Quelli che seguono sono alcuni passi, tradotti, presi dal libro di un
giornalista inglese, Peter Watson. Il saggio s'intitola 'War on the mind'
(Londra 1980): la guerra contro la mente. "È la storia di una relazione
amorosa: l'intima e clandestina relazione tra i militari e gli psicologi"; uno
zibaldone oscuro, un inquietante florilegio degli innumerevoli usi della
psicologia applicata alle pratiche di guerra - le più svariate, bizzarre e
feroci.
Tre trance di discorso - parte dei capitoli 11, 12 e 13 - per cominciare da ciò
che ci è, purtroppo, più familiare: il condizionamento, la prigionia e la
tortura.
Troviamo qui gli archetipi, approntati scientificamente, di pratiche, procedure
e comportamenti che moltissimi di noi, individualmente e collettivamente, hanno
subito in un più o meno recente passato e che molti ancora subiscono in questo
presente contro-rivoluzionario. Ancora, vi troviamo riferimenti a vicinanze
geografiche inquietanti, gli indizi della presenza continua di un'intelligenza
altra, nemica, e del suo uso in funzione del dominio e del controllo.
Nessuna delle tecniche di destabilizzazione fisica e mentale è assente: i vari
tipi di tortura e i mezzi a queste associate - fisici, psicologici,
clinico-farmacologici; il condizionamento e il lavaggio del cervello; l'analisi
mirata delle alterazioni comportamentali e caratteriali dovute ai diversi
sistemi reclusivi - deprivazione sensoriale e "reclusione dura" (compreso un
equivalente inglese dell'articolo 72).
Tutto ciò vuole essere un pretesto, un invito ai compagni e alle compagne,
perché, partendo dalle proprie storie, da ciò che si sperimentato sulla propria
pelle, esca fuori, cosciente, il quadro composito, autoconsistente del progetto
di annientamento portato avanti in questi anni, In più, per riannodare i fili di
un discorso mai chiaro, ma spesso ridotto, schematizzato: quello dell'uso del
sapere sociale, e dei suoi precipitati ideologici e materiali - la scienza e la
tecnica ai fini dello sfruttamento e dell'oppressione.
***
La ricerca sulle atrocità
Nel corso delle mie ricerche per questo libro assistetti a una conferenza,
sponsorizzata dalla NATO, su
"Stress e Ansietà", tenuta ad Oslo nel 1975. Un
certo dr. Thomas Narur, dell'US Naval Hospital di stanza al quartier generale
NATO per il Sud Europa a Napoli, indirizzò la conferenza sul soggetto della
"formazione simbolica" (
symbolic modelling) - un procedimento attraverso il
quale personaggi ansiosi vengono portati a sopportare certi stress mediante
l'osservazione (di solito tramite films) di altri alle prese con gli stessi
stress [...]
Il metodo, secondo Narut, era quello di proiettare films espressamente destinati
a mostrare gente che veniva uccisa o ferita in modo violento. Dopo averli
abituati a questi films, si supponeva infine che gli uomini fossero diventati
capaci di dissociare le proprie emozioni da tali situazioni. Il dr. Narut
aggiungeva, inoltre, che gli psicologi della Marina degli Stati Uniti
selezionavano gli uomini per queste funzioni di commando specialmente dagli
equipaggi dei sottomarini e dai parà, ma che alcuni dei selezionati erano dei
condannati per omicidio che provenivano dalle carceri militari.
Egli disse che il processo aveva tre aspetti:
Selezione
Gli studi su coloro che hanno ricevuto riconoscimenti al valore in
battaglia hanno mostrato che i migliori killers sono gli uomini con personalità
"passiva aggressiva". Sono soggetti dotati di molta iniziativa sebbene siano ben
disciplinati, e non appaiono nervosi, periodicamente hanno esplosioni di energia
durante le quali possono uccidere letteralmente senza rimorso, Il dr. Narut
disse che lui e i suoi colleghi andavano perciò alla ricerca di uomini che si
erano dimostrati capaci di uccidere in modo premeditato. I tests usati per
selezionare gli uomini per questi impieghi includono il
Minnesota Multiphasic
Personality Inventory (MMPI). specialmente le sue sottoscale di misura per
l'ostilità, la depressione e la psicopatia, e il test di Rorshach, in cui i
soggetti devono interpretare delle macchie ambigue. Narut dice di cercare
individui che rispondono particolarmente alle macchie colorate, piuttosto che a
quelle in bianco e nero, che indicano, afferma, una predisposizione
(
preoccupation) per la violenza.
