliziesca della società di provenienza. Ne siamo imbevuti e questo rappresenta il nostro punto di partenza per un percorso di liberazione. Partendo da queste considerazioni abbiamo discusso di volta come affrontare i conflitti che si presentavano tra le persone nella comune.

M. R. (filiarmonici) ha parlato dell'approccio non psichiatrico alla sofferenza mentale e ai conflitti che ne derivano.

In cosa consiste un approccio non-psichiatrico alla sofferenza? Significa intervenire in caso di disagio, davanti alla sofferenza, ma senza assumere l'impostazione scientifico-psichiatrica, perché non si considera la mente alla stregua di un organo.
L'antipsichiatria storicamente ha sostenuto l'abolizione dei manicomi e la creazione di isole in cui ci si potesse comportare da folli. Si è voluto dare cioè alla follia la stessa dignità e possibilità di esprimersi della non follia. Nell'approccio anti-psichiatrico la sofferenza mentale è dovuta a qualche forma di conflitto relazionale.
La psichiatria risolve il conflitto relazionale in termini di potere: chi ne ha di più fa intervenire lo psichiatra contro chi ha meno potere. In questo la psichiatria democratica sostiene che chiunque debba avere accesso agli psicofarmaci, senza però fornire altre risposte alla sofferenza se non la cura farmacologica. In questo modo l'attenzione si sposta dalla sofferenza della persona al conflitto che essa genera. Anzi se la sofferenza non dà luogo a nessun conflitto giudicato a rischio, essa non riceve alcuna risposta.
Possiamo dire che l'anti-psichiatria si colloca in un terreno di mezzo tra la psichiatria tradizionale e autoritaria (quella che impone elettrochoc, trattamento sanitario obbligatorio, internamento psichiatrico) e la psichiatria democratica (elettrochoc, trattamento sanitario obbligatorio, farmacoterapia). L'approccio non-psichiatrico si propone di difendere l'autonomia e la libertà della persona socialmente debole, laddove la psichiatria eventualmente l'assiste.
Dalla mia esperienza posso dire che la psicologia spesso ricopre il ruolo di ancella della psichiatria. Così si scopre, senza possibile dubbio, che qualsiasi problema che si va a discutere con lo psichiatra, con lo psicoanalista, con lo psicologo o con l'assistente sociale può essere, quando convenga a loro, esaminato giudicato e usato come motivo sufficiente per la sottrazione della responsabilità giuridica e per la privazione dei diritti con la degradazione di individuo squalificato."

P. (filiarmonici) ha sentito il bisogno di spiegare cos'è filiarmonici, perché qualche ritardatario non stava capendo che c'entrava la psichiatria con il carcere.

Il progetto filiarmonici si focalizza su quattro tematiche principali:
- la solidarietà con le persone detenute, quelle che si sentono vicine, quelli che si considerano i compagni in carcere.
- le lotte dei detenuti
- quella che possiamo chiamare la carcerizzazione sociale, su cui si è concentrato finora molto del materiale presente sul sito.
- la costruzione di relazioni libere, non mediate da un'autorità e quindi in definitiva la riappropriazione del giudizio, la libertà di decidere della propria vita secondo le proprie passioni.


Domenica 13 ottobre 2002 - Comune Urupìa (Francavilla Fontana) - Incontro con Filiarmonici - per un mondo senza galere

Tema proposto: una vita messa a norma.
Ovvero come le istituzioni cercano di mantenere il controllo (su noi tutti) attraverso la logica della carota e del bastone, con esempi a proposito delle normative sulla coltivazione della terra ed altre produzioni, e delle leggi premiali nella recente storia del carcerario italiano.


Z. (filiarmonici):
Un tema che vorremmo proporre per la discussione è quello delle diverse forme che assume il controllo istituzionale, in particolare ci vorremmo concentrare sul metodo del "bastone e della carota", o altrimenti della punizione-premio.
Vorremmo in particolare condividere questo discorso con una situazione come Urupìa per sentire come una realtà produttiva autogestita si confronta nella propria esistenza pratica con le norme istituzionali.
Per quanto riguarda il carcere e l'argomento che andiamo a discutere vorrei subito infrangere quello che secondo me è un falso mito, ovvero che il carcere sia destinato all'annientamento della persona. Il carcere può anche essere questo, in alcuni casi, nei regimi punitivi speciali, nella carcerazione di massima sicurezza, nelle diverse declinazioni del "carcere duro". Ma il carcere non si esaurisce qui. Più spesso esso tende a disciplinare l'individuo e in particolare attraverso lo strumento della premialità a fargli introiettare i dispositivi del controllo.
I provvedimenti sulla dissociazione possono essere considerati il principio di una fase delle politiche penali in cui la pena subisce un forte scollamento dal reato e si concentra sulla persona autrice di reato. Un forte processo di individualizzazione della pena non può che configurarsi infatti con un alto livello di de-solidarizzazione.
La migliore sintesi che abbiamo trovato del rapporto tra il carcere premiale e chi vuole distruggere il carcere lo ha fatto Horst Fantazzini, e noi l'abbiamo messo in apertura del sito (http://www.filiarmonici.org/introduzione.html)

