La logica del campo: internamento e segregazione

Tratto da Estranei e Nemici, Derive-Approdi, 2003
di Annamaria Rivera

Non-luoghi del tutto speciali

La segregazione, abbiamo detto, è la forma estrema della discriminazione: allorché all'ineguaglianza di diritti, di opportunità, di trattamento si sovrappone l'isolamento - spaziale, sociale e simbolico - di un gruppo minoritario oppure l'internamento di una determinata categoria di persone entro spazi sottratti al diritto ordinario, siamo di fronte a un processo che di fatto tende a privare gli individui appartenenti a certi gruppi, categorie o popolazioni perfino dello status di persona. In Italia vi sono dei luoghi - o non-luoghi - per mezzo dei quali si compie in modo estremo ed esemplare questo processo di allontanamento reale e simbolico dal territorio italiano, dalla società, dalla civitas di persone reputate ed etichettate come indesiderabili: sono i campi, per meglio dire istituzioni rette dalla logica del campo. L'evento-simbolo che in Italia segna la svolta verso «una modalità nuova nel patrimonio tecnico di spersonalizzazione degli esseri umani» si colloca nel 1991, quando migliaia di profughi albanesi vennero internati per circa una settimana nello stadio di Bari e trattati come belve feroci in gabbia, prima di essere rimpatriati in massa con l'inganno. Quel luogo, del tutto improprio per accogliere dei profughi ma funzionale come ha osservato Dal Lago, a fungere da discarica di esseri umani di cui liberarsi, già si configurava come campo, se per campo intendiamo ogni spazio segregato e di fatto extraterritoriale, nel quale sono sospese norme, diritti e garanzie propri dello stato di diritto.
A questo proposito è opportuno soffermarsi a considerare che in realtà la logica del campo travalica la stessa istituzione di ben definiti spazi di segregazione o internamento, per estendersi a una generale visione del mondo: ad esempio, quella che considera normale il fatto che a intere generazioni di giovani, una dopo l'altra, che hanno la disgrazia di essere nate e di vivere in paesi del Sud del mondo sia precluso il diritto universale non solo di emigrare ma perfino di viaggiare come turisti nei paesi del Nord del mondo; una visione che finisce per segregare le popolazioni, soprattutto giovani, di quei paesi, di fatto trasformandoli in un enorme campo dal quale è proibito uscire.
Al di là della funzione che svolgono - campi-profughi, zone di transito in aeroporti internazionali, centri di identificazione, centri di detenzione per «extracomunitari» in gran parte destinati all'espulsione coatta, campi rom impropriamente detti «di sosta» - i campi rappresentano tutti la materializzazione di uno stato di eccezione divenuto permanente, come direbbe Agamben. Sono istituzioni paradossali proprio perché pur essendo compresi nel nostro territorio sono di fatto spazi extra-territoriali, pur essendo inclusi in qualche speciale ambito giuridico sono esclusi dal diritto ordinario, pur avendo la funzione di marcare la frontiera la collocano all'interno (i campi rom) o la spostano verso l'esterno del territorio dello Stato: ad esempio, l'accordo italo-albanese che fu siglato nel gennaio del 2000 stabiliva che le tende e i container che avevano ospitato sul territorio albanese la popolazione kosovara in fuga dalla «guerra umanitaria» dovessero essere riconvertiti in campi di detenzione per «clandestini di varia provenienza» transitanti per il Paese delle aquile.
Si potrebbe dire dunque che i campi sono non-luoghi giuridici, poiché per speciali categorie di persone sospendono, eccezionalmente e permanentemente, i diritti umani e i principi generali del diritto e della Costituzione italiana. Spesso coloro che sono trattenuti in questi spazi speciali, istituiti da un diritto del tutto speciale o addirittura sorti in modo informale, sono, dal punto di vista giuridico, dei fantasmi. Tutt'altro che infrequenti sono infatti i casi di persone che entrano nel territorio italiano o vi si affacciano alla soglia e ne sono respinte senza che alcuna traccia del loro passaggio sia registrata: succede nelle zone «di attesa» degli aeroporti internazionali, nei nuovi «centri di transito», talvolta camuffati da centri di soccorso e prima accoglienza, nei nuovi centri d'identificazione per i richiedenti asilo, ugualmente istituiti dalla legge Bossi- Fini, tutti di fatto sottratti a qualunque controllo da parte della magistratura. Da questi non-luoghi, cittadini stranieri che avrebbero il diritto di avanzare domanda di asilo o di protezione umanitaria sono subito rimpatriati, senza aver potuto godere di alcuna delle tutele e garanzie giurisdizionali. Accade dunque che il destino di queste persone, di fatto divenute apolidi per poche ore o per alcuni giorni, sia interamente nelle mani della polizia:«Che si commettano o meno delle atrocità non dipende dal diritto, ma solo dalla civiltà e dal senso etico della polizia che agisce provvisoriamente come sovrana».

