Università della guerriglia: Nella giungla con i Tupac Amaru del Perù

Di Jeremy Bigwood

Mi fermai bruscamente quando una dozzina di formiche moleste cadde da un ramo alto della jungla che ci avvolgeva. Non appena provai a scacciare gli insetti, che si erano conficcati direttamente come delle spine, dalla pelle scoperta strofinando per un centimetro di lunghezza la mia guida mi fermò. "Staccale una ad una" mi disse. Ho viaggiato in questa remota giungla Amazzonica nel dipartimento peruviano di San Martin per fotografare il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA), il più piccolo dei due gruppi combattenti insorgenti contro il governo peruviano. Alcune settimane prima, al principio dell’Agosto 1992 a Lima, Nestor Cerpa Cartolini, il comandante in capo del gruppo, aveva approvato il mio viaggio. Egli mi avvertì che dovevo essere pronto a marce più lunghe e condizioni più disagevoli di quanto non avessi mai fatto esperienza nel mio lavoro di fotografo e cronista delle guerre dell’America Centrale. Aveva ragione.

"Benvenuto nel territorio dell’MRTA, cumpa (in gergo compagno)", mi disse qualcuno, mentre passai ansimando vicino a due guardie Tupac. Più avanti c’erano tre uomini e due donne con dei fucili AKMS sulle spalle. Essi indossavano una maglietta grigio-verde a maniche lunghe, blue-jeans, stivali di gomma alti fino alle ginocchia, e berretto con la visiera fatto a mano. Dietro di loro si trovava il cuore dei tre acri di campo della guerriglia. Sedie e tavoli fatti con rami d’albero accuratamente legati insieme con tralci di viti seminate nel terreno erboso; gruppi di amache di stoffa cucite a mano coperte da tetti impermeabilizzati con vinile sospesi fra i rami come dei grossi carapaci neri. Muovendosi lentamente i raggi di sole filtravano attraverso il fitto intreccio di alberi proiettando incroci di luce. Questo tetto di foglie e l’alta temperatura ambientale proteggevano il campo anche dalla sorveglianza dei satelliti più sofisticati. Non c’erano radure nelle vicinanze per lo sbarco di truppe da un elicottero e nessun esercito deciso all’attacco avrebbe potuto raggiungere il campo dopo una marcia lunga giorni dalla strada più vicina.

Uno dei compagni mi passò una bottiglia d’acqua. Mentre stavo bevendo, un uomo con gli occhiali si avvicinò. Parlando lentamente ed in modo ponderato nello stile degli intellettuali di Lima, si presentò come Edgardo. Dimostrava circa trent’anni, sebbene più tardi scoprii che ne aveva una decina in più e che il suo vero nome era Miguel Rincon Rincon, uomo numero 2 dell’MRTA che era comandante in questa zona. Edgardo mi invitò a sedermi ad un tavolo, valutandomi come un "gringo" in sovrappeso, col fiato corto ed una camicia fradicia di sudore. Poi andò a chiamare Pamela, una dei compagni giovani, era il momento della formazione.

Almeno 50 combattenti, principalmente contadini con lineamenti indigeni allineati di fronte ad Edgardo che era affiancato da una comandante donna e da tre vicecomandanti maschi. I Tupac salutarono mentre la loro bandiera veniva alzata; era la bandiera peruviana rossa e bianca a tre strisce con un emblema costituito da una mazza e da un fucile d’assalto formanti una "V" attorno all’immagine dell’eroe rivoluzionario del diciannovesimo secolo Tupac Amaru. I compagni cantarono – in maggioranza stonando - l’inno Tupac. "Contarsi !" ordinò il vicecomandante. Le truppe, in maggioranza composte da ragazzi fino ai 25 anni o poco più, gridarono i loro numeri uno ad uno. "Riposo", disse il vicecomandante e lesse una lista di turni di cucina e di guardia. Poi Edgardo parlò: "Noi siamo qui in questo campo per iniziare una scuola. Altri, molti più di noi, arriveranno, sia combattenti che sostenitori civili. Noi dobbiamo costruire un campo più grande e più sicuro. Io terrò i seguenti corsi il lunedì dopo la formazione: "Storia del mondo" e "Storia del Perù"; il comandante Liliana insegnerà "Diritti Umani e la Convenzione di Ginevra", e "Storia dell’MRTA". L’addestramento medico, delle forze speciali e nel tiro di precisione si svolgeranno in un altro campo. T’ai Chi sarà dopo la colazione al quartier generale". Poi il vicecomandante congedò le truppe.