Addestramento per la riduzione dello stress
Gli uomini selezionati sono
condotti, per l'addestramento, all'ospedale della Marina a Napoli o al
Laboratorio Neuropsichiatrico di San Diego, California. Gli uomini vengono
addestrati al tiro ma viene loro dato anche uno speciale addestramento tipo
"Arancia Meccanica" al fine di soffocare qualsiasi scrupolo essi possano avere
nell'uccidere. Il tutto funziona in questo modo. Agli uomini viene mostrata una
serie di films raccapriccianti che divengono progressivamente sempre più
orrendi. L'uomo sottoposto ad addestramento è costretto a guardare dato che ha
la testa bloccata da ganasce, in modo che non possa girarsi, e uno speciale
aggeggio tiene aperte le sue palpebre. Uno dei primi films mostra un giovane
africano che viene crudelmente circonciso dai suoi compagni, membri della sua
stessa tribù. Non è usato nessun tipo di anestetico e il coltello è, ovviamente,
spuntato e non affilato. Quando il film è finito, all'addestrato vengono poste
domande irrilevanti del tipo:
"Qual era il motivo (del disegno, n.d.r.) sul manico del
coltello?", oppure:
"Quanta gente teneva bloccato il ragazzo?" In un altro film,
la camera segue i movimenti di un uomo al lavoro in una segheria, mentre taglia
delle tavole di legno. Il film mostra i suoi movimenti - lo spingere la tavola -
fino a quando egli scivola e si taglia via le dita. Inoltre misure fisiologiche
vengono prese per assicurare che gli uomini imparino realmente a rimanere calmi
mentre guardano.
Deumanizzazione del nemico
In quest'ultima fase l'idea è quella di ottenere che
gli uomini pensino ai potenziali nemici che avranno di fronte come a forme
inferiori di vita. Vengono date loro letture e films che ritraggono personalità
e costumi di paesi stranieri i cui interessi potrebbero andare contro gli Stati
Uniti. I films sono costruiti in modo da presentare il nemico come meno che
umano: viene ridicolizzata la stupidità dei costumi locali, e le personalità
locali sono presentate come semidei infernali piuttosto che come legittime
figure politiche. [...]
Lo studio del dott. Zimbardo sul carcere
Il ricercatore più importante nel campo della cattività è stato il dr. Philip
Zimbardo. Nel suo lavoro per l'US Office of Naval Research, il dr. Zimbardo e i
suoi colleghi si interessarono specialmente del comportamento in stato di
detenzione. Tra il '72 e il '73 essi condussero il loro studio più pittoresco, i
risultati e i metodi del quale si rivelarono estremamente controversi. Daremo
prima uno sguardo all'esperimento e torneremo quindi sulle implicazioni.
Apparentemente, lo scopo di Zimbardo era quello di studiare le dinamiche di
gruppo in una prigione; egli era interessato ad analizzare se, per es., gli
abusi in una prigione scaturiscono dal fatto che i detenuti hanno alle spalle
una lunga lista di reati contro la società, o se invece, il potere intrinseco di
un lavoro come quello delle guardie carcerarie rendesse costoro più vendicativi.
Zimbardo perciò, mise annunci pubblicitari sul giornale locale, che richiedevano
uomini in buona salute per partecipare ad un esperimento sulla "vita in
carcere". Su 75 persone, che ne avevano fatto richiesta, ne vennero scelte 24,
le più stabili dal punto di vista emotivo; nessuna di loro aveva precedenti
criminali o di qualsiasi altra attività deviante. A metà dei soggetti venne
arbitrariamente assegnato il ruolo di ''guardie" e all'altra metà quello di
"prigionieri". Ai prigionieri fu detto di rendersi disponibili in una certa
domenica, quando sarebbe iniziato l'esperimento. Le guardie vennero invece
convocate per una riunione, prima dell'inizio dell'esperimento, in cui
incontrarono il "direttore del carcere" (Zimbardo) e un "capoguardia" (uno dei
suoi assistenti). Fu detto loro che, entro i limiti di considerazioni morali e
pratiche, avrebbero dovuto mantenere un grado di ragionevole ordine nella
prigione; sul come, specificatamente, ciò dovesse esser fatto, deliberatamente,
non si entrò in dettagli. Essi furono avvertiti che, qualora ci fossero stati
tentativi di fuga e simili, il loro compito era di assicurare che questi non
riuscissero. Avrebbero lavorato a turni e avrebbero dovuto redigere dei rapporti
sia a fine turno sia in caso di incidenti di una certa importanza. Volutamente,
non venne dato loro nessun codice di comportamento, se non cenni minimi, sul
trattamento da riservare ai prigionieri, sebbene fosse chiaro che era vietata
qualsiasi forma di punizione fisica. Per rendere il tutto ancora più realistico
le guardie aiutarono a costruire la parte finale della prigione.