O. (filiarmonici):
In Italia storicamente un grande aumento della carcerazione si è avuto a partire dall'inizio degli anni '90. Esso coincide con le politiche proibizioniste in tema di immigrazione e sostanze stupefacenti, cioè due terreni su cui sono state introdotte misure che appunto rispondono alla logica del "bastone e della carota". Da un lato le diverse istituzioni offrono la via del forte controllo sociale volontario attraverso l'inserimento lavorativo o il programma terapeutico, dall'altro sono pronte a punire e a condurre in definitiva in carcere.
Le misure alternative alla detenzione erano già previste dalla riforma carceraria del 1975, ma fu solo la legge Gozzini del 1986 a darne concreta attuazione, sbloccandone l'applicazione. Si tratta di tutte misure premiali che la persona detenuta può ottenere, facendone richiesta, sulla base del comportamento durante l'espiazione della condanna.
La liberazione anticipata corrisponde all'idea diffusa della "buona condotta", ovvero se per sei mesi di carcere non hai ricevuto rapporti, denunce, creato casini, ti vengono sottratti 45 giorni dalla pena.
La semilibertà si può ottenere solo dopo aver scontato un certo periodo di pena già in carcere, essa consiste nell'ottenere un'occupazione lavorativa fuori dal carcere e far rientro in cella la sera, in istituti o parti di istituti destinati alla semireclusione.
L'articolo 21 è simile alla semilibertà, ma non richiede una precisa percentuale di pena già scontata per accedervi, è sufficiente che la richiesta per il suo ottenimento parta dal direttore del carcere (in questo modo si riesce ad applicarlo anche in casi di condanne lunghe, prima dei termini necessari per la semilibertà).
L'affidamento in prova ai servizi sociali è la misura alternativa che non prevede il rientro serale in carcere, ma di per sé si limita all'orario lavorativo, per estendere il controllo a tutto l'arco della giornata può essere affiancato da arresti domiciliari serali.
Poi esistono affidamenti in prova di tipo speciale per le persone tossicodipendenti che sostanzialmente si riducono all'affidamento coatto a una comunità terapeutica, assai più spesso di tipo chiuso.
Infine tra le misure alternative vanno ricordati anche i permessi-premio che consistono in uscite dal carcere per qualche giorno. Essi sono spesso il viatico alle altre misure alternative. La persona detenuta è messa alla prova con una serie di permessi premio, se tutto fila liscio, si apre la possibilità di accedere alla semidetenzione o all'affidamento in prova.
Il dato importante da sottolineare è che le cosiddette misure alternative alla detenzione si sono rivelate essere pene aggiuntive, nel senso che non hanno avuto l'effetto di alleggerire il circuito carcerario, bensì vi si sono affiancate, costituendo un circuito differenziato.
Il modello di controllo sociale statunitense ci indica che in quel paese, a fronte di due milioni di persone detenute, ve ne sono più del doppio sottoposte a forme di libertà vigilata sotto controllo del sistema penale. L'apparato di controllo si configura come un vero e proprio apparato industriale carcerario a capitale pubblico e privato. Si va dalle prigioni di massima sicurezza alle strutture semiresidenziali, dalle grandi carceri metropolitane al monitoraggio elettronico.
In Italia il tasso di carcerazione è assai più ridotto che negli USA, così come le persone sottoposte a forme di controllo penale non detentivo sono meno di quelle carcerate. La versione italiana della Tolleranza Zero mostra comunque il peso che il modello penale d'oltreoceano gioca e quanto esso possa delineare possibili tendenze nostrane.
Sulle tematiche della semireclusione il sito di filiarmonici pubblica un testo di Nicola Valentino di Sensibili alle Foglie che ben descrive il doppio ruolo di carcerato e carceriere di se stesso che impone un istituto come la misura alternativa del lavoro esterno con rientro serale in carcere.
Dal testo si coglie anche come uno degli effetti raggiunti dalle misure alternative è di condizionare in senso carcerario-punitivo anche le relazioni (affetti, lavoro) che la persona semidetenuta stabilisce durante la giornata extra-carceraria.

P. (filiarmonici):
Nell'individualizzazione della pena un fatto per niente trascurabile è stata l'introduzione della televisione in cella. Un tempo era un bel risultato ottenere una tv, riuscire a farla tenere accesa; adesso è l'istituzione carceraria che fa rientrare l'apparecchio televisivo tra le suppellettili necessarie della cella. Questo corrisponde proprio al passaggio alla pena individualizzata cui si faceva riferimento prima, di cui l'immagine del detenuto sulla propria branda davanti al monitor della tv è un'icona caratteristica.