I Centri di permanenza temporanea: un modello paradigmatico

Malgrado la formula eufemistica, i Centri di permanenza temporanea e assistenza, istituiti per la prima volta in Italia dalla legge 40 del 1998, sono in realtà luoghi di detenzione per stranieri irregolari e passibili di espulsione o rimpatrio coatto, che per varie ragioni non possono essere immediatamente respinti o «accompagnati» coattivamente alla frontiera. A dimostrare che sono tali basta citare l'articolo 12 della legge in questione: «Il questore, avvalendosi della forza pubblica, adotta efficaci misure di vigilanza affinché lo straniero non si allontani indebitamente dal centro e provvede a ripristinare senza ritardo la misura nel caso questa venga violata». E in effetti i tentativi di fuga sono abitualmente trattati dalle polizie e presentati dai media «alla stregua di evasioni da carceri di massima sicurezza da parte di criminali mafiosi».
In questi centri sono internate persone che non hanno commesso alcun reato, che non hanno subito alcun processo, che non lo subiranno in futuro (secondo la legge italiana l'ingresso irregolare non è un crimine, ma solo un'infrazione amministrativa); e che nondimeno sono private perfino di quella personalità giuridica che un normale detenuto non ha ancora perso. A questo proposito suona di una straordinaria attualità ciò che Hannah Arendt scriveva riflettendo sulla condizione degli apolidi internati nei campi: «Uno degli aspetti più sorprendenti dell'esperienza moderna è che è manifestamente più facile privare della capacità giuridica una persona completamente innocente che l'autore di un reato»
Nei Cpt non vengono rinchiusi solo gli stranieri «pericolosi», come sostiene una certa retorica istituzionale e mediatica, ma vi possono capitare perfino, come è più volte accaduto, persone che attendono il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, potenziali richiedenti asilo o addirittura - per un errore tutt'altro che raro - immigrati con soggiorno regolare o minorenni rastrellati nel corso di indiscriminate operazioni poliziesche. Certo, nei centri di detenzione possono essere internati anche stranieri che hanno subito un processo e sono stati condannati per un certo reato. Ma la sostanza del ragionamento non cambia perché essi, pur avendo scontato la condanna penale, sono di fatto condannati a due pene ulteriori: l'internamento nel centro e l'espulsione, indipendentemente dalle loro biografie e dai legami che hanno nel paese di residenza.

«AI fine [ ... ] di mantenere intatto il sistema», soggiungeva Arendt, «è essenziale [ ... ] che i criminali vengano internati soltanto al completamento della pena, cioè quando hanno il diritto a riottenere la libertà. In nessun caso il Lager deve diventare un luogo di pena calcolabile per reati ben definiti».

