Poggioreale, 22 gennaio 2000
Sull'attenti, e mani dietro la schiena, così si cammina
a Poggioreale.
Sovraffollamento (1000 posti in meno). Regolamento "orale", Educazione "esemplare".
"I
detenuti camminano sempre con le mani dietro la schiena e quando
incrociano un agente devono abbassare lo sguardo spostandosi con le spalle
al muro anche se il corridoio nel quale si trovano è molto ampio. E
quando ho chiesto a un agente il motivo di quel comportamento lui mi ha
risposto: "Dobbiamo pur darla un'educazione". È il racconto di
ciò che più ha colpito un visitatore del carcere napoletano di
Poggioreale che aggiunge: "Quando un agente fa la conta o entra in
cella, i detenuti devono scattare sull'attenti e quelli che aspettano di
essere sottoposti al consiglio disciplinare devono attendere in corridoio
con il viso rivolto al muro e le mani dietro la schiena".
Questa è
l'atmosfera che si respira entrando nel più vecchio istituto di pena
della Campania, costruito all'inizio del secolo proprio al centro di
Napoli, da alcuni anni piazzato nel bel mezzo del surreale "centro
direzionale".
Si tratta
di un carcere con una capienza prevista di 1000 detenuti ma che invece ne
conta il doppio, 1997 per l'esattezza. Un sovraffollamento che salta agli
occhi di chi può dare una sbirciata alle "stanze": dalle 4 alle
16 persone vivono in ogni cella dormendo in letti a castello, un solo
bagno per tutti. Un tavolo, qualche sgabello e condizioni igieniche che
lasciano a desiderare fanno da cornice.
O doccia o colloquio
Nessun
detenuto è in possesso di un regolamento carcerario interno previsto
dalla legge per il semplice fatto che non esiste. Motivo? "Il
regolamento è non-scritto", risponde un agente, ci si deve insomma
regolare in base agli ordini di servizio che il direttore, Salvatore
Acerra, emana di volta in volta. Quindi, di fatto, viene meno la tanto
invocata certezza del diritto. Ma questo è il meno. Il centro clinico
(una sorta di ospedale) di Poggioreale è privo di acqua calda, mentre nel
reparto "Avellino" - in pessime condizioni, i soffitti sono
umidi - non esiste il riscaldamento e nemmeno l'acqua calda, tranne che
nelle docce. Peccato che i detenuti possano accedere alle docce solo due
volte alla settimana, in coincidenza con gli orari previsti per i colloqui
con le famiglie o con le attività lavorative. Perciò, se il detenuto
sceglie di lavarsi o di lavorare, automaticamente perde la possibilità di
incontrarsi con i familiari. Nessuno, ovviamente, rinuncia al colloquio
(solo quattro ore al mese, più eventuali due "in premio", con
le famiglie che spesso arrivano
dall'altro capo della penisola).
Uno
scenario che non lascia presagire nulla di buono quanto ad attività che
non siano la pura e semplice reclusione in cella (20 ore al giorno).
Lavorare è l'unica possibilità per un detenuto di stare meno tempo
rinchiuso in cella e di non pesare economicamente sulla famiglia, per chi
ne ha una, ma i posti a Poggioreale sono solo 197 e i criteri di
assegnazione si basano su una generica "affidabilità" del
detenuto.
Voglio fare il carrozziere
Identico è il criterio utilizzato per essere ammessi al corso regionale di carrozziere. Un corso di formazione semestrale previsto per 20 detenuti alla volta. Quello al lavoro da diritto si trasforma così in un privilegio, in una concessione affidata alla direzione che sceglie chi premiare e chi escludere. Come spiega un operatore che vuole restare anonimo, "la vita è regolata da una specie di economia dei diritti sospesi". Un aspetto questo che incide maggiormente sulla condizione di vita degli immigrati. Isolati dal resto delle persone recluse, generalmente senza l'appoggio e il sostegno delle famiglie, come troppo spesso accade gli stranieri sono i detenuti che hanno maggiori problemi economici e per questo le loro condizioni sono le peggiori. Date le difficoltà di lavorare ed essendo separati dagli italiani che potrebbero aiutarli con atti di solidarietà, gli stranieri soffrono soprattutto della mancanza di un interprete. Una situazione gravissima che non li garantisce non solo in caso di comunicazione di atti processuali ma nemmeno di provvedimenti disciplinari interni al carcere. Il detenuto straniero li può solo subire.
Fonte: Il Manifesto, 22 Gennaio 2000, articolo di Maura Gualco.