Alta tensione
di
Giacomo Amadori e Maurizio Tortorella
20/12/2002
Tanti ordigni, un'unica regia.
Nel mirino dei nuovi terroristi, il carcere duro e i paesi che ospitano i
«prigionieri politici». Così, dopo Spagna e Italia, anche la Svizzera è nel
mirino
Da lontano, pare il negativo
della bandiera svizzera: una croce nera in campo bianco, sovrastata da un pugno
chiuso. La black cross è il simbolo funereo degli anarco-insurrezionalisti: i
misteriosi terroristi che il 12 dicembre hanno lanciato, da Milano a Roma, a
Barcellona, l'inquietante campagna natalizia dei pacchi bomba.
Ma è anche l'ombra che sta
suscitando incubi negli investigatori di mezza Europa. Perché, dopo la cupa
sequenza di obiettivi spagnoli in Italia, la corrispondenza esplosiva ora
potrebbe spostarsi proprio contro la tranquilla Confederazione elvetica.
Nel mirino della Solidarietà
internazionale anarchica, infatti, sono sempre di più le carceri, che
trattengono tanti «compagni prigionieri».
In Spagna sono detenuti tre
eminenti personaggi della resistenza libertaria: Giovanni Barcia, Claudio
Lavazza e Michele Pontolillo. E adesso il tam tam suona sempre più forte contro
l'«ennesima, sporca vendetta della fascisteria svizzera»: a scaldare gli animi
dei rivoluzionari è il trasferimento del loro compagno Marco Camenisch nel
carcere duro di Thorberg, vicino a Berna, pochi giorni prima della
manifestazione che era stata organizzata a Zurigo in suo sostegno.
«È vero, dopo la Spagna, la
Svizzera è l'altro obiettivo sensibile» confermano alla Digos di Milano. Da
tempo la polizia ha messo sotto controllo il consolato svizzero cittadino e,
insieme, gli anarco-insurrezionalisti che vivono nella casa occupata di Villa
Litta. Forse perché i pacchi bomba di questo dicembre, quelli con un timbro
leggibile, partivano da Roserio, centro di raccolta della posta milanese. Ma a
Panorama risulta che l'allarme elvetico sia stato da tempo silenziosamente
esteso a tutta l'Italia.
Del resto, già in novembre, al
Social forum di Firenze, gli insurrezionalisti avevano manifestato per
Camenisch e la polizia aveva protetto in particolare il consolato svizzero. Lo
stesso era accaduto il 13 settembre, quando poche centinaia di militanti si
erano mobilitati nelle dieci città italiane dove il movimento ha più
attecchito, da Modena a Catania, da Pordenone a Milano: lo stesso giorno, gli
eredi di Mikhail Bakunin avevano brandito bandiere e sassi anche di fronte
all'ambasciata svizzera di Madrid.
È un triangolo rosso davvero
esplosivo, quello tra Spagna, Italia e Confederazione elvetica, proprio perché
tracciato intorno ai nomi di almeno una decina di grandi «prigionieri
politici».
Il cinquantenne Camenisch è uno
di loro, con la tipica biografia rivoluzionaria. Svizzero di nascita ed
ecologista radicale dalla pistola facile, Camenisch ha iniziato la sua carriera
di insurrezionalista con sabotaggi alle centrali nucleari del suo paese.
Poi ha alzato il tiro: omicidi,
evasioni dal carcere e latitanza (quasi tutta in Italia), fino all'arresto nel
1991 a Massa Carrara, non per nulla la capitale anarchica, dove è stato
gravemente ferito in una sparatoria con i carabinieri. Nell'aprile 2002 è stato
estradato in Svizzera, dove continua a essere trasferito da una prigione
all'altra.
I siti internet della rete
anarchica amplificano le lettere in cui Camenisch lamenta condizioni di vita
disumane: le manette e i ceppi che gli tormentano la carne, il dolore per le
ferite che lo costringe a muoversi strisciando. Le sue parole accendono la
rabbia dei compagni. Ma anche il ricordo di quanti, in prigione, sono morti:
«Lottare per Marco significa non dimenticare Franco Serantini, Horst
Fantazzini, Barry Horne e altri, compagni e non, già “morti di Stato” dietro
alle sbarre» si legge sulle pagine anarchiche nella Rete.