Essendo istituzioni repressive e in più regolate da un diritto speciale, non c'è da meravigliarsi se, come e più che in carcere, vi si consumano violazioni di diritti umani fondamentali, maltrattamenti, violenze psicologiche e fisiche, morti accidentali o sospette. Vi si può morire a causa di carenze nell'assistenza medica: così, nella notte di Natale del 1999, morì nel Centro di Ponte Galeria, vicino a Roma, Moliammed Ben Said che, scontata una pena carceraria per un piccolo reato, non ebbe il tempo di subire la terza pena dell'espulsione, dopo quella dell'internamento. E vi si può morire tra le fiamme di un incendio scoppiato durante rivolte: così, pochi giorni dopo, nella notte fra il 28 e il 29 dicembre, tre maghrebini persero la vita a Trapani nel Centro Serraino Vulpitta; altri tre morirono più tardi. Un anno prima, nell'estate del 1998, ugualmente dopo una rivolta, Amin Saber era morto nel Centro di Caltanissetta. Chiusi, in non pochi casi (si pensi a Ponte Galeria), da più ordini di sbarre che li rendono simili a enormi gabbie, i Cpt, ancora più del carcere, rappresentano la perfetta materializzazione non solo dell'istituzione totale ma anche di un sistema di controllo che arriva fino a privare gli individui della libertà personale non in ragione di un reato commesso, ma del loro semplice status. Spesso le condizioni di vita imposte agli «ospiti» dei Centri sono al limite dell'umanamente sopportabile e non manca la pratica delle violenze e dei pestaggi punitivi. Ma non si tratta di un'eccezione italiana: sanzionati dagli accordi di Schengen e Dublino, i centri di detenzione sono divenuti un vero e proprio sistema, che ricopre l'intero territorio dell'Unione europea, un sistema che quotidianamente produce rivolte, atti di autolesionismo, suicidi e violenze di ogni genere.
Quanto ai media italiani, essi, intenzionalmente o per ignoranza, alimentano la confusione fra centri di detenzione e centri di accoglienza, offrendo così all'opinione pubblica la possibilità di ignorare che in Italia - al pari di altri paesi dell'Unione europea - esistono luoghi di detenzione illegittima il cui statuto giuridico e le cui modalità di trattamento sono di fatto «quasi concentrazionarie», come sostiene, fra gli altri, Etienne Balibar. Anche grazie a una tale confusione e banalizzazione, agli occhi dell'opinione pubblica e delle istituzioni è diventato accettabile e quasi ovvio che gli altri - i non-nazionali, i non-europei - possano essere segregati in luoghi separati, speciali, sottratti al diritto ordinario. Nell'immaginario xenofobico e razzistico, o almeno in quello italiano, lo straniero è colui che vive per strada oppure nei campi: colui che ha la colpa d'essere troppo visibile, in quanto occupa abusivamente le strade delle nostre città ed è causa di insicurezza urbana; e nel contempo colui che è bene e normale che sia massimamente invisibile, in quanto segregato nei campi di detenzione e nei campi-sosta o in quanto forza-lavoro semiservile, docile, muta, nascosta nelle pieghe del mercato del lavoro illegale.
Per quanto istituto speciale, il Cpt allude a un modello e a una prospettiva più generali, che riguardano il trattamento tendenzialmente riservato a settori di popolazione destinati all'esclusione. Da alcuni anni a questa parte, infatti, l'ideologia sicuritaria dilaga e con essa è ritornato in auge un paradigma, implicito o del tutto esplicito, secondo il quale la difesa della società dagli indesiderabili di ogni genere -profughi e migranti, ma anche devianti, tossicodipendenti, «matti», prostitute, perfino preadolescenti e adolescenti «difficili» - andrebbe affidata alla segregazione in spazi speciali, che occultino le eccedenze e le anomalie sociali e le separino dal resto della società tramite confini e muri, reali e simbolici.
L'istituzione dei Cpt da parte della Turco-Napolitano e la loro proliferazione, promessa dalla legge Bossi-Fini e in via di realizzazione, vanno dunque analizzate in rapporto con il dilagare dell'ideologia della «tolleranza zero» di marca statunitense, con la diffusione di un senso comune penale di stampo neoliberista, che mira alla repressione di reati minori e minimi o addirittura di semplici infrazioni, insomma con la crescente tendenza - che discende anche dallo sviluppo di politiche di drastica riduzione della spesa sociale - verso una «gestione penale della precarietà e della marginalità». In Italia, le proposte governative più recenti in materia di tossicodipendenza, di disagio mentale, di prostituzione vanno esattamente nella direzione di una segregazione-repressione su larga scala non solo degli estranei alla nazione ma anche degli estranei alla norma dominante e alla conformità sociale.


Genealogia dei campo

Si è osservato che definire lager i centri di detenzione non solo è esagerato e semplificante, ma rischia di inflazionare e banalizzare l'uso di un termine la cui connotazione storica è indissolubilmente legata allo sterminio nazista. A questo proposito si potrebbe obiettare che in realtà lager («campi») erano non solo quelli di sterminio, ma anche quelli di lavoro e quelli di concentramento. Hannah Arendt ha ricostruito la genealogia del lager mostrando come i campi di concentramento non siano stati affatto un' invenzione del regime totalitario, ma si siano evoluti progressivamente dai campi di custodia protettiva:

«Essi apparvero per la prima volta durante la guerra boera [ ... ] e continuarono a essere usati in Sudafrica come in India per gli "elementi indesiderabili"; qui troviamo per la prima volta anche il termine "custodia protettiva" che venne in seguito adottato dal Terzo Reich. Questi campi [ ... ] accoglievano i "sospetti" che non si potevano condannare con un processo normale, mancando il reato o le prove».

