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Pechino in silenzio cancella l'islam

Francesca Lancini

PeaceReporter, 11 dicembre 2003

Continuano le repressioni contro la popolazione Uygur nell’ovest cinese. Arresti sommari sono all’ordine del giorno contro il gruppo di origine turca.

Uygur e Xinjiang sono parole impronunciabili e non hanno una collocazione nella memoria dell’Occidente. Se non in secoli lontani, quando una popolazione nomade fece irruzione nelle regioni dell’impero romano.
Erano gli Unni di Attila da cui, secondo una tradizione cinese, discenderebbero gli Uygur: uno dei gruppi più popolosi della Cina, nella sua provincia più grande.

Nello Xinjiang vivono 17 milioni di persone di cui 8 sono Uygur, discendenti del ceppo proto-turco dell’Asia centrale. Xinjiang significa “nuove terre”. Un nome che ne anticipa il triste destino: l’antico Turkestan orientale, come viene anche chiamato, è ancora oggi un luogo sconosciuto insieme alle sue guerre, violazioni dei diritti fondamentali e discriminazioni.

Da cinquant’anni Pechino reprime ogni aspirazione, spesso armata, all’autonomia degli abitanti originari. Gli Uygur sono di religione musulmana. Parlano una lingua diversa dal cinese e si identificano, per cultura e tratti somatici, nelle genti oltre frontiera. Lo Xinjiang, punta estrema dell’occidente cinese, confina, da nord a ovest, con 8 stati: Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirgistan, Tajikistan, Afghanistan, Pakistan, India e, in Cina, con la regione autonoma del Tibet e le province Qinghai e Gansu.

Anche in questo luogo remoto, qualcosa è cambiato dopo l’11 settembre 2001. Le organizzazioni umanitarie accusano il governo cinese di giustificare con “la guerra al terrore”, lanciata dagli Stati Uniti dopo la strage delle Twin Towers, una politica di restrizioni delle libertà del popolo Uygur. Nel corso del 2003 la polizia cinese ha lanciato una nuova offensiva contro i militanti musulmani Uygur accusandoli di essere “separatisti, terroristi ed estremisti religiosi”. Arresti di massa, torture, esecuzioni sommarie non hanno risparmiato la popolazione civile.

Come è accaduto nel febbraio scorso. Duecento giovani si preparavano a festeggiare l’anniversario di una delle più importanti manifestazioni per i diritti degli Uygur. Un manifesto che invitava a “resistere alle autorità cinesi” generò la reazione immediata della polizia. Tutti i ragazzi furono arrestati. Le forze di sicurezza non hanno lasciato intendere se qualcuno di loro aveva commesso qualche crimine o se è stato poi rilasciato.

A luglio due attivisti Uygur per i diritti, Tohti e Metrozi, si trovavano nel nord del Pakistan. Ricevettero una telefonata e un invito a incontrare un ufficiale dei servizi segreti pakistani. Non sono più tornati a casa. Spariti. Altri due attivisti, Kadeer e Tunyaz, sono in carcere da mesi come prigionieri di coscienza e non sono mai stati processati.

Lo Xinjang è una culla di civiltà (di qui passava la via della seta), uno scrigno di risorse e un luogo strategico. Terra del deserto Taklamakan (secondo al mondo per vastità), delle vette del Karakorum e delle steppe, offre petrolio, uranio, carbone, oro, ferro, rame. In questa regione impervia, secchissima, per lo più adibita al pascolo, Pechino ha stabilito il centro della sua industria spaziale e atomica. Qui manda,infatti,i lavoratori del gruppo cinese Han, che controllano la regione dagli anni ’50, a ripopolarlo. Gli emigranti cinesi arrivano per lavori stagionali e finiscono col fermarsi nelle colonie Han. Intanto, l’amministrazione centrale brucia libri e giornali Uygur. Limita l’uso della lingua. E chiude le moschee.