Come compagne del Kep abbiamo avuto l'occasione di occuparci del complesso fenomeno dell'immigrazione all'interno della rete antirazzista cittadina. Abbiamo cercato di andare oltre i presupposti che avevano dato avvio alla discussione (la chiusura dei centri di detenzione per gli immigrati, la libera circolazione e dei popoli e il permesso di soggiorno slegato dal permesso di lavoro) per analizzare come, all'interno dell'oppressione del mondo occidentale, dei paesi in via di sviluppo le donne subiscono conseguenze diverse e più drammatiche.

L'intenzione non era quella di dimostrare che le donne sono già soggetto debole nella società capitalista e dunque doppiamente oppresse se appartengono ad un'altra etnia, ma di dare una specificità di genere alla riflessione generale che si è sviluppata nel movimento antagonista che ha riconosciuto come campo d'intervento e di lotta la questione dell'immigrazione: contro il razzismo diffuso, le politiche attuate dai governi (centro-sinistra o centro-destra non fa differenza) e tutte quelle forme di repressione e d'oppressione che ogni giorno vediamo mettere in campo sia da singoli individui sia dallo stato.

Per le donne immigrate in Italia, e negli altri paesi europei immaginiamo che la situazione non sia molto diversa, non si aprono molte prospettive: Vengono attirate nei nostri paesi con l'illusione di un lavoro e poi messe in vendita sui marciapiedi, come merce. Vendute magari a quegli stessi uomini che poi nel segreto della cabina elettorale votano per partiti xenofobi e razzisti, che predicano la regolarizzazione dei flussi migratori e che portano avanti campagne contro i clandestini, ma poi la notte quando nessuno li vede, "stuprano" le donne di colore, lavandosi la coscienza perché pagano un obolo per le prestazioni ricevute. Si prostituiscono sotto la minaccia di violenze personali o di ripercussioni sulle loro famiglie e se rimangono in cinta sono costrette ad abortire e vengono rimesse al lavoro la sera stessa dell'intervento, contro le prescrizioni mediche, se non riescono a trovare dei sotterfugi per sottrarvisi; oppure i protettori le costringono a portare a termine la gravidanza, continuando a lavorare fino a quando è possibile per poi vendere il loro bambino…in ogni caso non sono loro a scegliere quello che si determina sul loro corpo!

L'altra possibilità per le donne immigrate è quella di essere ingaggiate per fare quei lavori domestici e di cura che le donne occidentali, sentendosi emancipate in quanto lavoratrici, rifiutano. Una nuova forma di schiavismo, camuffata sotto una più rassicurante facciata che prevede vitto, alloggio e magari anche un salario. Una logica che non tiene conto del fatto che il sistema patriarcale si può solo combattere e abbattere, qualsiasi altra via di mezzo non è la soluzione, è solo il passaggio di un'incombenza da una donna ad un'altra.

In ogni caso subiscono varie forme di razzismo, oltre a quello becero e xenofobo della destra estrema o di quella di governo di cui sono vittima tutti gli immigrati, esse sono colpite anche da una variante sul tema (di cui è intrisa anche gran parte di quella sinistra istituzionale che noi contestiamo) molto più pericolosa perché si rifà ad uno strano concetto di "democrazia", portata avanti da tutti quelli che non si dichiarano razzisti e che anzi rispettano le culture diverse dalla nostra. Quelli che pensano che l'immigrato sia un "concetto astratto", una "categoria" (da proteggere o da salvare a seconda dei casi) e che l'intolleranza nei confronti di tutto ciò che è diverso abbia le sue radici esclusivamente nella concezione eurocentrista del mondo occidentale. Quelli che non fanno una distinzione all'interno del variegato mondo degli immigrati tra oppressori e oppressi e che dunque mettono sullo stesso piano prostitute e protettori. Quelli che accusano chi ancora oggi si batte contro quelle forme di repressione che le donne subiscono all'interno delle loro culture, di essere i veri razzisti, poiché vorrebbero imporre ad altri il modello, ritenuto vincente, di questa società.

Ovviamente ci sentiamo parte in causa in questo processo: noi portiamo avanti un lavoro d'analisi che si basa sull'oppressione della donna da parte di un sistema patriarcale perfettamente funzionale alla società capitalista nella quale viviamo e che non riteniamo un modello soddisfacente. Riconosciamo il merito alle lotte delle donne di aver scalfito in parte questo sistema e di aver creato situazioni più vivibili per chi non appartiene al sesso maschile, ma il lavoro è ancora lungo. Senza voler entrare nel merito di distinzioni culturali e religiose crediamo che sia da combattere ogni potere che relega le donne, in quanto tali, ad un ruolo subalterno o che attua nei loro confronti vere e proprie violenze ... altro nome non sapremmo trovare per pratiche come l'infibulazione, il velo, il burka.

Se lo scenario che si presenta è questo la domanda che sorge spontanea è perché le donne emigrano? Oltre a tutte quelle considerazioni generali che si possono fare sulla migrazione dei popoli come risposta ad una situazione di povertà, di guerra e di violenza dittatoriale che spingono a lasciare la propria terra per una prospettiva almeno migliore, per le donne subentra un altro aspetto: quando vivono in paesi in cui è in atto un conflitto bellicoso il loro corpo diventa vero e proprio terreno di conquista; un'arma per colpire il cuore di un popolo nell'intimo, dove si procrea, magari lasciando il seme del conquistatore che genera una nuova etnia o stirpe; un luogo fisico dove sfogare quegli istinti più bassi che la guerra genera.

Le compagne del Kep