La nostra lotta dietro le sbarre, rinunciamo anche all'aria
di Adriano Sofri
Pubblicato sul quotidiano la Repubblica, 16 settembre 2002
Insomma, alcuni stanno accoccolati a terra (sedili non ce n'è), zitti
a occhi chiusi, o giocando a carte, per lo più a macchie etniche:
maghrebini, bosniaci, albanesi, napoletani, toscani. Alcuni sfusi, un
nigeriano, un mantovano. Gli arabi giocano con carte consunte, a
ronda, una specie di scopa mista col rubamazzo; gli italiani con
carte più nuove, a tresette e briscola, molto parlati.
L'aria c'è due volte, dalle 9 alle 11, e dall'una alle tre. Poi
un'apertura supplementare in una stanza comune. Diciassette ore al
giorno chiusi nelle celle: questo è un carcere cosiddetto aperto.
Quando entrai in galera, sei anni fa, o sessanta, non mi ricordo,
c'erano 200 detenuti circa, ora ce ne sono 320, e diminuiti gli
agenti. E questo è un carcere non grande, e che mette dell'impegno in
cure ed educazione. Altrove si va molto peggio. Ora il cortile si
riempie: scendono quelli che hanno guardato il Gran Premio di Monza.
Da sette giorni si fa lo sciopero del carrello, cioè del vitto, pane
compreso, che viene distribuito con un carrello, donde la dizione.
Non è un digiuno, perché si consuma il cibo comprato in carcere o
portato dai famigliari. Ammesso che si abbiano famigliari o euro. Gli
stranieri, e molti italiani, non ne hanno. Dunque lo sciopero del
vitto, anticamera dello sciopero della fame, gli equivale già per
molti. Bisogna che chi può aiuti chi non ha. Bisogna che chi non ha
ammetta di non avere - spesso se ne vergogna, per orgoglio. Bisogna
che chi non vuole partecipare lo faccia senza subire pressioni. Anche
in un posto così semplificato - poche persone, di un solo sesso, e
ridotte all'ecce homo - le cose sono complicate.
Sapete che il sogno degli psicologi è di condurre i loro esperimenti
in laboratori che riproducano la segregazione e il meccanismo
carceriere-prigioniero, Grande Fratello compreso. Ma certi psicologi
fraintendono, perché pensano che la sperimentazione in situazione
estrema, la galera, addirittura il lager, sia rivelatrice per eccesso
di ciò che giace dentro individui normali in condizioni normali: il
che è vero solo un po', ed è molto più vero l'opposto, che situazioni
forzate e perverse pervertono le persone e le storcono a tradire se
stesse e il proprio prossimo. (Considerazione che vale anche per la
discussione sui volonterosi carnefici dei fanatismi totalitari).
Ora ci mettiamo in cerchio, e parliamo di come continuare nella
protesta indetta da Rebibbia e altre carceri maggiori. Poiché non si
tratta né di una vertenza sindacale, che supponga una trattativa, né
di una spallata, che ammetta un oltranzismo, ma di dare durata e
calma a una testimonianza, si decide di passare a una settimana di
sciopero dell'aria.
L'espressione è appropriata, fa immaginare una gente che boccheggia,
una specie di apnea fisica e spirituale. Non si esca all'aria, né
piccola né grande, per una settimana. Non si vada a camminare su e
giù come le pantere spelate allo zoo, né ad appoggiarsi al muro con
gli occhi chiusi, né a giocare a pallone, né a star seduti e guardare
il cielo sopra di noi. Sacrificio da poco, direte: be', provateci. La
galera è appunto un luogo estremo, dal quale sono abolite le cose di
mezzo che fanno la vera vita, quelle di cui neanche ci si accorge
più. In galera tutto è nulla, perché si è animali incattiviti e
mutilati di tutto, e però i dettagli minimi si prendono un peso
abnorme.
Ciascun detenuto è un Robinson che fa tesoro delle poche
cianfrusaglie strappate al naufragio. L'aria non è una condizione
data: è una concessione regolamentare e revocabile. L'aria del
giorno - quella della notte è vietata per sempre. Come potreste
saperlo, del resto? Il ministro della Giustizia immagina cose strane,
fin dagli esordii, fin dalla visita notturna a Bolzaneto, quando vide
persone già malmenate tenute a braccia e gambe larghe e faccia al
muro, e gli fu spiegato che era perché i fermati maschi non
molestassero le fermate femmine. E poco fa l'idea che il Regolamento
penitenziario - mai applicato, del resto: se no avrei finalmente un
interruttore della luce nel mio sgabuzzino - disegni carceri come
hotel a cinque stelle.
Dice il ministro: "Io conosco bene i penitenziari". Ma su! Non ne ha
un'idea. E come potrebbe averla? Lamenta che non si sia apprezzato
che i detenuti di San Vittore fossero 2200 e siano 1400. Sia pure: ma
in quale scatola di sardine sono andati a stiparsi gli 800 sfollati?
Mentre Castelli rivendicava lo sfollamento di San Vittore, alle
Vallette di Torino si chiudeva due giorni per tutto esaurito, e gli
arrestati finivano in camere di sicurezza di polizia e carabinieri,
misura d'emergenza come quelle che si prendono durante un terremoto o
un'alluvione e vietata per legge.
Per le carceri, alluvione e terremoto sono perenni. Il ministro
chiede che si apprezzi l'accordo con l'Albania per il rimpatrio di
detenuti in nuove galere di quel paese. Se non sbaglio, si tratterà,
a pieno regime, di 700 persone. I carcerati sono 57.000, e quasi il
doppio quelli che entrano ed escono in un anno senza contare i 20.000
sottoposti a detenzione domiciliare e altre misure. Il
sovraffollamento è enorme: ma anche qui si rischia l'equivoco. Il
sovraffollamento non è il problema: è una sua micidiale aggravante.
