Benvenuti a Guantanamo
James Meek
The Guardian, 3 dicembre 2003
Al loro arrivo i prigionieri ricevono:
• un lenzuolo,
• due asciugamani,
• due pantaloni arancioni (uno lungo e uno corto),
• una maglietta arancione,
• un paio di ciabatte,
• un sapone,
• una coperta,
• un copricapo
• un tappetino da preghiera,
• e una copia del Corano.
Secondo la convenzione di Ginevra qualunque belligerante catturato va considerato Prigioniero di guerra. I primi campi di concentramento della storia sono stati costruiti a Cuba dagli spagnoli, alla fine del diciannovesimo secolo. Gli Stati Uniti hanno costruito dietro il filo spinato e su una sicura isola caraibica il modello carcerario della guerra al terrorismo
Il campo
Il centro di prigionia del campo Delta, costruito dalla Brown & Root Services
(un'impresa controllata dalla Halliburton), è stato inaugurato il 28
aprile 2002 con il trasferimento di 300 detenuti provenienti dal campo X-Ray.
Il campo Delta, che oggi ospita presumibilmente 660 persone ha un regime carcerario
più lieve rispetto al campo X-Ray. Qui possono essere rinchiusi:
• cittadini stranieri,
• persone che sono state addestrate da al Qaeda
• persone che hanno avuto ruoli di comando su più di 300 militari
Il campo comprende 20 blocchi da 48 celle ciascuno. Le celle misurano due
metri di larghezza per 2,42 di lunghezza e 2,42 di altezza. Hanno le pareti
fatte di rete metallica su una base rigida e contengono: un letto metallico,
un wc, un lavandino. I prigionieri ricevono tre pasti al giorno"culturalmente
appropriati", non sono più tenuti sotto al sole, anche se la luce
dei riflettori sulle gabbie è accesa 24 ore su 24. Ogni settimana hanno
diritto a due docce da 15 minuti l'una e a due sessioni di "esercizi".
Un giorno d'estate del 2002 a Cuba, Abdul Razaq, un insegnante d'inglese pachistano
di 31 anni, notò qualcosa di insolito tra le figure arancioni nelle
gabbie metalliche che si trovavano accanto a lui. A due o tre gabbie di distanza
un altro prigioniero pachistano, Shah Mohammed, stava silenziosamente cercando
di impiccarsi con un lenzuolo. La stoffa gli stringeva la gola e cominciava
a soffocarlo. Anche i prigionieri delle celle vicine si erano accorti di quello
che stava succedendo e, come fanno sempre quando un detenuto nel campo di
prigionia americano nella baia di Guantanamo cerca di uccidersi, si erano
messi a urlare nelle loro tante lingue. "Prima abbiamo gridato a Shah
Mohammed di fermarsi, ma lui non ci dava retta e allora abbiamo chiamato le
guardie", racconta Razaq, che è stato rilasciato da Guantanamo
in luglio ed è tornato a casa in ottobre dopo altri tre mesi di detenzione
in Pakistan. "Le guardie sono arrivate e lo hanno salvato. Era la prima
volta che cercava di suicidarsi nel mio blocco. Poi lo hanno trasferito".
È stato uno dei quattro tentativi di Mohammed a Guantanamo. A maggio
lo hanno rilasciato e ora vive nella Swat Valley, sulle colline di Malakarand
di fronte a Peshawar, a pochi chilometri dalla casa di Razaq. È un
distretto di contadini molto religiosi, conservatori e amanti del cricket,
che difendono gelosamente la loro terra e la loro libertà eri- vendicano
il diritto di portare le armi. I campi di canna da zucchero e di tabacco sono
ben curati e le armi costano meno che in America. Al mattino la colonna di
bambini diretti a scuola con il berretto nero in testa si stende per chilometri.
Mohammed, che ha 23 anni e di mestiere fa il fornaio, è alto un metro
e sessanta e ha il passo leggero. Continua ad avere incubi da quando è
tornato. Il suo volto sbuca dietro la barba lucida e i lunghi capelli neri.
A Kandahar e a Guantanamo è stato interrogato dieci volte. I suoi occhi
si illuminano solo quando parla di pesca. Dal suo ritorno ci è andato
spesso, in cerca soprattutto di trote. "Il danno più grande è
nella mia testa: le mie condizioni fisiche e mentali lasciano a desiderare.
Sono una persona diversa", dice. "Non rido e non mi diverto più".
Quando gli chiedo perché ha cercato così spesso di uccidersi,
Mohammed rimane vago. Parla di preoccupazioni familiari la salute di sua madre,
gli affari . del fratello - e di "problemi miei". Ma i suoi tentativi
di suicidio a Guantanamo sono cominciati dopo essere stato rinchiuso senza
spiegazioni per un mese in una cella di isolamento. A quanto sembra non perché
avesse violato le regole del campo, ma perché le autorità americane
dovevano ultimare le nuove strutture e non avevano un altro posto dove metterlo.
Nel blocco India, come è chiamato il reparto delle celle di rigore,
"non c'erano finestre. C'erano quattro pareti e un tetto di lamiera,
una lampadina e un condizionatore. Accendevano l'aria condizionata e faceva
molto freddo. Mi toglievano la coperta al mattino e me la restituivano la
sera. Mi hanno tenuto in quella stanza per un mese. Noi chiedevamo: 'È
una punizione?'. E l'interprete rispondeva: 'No, lo facciamo per ordine del
generale"'. Per contrastare i tentativi di suicidio di Mohammed i medici
americani gli iniettarono un farmaco contro la sua volontà. "Io
mi rifiutavo, allora hanno fatto entrare sette o otto persone, mi hanno tenuto
fermo e mi hanno fatto l'iniezione", dice. "Non riuscivo a vedere
né in alto né in basso. Sono stato come paralizzato per un mese.
Quell'iniezione, il suo effetto: non riuscivo a pensare né a fare niente.
Mi davano dei tranquillanti e mi dicevano: 'Il tuo cervello non funziona come
dovrebbe'. Mi costringevano a fare le iniezioni e a prendere le pillole, ma
io non volevo. Ad alcune persone facevano l'iniezione tutti i mesi".
