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Internet in Cina

Gianluca Torrini

Squilibrio, 2 ottobre 2002

La rete è in grande espansione nel paese. Le autorità la temono e cercano di arginarla bloccando i motori di ricerca e controllando gli accessi.

Internet, l’anarchia si allontana?
In tutto il mondo la libertà di comunicazione di Internet fa paura a molti e non mancano le iniziative repressive: leggi contro la pornografia, misure per monitorare il Web o anche per reprimere certi gruppi.
Seguire le linee di sviluppo di Internet è come mettere insieme un puzzle dai pezzi infiniti. La natura acefala della Rete lascia ampi spazi di azione a chiunque abbia un computer, soldi per una connessione ed un po’ di conoscenza tecnica dei nuovi media. Certo è che, ad oggi, niente più di Internet rappresenti l’assoluta (o quasi) libertà di immettere informazioni in un luogo in cui è possibile che esse siano lette. Non importa se siano notizie vere o false, diffamatorie o pornografiche, tutti possono pubblicare on-line una pagine contro il loro maggior nemico, ed aspettare la reazione.

Internet è nata come rete militare, nel lontano 1969. Il nome deciso per questa nuova invenzione fu ARPANET, la rete della Advanced Research Projects Agency. L’idea dei fondatori, e soprattutto quella degli strateghi militari, era quella di creare una via di comunicazione che non avesse un nodo centrale da cui dovevano passare tutte le informazioni, ma dove il flusso di dati avrebbe potuto scegliere la propria strada, avendo svariate possibilità di trasmissione. Questo perché, a fronte di un attacco atomico sovietico, si sarebbe dovuto garantire la capacità di inviare informazioni anche se un nodo di comunicazione fosse stato distrutto.

Realizzare un sistema d’informazione senza un vertice di pubblicazione, ha significato lasciare in mano a chiunque si allacciasse alla Rete la possibilità di immettere informazioni senza alcun controllo preventivo. Così, negli anni, la natura anarchica del web si è consolidata, fino a diventarne uno dei tratti distintivi. I problemi non erano molti fino a che connettersi costava molti soldi e le interfacce non erano semplici ed intuitive come oggi: fino a poco tempo fa solo la comunità scientifica utilizzava la Rete con assiduità. Ma oggi non è più così. La comunità web è cresciuta in maniera incontrollata, ed il numero di connessioni aumenta ogni mese.

Per chi usa internet, una regolamentazione dell’immissione di dati equivale ad una censura bella e buona; per il resto delle persone è meglio controllare i siti per garantire la legalità delle informazioni. Lo scontro tra i due pensieri si è fatto ancora più aspro, dopo che la pedofilia ha trovato in internet terreno fertile e protezioni più basse. Così i governi stanno correndo ai ripari, a volte scavalcando, a volte rimanendo dentro, quel sottile confine che separa il controllo della legalità delle notizie da una vera e propria censura.

Nel 1996, negli Stati Uniti, il governo vara una legge che proibisce la pubblicazione di materiale indecente on-line. Passa un anno e la Corte Suprema dichiara incostituzionale questa legge, chiamata Communications Decency Act. Nello stesso anno si cominciano a schedare i surfer in Cina, a bloccare l’accesso alla rete in Arabia Saudita (tranne che per ospedali ed università), a registrare ogni sito che parli di politica a Singapore. Sono solo i primi atti di una guerra oramai in atto fra la comunità web e le autorità. Nel 1997 viene arrestato il primo cinese, Lin Hai, per attività sovversiva contro lo stato, dopo che aveva reso pubblici 30000 indirizzi mail. Nel 2000 un tribunale francese vieta a Yahoo di mettere all’asta oggettistica nazista o razzista: è il segno che internet è oramai visto come un normale mezzo di comunicazione, e quindi soggetto alle leggi sulla stampa e sull’informazione. Di pari passo si sviluppa quindi la coscienza del diritto d’autore on-line, ed il cambiamento di mentalità ha come maggior vittima Napster, sito che metteva gratuitamente in collegamento gli mp3 posseduti da ogni utente connesso.

