La guerra segreta della CIA in Iraq

di Randy Stearns, "ABCNews", febbraio 1998

"La Casa Bianca"

Se esiste una fantasia politica condivisa da Clinton e Bush, questa senz’altro riguarda un mondo senza Saddam Hussein. Per sbarazzarsi del despota iracheno, sia il presidente repubblicano, sia il suo successore democratico hanno commissionato trame segrete che da oltre sei anni a questa parte la CIA non riesce a portare a termine.

"Il grattacapo geopolitico"

Per Washington le difficoltà insorgono dalla necessità, più forte che non il desiderio di eliminare il leader iracheno, di mantenere un clima di stabilità politica nell’area del Golfo. Come disse un esponente della CIA alla fine della Guerra del Golfo, "la nostra politica è incentrata sull’eliminazione di Saddam Hussein, non del suo regime". Per cui, ogni volta che gli Stati Uniti affermano il loro sostegno nei confronti delle aspirazioni democratiche e del rispetto dei diritti umani del popolo iracheno, viene enfatizzata anche l’importanza rivestita dall’"integrità territoriale" dello stato iracheno. Riuscire nel compito di riequilibrare le forze in gioco - rappresentate da Iran, Turchia, Arabia Saudita, Siria e Iraq - diventerebbe enormemente difficile qualora l’Iraq si frammentasse in una eterogenea federazione di stati etnici.

"Alternative ingarbugliate"

Per Washington, la prospettiva di una insurrezione popolare in Iraq è assai meno favorevole della possibilità, per quanto remota, di un golpe di palazzo. In pratica, se pubblicamente vengono appoggiate le forze destabilizzanti della resistenza popolare, in segreto gli USA mantengono la speranza che un esponente dello stesso regime possa scalzare il dittatore. Di conseguenza, la rabbia dei politici nei confronti di Saddam è sempre rimasta subordinata al timore di un eventuale vuoto di potere nel Golfo. Nel 1996 il generale Brent Scowcroft, ex consigliere sulla sicurezza nazionale, dichiarò a Newsweek: "ci siamo resi conto che la prospettiva, per quanto apparentemente invitante, di sbarazzarsi di Saddam non risolverebbe i nostri problemi, né tanto meno favorirebbe i nostri interessi. E’ quindi stato preferito quel tipo di alternativa ingarbugliata e poco elegante che fin troppo spesso nel mondo reale risulta essere l’unica disponibile".

"La spinta che diventa spintone"

Quando nella primavera 1991 gli sciiti nel sud dell’Iraq apparvero pronti a finire Saddam con una rivolta popolare, l’amministrazione Bush decise di farsi da parte e lasciare che l’esercito iracheno si riorganizzasse per reprimere i ribelli a forza di mitragliate di elicotteri. Agli occhi del governo americano una tale soluzione avrebbe comportato il collasso dell’Iraq e la formazione di un nuovo stato islamico al confine con l’Iran. Nel marzo 1995 e ancora alla fine dell’estate 1996, l’amministrazione Clinton si trovò a dover fare scelte simili nell’Iraq settentrionale. Piuttosto che appoggiare una coalizione di ribelli, divisi da simpatie contrastanti per Iran e Iraq, e le aspirazioni unitarie curde, Clinton preferì non intervenire e lasciare che l’esercito di Saddam invadesse le aree protette e distruggesse l’opposizione spalleggiata dalla CIA. Gli USA erano ansiosi per quanto concerneva il loro appoggio all’opposizione politica irachena e insistevano affinché la CIA elaborasse un piano per sbarazzarsi di Saddam prima delle elezioni presidenziali del 1996. Tuttavia, né la resistenza popolare, né l’improvvisazione del golpe ebbero alcun risultato e Saddam restava saldamente al potere. Nell’agosto 1996, quattro giorni dopo l’attacco di Saddam contro la città di Arbil, nel nord del paese, il presidente americano decise di lanciare un attacco con missili Cruise - non contro l’esercito invasore nel nord, ma contro installazioni radar irachene oltre 800 chilometri a sud di Arbil. Per Saddam, così come per gli altri leader del Golfo, il messaggio fu chiaro: la politica americana nei confronti dell’Iraq restava impantanata nell’indecisione e nella mancanza di volontà di spalleggiare gli alleati interni di un tempo.

E intanto dopo sette anni l’alleanza che prese parte alla Guerra del Golfo si assottiglia sempre più e Washington si ritrova dinanzi a continue crisi causate dall’intransigenza irachena.