Agamben ne colloca l'origine ancora più indietro, ricordando che la Schutzhaft (la «custodia protettiva»), base giuridica dell'internamento, era stata introdotta da due leggi prussiane della metà dell'Ottocento; questo istituto giuridico trovò poi «una massiccia applicazione in occasione della Prima guerra mondiale». Le guerre contemporanee hanno prodotto enormi masse di profughi, respinti dagli Stati-nazione, spesso privati della cittadinanza e perfino di ogni protezione giuridica cosi da divenire apolidi; e hanno in tal modo generalizzato e moltiplicato il modello del campo. È a partire dall'irruzione sulla scena mondiale delle folle dei profughi che si produce fra la Prima e la Seconda guerra mondiale come conseguenza del dissolvimento degli imperi, dei trattati di pace post-bellici e delle rivoluzioni in corso nell'Europa orientale che Arendt riflette sulla vicenda dei senza-patria, sul modello del campo e sulla perdita del diritto ad avere dei diritti. Certo, la sua analisi non è estrapolabile dalle concrete vicende storiche a partire dalle quali si sviluppa. E pur tuttavia la riflessione arendtiana suona oggi di una straordinaria attualità, soprattutto se liberata, come osserva opportunamente Ilaria Possenti, dalla «discutibile prospettiva di tipo essenzialistico [che] giunge fino a sostenere che l'esclusione dalla comunità politica riduce gli esseri umani alla dimensione della mera vita biologica».
Tale prospettiva essenzialistica discende da un modello etnocentrico, che a sua volta riflette l'adesione a un paradigma teorico tipico della filosofia moderna: la dicotomia natura-cultura e barbarie-civiltà. Hannah Arendt arriva ad affermare che fra il cittadino della polis e l'uomo ridotto a mera esistenza biologica (come se gli esseri umani fossero davvero riducibili a «nuda vita») non vi sono alternative possibili; e dunque accoglie l'idea, al tempo assai corrente, dell'esistenza di popoli di natura: i diversi da noi, ella afferma in numerosi passi de Le origini del totalitarísmo, non sono altro che «esseri naturali, privi dello specifico carattere umano». Nondimeno, sfrondati dai temi più condizionati da un tale paradigma etnocentrico, alcuni passaggi dell'opera arendtiana si rivelano drammaticamente attuali di fronte agli apolidi dei nostri giorni, i migranti che in epoca di globalizzazione i paesi di destinazione quotidianamente classificano come indesiderabili (unwanted) e dunque come "irregolari" o "clandestini".

Guerre postmoderne, esodi e campi

Quale continuità semantica, se non ideologica, vi sia fra la logica che presiede alle guerre postmoderne e la logica del campo è mostrato dal ricorso alla medesima retorica dell'eufemismo. L'eufemismo è alla base del discorso propagandistico e mediatico sulle guerre umanitarie («effetti collaterali», «azione di polizia internazionale», «bombe intelligenti» e così via), così come è alla base del lessico legislativo e burocratico che definisce i centri di detenzione come «Centri di permanenza temporanea e assistenza», e coloro che vi sono internati - anzi, «trattenuti» per usare quel lessico - come degli «ospiti».
Le guerre postmodeme, al pari delle guerre mondiali del Novecento da cui Arendt trasse le sue preziose riflessioni sul modello del campo, ne hanno rilanciato la logica. Il perfetto paradigma del campo postmoderno è costituito dalle gabbie di Guantanamo, dove sospetti terroristi di al-Qaida sono imprigionati a tempo indeterminato in un'area extraterritoriale, privati di ogni identità giuridica e in fondo di ogni identità umana. Non essendo riconosciuti dalle autorità statunitensi come prigionieri di guerra, non godono dei diritti garantiti dalla Convenzione di Ginevra; non essendo imputati di crimini comuni, non hanno diritto a un regolare processo né ad alcuna tutela giurisdizionale: per loro, subumanità, è indefinitamente sospeso ogni diritto nazionale e internazionale. Guantanamo, luogo di prigionia senza tempo e senza spazio, indefinita e infinita, è insomma il perfetto inveramento del carattere non convenzionale, illimitato, illegale delle guerre postmoderne.