M. (filiarmonici):
Volevo portare l'esempio delle vaccinazioni obbligatorie, perché l'ho sperimentato direttamente essendomene dovuta occupare per mia figlia.
Fino a qualche tempo fa alcune vaccinazioni erano obbligatorie. La legge stabiliva che ci si doveva vaccinare contro questo o contro quello e chi non lo faceva si poneva al di fuori della legalità, in particolare i genitori erano ritenuti responsabili.
Poi è stato documentato che i vaccini possono essere anche molto pericolosi (http://www.laleva.cc/cura/cura.html), che fanno piuttosto male in taluni casi e allora è stata tolta l'obbligatorietà per legge, anche se non in maniera chiara.
Non per questo però sono scomparse le forme di esclusione che le istituzioni esercitano nei confronti di chi non effettua il vaccino.
Gli asili ad esempio sono una delle prime istituzioni che discrimina chi non ha effettuato il vaccino. Prendiamo il caso di un asilo pubblico, cui ho provato a iscrivere mia figlia. Per quell'asilo c'è un eccesso di domande rispetto ai posti disponibili, perché è l'unico pubblico della zona.
Questo fa sì che il personale dell'asilo selezioni le domande di iscrizione e tra le informazioni che vanno fornite ci sono anche quelle relative alla vaccinazione, quindi pur non operando, ufficialmente, alcuna discriminazione, di fatto possono farla senza problemi. (…)

P. (filiarmonici):
Il carattere di arbitrarietà delle norme, che a volte si configura come vera e propria incomprensibilità della legge è un elemento voluto, non deve sembrare accidentale. La legge è tale da far sentire chiunque in qualche forma fuori dalla legalità e quindi minacciato. Il carcere da questo punto di vista è un laboratorio di regole assurde che nessun detenuto potrà mai rispettare. Non ti puoi attaccare le cose sul muro, costruire oggetti; poi naturalmente tutti lo fanno e nessuno dice niente, ma un giorno passa la perquisizione e quella volta lì, a differenza di tutte le altre, ci si richiama alla regola e tutto viene distrutto e sbaraccato.

G. (urupìa):
A proposito di quello che parlavate prima, mi è capitato di leggere sul giornale di questo film Minority Report tratto da un libro di Philip Dick, in cui viene descritta una società dove la polizia ha il compito di arrestare le persone prima che infrangano la legge. Così tanto per dire fino a dove si può arrivare su questo terreno…
Ma lasciando stare la fantascienza vorrei invece parlare proprio della mia esperienza qui a Urupìa in relazione al discorso sulla legge già avviato. Ad esempio forse non tutti sanno che praticamente la legge vieta di ottenere le uova fresche in giardino. Infatti esiste una serie di norme igieniche e di sicurezza tale da rendere impossibile per un individuo qualsiasi, che non si organizzi economicamente, allevare le galline per proprio conto.
Oppure prendiamo in considerazione le normative sulla produzione di pane in Italia: esse risalgono agli anni 50 e si basano sostanzialmente su rapporti fissi tra quantità di pane prodotto in una certa area geografica e popolazione locale. Per ottenere una deroga a queste quote si deve riuscire a ottenere la certificazione di "produzione tipica" disciplinata da tutta
una serie di altre normative.
Anche in questo campo, come la produzione del pane, le uova, l'agricoltura, si è continuamente messi di fronte alla scelta se attenersi o meno alla legge e su come comportarsi quando se ne è al di fuori.