Visite guidate Per capire com'è la vita nel campo di prigionia americano
a Guantanamo, le poche decine di detenuti rilasciati - quasi tutti pachistani
e afgani - sono le uniche fonti disponibili. I giornalisti sono autorizzati
a "visitare" la struttura, ma come i familiari, gli avvocati e gli
attivisti delle organizzazioni per i diritti umani non possono incontrare
i detenuti. Come in un tour della Casa Bianca, queste visite consentono solo
un'occhiata superficiale. Eppure le testimonianze degli ex detenuti, insieme
alle poche informazioni che si ricavano dalla posta censurata, dalle dichiarazioni
ufficiali e da qualche commento delle guardie e di altri occasionali visitatori,
compongono un quadro coerente. Nei quasi due anni da quando è stato
costruito per rinchiudere le persone catturate in quella che l'amministrazione
Bush chiama "la guerra al terrorismo", il campo di prigionia di
Guantanamo si è trasformato da luogo di internamento rudimentale e
piuttosto brutale ad autentico mostro del diritto internazionale, dove agli
stranieri viene imposto tutto il rigore del sistema penitenziario statunitense
senza nessuno dei diritti di cui godono i detenuti americani. A questo si
aggiunge la minaccia psicologicamente logorante, estranea alla costituzione
americana, della reclusione indeterminata, senza tribunali né appelli
secondo il capriccio di un unico uomo: il presidente degli Stati Uniti. La
domanda "com'è veramente Guantanamo?" ha tutto il fascino
dell'ignoto. Ma dietro si nasconde una questione più oscura, con tutte
le sue implicazioni per la libertà in America e altrove: "Cos'è
Guantanamo?". Uno dei pochi commenti sfuggiti alla censura è contenuto
in una breve cartolina di un prigioniero francese, Nizar Sassi, indirizzata
alla sua famiglia e datata agosto 2002. "Se volete una definizione di
questo posto", ha scritto, "eccola: qui non hai diritto ad avere
diritti". Il governo statunitense è stato molto rapido nelle settimane
dopo 1'11settembre. Nel giro di 26 giorni l'Afghanistan è stato bombardato.
Kabul è caduta in nove settimane. Undici settimane dopo la distruzione
delle torri gemelle, nell'Afghanistan del nord veniva schiacciata la resistenza
dei taliban e dei loro alleati non afgani. Ma come ha detto nell'aprile 2002
il segretario della difesa americano Donald Rumsfeld con un lapsus molto significativo:
"Siamo riusciti a non eliminare al Qaeda". Dopo non essere riusciti
a trovare il presunto mandante dell'11 settembre - Osama bin Laden - né
il suo alleato taliban - il mullah Omar - né il grosso delle infrastrutture
terroristiche, gli Usa hanno cominciato a costruire, dietro il filo spinato
e su una sicura isola caraibica, un modello carcerario di ciò che la
retorica della "guerra al terrorismo" porta con sé .Hanno
rastrellato da tutto il mondo persone sospettate di terrorismo, le hanno sottoposte
a una rigida disciplina, le hanno portate a odiare gli Stati Uniti e le hanno
tenute insieme per anni. È come se l'amministrazione Bush avesse tanto
desiderato l'avverarsi della fantasia hollywoodiana di una centrale terroristica
mondiale da essersela costruita da sola. Dal momento che i 660 prigionieri
ancora detenuti a Guantanamo non hanno voce e che gli Usa non hanno mai spiegato
perché sono stati incarcerati, il mondo esterno dispone solo dei racconti
delle loro famiglie e della vaga definizione americana di "nemici combattenti"
per capire chi sono e perché si trovano lì.
La cattura
Molti di loro sono stati arrestati in Afghanistan, ma parecchi sono stati
consegnati agli Stati Uniti da altri paesi. "Sono un gruppo molto eterogeneo.
Ci sono detenuti di 40 nazionalità e 18 lingue", spiega Daryl
Matthews, uno psichiatra che vive alle Hawaii e in maggio ha passato una settimana
nel campo di prigionia di Guantanamo. "C'è una grossa divisione
fra chi parla arabo e chi parla lingue ufdu-pashto. Ci sono alcuni prigionieri
molto istruiti e occidentalizzati e altri che non lo sono affatto; alcuni
sono giovanissimi e alcuni molto anziani e saggi. Ci sono detenuti che parlano
benissimo l'inglese e altri che non lo parlano affatto. Ce ne sono alcuni
che soffrono di disordini mentali, alcuni molto laici e altri profondamente
religiosi". Shafiq Rasul, di Tipton, nelle West Midlands britanniche,
aveva portato con sé in Pakistan il suo guardaroba di abiti firmati:
nel dicembre 2001 è stato catturato dall'Alleanza del Nord insieme
ai suoi amici Asif Iqbal e Rhuhel Ahmed e poi consegnato agli americani a
Shebergan, nell'Afghanistan settentrionale. Jamil al Banna e Bisher al Rawi,
due rifugiati che vivono in Gran Bretagna, sono stati arrestati in Gambia,
nell'Africa occidentale, e consegnati agli Stati Uniti dalle autorità
locali. Moazzam Begg e Richard Belmar, altri due cittadini britannici, sono
stati arrestati in Pakistan e consegnati agli Stati Uniti dalle autorità
locali. David Hicks, un australiano che era sempre vissuto andando a caccia
di squali e di canguri e aveva adottato due bambini, è finito nella
prigione di Shebergan dopo aver combattuto con l'Esercito di liberazione del
Kosovo in Albania e il gruppo ribelle Lashkar-e-Taiba nel Kashmir. Mehdi Muhammed
Ghezali - padre algerino e madre finlandese è cresciuto nella città
svedese di Rebro; aveva davanti a sé una promettente carriera di calciatore
prima di finire con i taliban in Afghanistan ed essere catturato. Nizar Sassi
e Mourad Bechnellali sono cresciuti a Venissieux, un sobborgo di Lione. La
loro vita aveva cominciato a ruotare intorno alla moschea di Lenin Boulevard
e alla fine sono partiti verso est. Ibrahim Fauzee, cittadino delle Maldive,
è stato arrestato a Karachi mentre si trovava nella casa di un uomo
sospettato di legami con al Qaeda. Tarek . Dergoul, di Londra, che si suppone
sia stato arrestato durante la battaglia per Tora Bora nell'Afghanistan del
sud, avrebbe subìto l'amputazione di un braccio in seguito alle ferite
riportate. Sami al Haj, un assistente cameraman sudanese dell'emittente televisiva
Al Jazeera, è stato fermato dopo la caduta di Kabul mentre stava per
partire dall'Afghanistan con il resto della troupe. Era diretto in Pakistan:
non lo hanno più visto. Un altro cittadino britannico, Martin Mubanga,
anche lui di Londra, è stato consegnato agli Stati Uniti dallo Zambia.