I Comandanti

La sede del comando, e centro di comunicazioni radio, era situata su una piccola collina. Lì Edgardo, Liliana ed il vicecomandante Perseo mi invitarono a raggiungerli per un caffè attorno ad un piccolo fuoco. Mentre mi offriva dei dolci, Edgardo mi parlò di sé. In gioventù era stato un membro del Partito Comunista Peruviano, che aveva subito una scissione durante la separazione Cino-Sovietica nei primi anni ’60. Egli mantenne i propri legami con la fazione favorevole a Mosca, ed attraverso il partito fu istruito in diversi paesi, inclusa l’Unione Sovietica all’Università Patrice Lumumba di Mosca. L’intellettuale del gruppo si unì all’MRTA al momento della sua fondazione nel 1984.

La comandante Liliana (Maria Lucero Cumpa), dall’altro lato, era più legata alla tradizione romantica di Che Guevara, con contaminazioni femministe ed influenze della "New Age". Spendeva il suo tempo libero scrivendo poesie e sistemando il fuoco canticchiando. Non appena arrivata al campo, aveva organizzato degli incontri con le donne, che costituivano circa un quarto del campo. La prima discussione doveva riguardare il controllo delle nascite e la trasmissione sessuale delle malattie, ma servì anche come un luogo in cui discutere le lamentele relative al trattamento ricevuto da parte dei compagni maschi.

Come Victor Polay, comandante in capo dell’MRTA in prigione, Liliana fu educata in una famiglia che aveva stretti legami con il partito dell’APRA (Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana), che raggiunse la presidenza del Perù nel 1985 con Alan Garcia. Autodefinitosi come socialdemocratico e nazionalista l’APRA provò di non esserlo affatto, e infatti assestò una completa serie di colpi all’economia peruviana unita ad una zelante repressione dell’opposizione politica. Nei primissimi anni, Liliana assistette allo spettacolo, e dopo un breve periodo con Bandera Roja, un altro partito di sinistra divenne un membro fondatore dell’MRTA.

Perseo, un uomo affascinante sulla trentina, si considerava un Bolivarista, e come Simon Bolìvar, aveva combattuto l’imperialismo in tutta l’America Latina. Prese questa decisione radicale nel 1973 in seguito al colpo di stato orchestrato dalla CIA contro il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Cinque anni più tardi, arrivò in Nicaragua per opporsi alla dittatura di Anastasio Somoza e combatte con i Sandinisti fino alla vittoria nel 1979. Da lì si trasferì in Colombia dove prese le armi con il Battaglione America come internazionalista fino al momento in cui si unì al MRTA.

Ogni giorno a partire dalla settimana seguente, compagni dell’MRTA e sostenitori civili arrivarono al campo che crebbe fino ad ospitare più di cento persone. La più grande concentrazione di guerriglia in un campo permanente che avessi mai visto, richiedeva seguire le orme di Ho Chi Minh. Quando il campo divenne troppo grande per poter garantire la sicurezza, ne venne stabilito un altro a cinque ore di distanza.

Quando i corsi cominciarono, io passai dall’uno all’altro, svegliandomi solitamente troppo tardi per la lezione di T’ai Chi di Edgardo alle 5 del mattino. Il corso di Liliana sui diritti umani e sulla convenzione di Ginevra era sempre affollato. Una delle lezioni a cui presi parte era relativa agli interrogatori ed alla sopravvivenza alle torture. Molti dei partecipanti 20 o quasi, inclusa la stessa Liliana, erano stati torturati – la maggior parte per la propria appartenenza all’MRTA o a sindacati di sinistra come Patria Libre o la Confederazione Campesina del Perù (CCP). Gli addetti agli interrogatori del governo peruviano erano ben addestrati ed utilizzavano d’abitudine torture che spaziavano da quelle di tipo psicologico (minacce, non messe in atto), al dolore fisico, mutilazione, fino a sofferenze mortali. La strategia di sopravvivenza pensata da Liliana consisteva nel resistere fino all’ultimo giorno senza rivelare nulla, e in caso di crollo, dare delle informazioni false preparate precedentemente per indurre in errore gli aguzzini. Questo approccio è ritenuto in grado di dare tempo ai compagni all’esterno di attuare le necessarie misure di sicurezza, e per la vittima di ottenere una vittoria psicologica sui tormentatori.

