Dal tramonto
....all'alba
passato e futuro
delCentro Sociale Autogestito
Gramna
Saremo brevi:
La questione del rapporto con le istituzioni è alla base della stessa esistenza del Gramna. Il dibattito che si generò all'interno del comitato di occupazione, nel lontano 1990, creò le prime inevitabili fratture. Quello che ai nostri occhi appariva come un eccesso di 'cosentinismo', e cioè una discussione provinciale tra persone con la mania della polemica, risultò, negli anni successivi, un problema diffuso nelle realtà della sinistra sociale. Alla domanda: "Continuare ad occupare o accontentarsi di quello che ci offrono?" rispondemmo seguendo un ragionamento naturale. In realtà, fu proprio la sostanza del nostro tentativo a spingerci verso il dialogo con l'amministrazione comunale. In altre parole: se l'obiettivo primario di quella lotta era la conquista di uno spazio in cui liberare intelligenza, scatenare corto circuito sociale, vivere un'esistenza migliore, attraverso la costruzione di relazioni umane, perché avremmo dovuto continuare a sprecare energie con inutili quanto rischiose occupazioni? L'obiettivo era raggiunto, conquistato. Il Centro Sociale era in potenza; bisognava solo trasformarlo in atto. Eravamo troppo ottimisti. Il nostro sogno si sarebbe ben presto infranto contro una quantità impressionante di ostacoli. Sarebbe inutile ricostruire una storia conosciuta da molti e documentabile in ogni momento. I problemi bussarono subito alla porta del Gramna.. Le persone che lo frequentavano erano socialmente immature. Non esisteva un modello organizzativo. Gli stessi militanti del collettivo non erano consapevoli della strada da seguire. La totale assenza di spazi in città trascinava nell'ex villaggio del fanciullo ondate di mistici cercatori di verità impossibili. Ognuno diceva la sua e nessuno voleva dirla insieme agli altri. Qualcuno voleva fare subito la rivoluzione, convinto che dopo soli 70 anni dal fallimento del '17 i tempi fossero ormai maturi. Il Gramna era una torre di babele, percorsa da persone che nel giro di pochi anni avrebbero contribuito a riempire di senso una sonnacchiosa città della Calabria. Proprio così: la maggior parte degli individui che hanno attraversato il cortile del Gramna con l'idea di costruirvi qualcosa sono scappati via, respinti da una forza oscura. Eppure, quasi tutti sono finiti a fare cose nobili, degne di considerazione. E intanto, tra un'assemblea demenziale, un concerto, un dibattito sugli anni '70, una lite tra gli stessi militanti e una serie di stranezze simili, il Gramna è esistito. Si è venuto a determinare un vortice di esperienze ed avvenimenti che hanno, nei fatti, avvolto di linfa vitale, per otto anni, un edificio abbandonato al degrado più nero. Non era forse questo l'obiettivo iniziale? Non esattamente. Quelli che occuparono il cinema "Italia", avevano in mente ben altra cosa. Uno spazio come il "forte prenestino" oppure il "C.P.A.", ma c'era anche chi pensava a radio Onda Rossa e all’autonomia veneta. E poi ancora: anarchici, femministe, ultrà, matti da legare, matti da slegare, poliziotti che sparavano in aria, morti d'overdose....
"Voglio ciò che mi spetta,
lo voglio perch’ è mmio....!"
Nel corso dei suoi sette anni di storia il Centro Sociale Autogestito Gramna è stato un punto di riferimento per giovani provenienti da strati diversi della società. Soprattutto nella fase iniziale, quando la città presentava caratteri differenti da quelli attuali, è stato uno dei pochi luoghi di aggregazione di massa autocostruiti. Con il passare del tempo, superati alcuni luoghi comuni, migliaia di persone hanno assistito alle numerose iniziative del Gramna.
Pubbliche assemblee e dibattiti sono stai organizzati sulle seguenti tematiche: La conquista degli spazi sociali, la lotta all’eroina, l’antirazzismo e l’antifascismo, la memoria storica, l’abolizione delle istituzioni totali, i problemi della donna, il garantismo, la storia dei movimenti rivoluzionari, l’antiproibizionismo, la solidarietà verso popoli in lotta per l’autodeterminazione, la difesa dell’ambiente, la violenza negli stadi ed il tifo calcistico, la lotta all’a.i.d.s., l’immigrazione, l’antimperialismo, il problema della disoccupazione e del lavoro.
