| 9 giugno 2001 | Lotta con ogni mezzo |
"Con disprezzo della morte i compagni turchi e curdi prigionieri
continuano la lotta contro le nuove celle d'isolamento.
Mentre le "democrazie" capitaliste occidentali, compreso lo
stato greco che sotto la pressione degli Usa ha imposto una legge
antiterrorismo, si rendono naturalmente complici nei crimini dello stato
turco, molti prigionieri rivoluzionari in Europa, come quelli del Pce(r) e
il Grapo in Spagna, Action Directe in Francia e le Cellule Comuniste
Combattenti in Belgio, hanno espresso la loro solidarietà con i compagni
Turchi e Curdi con degli scioperi della fame di breve durata, a turno, a
partire da aprile sino ad oggi.
Dopo uno sciopero della fame simbolico di cinque giorni che ho fatto nel
dicembre 2000, questa volta ho partecipato al movimento internazionale di
scioperi della fame dal 9 al 13 giugno, in solidarietà con i compagni
Turchi e Curdi.
Perché le prigioni, l'isolamento, le torture, le leggi antiterrorismo, la
repressione, sono mezzi usati da tutti gli stati e da tutti i governi.
Perché la Rivolta contro lo Stato, il Capitale e il Nuovo Ordine è
Giusta. Perché la solidarietà è la nostra arma."
9 Giugno 2001
Nikos Maziotis,
Prigione di Koridallos
Atene, Grecia
Fonte: Anarchist Nikos Maziotis on hunger strike diffuso l'11
giugno 2001 da: anar@otenet.gr
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Lotta con
ogni mezzo Solidarietà senza confini
Lettera aperta da parte di Nikos Maziotis
Il giorno
8 gennaio del 2001 sarò di nuovo processato questa volta dalla
corte d'appello per il tentativo di far esplodere una bomba contro il
ministero dell'Industria e dello Sviluppo, un'azione da me messa in atto
il 6.12.97 al fine di esprimere la mia solidarietà con la popolazione
dei villaggi della baia di Strimonikòs
che in quel periodo resisteva all'installazione di impianti per la lavorazione
dell'oro da parte della multinazionale TVX Gold e contro l'attacco repressivo
dello stato. L'appello, che comincerà l8 gennaio, non è
una semplice ripetizione del processo.
È una
battaglia politica di importanza pari a quella processo di primo grado,
nel luglio del 99, che divenne parte integrale della lotta
antistatalista ed anticapitalista.
Il processo
del luglio 99 fu condizionato dalle pressioni che il governo USA
esercitava su quello greco affinché schiacciasse il «terrorismo»
ed approvasse una legge «antiterrorismo», cosa che ci si aspetta a breve
termine.
La mia condanna a 15 anni di prigione è stata una decisione politica
imposta da quelle pressioni, e in quanto tale la ritengo decretata da un
funzionario americano.
Quella condanna mirava a condannare le lotte sociali, gli anarchici e
la loro solidarietà con le lotte sociali, la solidarietà
tra coloro che resistono; a condannare gli abitanti dei villaggi di Strimonikòs,
la rivolta contro lo stato ed il capitale, tutti quelli che resistono
contro l'attuale ordine politico e sociale che regna sul mondo.
Ma il
processo del luglio 99, nel modo in cui è stato condotto da parte
nostra, è divenuto una condanna per lo stato e per il capitale, una
condanna dei loro crimini ed un sostegno alla tradizione anarchica
insurrezionale delle lotte degli ultimi dieci anni in Grecia, un appello
senza compromessi alla lotta contro lo stato ed il capitale in tutto il
mondo.
In questa battaglia politica non ero solo. C'erano anche compagni che
in passato erano stati accusati ed imprigionati per casi analoghi, compagni
con i quali ho condiviso molti momenti e situazioni di lotta, durante
delle dimostrazioni, occupazioni, durante la rivolta del Politecnico nel
95 e nei movimenti di solidarietà, come in quello per la lotta
nei villaggi di Strimonikòs.