Un altro corso di Liliana era relativo alla storia del movimento, un’organizzazione che deve la propria reputazione a vittorie spettacolari e ad altrettanto spettacolari sconfitte. Fu fondata nel 1984 da Victor Polay, ex studente della Sorbona, che aveva fatto parte precedentemente di altri due gruppi peruviani insorgenti. Nel 1987, ad un anno da quando l’MRTA aveva preso le armi contro il governo peruviano, il movimento subì il suo più serio colpo, quando un agguato del esercito con elicotteri e truppe da terra, causò la morte di più di 60 combattenti mentre si trovavano su un autocarro scoperto per attaccare la città di Tarma. L’esercito procedette all’esecuzione di tutti coloro che si arresero, e solo 10 compagni riuscirono a sopravvivere con la fuga a quello che ora è noto come il massacro di "Los Molinos". La notizia di questa tragedia rallentò la crescita del movimento fino al 1990, quando l’MRTA realizzo una spettacolare evasione catturando l’attenzione mondiale. Da una casa in affitto fuori da Canto Grande, il carcere peruviano di massima sicurezza, 25 genieri dell’MRTA impiegarono tre anni per progettare e realizzare un tunnel di 330m che sbucava direttamente nel blocco delle celle. Furono liberati 47 prigionieri dell’MRTA, incluso Polay, il leader dell’organizzazione, e Liliana.

Finanziamento della guerriglia

Nonostante le condizioni precarie all’interno del campo, i compagni erano nutriti e armati in modo adeguato. Come l’esercito peruviano i combattenti dell’MRTA erano equipaggiati con armi di produzione sovietica, i fucili d’assalto AKMS erano i più comuni. Le armi di supporto includevano il fucile di precisione Dragunov SVD, il veicolo armato PKM, e il lancia-granate RPG-7. Essi utilizzavano un economico ma efficiente equipaggiamento per le comunicazioni radio, così come un codice computerizzato per le comunicazioni tra i fronti. Tutto questo richiede dei fondi, ma i comandanti Tupac Amaru mi dissero che, diversamente dalla maggior parte dei movimenti guerriglieri in America, essi non ricevono finanziamenti esteri, e non c’era evidenza del contrario. A Lima e nei dintorni l’organizzazione si finanziava attraverso il sequestro di uomini d’affari che erano trattenuti per un alto riscatto in "prigioni del popolo", che erano state criticate per le loro ristrette e disumane condizioni. Vengono inoltre imposte tasse di guerra alle imprese, che, in modo non sorprendente, vedono questi pagamenti come estorsioni. Nella giungla e sulle colline che fiancheggiano il lato est delle Ande, vengono tassate anche le industrie della cocaina e del caffè così come ogni altra impresa alla loro portata. Durante il processo la guerriglia aveva anche provato a imporre il pagamento di salari equi per i lavoratori, a regolare le vertenze, diventando una specie di governo ombra nell’area.

Questa strategia è in linea con le mete politiche ed i principi dell’MRTA. Come spiegò Edgardo all’università della guerriglia nella giungla, l’MRTA è in lotta contro un sistema che si era trasformato da semifeudale in un sistema di classi dipendente dal controllo e dai capitali esteri. Si tratta inoltre di un sistema razziale e di classe dominato dai popoli di origine europea ed ora anche asiatica. La letteratura sull’MRTA di Edgardo faceva riferimento ad Andres, un comandante di un’altra zona che aveva definito l’ideologia del gruppo:

"Noi cerchiamo di porre la realtà Peruviane al di là di ogni ideologia politica predefinita… Noi stiamo proponendo di costruire un socialismo appropriato alle condizioni del Perù. Noi non vogliamo il centralismo statale o la burocratizzazione della società peruviana. Dovremmo avere una democrazia, una società maggiormente partecipativa; non una democrazia con elezioni ogni 5 anni, ma una democrazia dove uomini e donne siano coinvolte con i loro posti di lavoro, le loro comunità, il loro quartiere e decidano il proprio destino. Noi vogliamo una democrazia partecipativa con il popolo come attore".

Belle parole, ma come ottenere questo? La strategia è sintetizzata nel modo migliore dallo stesso comandante Polay:

"La meta dell’MRTA è di sostituire la cosiddetta democrazia rappresentativa con il potere del popolo. La nostra organizzazione ha tre livelli: le forze rivoluzionarie, che sono formate da soldati a tempo pieno; quando occorre queste forze sono supportate da milizie part-time; poi c’è la base, nei villaggi, dove ci sono i comitati di difesa i quali vanno oltre l’ambito militare , in quello politico, sociale ed anche legale. Noi non stabiliamo delle "Zone libere" nel senso classico del termine, piuttosto sosteniamo con mezzi militari la creazione di basi organizzate di potere popolare. Quando la guerriglia ha successo, il popolo prende coscienza della propria forza".