Jamal Udeen, di Manchester, nato in una devota famiglia cattolica e convertito
all'islam a vent'anni, è stato catturato in Afghanistan appena tre
settimane dopo aver lasciato l'Inghilterra. Airat Vakhitov, uno degli otto
russi di Guantanamo, credeva di essere stato liberato quando un giornalista
di Le Monde lo aveva scoperto in una prigione taliban dove era stato chiuso
al buio e picchiato per sette mesi perché sospettato di essere una
spia del Kgb. Ma è solo passato da una prigione taliban a una americana.
E poi c'è Mish al Hahrbi, un maestro di scuola saudita. Il suo tentativo
di suicidio a Guantanamo gli ha provocato lesioni cerebrali gravissime e irreversibili.
Molti detenuti, compresi i pochi che da allora sono stati rilasciati, sostengono
che la strada che li ha portati a trovarsi dov'erano al momento della loro
cattura non è cominciata per combattere. Mohammed afferma di essere
andato a Guantanamo a lavorare per i taliban come fornaio, Razaq dice che
faceva il missionario. Sono stati arrestati dall'Alleanza del Nord nell'Afghanistan
settentrionale, interrogati superficialmente dalle forze speciali americane
o della Cia e spediti in volo a Kandahar, dove sono stati trattenuti per settimane
o mesi prima di essere mandati a Cuba. Razaq mi ha detto di essere convinto
che l'unico motivo per cui lo hanno spedito a Cuba è perché
parla inglese. Era stato rinchiuso per un mese dall'Alleanza del Nord nella
prigione di Shebergan, in condizioni di sovraffollamento e scarsità
di cibo. A un certo punto erano venuti i soldati dell'Alleanza e avevano chiesto
al gruppo di prigionieri pachistani, arabi e uzbechi se qualcuno di loro parlava
inglese. Razaq si era fatto avanti. Con le mani legate lo avevano portato
in una stanzetta dalle pareti di terra dove era stato costretto a inginocchiarsi
davanti a due militari americani, uno seduto su un sedile di fango che sporgeva
dal muro e l'altro in piedi. L'interrogatorio era durato tre o quattro minuti.
Gli avevano fatto solo due domande: "Come ti chiami?" e "Perché
sei venuto in Afghanistan?". Poi lo avevano portato via. Aveva appena
avuto il tempo di vedere un gruppo di uomini legati e seduti in fila con un
cappuccio in testa prima di essere incappucciato anche lui. Li avevano portati
su una pista d'aviazione ed erano partiti per Kandahar. I due americani che
lo avevano interrogato e i soldati che lo avevano incappucciato non si erano
scambiati nessun segnale. Basandosi sul fatto che parlava inglese, gli americani
avevano deciso di portarlo a Kandahar, indipendentemente dal risultato del
primo interrogatorio. Un altro pachistano rilasciato, Mohammed Saghir, che
oggi ha 53 anni, la barba grigia ed è proprietario di una segheria,
racconta di non essere stato sottoposto neppure a un rapido interrogatorio
a Shebergan prima di ritrovarsi legato mani e piedi, bendato e trasportato
in elicottero a Kandahar.
Prima tappa: Kandahar
Shah Mohammed è stato detenuto in una prigione di Mazar-i-Sharif, vicino
a Shebergan, e poi a sua volta spedito a Kandahar. È lì che
ha incontrato l'australiano Hicks per la prima volta. C'erano già le
prime avvisaglie del trattamento differenziato, apparentemente secondo le
origini nazionali e il colore della pelle, che sarebbe diventato una delle
caratteristiche dell'atteggiamento degli americani verso le persone sospettate
di terrorismo. "Ho parlato con l'australiano, sapeva un po' l'urdu",
racconta Mohammed. "Mi disse di essere venuto per il jihad. Gli americani
gli fecero un sacco di domande, più che a noi. Lui venne portato su
una nave e io a Kandahar". Mohammed lo avrebbe visto di nuovo. I detenuti
rilasciati raccontano di essere stati trattati con durezza fin dal viaggio
per Kandahar. "Una cosa che ho imparato degli americani è che
sono molto sgarbati quando trasferiscono la gente", dice Razaq. "Mi
avevano legato le mani così strette che per due mesi non sono riuscito
a usare la destra. Ti prendono per il collo e ti fanno scendere dall'aereo
senza tanti riguardi. Per molto tempo non abbiamo saputo di essere a Kandahar.
Pensavamo che ci avrebbero uccisi". "Ci hanno fatto alzare e ci
hanno sbattuto fuori dall'aereo", racconta Saghir. "Alcuni si sono
feriti, anche gravemente". Mohammed conferma: "Ci hanno spinti fuori
dall'aereo a calci e ci hanno sbattuti per terra". A Kandahar la sistemazione
era scomoda. I prigionieri stavano seduti e dormivano a piccoli gruppi sotto
tettoie di tela, sulla nuda terra, circondati dal filo spinato e sottoposti
a sorveglianza continua. Avevano una sola coperta a testa. Era inverno. Razaq
dice che l'acqua nelle bottiglie la mattina era gelata. Per i primi venti
giorni ebbero l'assoluto divieto di parlare. Saghir racconta che non permettevano
a nessuno di dormire per più di un'ora di fila. "Se qualcuno dormiva
più a lungo urlavano: 'Tiratelo su!'". I prigionieri erano interrogati
di continuo, con lunghi intervalli tra i colloqui. "Noi chiedevamo: 'Perché
ci tenete qui?'", dice Mohammed. "Loro rispondevano: 'Sarete interrogati
e tutti quelli che verranno riconosciuti innocenti potranno andarsene'. Non
ci hanno mai detto che ci avrebbero portati a Cuba". Razaq fu uno degli
ultimi a lasciare Kandahar.
