Proponiamo alcuni elementi di riflessione, quasi una "legenda" del nuovo mercato del lavoro come invito al confronto con tutte le realta' antagoniste e dell'autorganizzazione sindacale. Pensiamo sia questa la strada per il confronto sui contenuti e perche' crediamo importante lavorare per la costruzione di un'area di riferimento nazionale al di la della scadenza del g8 a Genova.
ELEMENTI DI RIFLESSIONE E CONTRIBUTO AL DIBATTITO SU GLOBALIZZAZIONE / PRECARIZZAZIONE DIRITTI E RICOMPOSIZIONE SOCIALE.
Il progressivo ridimensionamento della grande concentrazione produttiva, il generalizzato processo di snellimento aziendale a tutti i livelli (down sizing), lo sgretolamento stesso del concetto di identita' collettiva della classe, ci pone oggi di fronte a problemi di adeguamento dell'elaborazione politica parallelamente alla necessita' dell'individuazione di pratiche di lotta, anche sul terreno della sperimentazione, che ci permettano di tracciare indirizzi di massima e obbiettivi da perseguire. - Cerchiamo ora di mettere qualche punto fermo in relazione a quello che diamo come scontato sia nostro bagaglio collettivo di analisi generale.
INTRODUZIONE: - Siamo in un quadro economico di modificazione del modello produttivo "fordista" e cioe' in sintesi di uno stravolgimento di quel meccanismo dell' "economia di scala" che creava il suo mercato grazie alla moltiplicazione dei volumi produttivi (secondo l'equazione: maggior numero di pezzi prodotti = minor costo del pezzo = maggior accessibilita' = maggior numero dei pezzi venduti) lavorando in una situazione di mercato pressoche' illimitato (boom economico post bellico) o comunque in forte espansione. - L'inserimento nei processi produttivi di sempre piu' evolute tecnologie informatiche e il sempre piu' evoluto sviluppo delle conoscenze nel campo della microelettronica fanno si che la quantita di lavoro vivo per produrre la stessa quantita' di merce decresca sempre piu': la ovvia conseguenza e' che a fronte di un aumento della domanda non corrisponde piu' un incremento della occupazione. - Le nuove frontiere raggiunte nel campo della tecnologia della comunicazione permettono e accellerano la progressiva globalizzazione dell'economia; l'aggregazione in grandi cordate finanziarie, le nuove fusioni nel settore bancario e nel campo delle telecomunicazioni, il riassetto proprietario nella produzione auto ecc. danno il segnale chiaro dell'indirizzo sovrannazionale e monopolista che l'organizzazione produttiva continua a percorrere. - Nel contempo pero', l'incapacita' strutturale di pianificazione del modo di produzione capitalistico, in una fase di parziale saturazione dei mercati, tende a determinare picchi di produzione e di commercializzazione che, senza inoltre piu' sviluppare forza lavoro stabile, sono destinati ad estinguersi sul breve periodo, con livelli di concorrenza nazionale, intereuropea e internazionale, sostenibili solo a prezzo di una drastica trasformazione dell'organizzazione del lavoro e delle relazioni sociali nella società nel suo complesso. - La rigenerazione economica del processo di accumulazione di capitale e la sua stessa sopravvivenza sono pertanto oggi legate all'affermazione di una organizzazione del lavoro precaria, flessibile e individualizzata. - La corsa verso questa cosidetta "deregulation" sarà sempre più forte quanto più stabili (es. Euro) saranno i mercati e i cambi, all'interno dei quali, senza più fluttuazioni monetarie provocate da politiche svalutative per favorire le esportazioni, si vengono a determinare livelli di concorrenza intereuropea e internazionale che sui fronti interni, per ricaduta, andranno ad intaccare le parti più "variabili" che concorrono a determinare il prezzo delle merci, e cioè i livelli salariali, e nel suo complesso, ogni forma di garanzia sociale che le lotte operaie e proletarie erano riuscite a conquistare. - L'obiettivo è in pratica definire un assetto di relazioni sociali all'interno delle quali, distruggendo ogni forma di "rigidità" e resistenza operaia, le classi dominanti abbiano la possibilità di disarticolare e ricomporre, flessibilizzare e plasmare macchine tempi orari e la stessa vita di donne e uomini in base all'esigenze "della razionalità e oggettività" della produzione, definendo una nuova organizzazione del lavoro che, con un funzionamento a fisarmonica, possa espandersi e restringersi in relazione alle richieste del mercato. - Il processo di superamento del "fordismo" e della grande concentrazione industriale, improponibile nel mercato globale "usa e getta", anziché generare tout court "la fine del lavoro" e distruggere la "fabbrica" e la classe, l'ha scomposta, atomizzata e dispiegata nel territorio, riproducendo, parallelamente alle nuove fabbriche con processi produttivi integrati, nuove e virulente forme di schiavitù, accentuate in maniera esponenziale dai grandi flussi migratori, aziende tecnologicamente avanzatissime insieme a un indotto con rapporti terroristici di lavoro all'insegna della precarietà dell'esistenza stessa. - La tendenza alla globalizzazione dei processi produttivi finalizzata all'abbattimento dei costi e al mantenimento di un alto livello di accumulazione dei profitti, incorpora modella e relaziona tra loro in un rapporto causa effetto tutta una serie di fattori che proviamo a elencare sommariamente per punti.