"La CIA"

Non essendo riuscita ad uccidere Saddam con i potenti mezzi militari convenzionali dispiegati nel corso della Guerra del Golfo, l’amministrazione Bush ordinò alla CIA di mettere a punto delle strategie segrete per l’eliminazione del dittatore iracheno. L’opera dei servizi contribuì a dare vita ad un’importante sommossa, a due sanguinose rappresaglie irachene e ad un golpe fallito. Oggi la CIA si ritrova al punto di partenza, con un Saddam perennemente radicato al potere e con le forze di opposizione piegate, sebbene non ancora battute; la sola cosa ad essere cambiata è forse lo scetticismo nei confronti della risolutezza americana che cresce tra le parti in causa nel Medio Oriente.

"La ritorsione delle due rivoltelle"

Nel 1991 la CIA entrò in azione spendendo circa 20 milioni di dollari in propaganda anti-Saddam ed elargendo almeno 11 milioni di dollari a vari gruppi d’opposizione irachena con sede a Londra e nel Kurdistan. I servizi perseguirono due strategie parallele, ma non necessariamente compatibili, intese a soppiantare Saddam. Dapprima appoggiò il Congresso Nazionale Iracheno, il popolare partito politico d’opposizione guidato da Ahmed Chalabi. Il CNI si mosse più velocemente di quanto i sostenitori americani avessero previsto, formò un esercito indipendente e riunì temporaneamente varie fazioni curde intorno alla prospettiva di un attacco contro le forze di Saddam. Alla fine del 1994 agenti operativi della CIA costituirono una base presso la città settentrionale di Salahuddin, dalla quale diressero le operazioni militari in maniera attiva. Tuttavia, esponenti di spicco della CIA e della Casa Bianca cominciarono a manifestare dubbi sulla capacità del CNI di sbarazzarsi di Saddam e tenere sotto controllo i curdi. Venne quindi preferita una seconda alternativa che si fondava sulla cooperazione di un gruppo di ufficiali dell’esercito iracheno in esilio con base a Londra dal nome di Wafik, o anche Accord. I leader di Accord promisero a Washington che sarebbero stati in grado di organizzare un golpe interno capace di spodestare Saddam senza mettere a rischio lo stato iracheno.

"Programmi concorrenti"

Dal settembre 1993 all’andata in pensione nel gennaio 1997, l’ex agente operativo della CIA Warren Marik lavorò nel nord dell’Iraq assieme al CNI. Egli rimane dell’opinione che i servizi stessero agendo nel modo giusto. Con un po’ più di tempo e di aiuto da parte della Casa Bianca, a suo avviso la CIA non solo sarebbe riuscita nell’intento di spodestare Saddam ma, con ogni probabilità, sarebbe anche stata in grado di gettare le basi per la democratizzazione della società irachena. Lo scorso giugno, Marik dichiarò al "Washington Post" che l’amministrazione Clinton "era diventata sinceramente interessata alla creazione di un regime democratico". La Casa Bianca decise però di combattere Saddam sostenendo ex generali iracheni impazienti di prendere il suo posto, un errore che dopo la debacle del settembre 1996 Marik spera non verrà più ripetuto.

"Congresso Nazionale Iracheno"

Il Congresso Nazionale Iracheno fu, almeno in parte, una creazione della CIA, da cui ricevette il nome e oltre 12 milioni di dollari di finanziamenti clandestini. Il leader dell’organizzazione è Ahmed Chalabi, un banchiere mussulmano sciita originario di Bagdad e adesso in esilio, i cui legami con i curdi d’Iraq nacquero negli anni settanta. Successivamente all’elezione da parte curda di un nuovo parlamento nazionale nel nord dell’Iraq nella primavera 1992, Chalabi creò una coalizione di governo che riuniva varie fazioni d’opposizione di stampo religioso ed etnico. La CIA riconobbe in questa entità politica un possibile alleato nella campagna propagandistica contraria a Saddam e fornì aiuti per la creazione di una stazione radiofonica e televisiva basata nel nord dell’Iraq.

"Alleati scomodi"

Washington diede pubblica approvazione al CNI in quanto alternativa democratica al regime di Baghdad e, clandestinamente, fornì 4 milioni di dollari annui all’organizzazione capeggiata da Chalabi. Allo stesso tempo, in maniera privata, gli alti ranghi americani manifestarono dubbi sull’effettiva capacità del CNI sia di spodestare Saddam che di mantenere l’ordine tra le volubili fazioni del nord. Quando nel 1993 Chalabi cominciò a raccogliere reclute per un nuovo esercito, i rappresentanti americani, pur esprimendo un certo interesse, non contribuirono fattivamente all’impresa. L’agente CIA Warren Marik dichiarò alla ABCNEWS che "il Congresso Nazionale Iracheno non aveva abbastanza esperienza in campo militare, non rientrava nell’idea di golpe che Washington aveva concepito". Tuttavia, un anno più tardi la CIA spedì Marik e altri agenti operativi di lunga data, assieme a denaro e materiali vari, a spalleggiare un attacco del CNI previsto per marzo 1995. Truppe del CNI avrebbero dovuto riconquistare le città curde of Kirkuk e Mosul e, con l’appoggio della CIA, scatenare un golpe all’interno delle forze armate irachene.