C'erano compagni dall'estero, dall'Italia e dalla Francia, che sono venuti
al processo per esprimere la loro solidarietà, ed anche messaggi
di solidarietà mandati o letti in aula, come quello per i tre rivoluzionari
di Action Directe imprigionati ed altri messaggi da parte di gruppi anarchici.
La dimensione della solidarietà
internazionale espressa durante quel processo è stata di grande
importanza ed ha provato che la lotta contro lo stato, contro il capitale
e il Nuovo Ordine è diffusa in tutto il mondo.
Il significato politico e sociale del processo d'appello dell'otto gennaio
è chiaro. Per gli uomini dello stato è la seconda opportunità
per esercitare il loro potere di repressione, cosa che sanno fare molto
bene.
L'opportunità di mettere di nuovo sotto processo non solo me, ma,
tramite me, la lotta degli abitanti di Strimonikòs,
la solidarietà con la loro lotta, la resistenza contro i progetti
di distruzione del territorio e delle sue fonti di ricchezza, la resistenza
contro la modernizzazione e le direttive di sviluppo delle multinazionali,
gli anarchici e tutti coloro i quali resistono allo stato e al capitale.
Con questo
processo condannano le lotte sociali in generale e la solidarietà degli
anarchici con queste lotte. Ogni processo, come il mio e quelli di altri
compagni, come i processi agli studenti per i blocchi stradali o agli
abitanti di Strimonikòs processati per la loro resistenza, è un chiaro
avvertimento terroristico che lo stato manda alla società nel suo
complesso, che qualcuno lo recepisca oppure no.
Quando condannano ed imprigionano qualcun altro è come se stessero
condannando ed imprigionando noi. Quando minacciano di giustiziare la
Pantera Nera Mumia Abu Jamal, è come se stessero minacciando di
giustiziare noi. Quando sparano ai senzaterra in Brasile, è come
se sparassero a noi. Quando bombardano la gente come in Iraq ed in Jugoslavia,
è come se bombardassero noi. Quando torturano qualcuno dentro una
caserma di polizia, è come se torturassero noi. Quando dei combattenti
muoiono bruciati nelle prigioni e nelle celle d'isolamento, come in Turchia,
in Spagna o in Perù, è come se morissimo noi.
Per noi il processo è una possibilità per
affermare ancora una volta che loro, lo stato, il capitale, i giudici,
sono i veri terroristi, i veri criminali. Di affermare che le lotte e la
rivolta contro il loro regime, in tutto il mondo, sono cose giuste, che la
solidarietà non è una parola vuota bensì la nostra stessa lotta.
La solidarietà non è «selettiva», né sottostà
a criteri personali o a divisioni ideologiche, ma è incondizionata
per tutti coloro i quali combattono dovunque e con ogni mezzo contro l'esistente
ordine sociale e politico.
Perché le lotte degli altri, anche se sono lontani da noi, sono le nostre
stesse lotte, e le nostre lotte sono le loro.
Perché la solidarietà, verso chiunque sia espressa, siano lavoratori in
sciopero, siano occupanti, coltivatori, studenti o sia espressa verso
prigionieri politici e «terroristi» oppure detenuti «comuni», è una e
indivisibile.
La solidarietà riguarda ognuno perché la repressione dello stato
riguarda ognuno.
E la legge «antiterrorismo» che sarà approvata tra poco, riguarda
quelli che lottano, gli anarchici, ma anche l'intera società e
tutti quelli che resistono.
Lo stato sceglie dei criteri, secondo i quali alcune persone vengono
definite «terroristi», come hanno fatto ad esempio
con gli abitanti di Strimonikòs dopo gli scontri del 9 novembre 97,
quando lo stato e la polizia reagirono imponendo nella zona la legge
marziale.
La legge «antiterrorismo» è un'esplicita forma di dittatura
dello stato e dei servizi di sicurezza.
Non solo i nemici dichiarati dello stato saranno chiamati terroristi, ma
anche le lotte sociali e le dimostrazioni che oltrepassano i limiti delle
loro leggi e del loro controllo. Saranno chiamati terroristi anche coloro
che solidarizzano con i «terroristi» e con le lotte sociali.
Il Capitalismo e il Potere uccidono in molti modi.