Questa era progettata per essere una prigione funzionale ma non necessariamente
piacevole in ogni dettaglio (essa venne in realtà costruita nel seminterrato del
Dipartimento di Psicologia della Stanford University). Le celle erano di circa 2
x 3 metri ed avevano delle porte, con sbarre, dipinte di nero. C'era un cancello
blindato all'entrata del braccio e una porta di osservazione. Una piccola stanza
fungeva da cortile per l'aria ed una, ancora più piccola (70 x 70 x 220 cm) che
non era illuminata, veniva usata come cella di segregazione. L'intera prigione
era predisposta per la sorveglianza audio e video.
L'esperimento vero e proprio ebbe inizio senza avvertire coloro cui era stato
assegnato il ruolo di prigionieri. Zimbardo era riuscito ad ottenere la
collaborazione della polizia della città di Palo Alto ed i "prigionieri" vennero
così prelevati da macchine della polizia. Gli ufficiali comunicarono loro che
venivano arrestati per sospetto di rapina a mano armata o furto, l'informavano
dei loro diritti e li ammanettavano dopo averli sottoposti ad accurata
perquisizione (spesso sotto gli sguardi incuriositi dei vicini). Venivano
condotti quindi al posto di polizia e lì fotografati e schedati (impronte
digitali). Venivano quindi chiusi in una cella prima di essere bendati e
condotti, da uno degli sperimentatori, alla "prigione". Per tutta la durata
dell'arresto gli ufficiali di polizia mantennero un atteggiamento estremamente
riservato: essi non diedero alcuna indicazione che l'arresto avesse qualcosa a
che fare con lo studio sulla falsa prigione. All'arrivo i prigionieri vennero
spogliati di ogni abito, furono irrorati con una sostanza che si supponeva fosse
un disinfettante chimico (ma in realtà era semplicemente deodorante spray),
dovettero quindi rimanere soli e nudi all'aria per un certo tempo. Furono
nuovamente fotografati e, finalmente, fu data loro la divisa della prigione.
Le guardie indossavano pantaloni e camicie kaki, avevano in dotazione un
fischietto da poliziotto, un manganello e occhiali a specchio che rendevano
invisibili gli occhi. Ogni detenuto indossava un ampio camice di cotone con un
numero di identificazione stampato davanti e di dietro, niente mutande (il che
li costringeva a sedere in pose femminili), una catena leggera e chiusa attorno
a una caviglia, sandali di gomma e un copricapo ricavato da una calza di nylon
per eliminare qualsiasi differenza nella lunghezza dei capelli (in qualche
prigione i carcerati hanno la testa rasata). Quando tutte le celle furono
riempite, il capo-guardia salutò i detenuti e lesse loro le norme dell'istituto
(sviluppate insieme da guardiani e capo-guardia), che avrebbero dovuto imparare
a memoria e seguire. Da questo momento in poi ci si sarebbe riferiti a loro col
solo numero.
Ai prigionieri venivano distribuiti tre leggeri pasti al giorno, si permettevano
visite controllate alla toilette e due ore al giorno per il privilegio di
scrivere e leggere lettere. Venne dato loro lavoro a una paga oraria che
permetteva di mettere insieme 15 dollari al giorno, come gli era stato promesso.
Erano permessi due colloqui a settimana, così come per le serate
cinematografiche e i periodi d'aria. Tre volte al giorno i detenuti venivano
allineati per la conta - queste parate coincidevano con l'inizio di un nuovo
turno per le guardie.