Guerre umanitarie, permanenti, preventive, anch'esse producono, oltre che migliaia di vittime innocenti, moltitudini di profughi fra quelle stesse popolazioni che si pretende di soccorrere o liberare, e in nome delle quali vengono giustificati gli interventi bellici. Delle folle dei profughi, i più sono ricacciati indietro, un certo numero finisce per annegare nel tentativo di guadagnare le coste italiane, altri sono temporaneamente «protetti» e dunque segregati in campi, non pochi, resi clandestini, sono internati nei centri di detenzione; i profughi rom che hanno la fortuna di raggiungere le rive italiane non possono far altro che affollare orrende bidonville dette campi-sosta.
Così è accaduto nel corso della guerra umanitaria per eccellenza quella in Kosovo: in una prima fase, corrispondente ai bombardamenti della Nato, ai profughi venne accordata la protezione umanitaria; in seguito, le misure di protezione temporanea furono sospese ed essi - in particolare i rom - tornarono a essere considerati clandestini, etichettati e stigmatizzati come tali dai media, dalla propaganda politica, dall'opinione pubblica maggioritaria. Non a caso l'ostilità verso i rom toccò in Italia punte assai elevate proprio nell'estate del 1999, quando circa diecimila rifugiati rom raggiunsero le coste italiane per sfuggire alla «pulizia etnica» albanese che si scatenò dopo la fine dei bombardamenti Nato e della presenza militare serba nella regione. Insieme all'intensificarsi dell'esodo, dunque, si rinfocò anche quel razzismo anti-zingari che ha radici molto antiche e molto solide, e che ha sempre continuato ad agire nella società italiana in forme più o meno esplicite a seconda delle congiunture storiche.
Ora che la dottrina della guerra preventiva si è concretizzata nell'attacco all'Iraq, è probabile che accada la stessa cosa. Secondo le previsioni di fonti autorevoli, il suo esito più tangibile sarà costituito, oltre che dall'ecatombe di vittime civili, dalla moltitudine di profughi - da un milione e mezzo a due milioni, soprattutto curdi - che, sempre secondo quelle previsioni, fuggiranno in gran parte verso l'Iran, la Giordania, la Turchia, ma anche verso i paesi dell'Europa occidentale e fra questi l'Italia. Coloro che riusciranno a sottrarsi alla strategia del «contenimento» nell'area di guerra, auspicata dal governo italiano, che si concretizzerebbe in enormi campi di internamento sotto il controllo dei militari; coloro dunque che riusciranno a partire, a sopravvivere al lungo viaggio, a sfuggire alla caccia delle navi della Marina militare, affolleranno improvvisate tendopoli mal equipaggiate e centri di detenzione, che intanto vanno moltiplicandosi per la bisogna. A decidere della loro sorte, del loro status - asilo, protezione umanitaria o clandestinità - della loro destinazione - respingimento in mare, campi-profughi, Cpt o «rimpatrio» forzato - saranno le ragioni propagandistiche del conflitto.
Non è una previsione pessimistica: le dichiarazioni rilasciate da Umberto Bossi, ministro italiano per le riforme istituzionali - «Noi di profughi qui non ne vogliamo. Che se ne stiano a casa loro» - e sottoscritte da altri esponenti leghisti fra i quali il Ministro della Giustizia Roberto Castelli, non solo denotano una brutale insensibilità e una singolare irresponsabilità istituzionale, ma fanno presagire che intorno al destino dei profughi di guerra si giocherà una partita politica tutta a loro svantaggio. C'è da essere certi che, sovrapponendosi all'islamofobia già presente, che ne risulterà rafforzata, un'ondata di razzismo contro gli iracheni e i curdi si manifesterà nel nostro paese, alimentata da una propaganda politica e mediatica subordinata alle vicende del conflitto.

