La detenzione non è solo privazione della libertà fisica, è
anche privazione di espressione.
Di certo non è possibile dire tutto quello che realmente ci passa per
la mente, e allora i/le detenuti/e hanno la via del Sogno per cercare di sopravvivere
in questa situazione restrittiva.
Il sogno non e solo quello che si la mentre si è abbracciati dal dio
Morfeo, quello lo fanno tutti.
Il sogno per una persona ristretta è sinonimo di libertà.
Con l’immaginazione si può andare dappertutto e fare ogni cosa:
viaggi infiniti , in posti dove magari non sei mai stato, incontri e dialoghi
con le persone che più ti piacciono.
Sognando riusciamo a superare anche momenti di crisi. E la cosa più bella
è che il sogno non te lo può vietare nessuno in assoluto. La tua
mente è libera di spaziare dove e come vuoi in ogni situazione. A volte
ci si aggrappa fortemente a quest’àncora.
Sogno come sinonimo di speranza, illusione di libertà. Vivere in cattività
non è vivere, è sopravvivere, e il sogno ci dà l’illusione
di essere.
Dunque è questa l’importanza del sogno in questa situazione di
chiusura.
A volte la rabbia, il senso di impotenza che proviamo ci possono portare fuori
dai binari. Il sognare ci dà la forza di volare, rimanendo con i piedi
per terra.
Certo altre cose ci aiutano a convivere con questa realtà: la posta,
una risata con il compagno di cella, un avvenimento fuori dalla normale routine,
i colloqui.
Ma il sogno è il vento forte che ti trascina fuori di qui.
Il carcere è cambiato, o meglio sono cambiati i detenuti. Il carcere
è fatto dai detenuti. Non è chiaro se sia cambiato in meglio o
in peggio. Dipende dai punti di vista personali .
Si può dire che il cambiamento è iniziato con le leggi Gozzini
e Simeone; leggi fatte con presupposti più che buoni, per preparare la
vita del carcerato ad un migliore reinserimento sociale.
Il guaio è che spesso queste leggi non sono applicate o se applicate,
per un nonnulla revocate.
A che cosa sono servite allora? Dal mio punto di vista ad avere un maggior controllo
sul detenuto, a far sì che si autocontrolli nella speranza di poter usufruire
di quei benefici che le due leggi tanto decantano.
La concessione dei benefici è basata su molte cose: relazioni su relazioni,
comportamento del detenuto, ma più che altro sono a discrezione del Giudice,
designato in quel momento e in quel luogo a decidere se concedere O meno al
soggetto in questione la concessione richiesta.
Cosa fare?
Le soluzioni sono ben poche: o, non tener conto di queste possibilità
offerteci su un fragile piatto di argilla, oppure lottare per far sì
che vengano applicate più spesso, ovviamente con un lavoro parallelo
con i Servizi Sociali preposti a seguire i detenuti nel momento in cui vengono
schiaffati (fortuna permettendo) all’interno di questi canali.
Non tenerne conto è difficile, la speranza è uno dei motori che
ci permette di vivere in questi posti. Fare in modo che vengano applicate più
spesso, determina chiaramente lo sforzo di noi tutti ,la discesa a compromessi
di principio, il fatto di accettare di essere considerate/i criminali senza
esserne consapevoli, e senza esserlo di fatto diventa un prestarsi al gioco
dell’aguzzino.
Dicevamo che il potere del mag. Di sorv. è discrezionale, e ci troviamo
di fronte a un rebus non facile da risolvere, c’è da aggiungere
che in certe Regioni la situazione sembra funzionare meglio; Mi chiedo, quale
sia la ragione che differenzia il modo oli agire.
Magistrati diversi nel modo di interpretare la discrezionalità ? Avvocati
più incisivi nel far valere i nostri diritti ? Servizi Sociali più
attenti ? Interessante sarebbe conoscere il pensiero altrui...
Fonte: pubblicato sulla "Voce del Silenzio", periodico di informazione e cultura della Casa circondariale di Udine