Inoltre sono state sperimentate forme di solidarietà attiva nei confronti di cittadini e migranti, che nel corso del tempo hanno soggiornato all’interno del centro sociale. Nel Gramna sono state organizzate numerose rassegne cinematografiche, diversi eventi teatrali, recital di poesie, presentazioni di libri, mostre. Hanno suonato dal vivo circa 160 gruppi musicali (alcuni dei quali per più di una volta) fra band locali e non. Vale la pena di riportare alla memoria: Africa Unite, Alma Megretta, Assalti Frontali, Casino Royale, Contropotere, Kina, Les Enfants Rouges, Modena City Ramblers, 99 Posse, Papa Ricky, Parkinson Square, Ratos de Porao, Raw Power, Sovversione, Statuto, Suono Mudù, Ustmamò...
Sono avvenuti diversi fatti. Inutili e importanti, tristi e divertenti. L'unica grande tragedia della nostra storia consiste nell'edificio. Nella scommessa che proponemmo a noi stessi non era presente la clausola che avremmo dovuto provvedere autonomamente a ristrutturarlo. Anzi, al contrario, era previsto un nostro intervento per stimolare il comune a fare il suo dovere, fornendo alle forze attive della città la possibilità di costruire qualcosa di significativo a Caricchio. Ma, con il tempo, ci radicalizzammo. E così, tentammo un'impresa impossibile: rimettere in sesto un edificio ristrutturabile con la modica cifra di un miliardo (1.000.000.000). Intanto, in città le cose cambiavano. Arrestavano la "mala", il Cosenza sfiorava la serie "A", nascevano i primi locali, a carnevale non si verificavano più le risse selvagge di un tempo, Mancini si ergeva incontrastato, nasceva il Filo Rosso, la "ciroma" partecipava alle elezioni, si attivava la biblioteca dei ragazzi, la casa delle culture, gli ipermercati. E poi moriva qualche poeta, il comune inventava i vigili urbani, le canne se le facevano quasi tutti, Stefania Frasca convogliava fior di miliardi, partivano lavori elefantiaci per trasformare Cosenza, il Cosenza retrocedeva in serie "C"...
...E intanto succede di tutto
Il sistema economico si riproduce sotto la nuova veste di neoliberismo e si innescano meccanismi sempre più orientati alla valorizzazione delle merci e all’annientamento degli individui. Quello che le analisi più sensibili ed attente avevano individuato in precedenza, comincia ora a prendere forma con chiarezza sotto gli occhi di tutti. Diffuso malcontento, costante peggioramento delle condizioni di vita per categorie di individui sempre più vaste ed eterogenee, chiusura delle grandi fabbriche, licenziamenti, cassa integrazione, mobilità. Il lavoro precario diviene un fatto naturale. Il postfordismo, come sistema di produzione diffusa, produce nuove forme di sfruttamento: si incentivano i lavori autonomi, nasce il lavoro in affitto, si consolida il precariato. Le forze di governo stimolano il meccanismo parassitario della "formazione". Le attività no-profit diventano sterile palliativo ad una pesante situazione sociale. Si smantella definitivamente lo "Stato Sociale". Intanto, più che in ogni altro momento della storia, diventa possibile trasferire ovunque e in tempo reale: uomini, cose, merci, mezzi di produzioni, capitali e informazioni. La globalizzazione dei mercati e della produzione sposta lo sfruttamento in ogni angolo del pianeta, annullando il passato e mortificando il presente dei popoli che investe.
...E le trasformazioni investivano anche i nostri compagni. Le persone che a cavallo tra gli anni ottanta e novanta hanno ripreso a conquistare gli spazi e a costruire antagonismo sociale. Autorganizzati, immigrati, gay, donne autodeterminate, (non serve elencarli tutti, perché lo ha già fatto Marcos). Tutte situazioni esplosive, che nel nostro immaginario, agli inizi degli anni ottanta, eravamo abituati ad inquadrare nella cornice del coordinamento antinuclerare antimperialista.
