Prima o poi si dovrà parlare delle basi

di Sergio Romano, "Corriere della Sera", 7 marzo 1998

Non vi è nulla di sostanzialmente nuovo nella politica estera italiana con cui Madeleine Albright ha fatto conoscenza a Roma nelle scorse ore. I padri della visita di Lamberto Dini a Teheran e della recente dichiarazione congiunta italo-russa sono Fanfani, Moro, soprattutto Andreotti. E nell'intervista di Franco Bernabé al Corriere vi sono concetti che appartengono a Enrico Mattei e al patrimonio genetico dell'Eni. Mai, neppure negli anni della Guerra fredda e della Rivoluzione iraniana, abbiamo smesso di guardare all'Urss e al Medio Oriente con occhi diversi da quelli della politica estera di Washington. Ma vi sono aspetti nuovi a cui il segretario di Stato americano dovrà prestare attenzione.

Il primo è la situazione internazionale. Quando corteggiavamo sovietici, arabi e iraniani, con grande dispetto di Washington, negli anni Settanta e Ottanta, il mondo era diviso in due blocchi contrapposti e la diplomazia italiana era costretta a muoversi con circospezione. Oggi la fine della Guerra Fredda conferisce a Roma una maggiore libertà di manovra. Gli americani preferirebbero un'Italia meno spregiudicata e intraprendente. Ma difficilmente possono rimproverarle di mettere in pericolo, con le sue iniziative, la sicurezza dell'Occidente.

La seconda novità è nello stile del governo e nell'ampiezza della sua politica. Qualche settimana fa il colonnello Gheddafi disse a Carlo Rossella e a Maurizio Molinari della Stampa che la Libia si appresta a firmare con l'Italia un accordo di grande respiro. La notizia non è stata smentita. Più recentemente, durante la crisi irachena, Prodi ha firmato una dichiarazione con Eltsin, vale a dire con l'uomo che aveva maggiormente criticato la politica americana verso Bagdad. L'importanza dell'avvenimento è stata immediatamente sfumata e mitigata, ma la dichiarazione «è agli atti». Ancora più recentemente il ministro degli Esteri Dini, a Teheran, ha fatto dichiarazioni che conferiscono una certa credibilità agli argomenti con cui l'Iran sostiene di essere estraneo al terrorismo islamico. Vi sono nel mondo arabo e musulmano tre Paesi petroliferi contro i quali l'America ha decretato misure d'embargo o particolari sanzioni legislative: Libia, Iraq, Iran. Con ciascuno di essi l'Italia persegue una linea radicalmente diversa da quelli degli Stati Uniti.

Queste coincidenze danno alla diplomazia italiana una rilevanza e un profilo a cui non eravamo più abituati. Il governo italiano ha ora una politica economica originale e indipendente dagli Usa. Possiamo approvarla o disapprovarla. Ma non possiamo negare che le sue parti formino un disegno visibile e coerente.

Il problema è che non tutto in politica estera può essere «economia». Mentre l'Italia, nel mondo arabo e mediorientale, prende iniziative conformi ai propri interessi, una parte del suo territorio è occupata da basi che possono rappresentare, all'occorrenza, le retrovie della politica estera americana nella regione. Per quarant'anni Italia e America sono state sorelle siamesi, legate l'una all'altra dalla presenza militare statunitense in territorio italiano. Durante la Guerra Fredda questo legame poteva essere lasciato alla discrezione degli accordi segreti. Oggi, nel momento in cui le gemelle rischiano di andare in direzioni diverse, le circostanze esigono che le basi e il loro uso vengano pubblicamente assoggettati alla disciplina della «doppia chiave», con diritto di veto del governo italiano. Comprendo la ragione per cui Prodi esita ad affrontare il problema. Se lo facesse, Rifondazione non si accontenterebbe di un nuovo statuto per le basi, e ne chiederebbe la chiusura. Ma uno Stato non può avere una ambiziosa diplomazia economica e lasciare ad altri, senza patti chiari e trasparenti, uno strumento fondamentale della propria politica estera. Dopo avere negoziato con Gheddafi, accolto Eltsin e visitato Teheran, il governo italiano farebbe bene a ricordare che le chiavi della sua politica estera sono ancora nelle mani di Washington.