Due storie assurte a mito eroico
sono quelle degli squatter torinesi che si sono impiccati in carcere nel 1998:
Edoardo Massari, 37 anni, riparatore di biciclette detto «Baleno», e Maria
Soledad Rosas, argentina di 24 anni, accusati di essere gli ecoterroristi degli
attentati contro i cantieri dell'Alta velocità ferroviaria. Ora i loro nomi
galleggiano nel web, come i proclami di rivolta.
Gli anarco-insurrezionalisti si
tengono informati sui siti militanti, stranieri come ainfos.ca,
flag.blackened.net, sindominio.net o italiani come ecn.org/contropotere e
anarcotico.net.
La Tortuga nazionale dei bucanieri
della rivoluzione è comunque il sito dei «Filarmonici della Croce nera», base
italiana del circuito internazionale Abc (anarchistblackcross.org).
Ovunque, il centro
dell'attenzione è nelle informazioni sugli spostamenti dei «compagni
prigionieri», che dalla cella informano costantemente sui propri trasferimenti,
quasi sempre motivati come ritorsioni della polizia penitenziaria.
Da internet partono i proclami
dei capi storici e al computer si abbevera la nuova leva di bombaroli, gli
eredi del nucleo storico processato a Roma proprio in questi mesi: giovani
impazienti che stanno ripudiando la linea attendista dell'ideologo catanese
Alfredo Maria Bonanno (riquadro in questa pagina) e la scelta della «difesa
tecnica», cioè quella di far tacere le bombe aspettando le assoluzioni dei
tribunali.
«No, la nuova generazione non ha
più pazienza, non aspetta il corso della giustizia: vuole attaccare carceri e
carcerieri» spiega Antonio Marini, il procuratore generale di Roma che dal 1994
cerca di inchiodare gli anarco-insurrezionalisti con le accuse di associazione
sovversiva e banda armata. In questi anni ha imparato a conoscerli bene.
Ha ricostruito la loro storia,
da quando furono cacciati nel 1984 dalla Federazione anarchica italiana, con
l'accusa di terrorismo. «Per capire chi siano» spiega Marini «bisogna sapere da
dove vengono, che cosa hanno scritto». Non per nulla, all'inizio del suo
recente ricorso in appello, il magistrato ha ricordato un comunicato apparso
nel 1997 sulla rivista Canenero da Bonanno: è una sintesi del pensiero di
questi anarchici sui generis, che hanno abdicato alle idee tradizionali della
non violenza per abbracciare quelle dell'ecologia e dell'antiglobalizzazione.
Da diffondere con un argomento inoppugnabile: le bombe.
Per Marini, l'organizzazione
ripudia il verticismo stalinista, ma ha scelto una complice alleanza tra
anarchici, piccoli delinquenti (i «ribelli sociali»), sequestratori. Sta qui il
segreto della diffusione del movimento: l'insurrezionalismo fonde realtà molto
diverse, basate su legami di famiglia e d'amicizia. Per questo è difficile
trovare un pentito, qualcuno che si dissoci. «E gli attentati non devono essere
eclatanti, ma piccoli e numerosi, oltreché riproducibili. È così che si
disarticolano lo Stato e il capitale» continua Marini.
La mente dell'organizzazione?
«Potrebbe essere la latitante Rose Ann Scrocco» ipotizza il magistrato: cioè
l'ex hostess statunitense, 40 anni, già condannata nel processo romano di primo
grado per il sequestro di Mirella Silocchi. Intanto il suo antico compagno
Giovanni Barcia, dal 1996 recluso in Spagna per l'omicidio di due poliziotte,
dalla fine di settembre è stato estradato temporaneamente in Italia: sembra che
lo stia interrogando in gran segreto il pm milanese Stefano D'Ambruoso, il
collega di Marini da anni impegnato nella lotta al terrorismo e ai pacchi
bomba.
Barcia è notoriamente un duro.
Ma più di lui sembra esserlo il suo compagno di sparatorie Claudio Lavazza,
detenuto a Huelva per lo stesso duplice omicidio di Barcia e sottoposto al
Fies, un regime duro simile al nostro 41 bis. L'ex Prima linea milanese, con un
comunicato scritto in cella e rilanciato su internet, nei mesi scorsi è stato
chiaro: «L'obiettivo comune è l'amnistia e la distruzione di tutte le carceri».