A. (urupìa):
La mia esperienza mi fa dire che le norme non vadano rifiutate di per sé, vanno bensì rifiutate le regole non scelte dalle persone che vi sono sottoposte.
Urupìa è un'esperienza che ha scelto di darsi proprie regole condivise, pur trovandosi inserita in un contesto dove la legge è imposta dall'autorità. Da qui nasce un particolare modo di relazionarsi alla legge che andrò a descrivere.
Le leggi esterne intervengono su un'esperienza come la nostra a livello economico (sulla produzione), a livello sociale (attraverso il controllo e la regolazione delle relazioni) e a un livello misto tra i due precedenti (come nel caso di tutta una serie di provvedimenti sulle associazioni o sulle cooperative).
Di fronte a questo tipo di intervento come orientarsi?
Ci sono diversi livelli. Ci si può impegnare in una battaglia politica per contestare la legge stessa, quando se ne hanno le forze si fa, ma ciò non sempre capita. Oppure ci si può muovere nei meandri delle leggi per cercare attraverso esse stesse di limitare i danni (capita di poter ricorrere a una norma per aggirarne un'altra).
Un esempio significativo può essere quello di fronte al quale la comune di Urupìa si è trovata per poter affermare uno dei propri principi fondamentali: quello del consenso sulla cui base le decisioni vengono prese all'unanimità. A livello di ragione sociale abbiamo scoperto che un simile principio non è compatibile con la forma di società o cooperativa. Queste due figure che da un punto di vista legale, meglio descrivono le realtà produttive, prevedono esplicitamente un meccanismo di decisioni a maggioranza. Siamo ricorsi così alla forma dell'associazione che invece ci permetteva di inserire il principio del consenso nello statuto costitutivo.
Costituendo l'associazione abbiamo potuto intestare a essa la proprietà della masseria e dei terreni che avevamo acquistato. La stessa decisione di comprare, anziché occupare, era stata una scelta per tutelare l'esperienza che andava a nascere dal pericolo di sgombero per legge.
Oggi ci troviamo in una situazione in cui alla legge non sta più bene neanche la sola forma dell'associazione, proprio perché per realtà produttive di un certo spessore, come si configura Urupìa, la legge richiede forme sociali diverse, quali ad esempio la cooperativa.
Stiamo così sperimentando l'affiancamento dell'associazione con una cooperativa, in cui non possiamo rispecchiare il nostro modello decisionale all'unanimità perché è espressamente escluso dalla forma sociale cooperativa.

M.R. (filiarmonici):
Io posso portare l'esempio delle strategie legali per sottrarsi al Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). In questo caso, in alcune situazioni che a me è capitato di conoscere, la persona cui viene imposto il TSO può sottrarvisi se dichiara di assumere gli psicofarmaci che gli vengono prescritti. La dichiarazione firmata costituisce il lasciapassare rispetto al ricovero coatto.

Ms:
Ho letto recentemente un libro intitolato "Azienda totale" che descrive le condizioni di lavoro all'interno di un supermarket, anche lì si trovano meccanismi di esclusione tipici dell'istituzione carceraria. Questo per dire che ormai ovunque nelle diverse situazioni sociali si possono riscontrare queste tematiche. E proprio questa grande diffusione secondo me dovrebbe far prestare più attenzione a tutte quelle esperienze, quei percorsi su cui ci si può muovere nella pratica quotidiana. Ce ne sono tanti e interessanti. Penso alla "banca dei poveri" in Bangladesh, regolata da un meccanismo finanziario con più attenzione al sociale, che peraltro ha dimostrato di funzionare anche bene. I crediti che essa concede sono restituiti in percentuale maggiore rispetto alla norma delle restituzioni credito bancarie. In Italia c'è un'esperienza per certi versi analoga con Mag6 in Emilia Romagna. Oppure penso alle economie senza denaro e taluni esperimenti in questo senso in centro e sud America. La stessa comune Urupìa rientra tra le esperienze pratiche e concrete su cui secondo me è bene misurarsi.

Z. (filiarmonici):
Limitare il discorso alla parte costruttiva ha comunque dei limiti, come possono testimoniare le realtà stesse che si muovono su un terreno pratico.
Io credo che non si debba tralasciare la parte distruttiva del sistema fondato sulla legalità.

G.:
Due sono i totem che contraddistinguono l'agricoltura moderna: l'igiene e la qualità. I relativi certificati di idoneità sono gli strumenti attraverso cui si esprime il loro potere di intervento. Le norme sono introdotte in questo caso sulla base di un vasto consenso perché promosse in nome della tutela del consumatore e quindi della collettività. Nei fatti queste norme minacciano di distruggere una grande varietà di prodotti, che per loro stessa natura e per i processi di lavorazione cui vanno incontro risultano illegali.
Noi possiamo agire come consumatori scegliendo l'illegalità, continuando a procurarci accesso alle produzioni proibite per legge o che non rispettano tutte le norme. È una pratica quotidiana più o meno accessibile a ciascuno di noi.

Mch :
Va portata avanti anche una politica dell'illegalità. Rivendicare apertamente l'azione fuori e contro la legge, fare propaganda antilegale.
L'autodifesa dalla legge è uno strumento utile e in alcune situazioni necessario, è bene discuterne e confrontare le esperienze che ci si misurano nel quotidiano. Però mi viene da dire che non basta. Dobbiamo trovare le forme per invertire il segno di questa tendenza legalitaria, contrastare apertamente la legge.

M. (filiarmonici):
Facendo così si corre anche il rischio di cercare direttamente di finire in carcere, come può capitare anche in ambito di pratica dell'illegalità. È un argomento complesso e interessante quello delle pratiche illegali. Ad esempio io credo che su un tema come le droghe leggere, soprattutto la cannabis, circolino molti discorsi tesi a rivendicarne una legalizzazione.
Sarebbe interessante, al contrario difenderne la pratica illegale, senza imposizioni di legge.