Riserve zingare: la segregazione degli estranei

Nell'ideologia e nell'immaginario xenofobici, istituzionali e popolari, i rom rappresentano la perniciosa sintesi dell'estraneità alla nazione, alla sua cultura e alla norma sociale; essi sono dunque oggetto di una discriminazione e di un razzismo che ne assommano tutte le dimensioni: da quella popolare a quella istituzionale, dalla dimensione simbolica a quella che giunge fino all'aggressione fisica. I campi nei quali sono segregati illustrano in maniera esemplare cosa sia un ghetto: spesso collocato nell'estrema periferia urbana, il tipico insediamento rom, così come si è definito nella «tradizione» italiana, assomma segregazione spaziale, abitativa, sociale, culturale, simbolica, giuridica. Anche quando i Comuni mettono a disposizione aree più o meno attrezzate destinate ai campi rom, la logica, spesso inconsapevole, che li ispira è quella di proteggere simbolicamente il resto del territorio - secondo un sistema radiale che parte dal centro abitato e dai suoi luoghi più simbolici - dal rischio di contaminazione del «popolo delle discariche»: come osserva Piasere, «nel momento in cui un Comune mette a disposizione un'area, tutto il restante territorio diventa tabù per gli zingari».
Ma i campi rom, si potrebbe obiettare, appartengono a tutt'altra specie giuridica dei Cpt, non vi si è «trattenuti» coattivamente. Nondimeno essi rappresentano una forma estrema di segregazione, spinta a tal punto da farli somigliare a riserve: «L'Italia», si osserva nel già citato rapporto dell'European Roma Rights Center, «è il solo paese in Europa a promuovere un sistema di ghetti, organizzato e sostenuto pubblicamente, con lo scopo di privare i Rom di una piena partecipazione alla vita italiana, o addirittura di avere un contatto e dei rapporti con essa». Anche il Cerd (il Comitato dell'ONU per l'eliminazione delle discriminazioni razziali) ha riconosciuto che i campi rom presentano caratteri che stanno fra la favela e il campo di concentramento e che sono luoghi discriminanti per eccellenza.
L'isolamento dei rom, dicevamo, assomma una molteplicità di dimensioni: gran parte dei rom presenti nel nostro paese vive in condizioni di estrema povertà e degrado; dimora in edifici abbandonati e in squallidi insediamenti, costituiti da baracche, container e roulotte malandate, privi delle infrastrutture minime e per lo più collocati lungo ferrovie, canali, tangenziali o in periferie urbane estreme e degradate. Quando gli insediamenti sono «autorizzati», non è raro che siano circondati da muri o recinti e sorvegliati da guardiani che impediscono la libertà di movimento sia agli abitanti sia ai visitatori. Questa condizione di segregazione, insieme al pregiudizio, all'ostilità, al disprezzo di cui sono vittime, rende i rom particolarmente esposti a discriminazioni, abusi e violenze istituzionali e non. Soprattutto in alcune aree, essi sono quotidianamente sottoposti al rischio di aggressioni razziste. Riferendosi alla provincia veronese, Piasere osserva che li «la cosmologia anti-zingara ha prodotto [ ... ] una vasta gamma di comportamenti che l'intolleranza razzista contempla, compresa l'eliminazione fisica. Non si deve dimenticare a proposito che la prima vittima dei neonazisti di "Ludwig" è stato appunto uno zingaro, bruciato vivo nell'auto in cui dormiva nel 1977».
Eventi abituali nella vita dei rom sono le irruzioni delle forze di polizia, condotte con metodi tanto brutali da somigliare a rastrellamenti. Spesso vengono compiute in piena notte o all'alba, talvolta sono corredate da ingiurie e violenze anche contro i bambini, e dalla distruzione delle abitazioni e degli oggetti di proprietà: una vera e propria strategia del terrore che mira a «bonificare il territorio», come direbbero i leghisti, inducendo i rom alla fuga, a scoraggiare nuovi arrivi, a tacitare o ingraziarsi per scopi elettorali i cittadini animati da sentimenti e passioni xenofobiche, infine a sfogare frustrazione e sadismo su vittime tanto deboli quanto esemplari.
Alcuni casi italiani sono ben noti perché raccontati in articoli e libri, denunciati e sanzionati da organizzazioni internazionali. Il caso del campo di rom rumeni di Venaria Reale, Comune alle porte di Torino, è divenuto noto grazie a un bel libro di Marco Revelli: una vicenda comune eppure esemplare di razzismo istituzionale contro i rom, che vide una giunta di sinistra-sinistra impegnata a disperdere qualche centinaio di rom rumeni i quali, sfuggiti alle persecuzioni, ai pogrom e alla violenza razzista, si erano insediati in un non-luogo di periferia industriale nell'hinterland torinese. La Questura di Torino emise poi un «ordine di deportazione» grazie al quale cinquanta rom vennero forzatamente rimpatriati in Romania; infine, una volta dispersa la maggior parte della comunità, all'alba di un giorno di febbraio le ruspe del sindaco di sinistra rasero al suolo il campo e i suoi uomini fecero un falò delle povere cose abbandonate nella fuga.