I risultati di questo esperimento furono sconvolgenti. Fin dall'inizio si
osservò che i detenuti assumevano un atteggiamento remissivo laddove le guardie
divenivano sempre più aggressive. Proibito loro qualsiasi tipo di punizione
fisica, essi facevano sempre più ricorso ad aggressioni verbali.
Gravi sintomi di stress emersero in cinque dei prigionieri già al 20 giorno.
Quattro di essi presentavano un quadro comune che includeva depressione, crisi
di pianto, attacchi d'ira e d'ansia acuta. lì quinto dovette essere rilasciato
prematuramente dopo che si era manifestata una eruzione cutanea dovuta al duro
trattamento. Dei rimanenti solo due affermarono di non voler rinunciare alla
loro paga per esser rilasciati in anticipo. Ma quando l'esperimento fu finito,
alcuni giorni prima del previsto, tutti i detenuti ne furono entusiasti. Al
contrario le guardie sembrarono angustiate dalla decisione di fermare
l'esperimento. Nessuno di loro era mai venuto al lavoro fuori orario e invero,
diverse volte, le guardie erano rimaste in servizio, fuori orario, senza
lamentarsi e senza percepire pagamenti straordinari.
Senza dubbio la simulazione era diventata un'esperienza estremamente reale per
la maggior parte del tempo (ed estremamente spiacevole per i prigionieri).
Zimbardo e i suoi colleghi controllavano - senza che questi lo sapessero - sia
le guardie sia i detenuti. Il 90% delle conversazioni private dei detenuti era
direttamente collegato alle immediate condizioni della prigione - cibo,
privilegi, maltrattamenti. Soltanto per 1/10 del loro tempo essi parlavano delle
loro vite fuori del carcere. Come risultato, i detenuti venivano a conoscere
sorprendentemente poco l'uno dell'altro e l'eccessiva concentrazione sulle
vicissitudini della loro situazione attuale rendeva ancora più oppressiva
l'esperienza del carcere, dato che, invece di evadere da essa, avendone la
possibilità, nella privacy delle loro celle, essi continuavano a permettere che
questa dominasse i loro pensieri e le loro relazioni sociali. E quando i
detenuti venivano intervistati, essi spendevano una gran parte del tempo a
lamentarsi l'uno dell'altro.
Similmente, le guardie passavano la maggior parte del loro tempo libero a
parlare del "problema" prigionieri. Avevano inoltre la tendenza ad essere sempre
più crudeli quando pensavano di esser visti dagli sperimentatori. Essi
continuavano ad intensificare il loro comportamento aggressiva anche quando era
chiaro a tutti che il deterioramento dei prigionieri era visibile e marcato. Una
misura di quanto reale fosse diventato l'esperimento per la maggior parte dei
partecipanti è che quando i detenuti vennero visitati da un vero sacerdote,
molti si presentarono col loro numero e non col loro nome; altri ancora gli
chiesero un avvocato per tirarsi fuori di lì. E quando alcuni apparvero davanti
all'"ufficio per la libertà condizionale" (
parole board), tre di essi
affermarono di voler rinunciare alloro compenso per esser rilasciati. Ancora,
quando il presidente dell'ufficio (lo stesso Zimbardo) disse che le loro
richieste sarebbero state prese in considerazione, tutti i prigionieri se ne
tornarono tranquilli alle loro celle sebbene, in realtà, essi potessero uscire
semplicemente facendone richiesta.
Indubbiamente uno studio impressionante [...].
Qualunque sia lo scopo apparente di questa ricerca, le sue implicazioni con i
prigionieri di guerra sono chiare. La situazione psicologica che i prigionieri
affrontano è simile per molti aspetti a quella che incontrano i prigionieri di
guerra (PDG): la sorpresa dell'arresto, l'essere bendati prima del trasferimento
alla prigione, l'aspetto collettivo del "saluto" all'arrivo. In carcere gli
uomini sono chiamati con nomi e con numeri; solo i PDG vengono chiamati con i
soli numeri [...].
L'esperimento di Zimbardo non è che uno dei molti che, fin dalla guerra di Corea
in particolare, hanno cominciato ad analizzare la prigionia, la tortura e
l'interrogatorio su basi più scientifiche. La stessa guerra di Corea produsse
un'intera serie di studi su coloro che avevano collaborato e sullo spinoso
problema del tradimento e della lealtà. Ma non sono mancati esperimenti di
laboratorio - compresi molti studi sulla sottomissione forzata - su come usare
le minacce, sulla psicologia della sofferenza e molto altro ancora, che andiamo
ora ad esaminare[...].
