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Monza: cento detenuti dell’alta sicurezza protestano contro sovraffollamento ed emergenza sanitaria

Marco Galvani

Il Giorno, 26 maggio 2004

Hanno iniziato lo sciopero della fame e continueranno a oltranza se la situazione non migliorerà. Sono un centinaio di detenuti delle sezioni cinque e sette del carcere di Monza. Quelli dell’alta sicurezza. Protestano contro il sovraffollamento di un carcere alla sbando. Dove gli agenti sono costretti a lavorare in compagnia degli scarafaggi e dove i detenuti sono stipati in tre in celle pensate come singole e devono addirittura comprarsi le medicina pagandole di tasca loro.
Impossibile continuare a vivere così. Lunedì scorso alcuni reclusi dell’alta sicurezza, stufi di ascoltare parole e promesse, hanno quindi cominciato la loro pacifica forma di protesta. Il resto l’ha fatto il tam tam. Motivi di giustizia, dicono: troppa gente stipata in una cella, situazione sanitaria al collasso, docce che funzionano col contagocce. Si lamentano anche per le cinture degli accappatoi. Un direttore permette di usarle, un altro le vieta per evitare il rischio di suicidi. Di direttori e modi di gestione, da Monza ne sono passati. E chissà quanti ancora ne passeranno prima di una nomina definitiva. Anche l’ultima direttrice, Rosalba Casella, sarebbe in partenza per tornare al carcere di Forlì. A fine mese scade la sua missione in via Sanquirico. Era stata inviata i primi giorni di febbraio dal provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, Felice Bocchino, per cercare di cambiare finalmente pagina.
Macché. Il risultato è un carcere polveriera. E vagli a spiegare, a chi sta dietro le sbarre, che presto qualcosa cambierà. Ormai sono due anni che aspettano. Come loro, le guardie. Hanno protestato, hanno scritto al ministro della Giustizia, Roberto Castelli, sono persino scesi in piazza. Niente di niente. Nemmeno le visite di senatori, consiglieri regionali, sindaci e assessori hanno portato qualcosa di buono. E adesso, con lo sciopero della fame la situazione è ancora più rovente. L’insofferenza cresce tanto quanto l’esasperazione degli operatori del carcere: agenti e medici.
I cento detenuti che protestano richiedono un super-lavoro. Ogni giorno, per ognuno di loro devono essere monitorati il peso, la pressione e le condizioni generali di salute. Poi, i certificati devono essere inviati al magistrato. Tutti i giorni, e tutto sulle spalle di soli due medici di guardia
Il resto, è il solito caos. «Sembra di essere in un ospedale da campo - ha commentato il direttore sanitario della casa circondariale, Francesco Bertè -. Non ci sono soldi per comprare le medicine, figuriamoci per pagare i medici specialisti. Tanto che di recente abbiamo dovuto togliere l’ortopedico, il cardiologo e l’otorino. Siamo riusciti a mantenere soltanto il dentista, l’immunologo e lo psichiatra». Il problema è che, a parte i tagli alla Sanità delle carceri, i budget assegnati a inizio anno ai singoli istituti restano ingessati, anche se i detenuti vengono trasferiti. E «oggi constatiamo che il carcere di Bergamo, che ha 350 detenuti, ha più soldi di noi che di reclusi ne abbiamo oltre settecento».