Se le braccia si agitano, la
mente attende lontano dalla linea del fuoco. Bonanno, dopo la condanna romana
per apologia sovversiva a tre anni e sei mesi, si è trasferito a Trieste dove
vive modestamente. Condivide un piccolo appartamento con la compagna Annalisa,
di 33 anni più giovane, che gli ha appena dato un figlio. Parlargli, purtroppo,
è impossibile: «Lei è un giornalista? Mi vuole chiedere informazioni stradali?
No? Allora, mi scusi, ma non ho piacere» dice a Panorama con tono ironico e con
forte inflessione catanese.
Poi riattacca. Si esaurisce in
pochi secondi la telefonata con l'intellettuale che, secondo magistrati e
investigatori, attraverso libri e articoli, avrebbe ispirato la teoria di
pacchi bomba che sta incendiando l'aria di Natale.
Bonanno, un peso oltre il
quintale e una gran barba alla Bakunin, scrive moltissimo. E il suo pensiero
arriva ai seguaci attraverso le librerie dei circuiti alternativi. Al suo
attivo, decine di titoli, da Anarchismo insurrezionalista a Del fare e dell'agire,
fino a Carcere e lotte dei detenuti, tutti diffusi a prezzo politico. Gli
inquirenti lo tengono d'occhio: sanno che va pochissimo nei centri sociali,
qualche volta al circolo anarchico triestino Germinal, frequentato anche dalla
compagna.
Lui, Bonanno, i compagni
insurrezionalisti preferisce incontrarli a casa, dove forse parlerà anche di
prigioni. Magari davanti a un bicchiere di Slivovic: un tipico distillato slavo
di prugne. E una vera bomba.
COSÌ PARLÒ L'IDEOLOGO
Dalla guerra clandestina alle
Br, il «verbo» di Alfredo Maria Bonanno
Teoria e pratica anarchica
«Non c'è un luogo della teoria e
uno della pratica. Ecco perché, armato di pistola, una mattina con un mio
compagno sono andato in una gioielleria di Bergamo per fare una rapina... Se la
mattina voglio guardarmi allo specchio, sia pure quello di una cella
d'isolamento, devo entrare in una gioielleria con la pistola».
La struttura organizzativa
«Va individuata una condizione
di tensione sociale, che diventa un punto di riferimento, il punto centrale
attorno a cui far ruotare la struttura organizzativa insurrezionale. La
struttura è formata da un insieme di gruppi di affinità (anarchici, ndr), che
si mettono d'accordo per divenire realtà di massa contribuendo alla
costituzione di nuclei di base: questi non sono composti da anarchici, ma da
persone che hanno il problema davanti agli occhi».
Scopi e obiettivi
«Noi non siamo sindacalisti,
funzionari di partito. Siamo rivoluzionari. Il mio scopo non è trovare lavoro
alla gente, non me ne importa nulla. Io voglio lottare con chi cerca un lavoro
perché lo voglio spingere a capire che è possibile, con certi mezzi, obbligare
lo Stato a fare un passo indietro e continuare nell'attacco fino alla
distruzione totale dello Stato».
Il sabotaggio
«In un mondo in cui il capitale
informatico sta saldando definitivamente le condizioni del controllo e del
dominio, il sabotaggio ridiventa l'arma classica di tutti gli anarchici».
Il carcere
«In questo paese abbiamo due
reati: le stragi in cui si cerca di far saltare in aria dei poliziotti e il
sequestro di persona degli incarcerati. E non esiste un carcere senza
carcerieri. Significa che bisogna abbattere anche gli individui? Ma è logico».
La banda armata
«Un'organizzazione armata,
clandestina, ci sta stretta di spalle: è un abito che non riusciamo a indossare
(...). È una cosa troppo piccola per racchiudere il nostro desiderio di
libertà, di sconvolgere l'esistente».
La nostra lotta armata
«La nostra lotta armata si basa
sui principi della semplicità, dell'azione diretta, della riproducibilità,
della polverizzazione, della generalizzazione dell'attacco (...). In quanto
anarchici, siamo per il massimo coinvolgimento possibile della gente nel
processo di liberazione, che deve per forza essere fatto violento».
Le Brigate rosse
«Lo stalinismo delle Br è controrivoluzionario, ma non si
può per questo lottare contro organizzazioni staliniste che, in questa fase
dello scontro di classe, realizzano un attacco contro lo Stato: vanno seguite
con attenzione».