Seconda tappa: Cuba
L'ultima cosa che gli americani hanno fatto ai detenuti di Kandahar prima
di spedirli a Cuba è stato tagliare a tutti la barba, un modo per umiliarli.
A Razaq hanno detto che era necessario perché, senza doccia, avrebbero
preso i pidocchi. Per il volo a Cuba i detenuti hanno ricevuto le tute arancioni
diventate familiari dopo le immagini televisive del loro arrivo a Guantanamo.
Erano legati mani e piedi, bendati, imbavagliati e avevano le orecchie tappate.
Una volta a bordo dell'aereo militare i loro piedi sono stati incatenati al
pavimento, le mani fissate ai braccioli e il corpo legato con delle cinghie.
"L'interprete ci disse: 'Non vi muovete e non vi preoccupate, vi portano
a casa'", racconta Mohammed. "Non ricordo quante ore passarono,
ma siamo partiti da Kandahar di notte e siamo arrivati a Cuba la sera. Ci
siamo fermati da qualche parte per cambiare aereo". Saghir dice che,
come era già successo a Kandahar, all'arrivo a Cuba i detenuti - ancora
legati, imbavagliati e bendati - furono spinti giù dall'aereo. Alcuni
si ruppero il naso. "lo mi sono fatto un livido sotto l'occhio sinistro".
I primi prigionieri furono trasferiti su un camion, poi su un motoscafo per
attraversare la baia, e infine nelle gabbie di ferro che sarebbero state la
loro casa per i primi mesi del 2002: il centro di detenzione del campo X-Ray.
Quelle immagini di uomini ciechi, sordi, muti, legati e vestiti di arancione
divennero un'arma potente nelle mani di chi si opponeva ai sistemi con cui
l'amministrazione Bush stava combattendo il terrorismo, soprattutto in Europa
e nel mondo musulmano. Un paese che non voleva riconoscere una corte penale
internazionale, sembravano dire le immagini, aveva costruito una spietata
prigione internazionale. La stessa bizzarra collocazione di Guantanamo - un
lembo fortificato di terra americana in uno degli ultimi avamposti mondiali
del comunismo - accentuava la sensazione che i prigionieri fossero stati gettati
al centro di vari cerchi concentrici di isolamento. I cubani sono fra i pochi
a ricordare che i primi campi di concentramento della storia vennero costruiti
sulla loro isola dagli spagnoli alla fine del diciannovesimo secolo.
Arrivo al campo X-Ray
Nelle prime settimane di esistenza del campo X-Ray, il regime carcerario era
ancora più duro di quanto appariva dalle foto. I prigionieri non erano
autorizzati a parlare, neppure bisbigliando. "Ho passato il primo mese
in silenzio assoluto", dice Mohammed. Secondo Saghir in questa prima
fase relativamente brutale c'era poca tolleranza per la pratica dell'islam,
che impone di pregare cinque volte al giorno. "Il primo mese e mezzo
non ci permisero di parlare con nessuno, non potevamo chiamare i fedeli alla
preghiera e non potevamo pregare nelle nostre celle", dice. "Ci
davano solo dieci minuti per mangiare. Quando cercai di pregare vennero quattro
o cinque soldati e mi picchiarono. Se qualcuno cercava di chiamare gli altri
alla preghiera lo picchiavano e lo imbavagliavano. Dopo un mese e mezzo cominciammo
lo sciopero della fame". I funzionari statunitensi hanno ammesso che
gli scioperi della fame ci sono stati davvero - in alcuni casi i prigionieri
venivano alimentati a forza - ma per i detenuti sono state delle forme di
protesta che hanno ottenuto dei risultati. Secondo Saghir è stato solo
dopo uno sciopero della fame di massa durato quattro giorni che le autorità
hanno abolito il divieto di parlare, hanno concesso un altoparlante per chiamare
i fedeli alla preghiera, hanno dato più tempo per i pasti e fornito
il Corano e altri libri. Mohammed racconta che uno sciopero della fame di
otto giorni cominciato perché una guardia aveva buttato per terra un
Corano si è concluso con le scuse personali di un funzionario e la
promessa che il Corano non sarebbe più stato toccato. Secondo Razaq,
che è arrivato quando X-Ray era già stato chiuso, la cultura
della protesta è una caratteristica della vita di Guantanamo. "All'inizio
c'è stato uno sciopero della fame di massa, ma poi ci sono stati singoli
casi di prigionieri che rifiutavano il cibo", racconta. In altri casi
i detenuti si strappavano di dosso i cartellini di plastica con i codici d'identificazione
e li scagliavano contro le guardie, oppure battevano ritmicamente sui sedili
di metallo. A volte le guardie reagivano usando dei gas debilitanti. "Quando
gettammo i nostri cartellini le guardie ci dissero di consegnare le coperte,
ma due nostri compagni non obbedirono, perciò le guardie gli spruzzarono
addosso qualcosa per farli svenire, li legarono e li portarono nel blocco
di punizione; durante il trasferimento furono piuttosto brutali", dice
Razaq. "Ma non ho visto percosse". Abolito il divieto di parlare,
la vita a X-Ray è diventata più facile. Sembra che le autorità
del campo abbiano creato una specie di mosaico linguistico, dando ai detenuti
una ragionevole possibilità di trovare qualcuno con cui chiacchierare,
ma senza consentire assembramenti di persone che parlano la stessa lingua.
Mohammed fa uno schizzo del gruppo di dieci gabbie in cui si trovava. I suoi
vicini erano Hicks, un detenuto del Bangladesh, due arabi di cui non ricorda
il nome e Rokhanay, dell'Afghanistan del Nord.
Isolati dal mondo
I prigionieri di Guantanamo non hanno modo di sapere cosa sta succedendo nel
mondo esterno, che si tratti del campionato di calcio o della guerra in Iraq.
