Le compagne del Kep e le compagne del centro sociale Molino hanno collaborato insieme alla realizzazione di una mostra sul tema Donne e lavoro intitolata "se otto ore vi sembran poche". Siamo partite da un presupposto: nella società odierna i padroni e coloro che detengono il potere politico ed economico hanno strumentalmente imposto un'etica del lavoro fondata sulla sua utilità per la società e per l'individuo, per la quale il lavoro è diventato sinonimo di prestigio, determinante del valore di una persona e delle sue capacità; una visone delle cose finalizzata a nascondere il fatto che il lavoro altro non è che la solita forma di sfruttamento che rappresenta per la maggior parte delle persone la fonte obbligata di sostentamento. In questo quadro ci sembrava importante vedere come le donne sono collocate nel sistema produttivo, dove l'occupazione rappresenta per la maggior parte di queste l'unico modo per avere un minimo di reddito per vivere in autonomia e non dipendere dalla famiglia, dal proprio compagno o marito. Le loro esigenze però sono prese in considerazione ancora meno di quelle già poco considerate degli uomini, come capita in questo sistema capitalista, di sfruttati e sfruttatori. Con questa mostra volevamo sottolineare le differenti forme di sfruttamento a cui è sottoposta la donna, frutto di millenni di storia di sopraffazione dei pochi sui molti e di un sesso su un altro; mettere in luce come in due paesi diversi (Italia e Svizzera) con pratiche differenti si metteva in atto la stessa violenza nei confronti delle donne. L'idea non era quella di rappresentare e commiserare la donna come un passivo oggetto di sopraffazione, ma di analizzare la sua condizione nell'era della globalizzazione per sviluppare una consapevolezza critica e nuove forme di discussione e di lotta contro un sistema che non ci piace.

La mostra ha avuto una sua uscita pubblica a Como nello scorso settembre, all'interno di un'iniziativa transfrontaliera di una rete di donne, di cui in questo contesto ci sembra importante parlare. Nel 2000 ha preso vita un progetto mondiale, partito dal Quebec, per costruire un movimento che facesse emergere alcuni aspetti di questo sistema globale che ancora opprimono le donne. La piattaforma era molto generica poiché doveva adattarsi a paesi diversissimi, che poi al loro interno avrebbero potuto rielaborarla con le proprie specificità: la marcia mondiale delle donne. In Italia si è caratterizzata contro la violenza, la guerra e la povertà. Anche questo gruppo sarà presente alle giornate di mobilitazione per Genova, in un'ottica che a noi come collettivo non appartiene, perché tende a mettere in evidenza esclusivamente una visione di genere, senza preoccuparsi della sua trasversalità, e non prende nell'adeguata considerazione la prospettiva di classe.

Noi compagne del Kep di Como abbiamo seguito a margine questa esperienza a livello territoriale e, per l'iniziativa cittadina, la scelta di lavorare sull'aspetto della povertà, tra quelli proposti dalla marcia, è stata dettata proprio dalla specificità che ci caratterizzava rispetto agli altri gruppi presenti: considerare la povertà non un elemento naturale con il quale rapportarsi solo in una prospettiva caritatevole, ma evidenziare all'interno di questa le responsabilità di coloro che governano, del capitalismo, del mercato e dei grandi organismi economici sopranazionali (WTO, Banca Mondiale Europea, Fondo Monetario Internazionale…). Insomma per fare un'analisi che tenesse in considerazione sia il genere che la classe.

In questa sede virtuale di discussione cercheremo di sintetizzare il contenuto delle riflessioni che hanno portato alla costruzione di tale mostra. Per il nostro lavoro abbiamo tenuto conto dei contributi e dello scambio d'opinioni avvenuto alla Mitinga (il convegno delle compagne del movimento tenutosi a Torino il 17/18 giugno 2000, costruito dai collettivi femministi di Torino, Milano, Como, Parma, Roma e Lugano) proprio sul tema Lavoro e Reddito preparato per l'occasione da 'Le Rosse' di Roma.

Inizialmente abbiamo fatto una parentesi storica per evidenziare come la presunta inferiorità fisica delle donne e la loro funzione biologica riproduttrice fossero le armi che attraverso i secoli (dalla preistoria alla situazione contemporanea) le varie società hanno usato per giustificare e attuare una discriminazione femminile anche nel campo lavorativo; nonostante la presenza delle donne nel mondo del lavoro, contadine nei campi e operaie nelle fabbriche con una mole di lavoro pari a quella maschile da sommarsi ai molti impegni da svolgere in ambito familiare. Mettendo in luce come con la partecipazione attiva delle donne, durante la resistenza, al lavoro, in sostituzione degli uomini, e al movimento di liberazione del paese dal fascismo; e la nascita del movimento femminista degli anni '70 che dedicava una particolare attenzione al tema dell'occupazione femminile nel mondo del lavoro, in quanto manodopera più ricattabile e quindi più facilmente costretta ad adattarsi ai voleri del mercato dettati dai padroni; molte donne incominciarono a conquistare la consapevolezza critica di questa situazione ed iniziarono prima ad esprimere il proprio dissenso, successivamente a costruire delle lotte radicali sui luoghi di lavoro, rivendicando i propri bisogni e i propri diritti.