È, per intenderci, il problema che un ingegnere si troverebbe di
fronte se dovesse ricostruire un edificio inabitabile.
Qualunque progetto, qualunque prima pietra, dovrebbe passare prima
per lo sgombero delle macerie. Senza ridurre la ressa di detenuti,
non si troveranno spazio fisico né denari bastanti non dirò alla
ricostruzione, ma alle riparazioni di fortuna. Già i soldi mancano, a
spese di farmaci, di salari di chi lavora (degli stessi agenti e
operatori).
La pubblica opinione sarà incuriosita di sapere che amnistie e
indulti, espedienti poco meno che annuali fino a dodici anni fa,
finirono del tutto perché il Parlamento votò una legge: sarebbero
occorsi d'allora in poi i due terzi dei voti per qualunque
provvedimento di clemenza. Maggioranza davvero introvabile, e
iperbolica, dato che perfino per cambiare la Costituzione basta la
maggioranza semplice. Istruttiva la circostanza di quella legge
draconiana: un modo per farsi perdonare un'ultima amnistia appena
varata, per reati di peculiare pertinenza dei partiti di allora.
C'è la sovrappopolazione della galera. Poi c'è la galera. Lontano
come sono dalla concezione del mondo leghista, avevo tuttavia preso
sul serio il Bossi che qualche anno fa neanche tanti - metteva in
conto di essere condannato e si diceva deciso ad andare in galera.
Ancora ieri l'altro sentivo scandire alle sorgenti del Po lo
slogan: "Libertà". "Libertà - diranno - ma non per i delinquenti". Ma
in galera, e nelle sezioni giudiziarie, le peggiori, ci sono migliaia
di persone innocenti che non sono state giudicate, e che saranno
assolte.
(Ce ne sono anche di giudicate e innocenti: per esempio io). E gli
altri, sono persone che pagano, spesso esosamente, un debito, non
bambolotti puntaspillo. E come lo pagano. Stare in gabbia è, per ogni
animale vivente, terribile. Più terribile quando, come la maggioranza
dei ragazzi che riempiono le carceri di oggi, abbiate due o quattro
tipi di epatite, o siate hiv-positivi, oppure, come molti fra gli
anziani, siate diabetici e cardiopatici, o invalidi o handicappati.
Quando vediate ogni giorno teste sbattute nei muri, ferraglia
ingoiata, per paura, per un'offesa, per anestetizzarsi, o chissà
perché. Ebbi davanti un giovane arabo, tremante e piangente, che per
un suo terrore si era tagliato fino a sanguinare copiosamente.
Degli agenti cercavano di calmarlo, qualcuno gli diede un fazzoletto
di carta per tamponare intanto le ferite. La carta intrisa di sangue
gli cadde sul pavimento, lui la raccolse; gli dissi di non usarla
più, che si era sporcata. Mi guardò e, con un'espressione che non
dimentico, si infilò in bocca quello straccio di carta insanguinata e
lo masticò e ingoiò. Così si sta in galera, sovraffollamento o no. E
tutt'al più si sta come chi è buttato via, a giacere, inebetiti,
spoliati, snervati. I detenuti stanno sull'orlo di un burrone: e
siccome non c'è una finestra senza sbarre dalla quale buttarsi giù,
tanti s'impiccano a pochi centimetri dal suolo.
E il ministro pensa di conoscere i penitenziari. Neanch'io li
conosco. Si è chiesto che cosa significhi qui dentro una frase sugli
hotel a cinque stelle, una frase sui deputati di sinistra che "creano
il malcontento dei detenuti"? Il malcontento? Io sono ben poco
indulgente con i governi di centrosinistra, quanto a giustizia e
carceri. Di là a paventare che i deputati fomentino rivolte! Pietro
Folena, persona piuttosto d'ordine, segue le carceri, e specialmente
le romane, da anni. E i detenuti di Rebibbia che hanno proposto da
mesi (con gli obiettivi del Giubileo!) queste manifestazioni, hanno
auspicato dall'inizio che parlamentari di ogni schieramento volessero
visitare le carceri, per proteggere e conoscere le buone ragioni
della lotta, e la sua determinazione pacifica e anzi legalitaria.
Mi spiacerebbe che a un riflesso chiuso e risentito cedessero i
radicali, che hanno i migliori titoli da vantare per l'attenzione
assidua e coraggiosa alle carceri. Essi temono che la sinistra, o
associazioni come la Caritas, l'Arci, il gruppo Abele, Antigone,
vogliano "mettere il cappello" sulla protesta dei detenuti. Ma
proprio i radicali sono stati i più ingiustamente esposti all'accusa
di strumentalizzare la disperazione dei detenuti. Ben venga,
chiunque, a mettere il cappello su questa feccia vilipesa. Ben fosse
venuta, la grande manifestazione di San Giovanni, a metterci su un
berrettino caldo. (C'è stata bensì la fedele presenza di Franca Rame
e Dario Fo e don Ciotti a Regina Coeli).
Insomma, qui a Pisa stiamo in seconda fila, dietro
le carceri maggiori che hanno promosso una lotta tanto più degna perché
non si fa illusioni. Da domani faremo a meno dell'aria. Tutti d'accordo, benché
abbiano una faccia mogia. L'aria dei cortili non rende liberi, ma almeno allarga
un po' i polmoni. Rientriamo, consolati dalle ultime notizie. Il Pisa ha vinto
due a zero fuori casa, e soprattutto le azzurre della pallavolo sono campionesse
del mondo. Qualcosa riuscirà anche a noi, indoor.