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I sogni

Giulia

La detenzione non è solo privazione della libertà fisica, è anche privazione di espressione.
Di certo non è possibile dire tutto quello che realmente ci passa per la mente, e allora i/le detenuti/e hanno la via del Sogno per cercare di sopravvivere in questa situazione restrittiva.
Il sogno non e solo quello che si la mentre si è abbracciati dal dio Morfeo, quello lo fanno tutti.
Il sogno per una persona ristretta è sinonimo di libertà.
Con l’immaginazione si può andare dappertutto e fare ogni cosa: viaggi infiniti , in posti dove magari non sei mai stato, incontri e dialoghi con le persone che più ti piacciono.
Sognando riusciamo a superare anche momenti di crisi. E la cosa più bella è che il sogno non te lo può vietare nessuno in assoluto. La tua mente è libera di spaziare dove e come vuoi in ogni situazione. A volte ci si aggrappa fortemente a quest’àncora.
Sogno come sinonimo di speranza, illusione di libertà. Vivere in cattività non è vivere, è sopravvivere, e il sogno ci dà l’illusione di essere.
Dunque è questa l’importanza del sogno in questa situazione di chiusura.
A volte la rabbia, il senso di impotenza che proviamo ci possono portare fuori dai binari. Il sognare ci dà la forza di volare, rimanendo con i piedi per terra.
Certo altre cose ci aiutano a convivere con questa realtà: la posta, una risata con il compagno di cella, un avvenimento fuori dalla normale routine, i colloqui.
Ma il sogno è il vento forte che ti trascina fuori di qui.

Occasione per un dibattito

Il carcere è cambiato, o meglio sono cambiati i detenuti. Il carcere è fatto dai detenuti. Non è chiaro se sia cambiato in meglio o in peggio. Dipende dai punti di vista personali .
Si può dire che il cambiamento è iniziato con le leggi Gozzini e Simeone; leggi fatte con presupposti più che buoni, per preparare la vita del carcerato ad un migliore reinserimento sociale.
Il guaio è che spesso queste leggi non sono applicate o se applicate, per un nonnulla revocate.
A che cosa sono servite allora? Dal mio punto di vista ad avere un maggior controllo sul detenuto, a far sì che si autocontrolli nella speranza di poter usufruire di quei benefici che le due leggi tanto decantano.
La concessione dei benefici è basata su molte cose: relazioni su relazioni, comportamento del detenuto, ma più che altro sono a discrezione del Giudice, designato in quel momento e in quel luogo a decidere se concedere O meno al soggetto in questione la concessione richiesta.
Cosa fare?
Le soluzioni sono ben poche: o, non tener conto di queste possibilità offerteci su un fragile piatto di argilla, oppure lottare per far sì che vengano applicate più spesso, ovviamente con un lavoro parallelo con i Servizi Sociali preposti a seguire i detenuti nel momento in cui vengono schiaffati (fortuna permettendo) all’interno di questi canali.
Non tenerne conto è difficile, la speranza è uno dei motori che ci permette di vivere in questi posti. Fare in modo che vengano applicate più spesso, determina chiaramente lo sforzo di noi tutti ,la discesa a compromessi di principio, il fatto di accettare di essere considerate/i criminali senza esserne consapevoli, e senza esserlo di fatto diventa un prestarsi al gioco dell’aguzzino.
Dicevamo che il potere del mag. Di sorv. è discrezionale, e ci troviamo di fronte a un rebus non facile da risolvere, c’è da aggiungere che in certe Regioni la situazione sembra funzionare meglio; Mi chiedo, quale sia la ragione che differenzia il modo oli agire.
Magistrati diversi nel modo di interpretare la discrezionalità ? Avvocati più incisivi nel far valere i nostri diritti ? Servizi Sociali più attenti ? Interessante sarebbe conoscere il pensiero altrui...

Fonte: pubblicato sulla "Voce del Silenzio", periodico di informazione e cultura della Casa circondariale di Udine