Bene, anzi male, insomma non sappiamo se sia stata positivo o negativo. Il fatto è che quel coordinamento si è sciolto e con esso è morta ogni possibilità di dare alle realtà antagoniste del territorio Italia la possibilità di muoversi in modo unitario. Ognuno ha deciso di misurarsi con il suo territorio, darsi obiettivi e strumenti per raggiungerli, scegliere i compagni di viaggio. E così è nato il melting del nord est, il leoncavallo è passato dalla guerriglia urbana ai progetti, Primo Moroni ha proposto un dibattito sulla possibilità di immergere i centri sociali nella prospettiva dell'impresa sociale. In modo molto caotico ed isterico, la cosa che ci preme sottolineare è che le cose sono cambiate. Tantissimo ed in modo inevitabile. Per fortuna- aggiungiamo noi- le cose cambiano.
...Nulla si disperde
La lotta per la conquista di uno spazio liberato ha seminato, nella coscienza di chi l'ha condotta, la possibilità di modificare subito il presente. Proposte, speranze, sensazioni consegnate prima all'istinto hanno trovato poi una razionalità ed un'ipotesi di attuazione. Quello che in questa città molti "tromboni" non riusciranno mai a digerire è che il Gramna ha reso possibili una serie di conquiste considerate irrealizzabili alla fine degli anni '80. Chi ci rimproverava di essere caustici, malati di opposizione e distruttivi, ha dovuto ricredersi. Negli anni ottanta, a Cosenza come altrove bastava veramente poco per ritrovarsi in una macchina della questura con la faccia piena di lividi. Una serie di comportamenti che oggi sono possibili, fino a qualche anno fa erano pura utopia. Una conferma a questa catastrofica analisi potrebbero darla quelle mosche bianche che si azzardavano ad organizzare concerti, promuovere cultura, provocare socialità. Al di là delle autoglorificazioni e della vanità, crediamo seriamente che il centro sociale abbia influenzato i linguaggi dei più giovani e contribuito a sradicare dalla testa della gente pericolosi luoghi comuni. E' vero: il Gramna non si è mai inoltrato nella sostanza dei rapporti sociali in città. Questo è dipeso da una quantità notevole di cause: la distanza dal centro cittadino, una serie di episodi negativi che hanno caratterizzato la vita quotidiana dell'esperienza prodotta a Caricchio, una certa immaturità dei militanti , la scarsa risposta dei frequentatori che hanno continuato a "consumare" il posto.
Pur non essendo immediatamente riconoscibile ad occhio nudo, rimane il fatto che il Gramna ha contaminato la città. Oggi esistono a Cosenza una notevole quantità di esperienze socioculturali che non sono solo il prodotto dell'illuminazione di qualcuno o della disponibilità di Mancini. Così come gli anni '70 hanno attraversato il tempo, lasciando alle stesse istituzioni che hanno combattuto quella grande ondata sociale il compito di gestirne l'eredità, oggi il Comune di Cosenza e la società civile usano strumenti che sono stati esportati dal movimento che in città ha portato alla conquista di uno spazio sociale. Il movimento degli anni '70 era una rivoluzione. Soffocata e repressa. Le istanze di quella rivoluzione sono state assimilate dal potere. Le conquiste civili, il femminismo, il decentramento politico e amministrativo, il rifiuto del lavoro: sono tutte battaglie ormai transitate nella coscienza comune. La casa delle culture, la biblioteca dei ragazzi, la promozione di musica rock, la proliferazione di gruppi musicali giovanili, alcune iniziative associative, hanno trovato un terreno fertile di attuazione anche grazie alla pioggia di iniziative e ai semi culturali piantati dal Gramna. Con questo, non vogliamo accollarci meriti o fabbricare medaglie, ma intendiamo ribadire che una realtà di movimento non può considerarsi dissolta. Essa si infiltra nella società intaccando le opinioni e allargando l'orizzonte delle possibili soluzioni di trasformazione del presente. Rimangono tantissimi nodi da sciogliere. Un'autocritica sull'emorragia di corpi ed intelligenze che il Gramna ha patito nel corso della sua storia ci sembra scontata. Ma la riflessione sui limiti politici, sociali ed umani dell'esperienza all'ex villaggio del fanciullo, non deve necessariamente spingere verso l'autodistruzione e l'immobilismo. Al contrario, crediamo che l'autocritica sia un momento necessario, indispensabile, ma solo se viene prodotta in senso costruttivo, rilanciando la palla in avanti.