Altrettanto noto è il caso dell'insediamento di Tor de' Cenci, per il quale il governo italiano di centro-sinistra dell'epoca e la giunta capitolina, ugualmente di centro-sinistra, allora guidata dal sindaco Rutelli, sono stati condannati dalla Corte europea dei diritti umani, dopo essere stati ufficialmente deplorati dalle organizzazioni internazionali che proteggono i rom e dall'Acnur, l'organismo dell'onu che protegge i rifugiati. All'alba del 3 marzo 2000 nel corso di un'operazione di sgombero di due insediamenti, ordinata dalla Questura e dal Comune di Roma, almeno cento fra poliziotti e guardie municipali fecero irruzione nei campi di Casilino 700 e Tor de' Cenci (quest'ultimo abitato in gran parte da rom bosniaci), prelevandone con la forza e con l'uso della violenza fisica gli abitanti, compresi bambini e donne. Le due operazioni ebbero come esito finale la deportazione in Bosnia, in una zona di conflitto endemico, di 56 rom bosniaci musulmani, fra i quali dei minori non accompagnati.
La presenza dei rom e dei sinti in Italia è attestata sin dal XV secolo. Sono dunque parte integrante della popolazione e della storia italiane, tanto che un numero rilevante di essi ne ha la nazionalità: in sostanza sono legalmente cittadini italiani tutti coloro che risiedono nel nostro paese da un tempo precedente l'inizio dell'immigrazione degli anni Sessanta. Nondimeno, nella considerazione comune e nel comportamento delle istituzioni questa consapevolezza sembra essere del tutto assente: essi sono percepiti come completamente estranei alla società italiana e la nazionalità del nostro paese in rari casi li mette al riparo dalle discriminazioni, dall'ostilità sociale, dall'apartheid, dalla violenza razzista.
Quanto ai rom non italiani, il loro status giuridico è del tutto paradossale: quando sono di fatto migranti economici, non riescono a usufruire di sanatorie e regolarizzazioni in quanto la loro condizione di assoluta precarietà, professionale e alloggiativa, li rende privi dei requisiti, sempre più rigidi se non vessatori, richiesti dalla legge; quando sono profughi e rifugiati di fatto, non vedono riconosciuto ufficialmente il loro status. La conseguenza è che meno di un terzo dei rom presenti in Italia ha un permesso di soggiorno. Fra loro, molti sono nati nel nostro paese, vi risiedono da sempre, non hanno mai visto il paese di origine dei genitori o dei nonni; ma la legge italiana, sostanzialmente fondata sullo jus sanguinis, nega la nazionalità italiana perfino a chi è nato nel Belpaese ma da genitori non italiani.
Ad alimentare il razzismo anti-rom v'è dunque una condizione giuridica e materiale che contribuisce decisamente a incrementare cliché negativi, pregiudizi e disprezzo: il non riconoscimento, come dicevo, dello status di rifugiati ai tanti di loro in fuga dai conflitti della ex Iugoslavia e dalla guerra in Kosovo; l'esclusione dalla legge nazionale sulla protezione delle minoranze etno-linguistiche: nel 1999 questa legge ricevette in Parlamento un ampio consenso solo dopo che fu cassato ogni riferimento ai rom; il fatto di essere costretti ad alloggiare in orrende baraccopoli: Roma, come è noto, ospita enormi insediamenti (autorizzati o meno), i più grandi in Europa, che sono vere e proprie favelas dove vive qualche migliaio di persone.
È opportuno osservare che, quando le autorità politiche italiane rivolgono la loro attenzione ai rom, lo fanno, con alcune eccezioni, per lo più a partire dal pregiudizio che essi siano nomadi per sempre, e per natura o vocazione: gli uffici che si occupano di loro sono detti per l'appunto «uffici nomadi», e la loro competenza comprende anche i rom e i sinti di nazionalità italiana; i provvedimenti legislativi adottati da un certo numero di regioni tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta miravano alla «protezione delle culture nomadi» attraverso la perpetuazione del sistema dei campi-ghetto. Questa condizione giuridica, sociale e simbolica contribuisce ad alimentare un'ostilità diffusa, che si spinge fino alle mobilitazioni di piazza contro di loro oppure a veri e propri pogrom, come accadde il 21 giugno 1999 a Scampia, nella periferia napoletana: qui, in un territorio che assomma degrado urbanistico e sociale, in un ambiente di acuto disagio sociale in cui i conflitti «tra poveri» sono sempre pronti a esplodere, una squadraccia di malavitosi locali armati di tutto punto fece irruzione in uno degli insediamenti, incendiandolo e costringendo alla fuga un migliaio di rom. All'origine o a pretesto del pogrom vi era stata alcuni giorni prima la morte di una bambina appartenente al clan dei «vendicatori», investita dall'autovettura guidata da uno dei rom di quel campo. Il pogrom, che si svolse sotto gli occhi degli abitanti del quartiere, non pochi dei quali plaudenti, fu possibile anche grazie al mancato intervento della polizia.
Il perverso connubio fra orientamento dell'opinione pubblica e dei media, atteggiamento delle forze politiche e delle istituzioni, carenza di politiche sociali e abitative rivolte specificamente ai rom (dovuta anche al pregiudizio circa il loro nomadismo) produce situazioni di degrado endemico che provocano assai frequentemente morti tragiche, soprattutto di bambini. Per citare solo uno di questi episodi, basta ricordare che il 3 aprile del 2000 due bambini piccolissimi, nati in Italia da genitori rom kosovari, morirono nell'incendio della loro roulotte, in un campo di Bologna: poco prima il padre aveva ricevuto un ordine di espulsione verso il Kosovo in quanto sprovvisto di documenti di soggiorno. Nessuno dei rom fu sfiorato dall'idea di vendicare la morte dei piccoli compiendo assalti violenti contro i responsabili colposi di quella tragedia.

