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Google e Yahoo strumenti di censura?

Punto Informatico, 28 luglio 2004

Questa la tesi di un documento di Reporters sans frontières secondo cui i due colossi americani della ricerca stanno dando una mano al regime cinese nel censurare i contenuti scomodi.

Sono parole pesanti quelle di RSF - Reporters sans frontières che ha attaccato nelle scorse ore due dei più frequentati siti internet americani, Yahoo! e Google. L'accusa di RSF è particolarmente pesante: entrambi danno una mano alla censura cinese.

L'associazione internazionale ha parlato esplicitamente di "una guerra commerciale che minaccia la libertà di espressione" riferendosi allo scontro di mercato tra i due big per guadagnare posizione sui mercati dei vari paesi, compresa appunto la Cina.

Quelle di Yahoo! e di Google sarebbero pratiche "irresponsabili", secondo RSF, perché direttamente o indirettamente darebbero una mano al regime cinese nell'espletare le proprie attività di censura.

"Yahoo! - affermano quelli di RSF - ha censurato per anni la propria versione in cinese del motore di ricerca e ora il rivale Google, che ha acquisito di recente una partecipazione nel motore cinese Baidu che filtra i risultati delle ricerche, sembra pronto a seguire la stessa strada. Nei loro sforzi per conquistare il mercato cinese, le due società stanno accettando compromessi che minacciano direttamente la libertà di espressione".

Le accuse sono sostenute, sostiene RSF, dall'evidenza della pratica quotidiana. La versione cinese di Yahoo, infatti, proprio come "Yisou", un nuovo motore dedicato al mercato cinese dal colosso americano, secondo RSF "censurano i risultati di ricerca secondo i voleri del Governo. Alcune ricerche per parole chiave, come Tibet Libero, non danno alcun risultato". In altri casi, cercando Falun Gong ad esempio, il risultato riporta soltanto documenti che sostengono la posizione del regime, contraria al movimento spirituale che porta quel nome.

Ma anche Google, che in passato è stato persino bloccato dai filtri di regime, ora praticherebbe la censura. "Se con Baidu si ricerca Huang Qi, cyberdissidente incarcerato per aver criticato online il governo, il risultato è: Questo documento non contiene dati. Anche se ci sono centinaia di articoli in cinese sulla vicenda". E se si ricerca Indipendenza di Taiwan, afferma RSF, si trovano soltanto siti critici con il Governo dell'isola (che la Cina considera una propria provincia). "Invece con la versione cinese di Google - afferma RSF - che non è censurata, vengono fuori i siti pro-Taiwan".

Secondo RSF la censura sui motori di ricerca rappresenta un problema chiave per la libertà di espressione, anche in Cina dove stime ufficiali affermano che i motori sono utilizzati per la ricerca di informazioni dall'80 per cento degli utenti.

L'associazione internazionale non manca peraltro di ricordare vari casi che coinvolgono le grandi società dell'IT americano che hanno adattato le proprie tecnologie per venire incontro alle necessità della censura cinese se non persino realizzato strumenti per consentire al regime di realizzare filtri e censure.

Va detto che spesso e volentieri l'unico mezzo per "fare affari" in Cina sembra essere quello di venire incontro alle richieste governative. Anche per questo RSF ha concluso il proprio documento appellandosi alle autorità americane affinché sia varato un codice di condotta per le imprese statunitensi che operano in mercati come quello cinese, sottoposti al vaglio di un'oligarchia che fonda il proprio potere su manipolazione, monitoraggio e censura.

Il tradimento di Internet, autocensura in Cina

Danilo Taino

Corriere della Sera, 29 luglio, 2004

Digitare «Tibet libero» non dà risultati, mentre nel mondo le voci sono 95 mila. «Così si tradisce lo spirito del Web».