Fatta eccezione per le guardie e i funzionari che conducono gli interrogatori,
i prigionieri hanno contatti solo con i funzionari del Comitato internazionale
della Croce Rossa (Cicr) e qualche occasionale visitatore dei servizi segreti
o del ministero degli esteri del loro paese. Il Cicr non parla mai delle condizioni
di vita a Guantanamo. Gli attivisti svedesi che si battono per il rilascio
di Mehdi Ghezali hanno usato le leggi della Svezia sulla libertà d'informazione
per ottenere una versione - censurata - del rapporto di un funzionario dei
servizi segreti, Bo Eriksson, che nel febbraio 2002 ha visitato Guantanamo
con un altro svedese. Questo e altri documenti rivelano che gli Usa erano
talmente ossessionati dalla sicurezza che avevano incaricato un ufficiale
dell'esercito americano che capiva lo svedese di ascoltare il colloquio degli
agenti con Ghezali e poi, non contenti, avevano mandato un loro inviato a
Stoccolma per chiedere una copia del rapporto sul colloquio che avevano già
ascoltato. "Le celle misurano circa due metri per tre, le pareti sono
di rete metallica, i pavimenti di cemento e i soffitti di lamiera", ha
scritto Eriksson. "Dentro le celle i detenuti hanno un materasso, una
coperta, un asciugamano, un paio di secchi e bottiglie d'acqua di plastica.
Fuori dalla cella i detenuti indossano una tuta color arancione e ciabatte
di plastica. La loro libertà di movimento non è circoscritta
alle celle, ma fuori dalla cella hanno mani e piedi legati. Le manette sono
fissate a una cintura intorno alla vita in modo da limitare i movimenti delle
mani e delle braccia. Ghezali riusciva solo a bere acqua da una ciotola. Le
catene alle gambe fanno sì che quando i detenuti vengono spostati possano
fare solo passi piccolissimi. Una guardia tiene sempre una mano sul collo
del detenuto, piegandogli in avanti la testa in modo che durante tutto lo
spostamento sia costretto a guardare per terra. Non sono torturati e non subiscono
trattamenti degradanti. Le pareti di rete metallica ovviamente comportano
che i detenuti non abbiano mai un momento di privacy. Una volta i detenuti
avevano appeso alla rete dei fogli di plastica per evitare di essere visti,
ma sono stati costretti a toglierli perché malgrado la brezza marina
il caldo diventava insopportabile". Trasferimento al campo Delta Nell'aprile
2002 i prigionieri sono stati trasferiti in una nuova struttura, il campo
Delta, e il campo X-Ray è stato chiuso. La loro barba è ricresciuta.
La nuova struttura, che ancora oggi rappresenta la parte principale del campo
di prigionia, contiene blocchi di 48 gabbie disposte su due file separate
da uno stretto corridoio. I blocchi non hanno mura esterne, solo un tetto
spiovente, sono costruiti su mattoni di cemento in zone coperte di ghiaia
e sono circondati da recinzioni verde opaco sormontate di filo spinato. Le
celle sono lunghe e larghe quanto un uomo alto sdraiato. Contengono una branda
di metallo, un lavandino e un wc. Oltre a questo tipo di sistemazione standard
ce ne sono almeno altre sei. C'è il regime meno severo del campo Four,
dove i prigionieri docili e disposti a collaborare vengono premiati con un
alloggio stile dormitorio e possono frequentare liberamente altri detenuti.
All'interno del campo Four esiste un'ulteriore categoria di detenuti, a cui
si crede appartengano i britannici Moazzam Begg e Feroz Abbasi, tenuti isolati
dagli altri perché stanno per essere processati. Al campo Delta esiste
un blocco speciale per tre detenuti minorenni, con vista sull'oceano e condizioni
meno dure. Ci sono poi il blocco Delta - dove vengono tenuti sotto osservazione
i prigionieri con disturbi mentali -, il blocco India e forse anche un altro
blocco che contengono le celle di isolamento. Un ristrettissimo numero di
prigionieri, probabilmente tra i due e i cinque, viene tenuto segregato in
una struttura speciale di massima sicurezza all'interno del campo Delta. Mohammed,
Saghir e Razaq hanno conosciuto le celle di rigore. Saghir dice di essere
stato rinchiuso in una delle scatole metalliche senza finestre per oltre una
settimana quando un arabo sputò a una guardia e l'intera fila di 24
gabbie venne punita con l'isolamento.
Duecento milioni di parole
Una delle giustificazioni americane per la lunga segregazione imposta ai prigionieri
è che devono essere interrogati per ottenere informazioni preziose.
Ci sono stati un'infinità di interrogatori: ogni detenuto è
stato interrogato tra le dieci e le venti volte, il che significa - ipotizzando
una media di 90 minuti per ogni interrogatorio - qualcosa come 15mila ore
di trascrizioni contenenti intorno ai duecento milioni di parole, l'equivalente
di circa 250 Bibbie. Eppure, senza eccezioni, i detenuti raccontano di essere
stati interrogati ogni volta da persone diverse, e che ogni volta le domande
erano le stesse. I prigionieri descrivono la stanza degli interrogatori come
una piccola cella fatta di pannelli di compensato, senza finestre, con l'aria
condizionata e illuminata da tubi al neon. Uno, due o tre americani fanno
le domande, se necessario con l'aiuto di un interprete. La stanza contiene
un tavolo di legno con gambe di metallo e sedie di ferro. I colloqui vengono
registrati su cassetta e con appunti scritti. Fissato al pavimento c'è
un anello di metallo: i prigionieri interrogati stanno seduti su una sedia
e le loro catene sono fissate all'anello. Durante gli interrogatori a volte
sembra che gli inquirenti vogliano una dimostrazione di solidarietà
con le vittime dell'11 settembre. Un interprete, per esempio, disse a Saghir
che si era avvicinato il momento del rilascio perché aveva dato la
risposta "giusta". "Nell'ultimo interrogatorio mi chiesero:
'Quegli uomini che hanno attaccato le torri gemelle, li definiresti musulmani?'.
