Medico nelle carceri
Le mie prigioni
Silvia Muggia, Donatella Zoia
Il caso 1
Mi si presenta Sebastiano T. con una vistosa ecchimosi periorbitaria e un
taglietto sul sopracciglio. Mentre lo medico chiedendogli cosa è successo,
mormora senza guardarmi che è caduto dalla branda. La sua versione
mi pare poco attendibile, date le caratteristiche della lesione e la sua riluttanza
a riportare i fatti. Non è la prima volta che Sebastiano si procura
traumi in modo poco chiaro; è alla sua prima carcerazione e mi racconterà
solo in seguito del suo percorso di "iniziazione" da parte dei compagni
di cella, chiedendomi però, per favore, di non intervenire a nessun
livello.
Il caso 2
Mohamed N. ha richiesto spontaneamente una visita ed entra zoppicando: il
dolore riferito a una distorsione della caviglia sinistra, riscontrata all’ingresso
circa una settimana fa, è peggiorato. Nega nuovi traumi, e mentre lo
visito senza capire che cosa stia succedendo, in quanto l’obiettività
e una radiografia sono negative, mi ricordo che, per evitargli le scale, era
stato provvisoriamente assegnato a una cella al piano terra, per un periodo
che scade proprio oggi. Considerando che la cella ospita attualmente solo
suoi connazionali e che la situazione non è riproducibile ai piani
superiori, intuisco che in realtà Mohamed ha bisogno del mio intervento
per evitare di essere trasferito, come previsto alla fine del periodo di malattia.
Il caso 3
Mi arriva l’esito positivo del test HIV di Maurizio N, tossicodipendente
da eroina e cocaina per via venosa, entrato in carcere da poco e con anamnesi
riferita negativa salvo per una vecchia epatite. Lo vedo in grave stato di
angoscia mentre i compagni e un agente cercano di calmarlo e vengo a sapere
che quella mattina un infermiere gli ha consegnato una copia dell’esame
commentando la breve aspettativa di vita che a suo parere lo riguardava.
Commento
Il ruolo del medico offre quotidianamente nel suo esercizio la possibilità
di esercitare un’autorità sul prossimo. In carcere, dove i pazienti
sono detenuti, quindi per definizione privi di potere, questo aspetto si acuisce.
La sfida per la gestione dell’egemonia nella relazione è l’elemento
forse più caratteristico dell’esercizio della professione negli
istituti di pena. Fare il medico in carcere, inoltre, vuol dire trovarsi spesso
a intervenire contemporaneamente a più livelli. Come si nota nei casi
descritti, il medico assume decisioni che non sono solo di stretta pertinenza
diagnostica o terapeutica, ma modificano, a volte anche pesantemente, le condizioni
di vita del detenuto. Passano attraverso il parere medico, infatti, decisioni
che concernono il tipo di dieta, la possibilità di farsi procurare
alimenti non previsti, il numero di coperte e di cuscini per il letto, l’ubicazione
in celle particolari, quali quelle di isolamento o di ricovero, il grado di
sorveglianza da parte del personale di custodia, lo spostamento di reparto
o di cella, il nullaosta al trasferimento presso altri istituti eccetera.
Nelle scelte di tutti i giorni il medico si trova quindi inserito in un sistema
di relazioni personali e causali molto delicato, retto da regole, per lo più
implicite, molto precise e che non può, anche volendo, ignorare.
La logica del controllo o quella della cura?
Il carcere è un’istituzione totale in cui i soggetti che interagiscono
sono tre: i detenuti, la direzione con gli attori del trattamento (essenzialmente
gli educatori) e il personale di custodia. I medici, gli infermieri e in genere
gli operatori dell’area sanitaria sono le uniche figure che istituzionalmente
non rientrano nella dinamica di custodia e trattamento. Si trovano perciò
a poter scegliere se esercitare la propria professione assumendo le modalità
di intervento e di comportamento proprie del carcere e della logica retributiva
(concedere attenzioni e cure adeguate come premio di "buona condotta")
oppure mantenere la propria indipendenza professionale nella prospettiva di
garantire il diritto alla salute per tutti a prescindere dal contesto. Quest’ultima
scelta risulta tanto più difficile in quanto il sistema sanitario penitenziario,
nel suo complesso e al di là dell’impegno dei singoli operatori,
non la richiede né la ricompensa, ma è strutturato sostanzialmente
secondo una logica di interventi di emergenza e di tutela rispetto ai rischi
e alle responsabilità dell’amministrazione. La presa in carico
del bisogno globale di salute, la prevenzione, la continuità terapeutica
restano un’opzione libera per i sanitari, e pertanto fonte di gratificazioni
per lo più aleatorie.
D’altra parte, il rischio per il medico che si uniforma al modello della
custodia è quello di privare il paziente detenuto di ogni possibilità
di interazione positiva con chi può intervenire sulla sua salute e
di lasciargli un’unica alternativa: accettare passivamente o rifiutare
le prestazioni, le cure o gli accertamenti, non di rado a scapito del proprio
benessere. In pratica, in carcere la dinamica relazionale che caratterizza
l’attività medica anche nel mondo esterno si estremizza (e spesso
esplode).