Il resto è storia dei giorni nostri, con ancora in mente il blocco dell’accesso ad internet per l’Afghanistan controllato dai talebani, la recente chiusura di Google e Yahoo in Cina, la proposta di legge canadese per dare la possibilità alla polizia di monitorare tutte le mail inviate, la legge passata in Turchia che obbliga a chiedere un permesso per potere aprire un sito ad una Commissione sulla Comunicazione, od il divieto, sempre in Turchia, di ospitare pagine scritte in curdo.

La situazione cinese
Un software per controllare la rete sarà la nuova Grande Muraglia. Yahoo e Google fra i primi ad essere bloccati.
In Cina stanno costruendo un’altra Grande Muraglia, questa volta formata da bit e non da pietre, per bloccare e controllare ogni tipo di notizia che tenti di entrare dentro i confini della Repubblica Popolare. È un software, sembra progettato negli Stati Uniti dalla Cisco, che analizza e registra dati di accessi e pagine viste di ogni sito, elencando parole proibite e argomenti di informazione non permessi, contenuto delle frasi nelle chat e mail spedite.

Il governo cinese sta in ogni modo tentando di arginare l’espansione di un medium che pubblica liberamente informazioni: non importa se siano vere o false, il fatto che spaventa il Partito Comunista è che le cose scritte non siano controllate. Pensando che quasi la metà degli utenti naviga nel web alla ricerca di informazioni (il 47,6%, contro, per esempio, il 6% per motivi di studio o lo 0,3% per fare shopping on-line), internet diventa il quotidiano più venduto, il settimanale più letto, il telegiornale più visto.

Eppure i vertici della Repubblica Cinese sta provando in tutti i modi a bloccare, o quanto meno a controllare, le informazioni che girano on-line. Attraverso parole chiave, da Pechino si cerca di censurare ogni notizia che riguardi il Tibet, la setta del Falun Gong, i movimenti studenteschi nati dopo Tienamnen, la pornografia. Così i portali e i provider sono obbligati a schedare tutte le informazioni che ospitano, catalogare i link immessi, gli accessi avvenuti, per metterli a disposizione delle autorità cinesi. I siti commerciali devono avere una licenza governativa, rilasciata solo se si comunica alla perfezione contenuti ed offerte delle proprie pagine web.

Negli Internet Caffe gli utenti devono registrarsi con la carta d’identità, e i siti visitati da ogni persona saranno inviati ad un centro di controllo, per registrare violazioni al divieto imposto alla visione di mezzo milione di siti stranieri. Esiste perfino un numero verde a cui è possibile segnalare Internet Caffe non autorizzati, oppure quelli che non utilizzano il software-censura.

Ed è notizia di Settembre che Pechino ha ordinato la chiusura dei due più importanti motori d ricerca: Google e Altavista. La reazione dei giornalisti cinesi non si è fatta attendere, scrivendo alcune lettere aperte in difesa della libertà d’informazione chiedendo aiuto all’Occidente, ma la decisione non cambierà fino a che i rappresentanti dei due motori non scenderanno a patti con il governo. Yahoo è già seduta al tavolo delle trattative per non rischiare di essere oscurato, e sembra che abbia già tolto dal catalogo la parola democrazia.

Tutto diventa poi più difficile pensando che a novembre si svolgerà il prossimo congresso del partito comunista, e nessuno in alto vuole rischiare che alle persone arrivino notizie non in linea con i diktat governativi. È la prima volta che si bloccano motori di ricerca, dopo che era diventata quasi abitudine oscurare siti di privati cinesi. Ma oramai Google ed Altavista erano diventati troppo popolari tra i navigatori, e, dopo che avevano offerto la possibilità di eseguire ricerche in cinese, erano diventati accessibili a tutti. “Un vero e proprio attentato alla libertà di cercare informazioni su internet”, ha dichiarato Robert Ménard, segretario generale di Reporters sans frontières. (www.rsf.org)

La sequenza dei provvedimenti presi per controllare internet è oramai lunghissima, ed alle decisioni governative si agganciano le dichiarazioni dei membri del governo e leader del Partito, che parlano con toni apocalittici del degrado dei costumi che la Rete porta con sé, fino ad arrivare a mettere in guardia i genitori per controllare i propri figli, oramai esposti senza alcun controllo a pedofilia, terrorismo e, ma qui si tace, democrazia.

