RAPPRESENTAZIONE
DI UN CONFLITTO:
CIAK,
SI FILMA!
Nell’epoca della realizzazione
della separazione, della separazione compiuta dell’uomo dalla vita e della
conseguente perdita del senso dell’esistenza stessa, l’immagine funge da
schermo protettivo rispetto all’agghiacciante realtà.
Foto, filmati e documenti visivi riempiono la testa e le mani
non più solo di birri e magistrati ma anche, se non di più, degli attori nella
scenografia delle manifestazioni del falso dissenso.
Già si è detto e ripetuto,
peraltro inutilmente, quanto l’uso nei cortei della macchina fotografica e
delle sue consorelle tecnologicamente più avanzate sia una pericolosa arma
boomerang utile per la repressione; viene la nausea a doverci tornare sopra.
Non si comprende perché si debba collaborare a raccogliere materiale
utilizzabile per autoimbrigliarci nella strangolante rete delle maglie dei
procedimenti giudiziari. Una foto fa da prova, e non c’è bisogno d’altro. La
pratica irresponsabile della raccolta ossessiva di immagini diviene collaborazionismo,
e proprio da parte di chi pretende di manifestare dissenso.
Ora non ci si venga a raccontare che le riprese vengono
effettuate per incastrare gli sbirri quando esagerano nell’adempimento del loro
empio dovere, davvero si pensa che possa bastare una immagine per portare alla
galera un poliziotto? e poi soprattutto è nostro compito rivoluzionario fare le
veci di un magistrato o i portavoce di chi è assetato di giustizia giudiziaria?
quale passo avremo mai fatto in avanti una volta affidata la nostra libertà
nelle mani di un magistrato, di un politico o di una nuova, e non se ne sente
proprio il bisogno, legge?
Nella gara per la raccolta e diffusione di immagini si
finisce poi per rivaleggiare con l’altra bella
categoria, quella dei giornalisti.
La frenesia di comunicare
l’evento prende il sopravvento sull’evento stesso, tanto che non è necessario
nemmeno più che accada, basta che venga simulato per quei pochi istanti
richiesti e dettati dai tempi televisivi. Questa smania del giorno dopo sui giornali,
o meglio del giorno stesso sui TG ha preso talmente la mano da far perdere
l’esserci e il fare nel momento poiché si è già proiettati verso l’immagine da
proiettare.
Da questo vortice risucchiante si pensa di uscirne con le
autoproduzioni da far girare nei circuiti presunti antagonisti dei centri
sociali. Quale modo più semplice per dare ampiezza e risonanza ad un movimento
nato morto di quello di farlo vivere internandolo
nel neomoderno carcere mediatico?
Sciocchi imitatori, quali schemi rompono, che cosa portano di
dirompente se non la loro rappresentazione autocelebrativa? “Contro la guerra
dei potenti ora e sempre disobbedienti!” Ah… beh!
Con
obiettivi che si intrecciano in un tripudio di scatti incrociati, come a
costruire il set di una stanza degli specchi in cui le immagini, di cui godere
narcisisticamente, rimbalzano dall’uno all’altro. In un gioco di infiniti
rimandi, si allarga a piacimento la situazione fino ad alludere a uno
spettacolo per forti emozioni. In scena va la tensione di una guerriglia urbana
che pare sempre sul punto di esplodere… ma quel momento non verrà mai.
Basta l’accenno: un casco in testa, il volto coperto, qualche
fumogeno e lo spazio predisposto per la finta ritirata. Tutti gli attori in
campo conoscono bene il copione ma le comparse inconsapevoli rimangono lì con
la loro rabbia in gola, ignare di ciò che realmente è accaduto, assediate, chiuse dai due lati da sbirri e bravi.
L’azione
è falsa e l’impotenza cresce.
Le mani morbosamente afferrano lo strumento di ripresa, non
c’è ora modo di utilizzarle per altri scopi. La mente occupata dall’ansia di
carpire l’attimo che al meglio esprima lo spettacolo. Gli occhi fissi
nell’obiettivo ed ecco che la separazione dal vivere e dal concentrarsi su ciò
che si sta facendo si concretizza nell’essere assenti nel momento in cui
occorrerebbe essere presenti.
Con questo corpo
in tutte le sue parti appesantito da protesi tecnologiche che cosa si vuol
manifestare? contro chi si vuole andare? come si può pretendere di cacciare dai
cortei poliziotti mascherati da umani e giornalisti avvoltoi quando non si
riesce a vedere la differenza tra loro e gli altri?
È uno scontro tra telecamere quello che ammorba le coscienze
ed i coglioni.
Allora la repressione non è solo quella che viene dai fantocci
in divisa o dalle prove incautamente raccolte per loro, ma anche quella che
dall’interno si produce. L’istinto ricondotto a ragione, imbrigliato e annientato dall’ideologia dell’immagine,
impedisce il realizzarsi dell’atto autentico della rivolta.
L’immagine
svuota l’azione mentre il feticcio succhia il sangue dell’uomo.
Mentre si stava completando la stesura di queste osservazioni è
arrivata notizia di alcuni provvedimenti pesantemente restrittivi contro
quattro compagni relativi ai fatti accaduti a Ferrara il 22 febbraio scorso. In
occasione di una manifestazione contro la guerra e contro la preparazione di
alloggi per militari NATO in quella città, si sono verificati atti di “salute
pubblica” da cui alcuni zelanti servitori dell’ordine democratico sono usciti
piuttosto malconci nonché alleggeriti di una telecamera di servizio.