Si imponeva dunque una riflessione, ancora attuale, sul lavoro non retribuito, ma lavoro a tutti gli effetti, cioè il lavoro di riproduzione e di cura svolto dalle donne all'interno delle mura domestiche, lavoro non riconosciuto che anche il Censis nel 1999 attribuisce al mondo femminile ancora in una percentuale massiccia (70%), senza differenza tra Nord e Sud, tra famiglie con figli e famiglie senza, tra livelli culturali ed economici diversi. Chiaro segno che l'idea che le donne, in quanto tali, siano più adatte ad occuparsi della casa e dei figli è trasversale (anche se appartenere ad una classe dominante non è la stessa cosa che appartenere alla classe dominata!) e molto diffusa, oltre ad essere indotta dal sistema stesso, che fin da quando siamo piccole ci propina giochi che già preludono a questo tipo di futuro: bambole e bambolotti, pentole e pentolini, carrelli della spesa ...

L'altro passaggio relativo al lavoro di cura è il suo divenire una professione a tutti gli effetti, una professione al femminile che il capitale ha capito con intelligenza di poter sfruttare. Cresce la domanda per quelle attività considerate "tipicamente femminili", dalle insegnanti alle infermiere, dalle cameriere alle commesse, cioè la professionalizzazione di mansioni che un tempo venivano svolte in seno alla famiglia. In risposta vengono create delle cooperative gestite da sole donne per lo svolgimento di tali lavori e chi partecipa a questo tipo d'esperienza ha spesso l'illusione di trovarsi al termine di un percorso di emancipazione…che emancipazione non è, poiché è un progetto che si cala dall'altro, funzionale al sistema, che sa produrre solo un prototipo di donna manager che non ha risolto l'annoso conflitto con il potere patriarcale perché poi deve continuare a occuparsi della casa e della famiglia, oppure, se ne ha la possibilità economica, scarica gli impegni domestici su altre donne (baby-sitter o colf).

Le donne sono quelle che all'interno dei percorsi di formazione ottengono i migliori risultati, ma poi vengono penalizzate e discriminate dal mercato. "L'Italia è in Europa il paese dove è più forte la discriminazione verso le donne nella ricerca del lavoro, una società abituata a vedere le donne relegate a casa, la cui maggiore disoccupazione crea meno scandalo di quanto accadrebbe in altre società, in cui le aspettative di lavoro extradomestico sono da tempo consolidate" (Reyneri), una questione culturale che ostacola l'autonomia delle donne, che purtroppo in questa società capitalista coincide con l'autonomia economica.

Il mercato per le donne prevede quei lavori a tempo parziale e flessibile che erroneamente vengono considerati più congeniali a quei soggetti che per "natura" svolgono un doppio ruolo, quello pubblico e quello privato (la gestione della famiglia, o meglio dei suoi compiti), quei lavori dequalificati che danno alle donne l'illusione di avere il tempo di occuparsi anche di altro e che quindi non le mettono nella condizione di ribellarsi al doppio sfruttamento. Nella ricchissima Svizzera poi le donne per legge o per convenzioni ormai consolidate, a parità di prestazioni, percepiscono uno stipendio inferiore del 30% rispetto ai colleghi uomini.

Per non parlare invece delle pratiche italiane, dove spesso alle donne assunte viene fatta firmare una lettera di licenziamento in caso di maternità, in contraddizione con gli aiuti che alcune regioni (tra cui spicca la presenza del Lazio di Storace e della Lombardia di Formigoni) hanno messo in auge sotto il nome di politiche familiristiche per diminuire il numero degli aborti.

La situazione e il ruolo della donna nel mondo del lavoro, nonostante le conquiste ottenute dai movimenti femministi del passato, in realtà rivelano tuttora un'oppressione, una segregazione, una discriminazione di genere ben radicata; contro questo stato di cose bisogna iniziare a lottare, sviscerando le contraddizioni del sistema capitalista e patriarcale, solidale a livello globale, e quelle delle donne che sorreggono tali sistemi attraverso la pratica della delega o con una più esplicita complicità.