Io risposi: 'Personalmente non li definirei musulmani, ma non sono uno studioso
di religione, non saprei giudicare quella gente'. E allora l'interprete mi
disse: 'Hai fatto un passo avanti, non ci saranno altri interrogatori'".
Dopo Kandahar, nessuno dei prigionieri rilasciati ha raccontato di torture
o di maltrattamenti subiti durante gli interrogatori, ma secondo Razaq i detenuti
che si rifiutavano di rispondere alle domande a volte venivano chiusi nelle
celle di isolamento. Guantanamo è un luogo tetro e noioso. Eppure c'è
un aspetto che rischia di sfuggire agli europei che inorridiscono per il livello
di sicurezza, le catene e il modo degradante con cui sono ingabbiati i prigionieri:
Guantanamo non è troppo diverso dalle strutture del sistema penitenziario
americano. Concentrandosi soprattutto sulle condizioni fisiche, si rischia
di non cogliere l'aspetto veramente aberrante di Guantanamo: il modo arbitrario
e ingiusto con cui il presidente Bush e la sua amministrazione hanno imprigionato
centinaia di persone che non hanno la minima idea di quanto tempo resteranno
rinchiuse o di come difendersi. È questo che i giuristi americani ed
europei trovano più pericoloso. È questo che provoca i maggiori
danni psicologici nei prigionieri e nelle loro famiglie. E le strane creature
istituite dal Pentagono per processare alcuni detenuti - le commissioni militari
- preoccupano perfino gli avvocati in divisa incaricati di farle funzionare.
"Negli Stati Uniti le prigioni sono una grande industria", dice
lo psichiatra Daryl Matthews. "Noi imprigioniamo un sacco di gente. La
gente non si rende conto delle dimensioni e dello squallore delle prigioni
americane". Matthews, che è contrario alla pena di morte, fornisce
consulenze psichiatriche ai tribunali civili nei casi che comportano condanne
a morte. Eppure è ancora in lotta con la sua coscienza sull'opportunità
di fornire lo stesso servizio alle commissioni militari che processeranno
i detenuti di Guantanamo. Le commissioni hanno il potere di emettere le sentenze
più severe, fino alla pena di morte. A differenza degli stupratori,
dei rapitori di bambini e dei serial killer che negli Stati Uniti rischiano
la pena capitale, le centinaia di persone rinchiuse a Guantanamo non sanno
perché sono state private della libertà, né se o quando
saranno rilasciate, messe sotto accusa o processate, e non hanno avuto la
possibilità di difendersi davanti a un tribunale. Questo isolamento
e questa incertezza, sottolinea Matthews, costituiscono un ulteriore peso
per i detenuti. "Le tensioni a cui sono sottoposti i prigionieri di Guantanamo
snerverebbero qualsiasi detenuto di un carcere di massima sicurezza in territorio
americano", dice. Qualunque normale ambiente carcerario produce profonde
alterazioni mentali, la tendenza al suicidio e alla depressione. "Ma
a Guantanamo c'è una tensione aggiuntiva e secondo me è questa
la cosa veramente unica. I detenuti di una prigione normale pensano alla pena
che dovranno scontare, contattano i loro avvocati, cercano di compiere sforzi
costruttivi per uscire. Sono sistemi importanti per affrontare lo stress della
reclusione, invece questi uomini non possono fare niente". L'11 settembre,
quando i terroristi attaccarono gli Usa, il mondo trovò in Bush e nel
suo ministro della giustizia, John Ashcroft, due uomini convinti che le incarcerazioni
e le esecuzioni fossero il modo giusto per combattere il male, due uomini
che volevano incoraggiare i giudici a infliggere pene più severe e
che consideravano gli avvocati difensori la rovina della giustizia. La retorica
senza freni della "guerra al terrorismo" rientrava esattamente nella
lettura di destra della storia recente. Una lettura che ritrae i liberali
come uomini privi di spina dorsale pronti a tradire le vittime del crimine
con le loro eccessive preoccupazioni per i diritti degli indagati. Ashcroft
ha reso esplicito questo concetto. In un discorso tenuto poco prima dell'11
settembre 2003, ha orgogliosamente dichiarato che la sua amministrazione combatte
il terrorismo con la stessa tattica che usa contro la criminalità.
Dopo l'11settembre
Un assaggio di come il governo Bush intendeva evitare il "disfattismo
e la resa" nella caccia ai terroristi si ebbe con l'arresto di oltre
mille musulmani stranieri residenti negli Usa nei giorni immediatamente successivi
all'11 settembre. Anche se tecnicamente erano stati fermati perché
il loro visto era scaduto o per altre piccole violazioni delle norme sull'immigrazione,
762 di loro furono indagati per presunti legami con gruppi terroristici. Ben
pochi, alla fine, sono stati accusati di reati legati al terrorismo, ma tutti
hanno dovuto aspettare settimane o mesi prima di essere definitivamente scagionati
dall'Fbi. Le persone recluse nel centro di detenzione di Brooklyn inizialmente
non poterono contattare le famiglie e gli avvocati, alcune subirono violenze
e maltrattamenti razzisti. Il decreto di Bush che ha creato le basi per il
campo di prigionia di Guantanamo e per le commissioni militari che processeranno
i detenuti accusati di terrorismo o di crimini di guerra è stato emesso
il 13 novembre 2001, il giorno in cui l'Alleanza del Nord ha preso il controllo
di Kabul. Improvvisamente si pose la questione dello status da attribuire
ai prigionieri in modo che gli Usa potessero interrogarli, trattenerli finché
il presidente ne aveva voglia e punirli. All'epoca si sperava di riuscire
a catturare bin Laden. Forse i detenuti di Guantanamo stanno pagando il prezzo
dell'incapacità americana di catturare il leader di al Qaeda. In un
certo senso, Guantanamo è Sant'Elena senza Napoleone e con i resti
della Grande armata incarcerati al suo posto. Nel diritto internazionale esistevano
delle soluzioni che, a prima vista, avrebbero permesso a Washington di raggiungere
il suo obiettivo. Perché l'amministrazione Bush abbia preferito non
seguire il diritto internazionale ma farsene uno proprio resta un mistero.