"Amici incostanti"

La strategia messa a punto da Chalabi consisteva nel creare un’organizzazione politico-militare composta di fazioni curde e di resistenti iracheni. Chalabi si guadagnò l’appoggio di un importante alleato, l’ex generale iracheno Adnan Nuri che fu poi reclutato dalla CIA e posto alla guida del gruppo d’opposizione rivale denominato Iraqi National Accord con base a Londra. Alla vigilia dell’offensiva del marzo 1995, Nuri si recò a Washington per informare che il CNI aveva ingannato la CIA e che si accingeva a coinvolgere gli Stati Uniti in un nuovo conflitto con l’Iraq - cosa che, come gli era ben noto, l’amministrazione Clinton avrebbe tentato di evitare ad ogni costo. Washington rese noto a Chalabi che gli Stati Uniti non avrebbero appoggiato l’operazione "né militarmente, né in altro modo". L’offensiva fu scagliata e, privi dell’appoggio americano, presto disfatta.

"Perseveranza"

Oggi, il CNI continua a lottare per un’alternativa democratica e popolare al regime militare di Baghdad, per quanto non più con l’appoggio della CIA. Lo scorso giugno Chalabi dichiarò al Washington Post: "abbiamo imparato a caro prezzo che quelle operazioni segrete che non rientrano in un più vasto programma politico-strategico non hanno alcun valore". Spera ancora di poter operare in concerto con gli Stati Uniti "sebbene la nostra cooperazione con i servizi segreti è terminata".

"Accord"

Il Wafik, o Accord (ufficialmente chiamato Iraqi National Accord) è una coalizione di ufficiali militari iracheni in esilio con base ad Amman, in Giordania. I membri del gruppo sono apertamente intenti alla preparazione di un colpo di stato finalizzato alla caduta di Saddam Hussein.

"L’alternativa rapida"

Accord fu creato dopo la Guerra del Golfo dai servizi segreti britannici MI6; guadagnò il supporto della base londinese della CIA nel corso della primavera immediatamente successiva al conflitto, ai tempi in cui l’amministrazione Bush era alla ricerca di un modo per sbarazzarsi di Saddam Hussein. Tra i leader dell’organizzazione è il generale Adnan Nuri, ex comandante di brigata nelle forze speciali di Saddam. Nel maggio 1992 entrò a far parte del Congresso Nazionale Iracheno per poi cominciare una cooperazione segreta con la CIA all’interno di Accord un mese più tardi. Nuri dichiarò alla ABCNEWS: "mi dissero: ‘devi lavorare indipendentemente dal CNI ma senza lasciare il CNI’". Nel marzo 1995 Nuri convinse l’amministrazione Clinton a ritirare il supporto americano dal CNI spalleggiato dalla CIA a poche ore dall’inizio di un golpe finalizzato alla caduta di Saddam. A quel tempo Clinton concordava con le previsioni dei membri di Accord riguardo la possibilità di provocare il golpe e poi distanziarsi dalle complicazioni derivanti da una possibile insurrezione popolare in Iraq. Già nell’estate 1995 Washington concentrò i propri sforzi nel cooperare con re Hussein di Giordania e con la nuova sede di Accord ad Amman.

"Come scaricare un dittatore"

In seguito alla decisione della Casa Bianca di appoggiare una soluzione veloce che potesse sbarazzarsi di Saddam prima della campagna elettorale per le presidenziali americane del 1996, la CIA si adoperò per organizzare un colpo di stato. Gli ex ufficiali dell’esercito iracheno, un tempo amici di Saddam, che facevano parte di Accord rassicurarono gli americani che gli esponenti di spicco di Bagdad con i quali erano in contatto avrebbero, a detta loro, fatto cadere Saddam e assunto il potere senza però causare lo sgretolamento dell’intero stato iracheno.

Sebbene tutti i tentativi, da parte di Accord o altri, di spodestare Saddam siano fino ad ora falliti la CIA rimane speranzosa. Accord è ancora presente ad Amman, nonostante i tentativi in corso da parte di re Hussein di riprendere i rapporti con Bagdad, trasmette propaganda radiofonica in Iraq ed è attiva nel reclutare nuovi membri.

"I curdi"

Poiché vivono in una nazione non stato, i leader curdi sono abituati a cogliere le occasioni che la storia offre loro senza essere però riusciti a guadagnare l’autonomia politica tante volte promessa dalla comunità internazionale.