L'interrogatorio
Nel suo libro
"Al di là del punto di rottura'', che è uno studio sullo tecniche
di interrogatorio, Peter Deelev dedica spazio a tecniche sia fisiche che
mentali. E una bibliografia preparata dal CRESS (
Center for Research in Social
Systems) nel 1967 enumerava ben 122 diversi studi psicologici
sull'interrogatorio. Questo ci dà qualche idea dell'enorme interesse, pubblico e
militare. sugli aspetti psicologici dell' interrogatorio e della tortura.
Per i nostri propositi sarà forse meglio dividere i metodi d'interrogatorio in
due tipi: quelli che usano la tortura e quelli che, per estorcere informazioni,
impiegano più sottili pressioni psicologiche.
Torture fisiche e mentali
L'aspetto psicologico più ovvio della tortura fisica è, naturalmente, il fatto
che tutti hanno paura del dolore, e compito del torturatore di successo è usare
le sue minacce in modo da ingigantire tali patire nell'interrogato. Ciò può
essere fatto sviluppando gradualmente l'intensità del dolore, infliggendolo, per
es., a intervalli regolari e così via. D'altro canto gli individui differiscono
grandemente per quel che riguarda la quantità di dolore che possono sopportare.
Sembrano anche esserci differenze tra brevi fitte di dolore acuto e accessi
prolungati di dolore più sordo. Sì consideri, per es., l'essere tenuto
sott'acqua fin quasi a soffocarne; molti di noi, probabilmente, pensano che
crollerebbero in tali circostanze. Ma rimane il fatto che molti non lo fanno. La
situazione è tale che alcune persone preferiscono morire piuttosto che
sottomettersi. Inoltre l'interrogato sa che, se lo uccidono, i suoi torturatori
sarebbero certi di non ottenere le informazioni che interessano loro, così o
tireranno sempre fuori quando sviene. Al fine di terrorizzare un uomo perché
confessi funziona meglio perciò una rapida e ripetuta immersione, perché, alla
fine, l'uomo è esausto e non può più resistere. L'unico problema, dal punto di
vista dell'interrogatore, è che questo metodo prende tempo.
La ulteriore mossa psicologica è perciò quella di usare una tecnica che provochi
un dolore meno acuto. Questo non deve portare il prigioniero all'incoscienza:
egli deve essere conscio che non potrà sfuggire a un dolore sordo ed estenuante,
fino a che non abbia fornito le informazioni che si pensa che egli abbia. Per
questo sono stati usati vari metodi elettrici -fili elettrici applicati in
parti sensibili del corpo o spostati gradualmente verso parti del corpo più
sensibili, come l'ano o i genitali, lasciano il soggetto pienamente cosciente ma
in preda al dolore e con la prospettiva di un ancor più acuto dolore. Questo
metodo permette all' interrogatore di diversificare le sue minacce e di
adattarle al carattere del prigioniero.
Il sistema interrogatorio/tortura è una miscela di metodi fisici e mentali.
Generalmente, l'interrogatorio inizia con un processo di ammorbidimento che è
esso stesso un incrocio tra il fisico e il mentale. L'inquisitore abile userà la
psicologia del soggetto per rivolgergliela contro. Egli distruggerà l'orgoglio e
la dignità dell'interrogato e altererà il suo senso di sé. Gli toglierà tutti i
vestiti, gli impedirà d'andare al gabinetto in modo tale da costringerlo a
insozzare la sua cella; topi o altri animali, che siano simbolo di sporcizia e
degradazione, potranno gironzolare a piacimento per la cella, esibendo una
libertà che il prigioniero non ha. Pasti e altri privilegi verranno dati
irregolarmente e non frequentemente, a simbolo non solo della poca importanza
del prigioniero ma anche del completo potere delle guardie su di lui; tutto ciò
si aggiunge inoltre al disorientamento provocato dal non sapere dove egli si
trovi, del perché vi si trovi e di cosa gli accadrà e così via. L'uomo teme
l'incertezza probabilmente più di qualsiasi altra cosa. Inoltre potranno essere
usate minacce a parenti o amici. Dopo la rivoluzione del 1974 in Portogallo, fu
rivelato che la PIDE (la polizia politica) aveva fatto regolarmente, e pare
efficacemente, uso di registrazioni di grida di donne per "convincere' i
prigionieri che le loro mogli o ragazze venivano torturate nelle celle
adiacenti.