Il popolo cinese del web
La Cina ormai è al terzo posto come numero di utenti connessi alla rete (46 milioni) e la crescita sembra inarrestabile.
I numeri sembrano proprio non andare d’accordo con la linea politica cinese. Mentre il governo centrale blocca le vie d’accesso a Internet e leggi sempre più severe vengono approvate ad intervalli regolari, il popolo dei navigatori on-line cresce sempre più ogni giorno. Al giugno 2002 la Cina si piazza al terzo posto come numero di utenti connessi alla rete, arrivando a contarne quasi 46 milioni. L’aumento in un anno è stato del 61 per cento, segno evidente del boom che sta avvenendo in questo periodo. Certo è che, se pensiamo che la popolazione cinese supera di gran lunga il miliardo di persone, ci accorgiamo che i navigatori della rete al di là della Grande Muraglia non sono poi tanti. Solo il 3,6% dei cinesi si connette, ossia il 4,2% dei maschi e il 2,9% delle femmine. Ma il trend di crescita parla chiaro, e mostra sempre con maggior forza la direzione che si è presa.

Per scattare una fotografia della situazione attuale cinese, dobbiamo attenerci ai rilevamenti statistici del China Internet Network Information Center, organo semi-ufficiale governativo.

Contando che i cinesi hanno potuto scoprire la Rete solo nel 1994, i numeri fanno paura. Sono 16 milioni i computer agganciati alla rete, il 74% dei quali usa una connessione telefonica, registrando un aumento di più di tre milioni di allacciamenti negli ultimi sei mesi: in cinque anni questo dato è 54 volte più grande. Il dato è in linea con la crescita degli utenti internet, aumentato di 12 milioni negli ultimi sei mesi, pari ad una crescita di quasi il 36%. Siamo lontani dalle crescite del 100% semestrali del 2000, ma le percentuali segnano comunque aumenti di tutto riguardo. I siti WWW cinesi sono quasi 300.000, il 20% in più rispetto a Giugno 2001, riprendendo una crescita interrotta nel 2001.

Ma chi naviga in internet? La maggior parte degli utenti sono di sesso maschile (60,9%), ma la percentuale di donne è cresciuta dal 12% del 1997 al quasi 40% di oggi, un rapporto diminuito da sette uomini ogni donna ad un utente e mezzo maschile ogni donna connessa. In numeri questo vuole dire quasi ventotto milioni di navigatori uomini contro i diciotto milioni di genere femminile.

La maggior parte degli utenti ha un’età compresa tra i 18 e i 24 anni (il 37,2%), segue la classe di età compresa tra i 25 ed i 30 anni, gli under 18 ed a scalare le classi di popolazione con età sempre maggiore.

Internet fa dunque breccia in ampi strati popolari, e questo è confermato dalla percentuale che tiene conto dell’educazione scolastica degli utenti: da fenomeno prettamente universitario, nel 1999 il 60% delle connessioni era effettuato da universitari, si è passati ad un 68% di chi non ha formazione accademica. La riduzione dei costi di connessione e l’apertura degli Internet Caffe ha fatto sì che siano gli studenti i maggior fruitori della rete, rappresentando il 26,2% degli utenti, aumentando di conseguenza la percentuale di persone connesse che non producono alcun reddito. Non solo, ma l’istallazione di connessioni nelle scuole ha fatto aumentare anche la proporzione di persone che usano internet a scuola, portandola al 21,8% dal 18% del 2001. A completare i dati che dimostrano l’entrata di Internet nelle case e nei bar, possiamo annotare la crescita vertiginosa degli utenti che pagano le connessioni di tasca propria, senza sfruttare i servizi pubblici: dal 44% del 1998 al 77% del giugno 2002.

 

Approfondimento di Rainet sulla repressione telematica in Cina
http://www.rai.it/news/articolonews/0,9217,25937,00.html