La prima deviazione dalle norme internazionali è stata quella di rifiutare
di considerare i prigionieri afgani come prigionieri di guerra. Una fonte
mi ha raccontato una storia - forse inventata - secondo cui Bush e i suoi
collaboratori stavano leggendo il testo delle convenzioni di Ginevra quando
il presidente è arrivato all'articolo secondo cui i prigionieri di
guerra devono ricevere tra gli 8 e i 75 franchi svizzeri al giorno. A questo
punto, dice la storiella, Bush ha perso la pazienza e ha ordinato ai suoi
assistenti di trovare il modo di non considerarli prigionieri di guerra.
Senza diritti
Ufficialmente gli Usa usano come pretesto il fatto che i combattenti della
resistenza afgana non erano vestiti da soldati. È vero che, come gli
agenti della Cia in Afghanistan e in Iraq, e come molti combattenti dell'Alleanza
del Nord schierata a fianco degli Usa, i taliban e i combattenti non argani
non indossavano la divisa, ma questo non impedisce che vengano dichiarati
prigionieri di guerra. L'articolo 5 della terza convenzione di Ginevra è
chiarissimo: qualunque belligerante catturato il cui status è incerto
va considerato prigioniero di guerra fino a quando il suo status non è
determinato da un "tribunale competente". Gli Usa hanno istituito
centinaia di tribunali di questo tipo durante la guerra del Golfo del 1991
e nella recente guerra in Iraq. In Afghanistan non lo hanno fatto. Il maggiore
John Smith, un avvocato militare del dipartimento del Pentagono incaricato
di organizzare i futuri processi dei detenuti di Guantanamo, ha dichiarato
che il presidente ha deciso che non era necessario. Se ci fossero stati dei
tribunali ufficiali, gli Stati Uniti avrebbero comunque potuto interrogare,
accusare e processare i prigionieri di guerra. Avrebbero anche potuto individuare
i prigionieri nelle condizioni peggiori per evitare loro di sopportare Guantanamo:
come Mohammed Hagi Fiz, un vecchio afgano fragile e sdentato di oltre settant'anni,
rilasciato nell'ottobre 2002, o Abdul Razeq, un argano malato di schizofrenia
rilasciato nel maggio 2002 con una scorta di farmaci per sei mesi. La stranezza
della posizione americana è che sebbene i detenuti di Guantanamo non
siano considerati prigionieri di guerra nel senso formale delle convenzioni
di Ginevra, sono considerati prigionieri di guerra in un senso molto particolare:
possono essere trattenuti finché non finisce la guerra. Sono definiti
"nemici combattenti", un termine non riconosciuto dal diritto internazionale.
Alla domanda "quale guerra?", l'amministrazione Bush risponde: "La
guerra al terrorismo". In altri termini, i prigionieri possono essere
trattenuti finché lo vuole il presidente degli Usa. "Mi sembra
che la posizione del nostro governo sia contraddittoria", sostiene James
Harrington, un avvocato dello stato di New York che rappresenta un cittadino
americano in attesa di giudizio per accuse di terrorismo, ma non detenuto
a Guantanamo. "Noi diciamo che non sono prigionieri di guerra e non vanno
trattati come tali, ma allo stesso tempo dichiariamo di essere in guerra".
Secondo Louise Christian, un'avvocatessa britannica che rappresenta tre suoi
concittadini rinchiusi a Guantanamo, gli Usa oggi somigliano alla Gran Bretagna
degli anni settanta: "È la stessa cosa che successe al nostro
paese ai tempi degli attacchi terroristici dell'Ira, quando il panico e la
paura prevalevano su tutto il resto. Non avevamo la minima idea di come eravamo
giudicati all'estero. Chiudevamo in carcere la gente arbitrariamente. Ignoravamo
il fatto che venisse costretta a confessare con la forza. Ma credo che l'esperienza
quotidiana della prigionia - vedere i tuoi vicini e i tuoi migliori amici
chiusi in carcere senza motivo - abbia provocato la continuazione del conflitto
in Irlanda del Nord, proprio per questo senso di ingiustizia. Ovviamente c'erano
persone che avevano commesso atti spaventosi. Ma se la risposta del governo
è criminalizzare un'intera categoria di persone, tutto quello che si
ottiene è far crescere la simpatia per le persone che sono realmente
colpevoli". Dopo aver frettolosamente introdotto il concetto di "nemico
combattente" per affrontare l'eventuale cattura di bin Laden e aver applicato
questo concetto alla massa dei detenuti prelevati dalle prigioni dell'Alleanza
del Nord in Afghanistan, il governo americano si è sentito così
a suo agio con quest'idea che ha cominciato a sfoderarla in patria e in tutto
il mondo con modalità che spaventano gli attivisti dei diritti umani
e gli avvocati. Oggi chiunque, cittadino americano o meno, può essere
dichiarato nemico combattente in qualunque momento e quindi essere trattenuto
per tempo indefinito a discrezione di Bush.
Nemici combattenti
Lo status di nemico combattente comincia a uscire da Guantanamo e a penetrare
in territorio statunitense. Attualmente ci sono tre nemici combattenti nelle
prigioni militari americane. L'ordine di Bush del 13 novembre 2001 diceva
che i nemici combattenti vanno "trattati umanamente, senza distinzioni
di razza, colore, religione, genere, nascita, censo o criteri analoghi".
