Hanno iniziato lo sciopero della fame e continueranno a oltranza se la situazione
non migliorerà. Sono un centinaio di detenuti delle sezioni cinque e
sette del carcere di Monza. Quelli dell’alta sicurezza. Protestano contro
il sovraffollamento di un carcere alla sbando. Dove gli agenti sono costretti
a lavorare in compagnia degli scarafaggi e dove i detenuti sono stipati in tre
in celle pensate come singole e devono addirittura comprarsi le medicina pagandole
di tasca loro.
Impossibile continuare a vivere così. Lunedì scorso alcuni reclusi
dell’alta sicurezza, stufi di ascoltare parole e promesse, hanno quindi
cominciato la loro pacifica forma di protesta. Il resto l’ha fatto il
tam tam. Motivi di giustizia, dicono: troppa gente stipata in una cella, situazione
sanitaria al collasso, docce che funzionano col contagocce. Si lamentano anche
per le cinture degli accappatoi. Un direttore permette di usarle, un altro le
vieta per evitare il rischio di suicidi. Di direttori e modi di gestione, da
Monza ne sono passati. E chissà quanti ancora ne passeranno prima di
una nomina definitiva. Anche l’ultima direttrice, Rosalba Casella, sarebbe
in partenza per tornare al carcere di Forlì. A fine mese scade la sua
missione in via Sanquirico. Era stata inviata i primi giorni di febbraio dal
provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, Felice Bocchino,
per cercare di cambiare finalmente pagina.
Macché. Il risultato è un carcere polveriera. E vagli a spiegare,
a chi sta dietro le sbarre, che presto qualcosa cambierà. Ormai sono
due anni che aspettano. Come loro, le guardie. Hanno protestato, hanno scritto
al ministro della Giustizia, Roberto Castelli, sono persino scesi in piazza.
Niente di niente. Nemmeno le visite di senatori, consiglieri regionali, sindaci
e assessori hanno portato qualcosa di buono. E adesso, con lo sciopero della
fame la situazione è ancora più rovente. L’insofferenza
cresce tanto quanto l’esasperazione degli operatori del carcere: agenti
e medici.
I cento detenuti che protestano richiedono un super-lavoro. Ogni giorno, per
ognuno di loro devono essere monitorati il peso, la pressione e le condizioni
generali di salute. Poi, i certificati devono essere inviati al magistrato.
Tutti i giorni, e tutto sulle spalle di soli due medici di guardia
Il resto, è il solito caos. «Sembra di essere in un ospedale da
campo - ha commentato il direttore sanitario della casa circondariale, Francesco
Bertè -. Non ci sono soldi per comprare le medicine, figuriamoci per
pagare i medici specialisti. Tanto che di recente abbiamo dovuto togliere l’ortopedico,
il cardiologo e l’otorino. Siamo riusciti a mantenere soltanto il dentista,
l’immunologo e lo psichiatra». Il problema è che, a parte
i tagli alla Sanità delle carceri, i budget assegnati a inizio anno ai
singoli istituti restano ingessati, anche se i detenuti vengono trasferiti.
E «oggi constatiamo che il carcere di Bergamo, che ha 350 detenuti, ha
più soldi di noi che di reclusi ne abbiamo oltre settecento».