I rom: una diaspora indigeribile

Refrattaria non ai lavori, come ritiene un senso comune assai diffuso, ma all'ideologia e alle regole del lavoro capitalistico cui non si è mai piegata, la diaspora rom risulta massimamente indigeribile per il senso comune dominante proprio perché con la sua sola esistenza contraddice le norme, la disciplina, i meccanismi di controllo, il dominio dell'economico della modernità capitalistica e dello Stato-nazione. Non a caso, lo ricordiamo, la carta d'identità, per eccellenza strumento di controllo delle popolazioni da parte degli Stati nazionali, ha come suo immediato precedente genealogico il libretto antropometrico, istituito in Francia nel 1912 proprio per identificare e controllare zingari e vagabondi attraverso la misurazione dei caratteri morfologici (forma e dimensioni del cranio, colore degli occhi ecc.), così cara allo scientismo razzialista dell'epoca.
Per lunghi secoli oggetto di mitologie e fobie, ostilità e discriminazioni, disprezzo e persecuzioni fino allo sterminio, i rom continuano tutt'ora a rappresentare le vittime strutturali del razzismo. Pur essendo, questo, un fenomeno a geometria variabile che assume bersagli diversi a seconda del clima, degli eventi sociali e politici e delle contingenze storiche, è raro che abbandoni quello che sembra essere il suo oggetto preferenziale. Il quale ritorna a salire nella scala dell'ostilità xenofobica, fino a occupare il primo posto, allorché eventi nazionali e vicende internazionali lo rendono più visibile: la caduta del muro di Berlino e il crollo dell'impero sovietico, la disgregazione sociale dei paesi dell'Est e le drammatiche vicende della ex Jugoslavia, le violenze e le persecuzioni delle bande armate kosovare che precedettero, accompagnarono e seguirono la guerra Nato contro la Serbia hanno prodotto nuovi movimenti migratori verso l'Occidente, e dunque hanno incrementato la visibilità dei rom, rinfocolando l'ostilità nei loro confronti.
Va aggiunto che oggi fobia, ostilità e disprezzo «sono continuamente "modernamente" alimentati dalle nuove forme che l'insicurezza, l'emarginazione, l'impoverimento assumono fra i ceti popolari, dall'esasperarsi ulteriore dell'egoismo proprietario, così come da forme istituzionali di discriminazione e di razzismo che scaricano egoismi e paure popolari sui diversi, sugli stranieri e, per finire, su quei "diversi" e "stranieri" per eccellenza che sono gli zingari».
L'elenco di atti discriminatori, minacce e aggressioni, di pregiudizi ed espressioni razzistiche contro i rom, spinte fino all'incitamento al linciaggio, da parte di soggetti istituzionali e di rappresentanti di partiti politici, è talmente vasto che non basterebbero alcuni tomi a contenerlo. Per ciò che concerne il piano del discorso, va detto che esso, al pari del discorso antisemita, attinge a un repertorio che si è stratificato e consolidato nel corso di una lunga vicenda storica: gli zingari sono coloro che hanno forgiato i chiodi serviti a inchiodare Cristo alla croce, racconta una leggenda tutt'ora perdurante; essi rapiscono i bambini, insiste una «voce» che tuttora viene trasmessa, con diverse varianti, nella forma di leggende urbane; i rom diffondono sporcizia, malattie, epidemie, sostiene un pregiudizio che si tramanda da secoli.
Il cliché dei «brutti, sporchi e cattivi», alimentato dalla condizione di segregazione che a sua volta produce o favorisce degrado e marginalità, induce una parte rilevante della popolazione maggioritaria a percepire gli zingari come indistinta massa di accattoni e di devianti, e impedisce di soffermarsi a considerare quanto questa popolazione sia complessa e composita, quanto grande sia la varietà delle loro storie, lingue, religioni, tradizioni, costumi, condizioni sociali. Benché oggi sia in atto un certo processo di valorizzazione e di diffusione della loro musica e delle loro tradizioni, e benché una parte non irrisoria del cinema più recente racconti e rappresenti il mondo dei rom, ciò ha assai poco intaccato i cliché, gli stereotipi e i pregiudizi. Per esempio, a pochi viene in mente che la condizione di sedentarietà o di semi-sedentarietà è propria, sin da epoche assai remote, di numerosi gruppi rom, diversi nel tempo e nello spazio, così che il nomadismo si configura solo come «uno dei modi di essere delle comunità zingare». E, per parlare del presente, i più ignorano che i rom provenienti dalla ex-Jugoslavia e più in generale dai paesi dell'Europa orientale fino a tempi recentissimi erano del tutto sedentarizzati, avevano casa e lavoro, non pochi erano impiegati come operai nell'industria.
In realtà, alcuni dei fattori che sono alla base della loro condizione di marginalità sociale (per meglio dire, tale dal punto di vista maggioritario) si inscrivono in un processo di lunga durata: già la scomparsa del mondo rurale, nel quale erano relativamente integrati o comunque funzionali, li aveva costretti ad abbandonare i mestieri tradizionali e sospinti nelle periferie delle grandi città. Il loro modo di vita, per lo più basato sull'economia informale, sullo scambio e sulla reciprocità, che privilegia il legame sociale rispetto al consumo, che rifiuta di importare all'interno delle proprie collettività i rapporti di produzione dominanti fra i non-zingari (non rifiutando tuttavia di servirsene) risulta incompatibile con la società maggioritaria. Tuttavia non si può dire che i rom siano dei subalterni, destinati alla scomparsa o all'assimilazione. La loro lunga storia ci dice che, come scrive la storica H. Asseo, essi «sono produttori di una "egemonia dell'interno", erigendo in permanenza come valori universali i valori particolari che assicurano la propria sopravvivenza». Come Asseo soggiunge, i rom possono essere definiti come popoli-resistenza: la loro coscienza storica di sé «risiede infatti nella capacità di riformulare permanentemente ogni elemento di contatto tra sé e l'altro per elaborare una politica di sopravvivenza».
È forse anche per questa loro straordinaria capacità di resistenza che sono tradizionale oggetto di ostilità e vittime esemplari di discriminazione e razzismo: ostilità e razzismo sono in fondo espressione, come rileva Piasere, della frustrazione «di una società egemone verso l'indomabilità di popolazioni che non vogliono, nei suoi riguardi, né egemonia né subalternità».

Fonte: Annamaria Rivera, Estranei e nemici, Derive-Approdi, 2003