Più spesso di quanto non si pensi, quando gli inquisitori alterano il senso
dello spazio, del tempo e di sé di un prigioniero, questo segna l'inizio della
tortura tramite la deprivazione sensoriale - un procedimento che molti pensano
sia il più efficace di tutti [...].
L'ibrido nordirlandese
Come Tim Shallice (uno scienziato inglese con una lunga esperienza
sull'argomento) ha sottolineato, i normali metodi di deprivazione sensoriale
prendono diverso tempo per produrre "confessioni" o informazioni utilizzabili,
Nel Nord Irlanda, quando fu introdotto l'internamento in campi di
concentramento, sembra sia stata usata una tecnica ibrida e pare anche che
questa abbia prodotto i suoi effetti più velocemente al fine di estorcere
informazioni, Shallice racconta di 12 uomini che furono particolarmente
sottoposti a queste procedure, Quando non erano interrogati questi uomini
venivano tenuti con la testa incappucciata in un sacco nero; essi venivano
sottoposti a rumori di 85-87 dB (decibel) d'intensità,
"come il rumore delle
pale di un elicottero in movimento"; ed erano costretti a stare in piedi contro
il muro, con le mani sopra la testa. Chi si muoveva veniva percosso e questi
periodi di
"in piedi contro il muro" potevano durare fino a 16 ore filate.
Gli internati indossavano larghe tute; veniva impedito loro di dormire per i primi
2 o 3 giorni; e la loro dieta si limitava a pane secco e acqua, distribuiti per di
più saltuariamente, La temperatura sembra, dice Shallice, sia stata o
caldissima, o, quando gli uomini andavano a dormire, troppo fredda, Il tempo
totale che gli uomini passavano faccia al muro variava da 9 a 43 ore e l'intera
espertenza dell'interrogatorio durava 6 giorni.
Indubbiamente, l'intera procedura era un'esperienza terribile per gli uomini. Di
tre di costoro, più tardi in cura dal prof. Daly, uno psichiatra irlandese
dell'University College di Cork, fu riportato che diventarono "psicotici" 24 ore
dall'inizio dell'interrogatorio. I sintomi erano perdita del senso del tempo,
disturbi percettivi che conducono ad allucinazioni, profonda apprensione e
depressione, convinzioni illusorie. Uno dei soggetti affermò di aver visto e
udito un coro diretto dal leader protestante Ian Paisley; un altro non poteva
trattenersi dall'urinare nei pantaloni e sul materasso; parecchi avevano avuto
fantasie suicide. Shallice racconta che la maggior parte di altri casi di uomini
che erano stati incappucciati aveva riportato gravi lesioni mentali dopo la fine
di quel tipo di trattamento e che quasi tutti gli altri pazienti di Daly (20 in
tutto) avevano manifeste sindromi psichiatriche. Ansia, paura, timore, così come
insonnia, incubi e improvvise reazioni (
startle response) erano comuni; la
depressione era quasi generale. Sintomi psicosomatici, come ulcere peptiche, si
erano sviluppati rapidamente [...].
Russi, Tedeschi occidentali e Sudafricani hanno tutti sperimentato delle
varianti della deprivazione sensoriale. Per es., un seguito all'apparizione del
gruppo Baader-Meinhof, i Tedeschi svilupparono delle unità d'isolamento a lungo
termine, conosciute come
Tote Trakt (piano silenzioso) in cui tutti i muri e i
mobili erano verniciati in bianco, le luci lasciate sempre accese e le finestre
schermate per impedire la vista. Questo sistema portò Holger Meinz a lasciarsi
morire di fame e al suicidio per impiccagione di Ulrike Meinhof nel maggio del
1976. Secondo Hinkle e Wolff, i Russi usano metodi simili ma tengono inoltre i
prigionieri a corto di cibo. Il trattamento è più corto ma è più severo e
produce uno stato in cui, come viene riportato, i prigionieri diventano
completamente demoralizzati, depressi e ossessionati da incubi (
sindrome di
deattivazione). In Sudafrica le condizioni di segregazione prolungata sono meno
estreme che in Germania e in Russia ma durano di più e sotto la legge detentiva
dei 90 giorni. Secondo due avvocati Sudafricani questo sistema ha portato a due
suicidi e all'internamento in ospedali psichiatrici, al momento del rilascio, di
altri detenuti.