Nella città
Il Gramna si trova oggi calato in una realtà diversa da quella del ‘90. Crescita culturale, miglioramento della qualità della vita, maggiori servizi, attenzione per le istanza sociali. Ma se entriamo nel merito di ogni singolo aspetto le cose potranno apparirci sotto un’altra luce. Dietro la facciata di città che cambia, cresce, migliora, sembra continuare a nascondersi un fin troppo noto modo di condurre gli affare politici, di gestire il territorio. Dietro l’apertura alle questioni sociali, sembrano celarsi quegli interessi particolaristici che hanno da sempre condizionato la gestione di questa città. Come leggere se non in questo senso atteggiamenti chiaramente antisociali come l’espulsione da Corso Mazzini durante le feste natalizie, degli ambulanti, che rovinavano il salotto buono della città, regno di quei commercianti che nel non lontano novembre ’97 hanno appoggiato elettoralmente l’attuale giunta comunale? E come possono essere letti provvedimenti quali il trasferimento delle comunità attualmente residenti ai Gergeri (dove sorgerà, con un intervento faraonico, il centro direzionale, porta di quel Viale Parco, asse portante dell’intero progetto di intervento sul territorio di Cosenza) in zone della città fra le più degradate e con l’evidente presenza di pesanti situazioni di marginalità sociale? Mancano forse i nostri amministratori di sensibilità e lucidità per capire che in questo modo si innescano, come è avvenuto, pericolosi meccanismi di intolleranza e razzismo? Oppure si tratta di non poter più trascurare l’interesse di costruttori ed industriali per troppo tempo impossibilitati a sfruttare il territorio cittadino, per la mancanza di uno strumento urbanistico ? Sappiamo bene chi e cosa ha per anni boicottato l’adozione del piano. Siamo troppo disillusi per non credere all’esistenza di forti legami fra gli esponenti politici di Cosenza e Rende. Ma alla fine anche Cosenza ha ottenuto il suo strumento urbanistico. Gli interessi edili possono spostarsi, enormi quantità di denaro vengono convogliate in città. Cosenza si avvia ad essere una città "nuova", "europea", "anche bella".
Grazie ad una favorevole congiuntura e, perché no, alle sue doti politiche, Giacomo Mancini detiene in città un potere indiscusso ormai da anni. Con la sua politica "illuminata" ed onnicomprensiva ha eclissato il malcontento in città. Noi non ci sentiamo di esultare. Per dirne una gli interventi sul centro storico, fiore all’occhiello dell’amministrazione, hanno voluto dire fin ora: commercializzazione di corso Telesio, con l’odioso effetto di città vetrina e la manifesta insofferenza dei residenti, estranei o esclusi dai modelli che la caratterizzano; recupero architettonico solo di facciata, perché i problemi nelle infrastrutture e servizi del quartiere continuano ad esistere. E mentre si rendono agibili gli edifici lungo l’arteria principale della città vecchia, tutto il resto continua ad essere abbandonato al degrado. Ed ancora: espulsione dei residenti. Una cinquantina di persone sono state costrette "per la loro incolumità" ad abbandonare le case in cui abitavano, dichiarate inagibili già nel dopoguerra. La risistemazione di tali edifici non sembra tuttavia riguardare in alcuna misura i vecchi residenti. Da più di un anno alloggiati a spese del comune in albergo, si vedono oggi, messi di fatto per strada. A fine marzo scade la possibilità di usufruire degli alberghi, il comune ha messo a loro disposizione un contributo di 400mila lire per nucleo familiare. Ma a che serve un contributo da fame che non basta a pagare l’affitto di un monolocale se poi il mercato della casa non offre sbocchi all’esigenza di appartamenti medi (duo o tre vani) a prezzi contenuti? E se questa è la situazione non sarebbe stato più corretto prevedere nel tanto sbandierato Piano Regolatore una certa quantità di edilizia abitativa orientata alla costruzione di case medie anziché concentrarsi sul più tranquillo settore dell’edilizia direzionale e residenziale?
