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Se questi sono uomini

La Stampa web, 8 novembre 2002

C´è un popolo invisibile che vive attorno a noi, negli angoli bui delle nostre città tirate a lustro. Invisibile, ma tutt'altro che esiguo: nel 2002 i detenuti sono diventati 8 milioni e 750 mila in tutto il mondo, con una percentuale record negli Stati Uniti, dove per ogni 100.000 abitanti ce ne sono 700 che abitano in galera. E oltretutto questo popolo cresce a dismisura, s'allarga, si moltiplica sull'onda di un'opinione pubblica sempre più allarmata, e perciò sempre più intransigente con chi mette il piede in fallo. Accade in America, dove i reclusi salgono al ritmo di 1500 a settimana; accade anche nella vecchia Europa.

In Spagna la popolazione carceraria è aumentata del 50% in un decennio, tra il 1990 e il 2002; non è diversa la situazione in Grecia, in Portogallo, in Olanda, in Belgio. Non è troppo diversa neppure in Italia, non foss'altro perché i detenuti sono cresciuti di 17.000 unità in meno di vent'anni, toccando nel 2001 la cifra complessiva di 55.539, un intero paese dentro il Belpaese. Fra costoro, il 47,33% non è mai stato condannato, non ha sulle spalle una sentenza passata in giudicato. Per l'Europa è un record: va peggio solo in Lussemburgo. Ma lì i «presunti innocenti» sono 200 (su 400 detenuti), non 25.000. Servono dunque nuove carceri: e infatti l'edilizia penitenziaria non ha mai fatto tanti affari. A partire dal 1987 la Francia, su iniziativa del guardasigilli Chalandon, ha realizzato un programma per dotarsi di 13 mila nuovi posti; tra il 1985 e il 1992 il Regno Unito aveva già costruito 12 penitenziari, mentre altri 9 erano in cantiere; negli Stati Uniti i fondi stanziati per le carceri sono cresciuti del 612% in una decina d'anni (dal 1979 al 1990), ma ancora nel 1994 il Congresso ha stanziato quasi otto miliardi di dollari per fronteggiare l'emergenza carceraria; dalla metà degli Anni Novanta in poi, lo Stato della California spende più in istituti penali che in istruzione pubblica. Anche in Italia il bilancio dell'amministrazione penitenziaria ha superato i 4000 miliardi di lire nel 2000, di cui 160 destinati all'edilizia. Del resto una legge del 2000 (la n. 388) ha messo in cantiere 22 carceri nuove di zecca, per la fortuna delle imprese costruttrici; mentre il personale carcerario forma ormai un esercito, ben più folto della quantità di sorvegliati che Jeremy Bentham immaginava assisi sulla torre del Panopticon il carcere perfetto: al 31 dicembre 1999 v'erano impiegate 48.088 persone (con un rapporto quasi di 1 a 1 fra carcerati e carcerieri). Ma le carceri non sono mai abbastanza: sicché la promiscuità, la ressa, il sovraffollamento rappresentano la condizione quotidiana di chi passa dietro le sbarre la propria giornata. In Venezuela le prigioni sono talmente sature che è difficile contarvi perfino i morti ammazzati (ve ne sarebbero comunque stati 460 fra l'ottobre del 1999 e il settembre del 2000, uccisi dalle guardie o dagli altri prigionieri); nel centro di detenzione provvisoria di Guayaquil (in Ecuador) la cella principale misura appena 15 metri per 10, ma nel marzo del 2000 v'erano stipate dentro 120 persone. Succede anche negli Stati Uniti (dove al 31 dicembre 2000 l'eccedenza fra detenuti e posti letto ha toccato il 31%); succede in Russia (nei cui penitenziari sono segregate oltre un milione di persone, spesso costrette a fare i turni per dormire, dato che mancano le brande); e succede infine nella nostra Europa. In Romania, dove nel 2001 l'indice di sovraffollamento ha toccato il 143%. In Francia, dove nel 2000 una commissione d'inchiesta dell'Assemblea nazionale, guidata dal parlamentare socialista Jacques Floch, ha elencato migliaia di casi in cui 6 detenuti vivono in celle per 2 persone, con un unico water, e ci vivono per 22 ore su 24. Succede infine anche in Italia, dato che nel 2001 le nostre disastrate prigioni ospitavano 13.000 detenuti in più dei posti letto. Con picchi come il carcere di Rebibbia Nuovo Complesso (maschile): lì nel 2000 erano rinchiusi 1600 individui, per una capienza di soli 900. O come quello di Secondigliano (1347 detenuti dove potrebbero starcene 732). O ancora come il carcere di Poggioreale, dove sempre nello stesso anno era stipata una popolazione esattamente doppia rispetto alla capienza. Significa quattro o cinque detenuti per cella, come a suo tempo aveva denunciato (invano) Giancarlo Caselli, all'epoca responsabile dei penitenziari italiani. Significa altresì turni per «passeggiare» in cella, e letti a castello fino a tre livelli, col più alto che rade il soffitto. Non c'è quindi da sorprendersi se la Baraldini, condannata negli Stati Uniti e poi rientrata in Italia dopo un lungo contenzioso diplomatico, abbia dichiarato di rimpiangere i penitenziari americani, dove pure - in quanto a comfort - certo non si va per il sottile. È ben poco il poco che funziona. Fuori del carcere, e soprattutto dentro. Dove il sovraffollamento genera violenza, verso gli altri non meno che verso sé medesimi. Soltanto un dato: durante il 1999 nelle carceri italiane si sono registrati 6536 casi di autolesionismo; 920 tentativi di