Eppure è difficile conciliare questa dichiarazione con il trattamento
profondamente diverso riservato a tre uomini accusati di aver combattuto a
fianco dei taliban. L'unico americano bianco del gruppo, John Walker Lindh,
ha avuto un processo penale, gli sono stati riconosciuti tutti i diritti legali
ed è stato rapidamente condannato. Un altro cittadino americano, ma
di origine saudita, Yasser Hamdi, è stato trasferito da Guantanamo
a una prigione della marina militare in territorio americano ed è ancora
segregato come nemico combattente. Mohamed Tariq, un pachistano dello stesso
villaggio di Shah Mohammed, è tuttora detenuto. Non c'è motivo
di ritenere che abbia fatto qualcosa di diverso, da Lindh o da Hamdi. Ma lui
resta a Guantanamo. Le voci secondo cui sarebbe imminente il rilascio di molti
prigionieri europei, per quanto gradite, sottolineano soltanto l'arbitrarietà
della loro detenzione. Il governo è dovuto risalire a due casi di agenti
nazisti che risalgono a sessant'anni fa, prima ancora che venissero scritte
le convenzioni di Ginevra, per trovare dei precedenti per le commissioni militari
ed è un mistero perché lo abbia fatto. Proprio come è
un mistero perché non abbia usato i tribunali dei prigionieri di guerra
per i detenuti di Guantanamo. L'amministrazione Bush difende la scelta delle
commissioni militari sostenendo che i presunti reati di terrorismo per cui
verranno processati alcuni detenuti di Guantanamo sono "crimini di guerra"
e che le commissioni militari contribuiranno a tutelare le informazioni segrete
che rischierebbero di filtrare dai tribunali normali o dalle corti marziali.
I critici obiettano che nessuno di questi due argomenti sta in piedi e che
il vero motivo per cui vengono usate le commissioni militari è che
offrono poche possibilità di un trattamento equo agli imputati e spianano
la strada alle condanne.
Nelle mani di Wolfowitz
I due aspetti delle commissioni più criticati sono che il governo si
riserva il diritto di ascoltare tutte le conversazioni tra la difesa e il
suo assistito, e che dopo la condanna gli imputati non possono ricorrere a
un organo di appello indipendente. Ma nei dettagli di come dovrebbero funzionare
le commissioni ci sono altri particolari che sembrano ispirati a un'opera
di Kafka. Il primo fatto che salta all'occhio è l'enorme potere attribuito
al vicesegretario della difesa americano, Paul Wolfowitz, l'autorità
che nomina le commissioni. I giudici - sette se il caso prevede la pena di
morte - sono nominati da Wolfowitz. Qualsiasi giudice può essere sostituito
fino al momento della sentenza. Da Wolfowitz. I pubblici ministeri militari
sono scelti da Wolfowitz. Gli imputati e le accuse da contestare sono stabilite
da Wolfowitz. Tutti gli imputati hanno diritto a un difensore militare che
fa parte di un gruppo di avvocati selezionato da Wolfowitz. Gli imputati hanno
il diritto di ingaggiare un avvocato civile, ma devono pagare di tasca propria
- e rivelando dove si trovano questi soldi rischiano di vederseli sequestrare
per il sospetto che siano usati a scopi terroristici. Per ordine di Wolfowitz.
In caso di condanna gli imputati non devono perdersi d'animo: possono presentare
appello a una commissione formata da tre persone. Nominate da Wolfowitz. Una
volta preparate le sue raccomandazioni, la commissione le sottopone alla decisione
finale. Quella di Wolfowitz. Considerate le difficoltà a cui vanno
incontro gli avvocati civili (devono essere cittadini americani, devono procurarsi
il lasciapassare di sicurezza a loro spese, devono abbandonare tutti i casi
che stanno seguendo e trasferirsi a Guantanamo per vari mesi) per molti dei
detenuti sotto accusa la miglior speranza di un processo equo sembra rappresentata
dal patrocinio di avvocati militari coscienziosi. "Nella primavera del
2003 è girata una circolare che diceva: 'Cercasi volontari' per il
collegio della difesa", racconta un ex avvocato militare. "C'è
stata una selezione e le persone scelte erano quelle giuste, avevano tutte
le credenziali a posto, erano ottimi avvocati. Il primo giorno, durante la
riunione per informarli su ciò che dovevano e non dovevano fare, almeno
un paio di loro dissero: 'Se ci imponete queste restrizioni non saremo in
grado di tutelare adeguatamente i nostri clienti'. Quando il gruppo decise
di non andare avanti, furono sollevati dall'incarico. Fecero rapporto al mattino
e vennero licenziati nel pomeriggio". L'Ufficio delle commissioni militari
nega. "Non è vero, non è mai successo", dice il maggiore
Smith. "La commissione militare è uno strumento di giustizia.
Immagino che alcuni di questi individui a Guantanamo si dichiareranno non
colpevoli, e saranno rappresentati con scrupolo dai loro avvocati". Eppure,
secondo una fonte interna molto informata, tra il team dei difensori militari
c'è molta amarezza. "Che tipo di giustizia stiamo portando in
Afghanistan e in Iraq? La costituzione parla di giustizia: ma è solo
per l'America?".
Ritorno a casa
Shah Mohammed non ha ricevuto né un risarcimento né delle scuse
quando è stato rilasciato. Soltanto una lettera di tre paragrafi di
un'unità dell'aeroporto di Bagram in Afghanistan, la Cftf180-Detainee
Ops. È firmata da un soldato con un grado inferiore a quello di caporale,
Joseph P. Burke. Dice: "Questo memorandum attesta che Shah Mohammed Alikhel,
Isn-Us9Pk-00019Dp, è stato detenuto dalle forze armate degli Stati
Uniti dal 13 gennaio 2002 al 22 marzo 2003". La lettera è datata
8 maggio: in altri termini, Mohammed è stato tenuto prigioniero due
mesi di più. Anche se lo hanno interrogato nove o dieci volte, la lettera
prosegue affermando che gli Usa non sono a conoscenza del luogo di nascita
di Mohammed. E poi conclude: "Si è stabilito che quest'uomo non
rappresenta una minaccia per le forze armate degli Stati Uniti o per i loro
interessi in Afghanistan e nel Pakistan. Gli Stati Uniti non hanno ulteriori
accuse da muovere a quest'uomo. Il governo degli Stati Uniti auspica che questa
persona possa ricongiungersi con la sua famiglia". "Se mi hanno
tenuto per 18 mesi e mi hanno mandato una lettera per attestare che sono innocente,
allora perché mi hanno tenuto per 18 mesi?", chiede Shah Mohammed.
"Non hanno nessun dovere e nessun obbligo verso di me?". Ancora
meno di un dovere: malgrado lo avessero dichiarato innocente, i militari americani
lo hanno riportato in Pakistan così come lo avevano trasportato a Cuba:
in catene.