Le istituzioni vogliono aprirsi alle istanze sociali, ma siamo sicuri esistano realmente i presupposti per abbandonare i vecchi schemi politici? Non dimentichiamo che oggi sono in atto profonde trasformazioni economiche e sociali. Il sistema di produzione, che in una prospettiva di economia globale ha bisogno di ambiti territoriali circoscritti per riprodursi, impone la localizzazione degli interessi, lo stato tende ad essere esautorato di ruolo e funzioni e si procede ad un decentramento dei suoi poteri. Nell’economia locale (stando alle direttive della Bicamerale) il settore privato andrebbe a prevalere su quello pubblico e, nella solita becera ottica neoliberista, gli interessi della società continueranno ad essere messi da parte. Sarà allora a partire dalla società, localmente individuata, che si potrà fornire un’alternativa al presente stato di cose. Crediamo veramente che a partire dalle sue concrete esigenze sia possibile innescare meccanismi che possono contrastare i poteri forti in città. Siamo convinti che puntando sulle potenzialità dell’agire collettivo si possa effettivamente entrare nel merito della gestione delle politiche urbane. Oggi le trasformazioni economiche e la riorganizzazione della società ci costringono a riflettere. Si tratta in sostanza di puntare verso una particolare forma di esercizio della democrazia. Instaurare con le forze istituzionali un rapporto dialettico che sappia essere radicale, e se il caso conflittuale e che ci permetta di avere influenza sulle scelte di politica locale. E se Cosenza oggi si avvia all’attuazione di un PRG destinato a modificare radicalmente e in pochi anni, l’aspetto della città, va una volta per tutte definito che non c’è nessun "sol dell’avvenire" da attendere, ma che è necessario impegnarsi per produrre, qui ed ora, un effettivo miglioramento della qualità della vita.
"Saltelliamo interrogandoci"
Gli spazi liberati, dopo una prima fase di recupero del diritto ad esistere e dopo un’infinita riflessione sulla necessità di "uscire dalle zone conquistate, intervenendo sul territorio", hanno oggi l’urgenza di cimentarsi sul terreno della costruzione e dell’alchimistica scommessa di progettare vie nuove per contagiare all’esterno le tre AUT: AUTogestione, AUTonomia, AUTorganizzazione. Altrimenti perché esistiamo? Se la politica ha ancora senso, se cioè è possibile procedere nella direzione della "abolizione dello stato di cose presenti", diventa indispensabile individuare i soggetti da sensibilizzare, i compagni di viaggio, i territori da investire. Il "percorso", questa parola figlia di un politichese decrepito, che purtroppo invade i nostri discorsi ogni volta che proviamo a PENSARE... il "percorso" deve essere chiarificato una volta per tutte. Bisogna cioè capire CHE FARE, COME e CON CHI.
Questa premessa scandita sul foglio con l’umiltà di ricercare risposte alle domande che ci poniamo, esercitando il dubbio, nasce dalla smania di inserirci in un dibattito sviluppatosi negli ultimi tempi all’interno delle realtà autonome. A partire proprio dalla nostra esperienza. L’impresa sociale, il no-profit, il rapporto con le istituzioni, sono tutte questioni affrontate in modo differente, in territori diversi, ma con un’ispirazione comune. Qualcuno più forte ed intelligente di noi, ha provato anche ad inventare parole nuove, mentre qualcun altro ha provveduto ad elencare i termini proibiti. Noi siamo grati ad entrambi, però scusateci: abbiamo fretta di misurarci con il nostro territorio e le sue stranezze. Sì, "stranezze", perché a Cosenza le fabbriche non sono quasi mai arrivate; la mafia (meno male) si è sgretolata a colpi di pentimenti, in una settimana; la gente è disposta a spendere centomila lire per vedere De Andrè, ma i quartieri periferici sono pieni di africana povertà; i fascisti, al livello giovanile e militare, non esistono ( e di questo non ci lamentiamo); la lega non c’è; Rutelli non sappiamo nemmeno chi sia. Un’isola felice? Una T.A.Z.? Nulla di tutto ciò ! Semplicemente, ci troviamo calati un una zona del pianeta con le sue caratteristiche e a queste dobbiamo guardare, se vogliamo provare a modificare la realtà senza subirla.