L'interrogatorio psicologico
La tecnica d'interrogatorio più limpidamente psicologico è quella in cui
l'inquisitore non usa altri mezzi se non la sua comprensione del comportamento
umano. Egli giunge a capire come influenzare i suoi prigionieri in modo tale da
farli cedere. Così il suo primo intento è quello di sfruttare l'arrendevolezza
dell'interrogato.
Albert Biderman, in un resoconto - per l'US Air Force - sugli interrogatori
durante la guerra di Corea, concludeva che molti prigionieri di guerra non si
limitavano alle convenzioni internazionali (dando nome, grado, data di nascita e
numero di matricola soltanto) a causa del bisogno psicologico di mantenere un
discreto (
viable) ruolo sociale e un apprezzabile immagine dì se stessi.
Biderman intervistò 220 aviatori liberati dai Cinesi e divise gli interrogatori
a seconda del livello di collaborazione (
interaction) tra inquisitore e
interrogato, della condotta dell'inquisitore, del livello di coercizione usato e
dell'importanza delle dichiarazioni fatte dai prigionieri.
Egli trovò che più
della metà degli interrogatori era durato più di 24 ore, il 10% per più di un
mese. I metodi "coercitivi'' (dolore) erano realmente meno
"efficaci" di quelli non coercitivi, a meno che il dolore non fosse debilitante
e autoinflitto (per es., lo stare a lungo in piedi), Qualunque fossero le loro
istruzioni, quasi tutti gli aviatori le disattesero e conversarono (in termini
generali) con i loro inquisitori. Bidenurian concludeva che, per molti
americani, il silenzio era molto più stressante di qualche facezia verbale, per
esempio. In questa situazione l'inquisitore pone, velocemente, delle brevi e
facili domande, lasciando il prigioniero nel ruolo di un silenzioso ma
compiacente ascoltatore, dato che l'inquisitore già conosce le risposte.
"Sei
del 35°, giusto?" "Di stanza a Okinawa, giusto?" e così via. Per di più
l'assunzione, da parte dell'inquisitore, che il silenzio sia incriminante spinge
il prigioniero a difendersi. Una tecnica ulteriore sfrutta il bisogno, da parte
del prigioniero, di compiacere in qualche modo l'inquisitore: questi spende ore
ed ore a domandare, gridando, cose alle quali il prigioniero non può
assolutamente rispondere - dettagli di armi nucleari, liste di ligure politiche
e militari di rilievo. Molti prigionieri parlarono della
"...la tremenda
sensazione di sollievo che si prova quando finalmente ti domandano qualcosa a
cui puoi rispondere". Questo è uno degli esempi più ovvi, dice Biderman, di
come l'inquisitore manipoli la situazione in modo che questa sia frustrante per
il prigioniero facendo sì che l'unica forma di distensione sia per lui
"compiacere" l'inquisitore [...].
Una tecnica usata in Corea, che si applicava forse più al lavaggio del cervello
che all'interrogatorio vero e proprio, viene chiamata da Cyril Cunningham, lo
psicologo che esamina i prigionieri inglesi in Corea, "pallottole psicologiche"
(
ideational). Con questo egli intende l'inserimento di presupposti ideologici
nell'interrogatorio, col fine di riallineare l'inquisitore e il prigioniero, in
modo da farli apparire dalla stessa parte, in lotta contro un comune nemico. Ciò
dev'essere, afferma Cunningham, a livello di "supposizioni", non di affermazioni
esplicite. L'inquisitore "si lascerà sfuggire", per es., i suoi "veri"
sentimenti verso il comandate del campo o la sua convinzione che né il
capitalismo né il comunismo funzionino. Dopo un po' il prigioniero fa lo stesso
e comincia a rivelare cose che non avrebbe rivelato altrimenti.
Fonte: Assemblea, periodico politico-culturale trimestrale.
Anno III n° 6
Giugno-Agosto 1984