"Sovranità a colpi di bombardiere"

Alla fine della Guerra del Golfo, tra le esortazioni provenienti da Bush di approfittare del momento propizio per un’insurrezione, i curdi iracheni misero da parte i disaccordi interni e ricorsero alle armi per rovesciare il governo di Saddam Hussein, quasi riuscendo nell’intento. Ma nel momento critico gli Stati Uniti si rifiutarono di appoggiare la ribellione, si fecero da parte e lasciarono che Saddam reprimesse la rivolta a colpi di mitra. Nel corso della confusione che seguì, un fiume di profughi curdi si riversò nelle zone di confine nel nord dell’Iraq. In questo contesto, il ruolo della Turchia fu quello di fornire appoggio militare per le "zone protette" destinate ai profughi nel nord dell’Iraq. I rifugiati riuscirono a trasformare il disastro in una nuova opportunità, approfittarono della copertura aerea della coalizione e, nella primavera successiva, organizzarono le prime elezioni regionali libere della storia irachena. I rivali di lunga data, Jalal Talabani, capo dell’Unione Patriottica del Kurdistan (KUP) e Massoud Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan (PDK), raggiunsero un accordo secondo il quale, in seguito all’incerto risultato elettorale scaturito da un milione di voti circa, avrebbero condiviso il potere. Pochi mesi dopo venne costituito un parlamento regionale e il CNI si mise all’opera per rovesciare Saddam in combutta con la CIA.

"Come amici soltanto le montagne"

Sembrava che i curdi fossero riusciti a porre le fondamenta per uno stato autonomo sulle ceneri dell’ennesimo tradimento americano. Ma nel 1995, tra i dubbi riguardanti l’inaffidabilità del mandato CIA e le bollenti liti tra gli stessi curdi, la fragile coalizione del nord si sgretolò. La CIA prese accordi con il PDK e il KUP per attaccare gli avamposti iracheni di Kirkuk e Mosul del marzo 1995. Ma all’ultimo minuto gli Stati Uniti si tirarono indietro, a ruota seguirono Barzani e gli uomini del PDK; il sogno d’unità curda svanì nel conflitto tra fazioni. Diciassette mesi dopo, avendo stretto un’alleanza con Saddam, Barzani invitò l’esercito iracheno ad unirsi nella "liberazione" di Arbil, mentre Talabani rivolgeva le proprie richieste di aiuto all’Iran. Ancora una volta gli americani decisero di non intervenire. Come Barzani successivamente dichiarò allo scrittore Jonathan Randal, dopo che gli Stati Uniti e gli alleati erano stati disposti ad entrare in guerra per proteggere il Kuwait, ai curdi era diventato chiaro che nessuno era disposto ad accettare un Kurdistan indipendente ritagliato tra Iraq, Iran e Turchia. Barzani insiste che sebbene i curdi meritino un loro stato, quest’ultimo sarà conquistato solo dopo una lotta politica portata avanti per intere generazioni.

"Saddam Hussein"

E’ stato paragonato ad Adolf Hitler, ma bastonate, pietrate e ribellioni armate non sembrano in grado di spodestare Saddam Hussein. Il dittatore iracheno non appare intenzionato ad abbandonare il potere, in barba agli sforzi della CIA e dell’apparato bellico americano. Ha resistito alla concentrazione di forze di tante nazioni nel corso della Guerra del Golfo, agli attacchi missilistici e ai bombardamenti punitivi, a numerose rivolte e a tentativi di golpe, e nonostante tutto ciò il potere non sembra assolutamente sfuggirgli di mano. Come Ahmed Chalabi, leader del CNI, dichiarò alla ABCNEWS, "la verità è che adesso Saddam Hussein è più forte di quanto non lo sia stato dai tempi dell’invasione del Kuwait. E’ un ribelle, un intransigente, un pericolo".

"Consolidare il potere con noncuranza"

All’interno del suo paese, Saddam è estremamente potente. Sebbene aerei americani ed europei continuino a pattugliare i cieli di quasi due terzi del paese, Saddam è stato in grado di attaccare i suoi nemici interni impunemente, di reprimere rivolte e imprigionare coloro che fossero sospetti di tradimento con straordinaria efficacia. Senza dubbio alcuni iracheni sono leali al presidente perché ne ammirano il comportamento ribelle e la fiera sicurezza di sé. Ma è ragionevole sospettare che la maggior parte di loro sia timorosa della sua rabbia. Dalla fine della Guerra del Golfo Saddam ha represso le rivolte curde nel nord e quelle sciite musulmane nel sud, ha attuato un genocidio contro la minoranza araba dei Ma’dan trasformando le loro fertili terre in deserto in modo da privarli della madre patria. Ha arrestato, imprigionato e ucciso centinaia, se non migliaia di persone sospettate di tradimento o di aver preso parte nei tentativi di golpe. A sette anni dalla Guerra del Golfo, Saddam Hussein resta una minaccia per i paesi della regione e la Casa Bianca fa preparativi per un ennesimo bombardamento contro l’Iraq.