La descrizione di alcuni elementi distintivi della nostra terra non è solo un artificio retorico per affermare in modo presuntuoso: "Ara casa mia cummanno iu !", bensì un paradosso indispensabile per sgomberare la fantasia da comode semplificazioni. Per noi, la battaglia per i diritti e le garanzie attraverso un tentativo di riguadagnare forme di partecipazione, diventa un’ipotesi praticabile. Ci incoraggia l’essere, tutt’oggi, un punto di riferimento costante per una pluralità di soggetti, diffusi nel nostro ambito territoriale, che non trovano alcuna forma di espressione. Non sappiamo cosa e chi siano e non siamo interessati a verificare la loro appartenenza ad una classe mitica, né tanto meno siamo convinti della loro presunta "coscienza", ma crediamo che valga la pena di sostenere e potenziare uno spazio, che in sette anni è stato attraversato da: "sottoproletariato urbano", "soggettività conflittuale spontanea", "declassati", "cittadini del mondo", "punk, mod e skin", "studenti", "immigrati".... Siamo ben consapevoli dell’esistenza, nel nostro contesto urbano, di pesanti contraddizioni irrisolte. Il problema della casa, per esempio, con una graduatoria per l’assegnazione delle case popolari pubblicata dopo soli tredici anni; quello dell’immigrazione, con un numero crescente di individui estranei anche ai diritti minimi per l’esistenza; la pesantissima questione del lavoro e del reddito.
Di fronte a questa realtà non ci sembra tuttavia anacronistico insistere sulla necessità di spazi sociali. Crediamo sia giusto garantire agli abitanti di questa città, ai migranti, a tutti coloro che nel quotidiano affrontano pesanti situazioni di privazione dei diritti minimi, la possibilità di gestire il proprio tempo in uno spazio che possa garantire la soddisfazione di bisogni e desideri a quanti non vogliono o non possono inserirsi nelle dinamiche dominanti.
Il Gramna
Il CSA Gramna attraversa oggi una fase critica. L’edifico che occupa presenta forti carenze nella struttura architettonica. L’impraticabilità dei servizi igienici, la presenza di parte della copertura in amianto, l’inadeguatezza degli impianti idrico ed elettrico sono solo alcuni dei più gravi problemi che lo affliggono. Negli scorsi anni abbiamo dimostrato che è possibile riempire di umanità uno stabile abbandonato, umido e pericolante. Adesso vogliamo gli strumenti per continuare ad autogestire il Gramna. Sono risorse pubbliche che appartengono al bene comune, e come tali, devono essere concesse a chi contribuisce materialmente a migliorare la qualità della vita sul territorio. Sul terreno della ristrutturazione del Gramna, sentiamo l’esigenza di costruire un confronto reale. Riteniamo opportuno impiantare in modo limpido, se necessario radicale, una politica di vertenza con le istituzioni locali A chi ci contesta di aver cambiato rotta rispondiamo che l’esperienza ci ha insegnato che atteggiamenti resistenziali e oltranzisti non pagano. Noi preferiamo farci artefici del nostro presente piuttosto che subire passivamente il nostro essere funzionali alla valorizzazione capitalistica. A chi ci contesta di non esercitare opposizione in città, possiamo tranquillamente rispondere che è questo per noi il modo di fare opposizione: progettare la riappropiazione dei nostri bisogni.
Nella prospettiva quindi di instaurare un ambito di discussione propositivo e progettuale, che sia realmente pubblico, ci rivolgiamo da una parte a quanti frequentano ed hanno frequentato i centri sociali, al mondo dell’associazionismo di base e a tutti quelli che sognano una città a misura degli uomini e delle donne che la vivono, gestita dal basso, in cui sia possibile la piena espressione e realizzazione delle quotidiane esigenze di tutte e tutti. E nello stesso tempo alla pubblica amministrazione, alle istituzioni locali, quali reali referenti delle istanze sociali di una comunità. Riteniamo opportuno e giusto investire gli organi preposti delle loro responsabilità.. Il nostro obbiettivo è quello di muoverci nell’ottica di un interesse che è pubblico e per tanto universalmente condivisibile. Si tratta cioè dell'insieme di diritti che il comune ha il potere di riconoscere e di garantire a tutti. Diritti che si concretizzano nella disponibilità di servizi e nella tutela del territorio.
