Il sub comandante Marcos è l'ultimo di una serie di personaggi favolosi che popolano le cronache indigene fin da prima dell'arrivo degli spagnoli. A partire dalla conquista, ripetutamente, mito e storia si sono incrociati per dar vita a esseri sovrumani che incarnano la resistenza e la rinascita della comunità. Non sempre si tratta di figure autoctone. In Chiapas, resta vivo il ricordo di Ignacio Fernandez Galindo e sua moglie, Luisa Quevedo, due anarchici che verso la fine del secolo scorso diressero una cruenta insurrezione maya... Primo eroe del nuovo millennio, il sub comandante Marcos salda oggi la tradizione indigena e contadina del Messico (Zapata e Villa) con l'epopea urbana e libertaria degli anni settanta. Anonimo e mascherato come Superbarrio (il paladino dei poveri di Città del Messico),il sub è il ponte tra un mondo indio ansioso di redenzione ed un frastagliato arcipelago di gruppi e movimenti sociali in pepetuo fermento.
Circondato dalla guardia personale, incontro Marcos al termine dei lavori della Convenzione Democratica Nazionale. Di statura media, sui 35-40 anni, bianco, occhi chiari, è provvisto di ironia, un lungo naso e grandi doti comunicative. Dietro la cartucciera, il passamontagna e la pipa nasconde una mente agile ed un pensiero acuto. Gradisce le citazioni erudite ed ha un debole per gli intellettuali che bombarda di missive e quesiti. A partire dal primo di gennaio, 400 pagine tra comunicati, lettere e poesie, un vero e proprio torrente di parole, sono prova di un'indubbia vocazione letteraria. Suscita grandi passioni nel sesso femminile e di lui si è detto che è omosessuale, che non lo è, che è dotato di impressionanti capacità amatorie, che è gesuita. Per i maya, poco inclini alla futilità, è soprattutto qualcuno che conosce i rudimenti della strategia militare.
Abbiamo voluto ricordare due personaggi rimossi dai libri di testo: Pancho Villa ed Emiliano Zapata. Commemoriamo lo sforzo che, in un momento difficile, loro fecero per giungere ad un accordo con la società civile. Per ciò abbiamo costruito un villaggio nel mezzo della giungla ed una torre che chiamiamo la torre della speranza. Esistono in Messico due progetti nazionali opposti, uno cerca ad ogni costo il cambiamento, l'altro fa di tutto per rimandarlo. La Convenzione è un contributo alla ricerca di una via pacifica per dare una nuova fisionomia al nostro paese.
Siamo contenti di sopravvivere . Qui siamo circondati da 30 mila soldati dell'esercito messicano che sarebbero felici di intervistarsi con noi.Poi consideriamo una vittoria avere riunito tanta gente, averla fatta arrivare fin qui e, soprattutto, avere raggiunto un minimo di consenso. La Convenzione non finisce oggi. Bisogna andare nelle fabbriche, nei quartieri, nelle comunità rurali, parlare con la gente.
L'EZLN ha deciso di sottomettersi alla volontà della Convenzione. Nel caso malaugurato che il PRI vinca le elezioni, noi tasteremo il polso della nazione e faremo ciò che essa deciderà.
Non abbiamo mai detto che consegneremo le armi. Abbiamo invece detto che siamo disposti ad aprire lo spazio per una transizione pacifica. Adesso il governo non può dire che rifiuta di ascoltare un passamontagna o la voce di un fucile. Qui vi sono persone senza passamontagna e senza fucile che hanno parlato con voce anche più forte della nostra. Le deve ascoltare.
Noi non crediamo di avere prodotto un movimento popolare, il movimento popolare c'era già.Direi invece che abbiamo dato voce a coloro che non l'avevano. Comunque non cerchiamo il potere, né ci convertiremo in partito politico. Invece vogliamo unire le nostre forze a quelle di altri che vogliono le stesse cose anche se non con le armi in mano. La CND è un primo passo in questa direzione. Lo ripeto: non abbiamo né la volontà, né la capacità di dirigere il paese. Questa capacità ce l'ha invece la gente qui riunita.
L'EZLN farà uso del suo ascendente per spiegare loro ciò che è accaduto qui in questi giorni. Gli eserciti che si definiscono rivoluzionari non possono insorgere contro la volontà popolare. Ed il popolo messicano vuole la pace. Credo che esista in questi gruppi una maturità sufficiente per capirlo.
Non ci interessa risuscitare le guerriglie estinte. Ci interessa rinnovare la lotta per la dignità. Le grandi frottole del nuovo ordine internazionale, del neo liberalismo o del liberalismo sociale non si vendono più. Qui nelle montagne del sud-est messicano si è aperta una fessura. Altre fessure si stanno aprendo nel resto del continente. La storia non è finita: sta solo cominciando. E non marcia a favore dei potenti, bensì di tutti coloro che finora non hanno avuto la possibilità di dire: abbiamo vinto.