Ma Polay era ancora in carcere, e così il comandante in seconda del movimento Peter Cardenas. Mentre l’MRTA stava progettando di liberarli, era necessario tenere le aree operative ed attirare contemporaneamente nuovi membri. L’espansione era essenziale. Storicamente, i volontari arrivano dopo i successi militari, quando l’organizzazione si mostra più vitale.

Secondo la prospettiva dei comandanti del campo, il dilemma era come organizzare zone di controllo nelle campagne al di fuori della portata dei media, e allo stesso tempo catturare l’attenzione popolare. Troppa enfasi nell’attirare l’attenzione significa sacrificare combattenti attraverso gli inevitabili errori che tale strategia comporta, riducendo la grandezza del movimento. Troppo tempo trascorso organizzando la popolazione civile per una "prolungata guerra popolare" in zone troppo lontane da Lima, significa che il movimento potrebbe restare ignoto per anni alla popolazione più importante, gli abitanti di Lima.

Io volevo vedere come l’MRTA si comportasse con la popolazione generale, quanto seguito avesse, e se il concetto di "prolungata guerra popolare" avesse senso.

Blocco del traffico

Il mio primo viaggio fuori dal campo fu per fotografare un’azione di propaganda armata, o blocco stradale, a Toma di Carretera. Un gruppo di compagni, raggiunti da giovani membri della milizia (una guerriglia part-time chiamata all’azione in caso di necessità), fermò il traffico nella strada principale, distribuì volantini, e dipinse le macchine ed i camion fermi con slogan dell’MRTA (usando una vernice che poteva essere tolta con della benzina). Un automobilista scherzò: "Compagni, scrivete correttamente. L’ultima volta avete scritto sbagliato "vencera"!". Tre compagni, in piedi sulla cabina di una vettura, radunarono attorno la folla e fecero un discorso esaltando l’MRTA, il ricordo di Che Guevara, ed il bisogno di resistenza sia contro il regime di Fujimori sia contro Sendero Luminoso, che stava organizzando una zona nelle vicinanze. I lavoratori risposero applaudendo, forse sapendo che dopo il discorso sarebbero stati liberi di andarsene. Poi il blocco venne tolto. Una lavoratrice si lamentò che quell’azione ere una seccatura. "Tutti in questa regione hanno una piccola radio" disse lei "ed i compagni hanno i trasmettitori, quindi perché non dare le proprie informazioni in questo modo, evitando di danneggiare noi?" Aggiunse inoltre che una simile azione avrebbe esposto l’MRTA alle spie e "la popolazione civile a persecuzioni certe contro di essa da parte delle autorità ". I compagni lasciarono andare le auto dopo aver distribuito i volantini di propaganda. In passato l’esercito aveva risposto ad azioni di questo tipo inviando un convoglio che aveva teso un’imboscata alla guerriglia, ma non oggi. Ciò faceva parte del gioco. Tornai al campo felice che l’azione aveva avuto successo e che nessuno era stato ferito, ma mi domandavo in che modo potesse essere utile tale manifestazione.

Mentre per me era noiosa, la vita nel campo per i combattenti era una vacanza rispetto alla ben più dura vita di ogni giorno della guerriglia in una zona di combattimento, ed il morale nel campo era alto. Feci altri 4 viaggi fuori dal campo, due per visitare un campo nelle vicinanze, dove circa 80 combattenti studiavano medicina di combattimento e tiro di precisione, e due uscite fra la popolazione civile della regione. Durante queste ultime il cibo migliore ci aiutò a compensare il pericolo ed il rigore delle lunghe marce. In un viaggio accompagnai 12 combattenti, restammo circa la metà del tempo in un campo improvvisato, ed il resto del tempo come ospiti della popolazione civile - stando nelle loro case. La loro ospitalità costituiva un rischio notevole per queste famiglie, le quali in molti casi avevano dei parenti nel movimento, e manifestavano a questo livello il proprio supporto. Tuttavia, due mesi più tardi, seppi che le forze di sicurezza dell’esercito avevano individuato questi sostenitori, ucciso tre membri di queste famiglie in un piccolo villaggio dove ero stato perché i loro figli erano membri delle forze speciali dell’MRTA. Il vicecomandante Rolando, il leader di quella spedizione, fu in seguito catturato vivo ma ferito dalle forze di sicurezza in borghese che lo stavano aspettando per catturarlo. Egli fu torturato fino alla morte di fronte agli abitanti del villaggio ad alla sua ragazza che era andato a trovare. I soldati la portarono via e non si sa più nulla di lei da quel giorno, la sua scomparsa non è nemmeno ricordata dai gruppi per i Diritti Umani.