«Non ci sono "muraglie cinesi" che possano fermare Internet: la libertà di espressione che su di essa viaggia è destinata a conquistare il pianeta». Beh, da ieri questa certezza, sulla quale viviamo da alcuni anni, è un po' meno solida: «Reporters sans frontières», un'organizzazione francese che si occupa di informazione, ha accusato i due maggiori motori di ricerca in rete del mondo - Google e Yahoo - di autocensurarsi pur di mettere piede nel mercato in cui, in questo momento, il web è in maggior espansione, la Cina. Ha così aperto una questione che colpisce al cuore il settore. La concorrenza tra i giganti di Internet, infatti, oggi è feroce in particolare su due terreni, appunto i motori di ricerca e la grande Cina. In più, dà nuovi argomenti a chi da sempre sostiene che la «commercializzazione» di Internet ne tradisce l'anima libera e senza barriere. Che Yahoo censuri, sulla base delle linee guida emanate da Pechino, il suo sito storico cinese (http://cn.yahoo.com) e il suo motore di ricerca Yisou lanciato poche settimane fa, è cosa che nel settore già si sospettava. «Reporters sans frontières» dice ora che se, per esempio, vi si cerca «Tibet libero» non si hanno risultati. E se vi si digita «falun gong» (il movimento spirituale messo al bando in Cina) escono solo testi ufficiali critici dell'organizzazione. Se le stesse ricerche si fanno invece su Yahoo fuori dalla Cina, «free tibet» dà 95 mila risultati, «falun gong» 375 mila e inizia con quello di Falun Dafa, il sito ufficiale della pratica fondata da Li Hongzhi. La novità maggiore, però, riguarda Google, che si era sempre rifiutato di piegarsi alla censura, tanto che nel settembre 2002 fu chiuso per una settimana dalle autorità cinesi. Ora, «Reporters sans frontières» sostiene che anche il motore più usato al mondo starebbe facendo buon viso a cattivo gioco. Non direttamente ma attraverso Baidu - il motore di ricerca più importante della Cina, che filtra ogni contenuto così come ordinato dai mandarini di Pechino - nel quale Google ha comprato in giugno una grossa quota azionaria. Il test effettuato su Baidu con le parole chiave «huang qi», un cyberdissidente, e «Taiwan indipendente» dà risultati simili a quelli di Yahoo cinese. Vista la gara feroce per la conquista della Cina online, Google si sarebbe insomma adeguata alle regole del gioco imposte dal Partito comunista cinese: soprattutto ora che si sta quotando in Borsa, non può permettersi di lasciare al concorrente diretto Yahoo un vantaggio di penetrazione in un mercato decisivo. «Reporteres sans frontières» definisce «irresponsabili» le politiche delle due società americane. E invita le autorità Usa, in lettere inviate a due sottosegretari, a rispettare il Global Internet Freedom Act votato un anno fa dalla Camera dei rappresentanti e a non essere «ipocriti» nei confronti di regimi repressivi. Che l'Amministrazione di Washington accolga concretamente l'appello, in realtà, non è considerato probabile dagli esperti del settore. Quando si parla di Cina, un po' tutti in Occidente sono strabici e, di fronte a una potenza economica in formazione, si preferisce non vederne le violazioni dei diritti umani e delle libertà di espressione. Una polemica simile era già sorta nel 1994, quando Rupert Murdoch, pur di entrare nel mercato cinese con Star-Tv, accettò di non trasmettere nella Repubblica Popolare il Bbc World Service. E nel 1997, per ragioni simili, lo stesso Murdoch non volle pubblicare un libro di memorie di Chris Patten, l'ultimo governatore britannico di Hong Kong. Ora, però, il problema delle imprese occidentali che si inchinano ai diktat di Pechino, serio in ogni campo, coinvolge Internet, che doveva essere la prateria su cui le idee correvano senza censure. E coinvolge due nomi mitici che su quella idea di libertà senza frontiere hanno costruito la propria fortuna. È insomma un salto di qualità nel quale l'Occidente gioca un po' della sua anima. Questa, però, non è la fine della storia, fanno sapere i protagonisti: per ora la «muraglia cinese» tiene, ammettono, ma l'importante è scavare un foro, anche piccolo, tra le pietre. Al resto penserà la rete. Che è come l'acqua, incontrollabile.