L’esperienza maturata a Caricchio ha saputo imporsi come bene comune. Oggi vogliamo avere la possibilità di pensare al Gramna come qualcosa di meno precario, di autogestire uno spazio in cui sia possibile far confluire saperi e risorse. Dove si possano intrecciare funzioni politiche e tecniche, continuando a lavorare sulla base delle posizioni collettivamente prese in una assemblea. Un luogo in cui, in un rapporto di reciprocità e di scambio, ogni attività possa arricchirsi di contributi diversi
A partire da queste premesse ci rivolgiamo a questa amministrazione perché intervenga per la ristrutturazione del Gramna ed in concreto chiediamo
Tutto questo, nell’immediato potrà permetterci di realizzare negli spazi del Gramna quello che i soggetti, individuali o collettivi, di volta in volta interessati vorranno creare ed attivare. Ma le nostre rivendicazioni non finiscono qui. La ristrutturazione del Gramna è solo un obbiettivo minimo, un passaggio fondamentale ma non conclusivo. Non abbiamo alcuna intenzione di fermarci.
Nella nostra prospettiva il centro sociale è solo un mezzo, uno strumento, non il fine dell’agire politico.
Un futuro possibile
Per dare un’idea di ciò che sarebbe possibile costruire negli spazi dell’ex villaggio del fanciullo abbiamo provato ad individuare, sulla base delle nostre esperienze e conoscenze, alcune delle attività che si potrebbero realizzare .
Un centro di documentazione come risposta ad una comune e diffusa esigenza di poter accedere ad informazioni e materiali diversi da quelli che passano sui media, con possibilità di connessione alle reti telematiche. Aperto anche in orari diversi da quelli garantiti dai privati e dalle istituzioni. Uno spazio che offra anche la possibilità di usufruire degli strumenti disponibili per attività puramente ludiche (video games, navigazione in rete) o per attività di interesse più generale, come la produzione di fanzine o fogli autoprodotti e per ogni altro motivo.
Una birreria che sia autogestita e popolare e che possa funzionare anche come mensa. Non quindi un altro dei numerosi locali sorti come funghi in città negli ultimi tempi, ma un luogo in cui sia possibile a tutti indistintamente bere una birra o mangiare a prezzi politici. Con una gestione che sia attente e sensibile anche nella scelta dei prodotti da utilizzare.
Una sala per musica e concerti dal vivo che possa dare risposta al crescente interesse per la musica rock che la città ha ampiamente manifestato. Le forze politiche della città sono attualmente orientate alla ristrutturazione del teatro Morelli, di proprietà privata, che, preso in affitto, sarebbe adibito a sala per la musica rock. Ma riteniamo che, per sfuggire al principio della mercificazione della musica, sia necessario continuare a mantenere un ambito di autogestione in cui far crescere le iniziative nate e cresciute nel circuito dei centri sociali, che agiscono su presupposti diversi di quelli commerciali.
Una palestra, anche questa autogestita e popolare. Riteniamo infatti opportuno, visti i costi proibitivi, fornire a chi ne abbia voglia la possibilità di soddisfare questo bisogno.
Una sala per dibattiti e proiezioni, di una certa capienza (almeno 100 Posti a sedere) che possa dare spazio alle numerose iniziative organizzate dalle varie associazioni cittadine. In cui sia per altro possibile proiettare materiale video che sui canali dominati di distribuzione non troverebbe spazio e che garantisca, per la visione, un prezzo politico, ben inferiore alle 10, 12 mila lire attualmente necessarie per vedere un film.
Una sala prove che possa soddisfare le esigenze dei numerosi gruppi musicali presenti in città che hanno tanto bisogno di crescere e valorizzarsi e che dall’esperienza dell’autogestione potrebbero trarre un elemento di affiatamento.
Un dormitorio che serva esclusivamente a garantire ospitalità a soggetti che si trovano a transitare in città per interessi culturali interni al Gramna o relativi ad altre associazioni culturali della città.
Questo è solo un esempio di quello che in concreto si potrebbe realizzare negli spazi attualmente occupati dal Gramna. E siamo dell’idea che a partire dal necessario allargamento di questa esperienza, sia possibile costruire tanto altro ancora.
Cosenza, marzo ‘98