suicidio (e 59 morti); 1800 ferimenti; 5500 scioperi della fame; 4800 episodi di rifiuto di farmaci e terapie. Ma è la morte volontaria, il delitto in cui coincidono vittima e carnefice, il dato più eloquente. Sta di fatto che nel 2001 il tasso di suicidio nelle galere nazionali ha toccato un picco mai raggiunto nei dodici anni precedenti: l'1,24 per mille. Rapportato al tasso di suicidi nella popolazione italiana, vuol dire che in carcere ci s'ammazza quindici volte più che fuori. Non che a questo popolo invisibile e dolente manchino i diritti, le garanzie formali. Se è per questo, ne hanno a sufficienza. Dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, approvata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, alle Regole penitenziarie europee (approvate nel gennaio 1973 e revisionate nel 1987), dove s'afferma espressamente il diritto alla salute dei reclusi, quello a mantenere i rapporti familiari, la tutela della loro dignità, il divieto di discriminazioni, il principio che la pena non debba mai tradursi in sofferenze inutili; alla Convenzione sulla tortura, siglata dall'Onu nel 1984; alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, proclamata a Nizza nel 2000. Diritti di carta, tuttavia. Affermati, ma quasi mai pienamente esercitati. Vediamo in Italia. Nel 1999 la Commissione europea sui diritti umani (all'unanimità) ha accolto il ricorso di Benedetto Labita, detenuto nel carcere di Pianosa e poi assolto per non aver commesso il fatto, che durante la sua carcerazione era stato più volte malmenato, sottoposto a perquisizioni fisiche umilianti, torturato attraverso la compressione dei testicoli; l'anno dopo la Corte di Strasburgo ha risparmiato all'Italia per un solo voto di scarto (9 a 8) l'onta della condanna per tortura, stabilendo tuttavia un risarcimento in denaro per Labita. Nel 2000 s'è dato il caso del carcere di Sassari, dove una trentina di detenuti sono stati denudati, presi a calci con gli anfibi, a ceffoni, a pugni dalle guardie per aver osato protestare contro i disagi provocati dallo sciopero dei direttori: impossibilità di ricevere pacchi da casa, vitto scarso e di bassa qualità. Nel 2001 i reclusi nel carcere di Sulmona hanno scritto una lettera aperta per denunziare le angherie del personale direttivo (docce con acqua gelida oppure bollente, interruzione del sonno con improvvise visite notturne nelle celle, impossibilità d'accedere alla biblioteca, di consumare il pasto in compagnia degli altri detenuti, d'acquistare colla e buste per scrivere ai parenti). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi facilmente. C'è poi il capitolo delle strutture carcerarie. In molti edifici mancano alcune dotazioni pur prescritte dai regolamenti carcerari, per esempio gli spazi per lo sport: non ve n'è ad Alba, a Latina, a Udine, a Trieste, a Pescara, a Bari, e in molte altre strutture che sarebbe troppo lungo elencare per intero. Quanto alla grandezza delle celle, le più piccole possono misurare anche soltanto 3 metri quadrati: succede nelle carceri di Fossano, Latina, Minervino, Padova, Treviso, Rovigo. È qui, in queste strutture fatiscenti e claustrofobiche, che viene applicato il 41 bis, il carcere duro per i criminali più incalliti: isolamento totale, censura sulla corrispondenza, un colloquio al mese con i familiari. Introdotto «in via temporanea» nel 1992 per i mafiosi, è stato successivamente prorogato per due volte, finché il 24 maggio 2002 il ministro della Giustizia ha annunziato l'intenzione del governo d'estenderlo anche ai terroristi; e poco importa che la Corte di Strasburgo abbia condannato l'Italia a più riprese per violazione dei diritti elementari che spettano anche ai detenuti. Ma del resto la stessa Corte Costituzionale italiana, in una sentenza del novembre 2000, ha dichiarato che le garanzie costituzionali non valgono per gli ospiti delle patrie galere: cittadini di serie B, anzi non-cittadini, in balia d'un potere dispotico e assoluto, sottratto alla livella del diritto. Noi, qua fuori, non ci facciamo caso. Oppure non sappiamo, nessuno ci ha informati: per esempio che in galera ci vanno i poveracci, i disoccupati (il 72,4% della popolazione carceraria italiana al 31 maggio 2001), gli ignoranti (solo lo 0,86 ha una laurea in tasca), gli stranieri (16.330: quasi un terzo del totale). Per esempio che gli ergastolani in Italia sono triplicati in otto anni (dal 1992 al 2000). Insomma se nasci in Albania, o se consumi la tua prima adolescenza al Laurentino 38 (dove il 14,3% della popolazione scolastica è sottoposta a provvedimenti giudiziari), non puoi ribellarti al tuo destino. E il tuo destino ti spinge dentro un cono d'ombra, in un porto franco dove non valgono le regole della democrazia, dove le nostre società opulente ed evolute disvelano una faccia violenta e autoritaria. Del resto anche New York, e Venezia, e Parigi, ed Amsterdam, sono costruite sulle fogne, c'è sempre una fognatura sotto ogni edificio. L'importante è che i cattivi odori non salgano fino ai piani alti; ma a questo ci pensa l'apparato repressivo (in Italia gli addetti alla sicurezza collettiva sono mezzo milione e passa), e tanto peggio per chi ne rimane vittima.