Uno è quello dei crimini sul lavoro, chiamati «incidenti», come la
morte dei dodici lavoratori della Petrola - una compagnia petrolifera -
nel 92, come la morte di due lavoratori edili nel crollo del ponte di
Attiki Road in Paiania, come le decine di persone seppellite nelle
fabbriche e negli altri edifici crollati con il terremoto, quelle
annegate, come le ottanta persone morte a Paros o come i marinai della
motonave «Dystos», o nei quotidiani «incidenti di lavoro» durante i
lavori di costruzione e nei bacini di raddobbo di Perama.
Il capitalismo ci avvelena, come la multinazionale australiana dell'oro
Esmeralda nella Romania nord-occidentale, dove la tracimazione di un serbatoio
di rifiuti tossici ha inquinato il Tisza e il Danubio, o come i progetti
della TVX Gold per distruggere la Baia di Strimonikòs
inquinandola permanentemente, o come i progetti della Petrolas per espandere
i propri stabilimenti a Thriasio.
Il capitalismo uccide, come la Union Carbide, che ha ammazzato migliaia
di persone a Bhopal, in India, con la fuoriuscita di sostanze tossiche
nell'84, come gli «incidenti» nucleari
di Three Miles Island, negli USA, e di Chernobyl, che continua ad uccidere
ed avvelenare gente, o come la multinazionale Shell che con l'aiuto del
governo nigeriano espropria con la forza la terra agli indigeni per estrarne
il petrolio.
Non esistono incidenti nella civilizzazione tecnologica in cui viviamo. Ci
sono soltanto crimini, dove gli stati e le grandi compagnie trattano le
persone alla stregua di «carburante» per il loro profitto ed il
loro potere.
Il potere uccide quando i proiettili degli assassini di stato uccidono
degli immigranti o dei cittadini, quando uccidono dei combattenti.
Il potere fa terrorismo criminalizzando le lotte sociali, quando attacca
le manifestazioni, quando imprigiona dei combattenti e quando emana leggi
«antiterrorismo», quando mette in prigione centinaia di immigranti.
Il loro «sviluppo», la loro «democrazia», per noi significano solo
sfruttamento, guerra, repressione, morte e devastazione della terra. Per
gli uomini di stato ed i capitalisti ciò che importa sono potere e
profitto, non la vita umana.
Per noi ciò che importa sono la libertà e la dignità della vita umana.
È per questo che siamo rivoluzionari.
Eventi
insurrezionali come quelli di Seattle, Atene, Praga e Nizza, indicano la
globalizzazione della resistenza contro il neoliberismo ed il Nuovo Ordine
Mondiale.
Oggi, le
forze che sostengono la sovversione, non devono confrontarsi solo con
le nuove forme del dominio, il neoliberismo ed il Nuovo Ordine Mondiale,
ma anche, all'«interno» del movimento di sinistra, con i sindacalisti
ed i residui riformisti del «Vecchio Mondo» e del «Vecchio Ordine», che
si battono ad oltranza per la conservazione e la magnificazione della
situazione sociale e politica esistente, per la salvaguardia dello stato
nazionale e del capitalismo nazionale.
Il neoliberismo ed il suo avversario, il protezionismo di stato, sono
due facce della stessa medaglia, proprio come era per l'occidente capitalista
e l'oriente burocratico, qualcosa che ha afflitto il vecchio movimento
rivoluzionario e, in una qualche misura, lo ha ridotto a strumento dell'impero
sovietico, ai tempi dell'ordine mondiale bipolare.
La sovversione del
capitalismo passa tanto per il rifiuto dello stato nazionale e della
sovversione dei meccanismi dello Stato gerarchico, quanto per la
resistenza contro le nuove forme di dominio, le strutture del Nuovo Ordine
transatlantico, internazionale e transnazionale.
Il collasso dei regimi del socialismo irrealizzato e la disintegrazione
della sinistra tradizionale hanno aperto la strada a nuove possibilità
per il movimento anticapitalista.
Per noi non solo non è la fine della storia, ma ne è appena
linizio
Nikos Maziotis
20 dicembre 2000
Prigione
di Koridallos, Atene
Fonte: http://www.ainfos.ca/01/jan/ainfos00037.html
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