L’ultimo giorno di campo cominciò a piovere verso mezzogiorno, e continuò per tutta la notte. I corsi d’acqua si alzarono e divennero fiumi selvaggi, roteando su se stessi, straripando e abbattendo enormi alberi. Al mattino, chiusi la mia macchina fotografica in una borsa di plastica e la misi al sicuro nello zaino.

A causa della pioggia attraversare i fiumi era insidioso, il terreno era diventato un acquitrino, e spesso dovetti camminare con lo zaino sopra la testa attraverso l’acqua che arrivava fino al collo. Quella sera dopo essermi lavato ed aver indossato vestiti asciutti, una macchina preparata precedentemente portò me e la mia guida a Yurimaguas, una città occupata militarmente sul fiume Huallaga, dove presi un aereo per Lima.

Nella capitale incontrai Cerpa, un uomo tarchiato con lineamenti andini. Diversamente da molti leaders dei movimenti guerriglieri di sinistra dell'America Latina che provengono dalla classe media, Cerpa ha origini nella classe lavoratrice. Leader del sindacato per anni, prima di entrare a far parte del MRTA, aveva avuto poco tempo per le discussioni ideologiche e le diatribe dogmatiche. Mentre Edgardo era l’intellettuale, Liliana la romantica, Cerpa era il pragmatico. Mi chiese dei corsi e di quanto avessi appreso durante la scuola. Poi mi stupì dicendo: "Due mesi di scuola? Siamo una guerriglia armata, non un campo estivo. Abbiamo Polay e più di cento dei nostri membri e sostenitori in carcere, e dobbiamo rispondere". Poi mi chiese cosa non fossi riuscito a fotografare ed io risposi: "I combattimenti". "Bene, dobbiamo farti uscire con noi un’altra volta per questo". Poi mi disse di prestare attenzione alle notizie da San Martin.

Solo tre settimane dopo seppi che un commando Tupac aveva interrotto con successo un grosso traffico di droga fra ufficiali dell’esercito peruviano e trafficanti di droga colombiani. Alcune unità dell’esercito si erano appostate sulla strada principale per utilizzarla come pista di atterraggio. Dopo l’atterraggio dell’aereo colombiano, i gruppi d’attacco dell’MRTA "espropriarono" la droga ed i soldi. In risposta, i militari intrapresero una vasta campagna offensiva contro l’MRTA. Trovarono il campo, lo distrussero e dopo aver accusato i civili che abitavano nelle vicinanze di essere sostenitori del movimento li giustiziarono. I compagni che non rimasero feriti, costruirono presto una serie di altri piccoli campi attorno all’area.

Nell’ultimo di altri due viaggi per fotografare i Tupac Amaru, fui arrestato dalla polizia segreta per "apologia di terrorismo"; la legge imposta da Fujimori proibisce alla stampa di dare notizie sui movimenti d’opposizione armata. Dopo sette estenuanti giorni di interrogatori, fui rilasciato per la pressione fatta su Fujimori dalla stampa internazionale.

 

Un altro giorno

Dopo i suoi 12 anni di storia, l’MRTA si è indebolito essendosi focalizzato su spettacolari azioni militari, ma trascurando l’organizzazione popolare e la stabilizzazione di forti zone di controllo. Mentre mantiene una presenza limitata, il movimento ha perso aree importanti, incluse molte delle zone dov’era situata la scuola di guerriglia. Tuttavia, è rimasta una vasta zona sotto il controllo dell’MRTA: le montagne e la giungla di "El Centro" nel dipartimento di Junin, Huancavelica e Pasco. Riguardo ai compagni, essi hanno subito troppi colpi. La comandante Liliana fu arrestata con un gruppo di Tupac in una casa sicura fuori Tarapoto. Edgardo fu arrestato con molti altri compagni dopo uno scontro a fuoco in un altro rifugio a Lima, dopo un tentativo fallito di occupare il congresso peruviano. Molti dei compagni che avevano partecipato all’Università della Guerriglia furono arrestati o uccisi. Ma Cerpa e altri compagni sopravvissuti hanno portato avanti la più spettacolare azione dell’MRTA; il 17 Dicembre del 1997 presero più di 600 ostaggi nella residenza dell’ambasciatore Giapponese a Lima. L’epilogo non ha importanza, l’azione è stata un successo nell’attirare l’attenzione internazionale sui Diritti Umani in Perù, sui tribunali senza volto, sulle prigioni disumane e sulle aspre condizioni economiche esacerbate dalla politica neoliberale di Fujimori.