I retroscena della malattia
Nel caso di Sebastiano, nel rapporto tra il paziente e il sanitario, il quale
è tenuto comunque a medicare il taglio e a refertare il proprio operato
su registri a cui l’amministrazione ha accesso, entrano in causa i conflitti
tra detenuti, con tutto il corteo di omertà e reticenze, peraltro necessarie
a evitare attriti più gravi. Il paziente corre un rischio perfino nel
farsi medicare, nel parlare come nel non parlare, e il medico deve cercare
di capire e di intervenire mediando tra il proprio dovere di cura, i rischi
connessi con la refertazione (che può rendere pubblico un conflitto
o tacerlo), le possibilità reali di tutela dei detenuti, i rapporti
con il personale di custodia, la propria relazione con il paziente. Il caso
di Mohamed propone innanzitutto il tema dello sfruttamento o della simulazione
di patologie al fine di ottenere specifiche condizioni di detenzione, come
per esempio la permanenza a un piano magari più fornito di assistenza
o la convivenza con i propri parenti, amici o connazionali. Per i detenuti
stranieri (che in Italia rappresentano dal 50 al 70 per cento della popolazione
carceraria), la convivenza tra connazionali è spesso determinante,
sia per eludere i rischi di conflitto con persone di etnie o nazionalità
differenti, sia per la possibilità di strutturare sistemi di solidarietà
per necessità pratiche. Con Mohamed il medico si trova di fronte alla
possibilità di optare per un intervento – prolungare la malattia
– che tutela il benessere del detenuto e magari evita episodi di violenza,
ma non rientra nel quadro terapeutico. Benché il contesto sia diverso,
la sfida è analoga a quella posta al medico di famiglia da alcune richieste
dei suoi pazienti, che lo obbligano a fare i conti con la realtà clinica,
i limiti etici e le motivazioni sottostanti. Talvolta quella che al medico
può sembrare tutela della salute non è sempre scevra da contaminazioni,
che in carcere possono oltretutto risultare pericolose. Valga per tutti l’esempio
di chi si finge tossicodipendente e bisognoso di trattamenti specifici per
farsi assegnare a reparti appositamente riservati e magari inserirsi nel traffico
di farmaci o stupefacenti.
L’istituzione tutela se stessa
Maurizio è, invece, un esempio dell’assenza di presa in carico
da parte dell’istituzione carceraria, nella quale da un lato è
quasi impossibile un vero rispetto della privacy e dall’altro non si
è ancora strutturato un sistema che assicuri la continuità e
la presenza di un punto di riferimento per i pazienti nelle indagini e nel
programma di cura relativi. Nel caso dell'infezione da HIV, l’esecuzione
del test all’ingresso spesso finisce per essere una misura di tutela
dell’amministrazione per se stessa, non un intervento di tipo preventivo
e assistenziale per il paziente. Paradossalmente è più salvaguardato
e in possesso di potere contrattuale un malato di vecchia data che conosce
il proprio diritto ai farmaci, all’eventuale ubicazione in celle protette
e alle misure alternative per motivi di salute, di chi scopre solo in carcere
la propria sieropositività e si trova ad affrontarne la sfida senza
alcuna protezione. Anche in questo caso il medico può scegliere se
farsi o meno portatore di informazione e assistenza al paziente con modalità
che vadano oltre la misura degli esami del sangue e delle eventuali terapie
farmacologiche.
Il passato e il futuro in un buco nero
Il caso di Maurizio propone poi la questione del rapporto con i servizi e
gli operatori del territorio. Un contatto del sanitario con il Servizio tossicodipendenze
di competenza o con le strutture cui Maurizio potrà far riferimento
una volta scarcerato sarebbe fondamentale, ma non è quasi mai possibile.
In particolare, la frattura tra l’interno e l’esterno del carcere
è ancora talmente assoluta da rendere inesistente il collegamento con
i medici di medicina generale, che spesso perdono il contatto con i pazienti
al momento della carcerazione senza nemmeno saperlo. D’altra parte,
il periodo della carcerazione è caratterizzato proprio dall’isolamento
rispetto al passato e alla storia del paziente e da un’identica noncuranza
rispetto al futuro reingresso nella società esterna. Fatto salvo per
i rari contatti con i servizi territoriali per programmi terapeutici o riabilitativi
nel caso dei tossicodipendenti, nessun "liberante" riceve d’abitudine
relazioni o documenti che riassumano la sua storia sanitaria in una prospettiva
di continuità terapeutica.
L’assistenza è un percorso a ostacoli
Come è facile immaginare, gli episodi sporadici in cui si può
instaurare un contatto con i medici di base si rivelano di grande utilità
per i pazienti e di soddisfazione per i sanitari. Tuttavia, ciò avviene
solo per pochi pazienti affetti da patologie croniche o gravi e grazie a un
impegno particolarmente ponderoso in termini di tempo e di organizzazione.
Bisogna considerare infatti che, anche quando i soggetti coinvolti hanno superato
le proprie barriere mentali, dal carcere è persino difficile telefonare
all’esterno (i telefoni abilitati all’esterno sono pochissimi
e in genere ristretti agli uffici amministrativi, spesso lontani dai reparti
dove operano i medici).
In ultimo va sottolineato come le malattie con cui il medico si confronta
in carcere rientrino per lo più nel gruppo delle patologie psicosomatiche
(coliti, gastriti, ulcere, somatizzazioni d’ansia in genere) e di quelle
da povertà e da strada (la scabbia e la tubercolosi, la tossicodipendenza
e l’alcolismo), un campo a cui la formazione universitaria tradizionale
prepara poco o nulla.
Le consulenze psichiatriche infine, che sostengono i sanitari nell’affrontare
i diffusissimi e spesso gravi disturbi dell’umore e del comportamento
in carcere non sono mai abbastanza.
Fonte: Zadig, Occhio Clinico http://www.zadig.it/news2002/med/new-0121-1.htm