PRECARIZZAZIONE E FLESSIBILIZZAZIONE:
Proprio perché l'interesse del capitale è la massima riduzione dei costi che deve essere libera e incontrastabile, c'è stata un 'operazione giuridico - istituzionale a sostegno della precarizzazione del mercato del lavoro cosi efficace e capillare da attribuire ai processi produttivi caratteristiche pesantemente involutive: lavoro con ritenuta d'acconto, contratti a tempo determinato, costrizione al part-time, aree di crisi e gabbie salariali, salari d'ingresso e in ultimo il lavoro in affitto con l'introduzione delle agenzie private di lavoro interinale (ulteriore forma di sfruttamento nello sfruttamento) sempre più diffuse nel territorio milanese. - Nella realtà milanese a fronte di un tasso di disoccupazione sensibilmente inferiore rispetto alla media nazionale, il lavoro precario è una delle condizioni più diffuse, con una percentuale (tra le nuove assunzioni) di più del 70 % di contratti di lavoro "flessibili". - Il pacchetto Treu è stato un grosso segnale di legalizzazione della maggior flessibilità possibile, come richiesto continuamente dal piccolo imprenditore edile fino ad arrivare al FMI., nel disprezzo di ogni garanzia sociale sia per le assunzioni che per il licenziamento. - In questo senso vanno considerati i referendum radicali e la proposta di legge del deputato ulivista De Benedetti che prevede l'abolizione della "giusta causa" (ART.18) rendendo così possibile una decisione unilaterale e arbitraria da parte dell'azienda. - Queste "aree" di lavoro precario e flessibile disgregano ulteriormente i lavoratori, accentuandone le differenze superficiali e nascondendo invece le identiche condizioni di sfruttamento cui sono tutti sottoposti, abbattendone ogni forma di potere rivendicativo/contrattuale e di capacità potenziale di conflitto, seppellendo le concezioni di egualitarismo delle grandi battaglie sociali fine anni '60 primi '70, con la ricattabilità e l'insicurezza del posto di lavoro insieme all'accettazione di un ruolo di subalternità al modo di produzione capitalistico e a una tragica cooptazione ideologica e identificazione in esso da parte dei lavoratori. - Il Patto del lavoro di Milano più in specifico rappresenta, con la copertura e il pretesto - tanto caro ai governi di centro-destra e centro-sinistra - di far emergere lavoro nero o di riavvicinare al lavoro settori sociali portatori di disagio (lavoratori over 40,fasce di emarginazione sociale, immigrati), la volontà di applicare in una delle regioni più ricche d'Europa una sorta di gabbia salariale con l'intento di provocare una diminuzione complessiva dei livelli salariali erodendo lavoro "garantito " ad esempio nelle municipalizzate e appaltandolo a cooperative con assunzioni secondo le nuove regole del Patto.
DELOCALIZZAZIONE:
La flessibilità del capitale e della sua organizzazione produttiva si va imponendo anche attraverso questo processo: la liberazione dai vincoli dei confini nazionali, il progressivo superamento del concetto di Stato-Nazione, l'attribuzione ai governi nazionali del ruolo di direzione di piano del più grande supermercato dell'econonomia mondiale globalizzata finalizzata allo stravolgimento di ogni possibile ostacolo contrattuale o burocratico, in sintesi la tendenza a muovere liberamente i capitali per investire là dove si è imposto un contenimento dei costi, dove il lavoro è più sfruttabile, costa poco ed è meno regolamentato. Ad esempio: le imprese spostano la sede legale nei cosiddetti paradisi fiscali, la produzione nelle aree asiatiche o nei paesi dell'est Europeo e lasciano le infrastrutture e la gestione commerciale dove è più vicina la ricerca tecnologica (di qui anche il progetto di asservimento delle università e della ricerca alle esigenze del capitale ) e dove più alti sono gli standard delle comunicazioni. - Questo processo determina la formazione di grandi aree mondiali di produzione dove tutto - infrastrutture, servizi, comunicazioni, tempi vitali e costo del lavoro sono ottimizzati per il massimo livello di accumulazione di profitto per le multinazionali. ESTERNALIZZAZIONE - E' un aspetto di quel processo di snellimento, di cui parlavamo all'inizio, con un'accelerazione della volontà delle grandi aziende di affidare la produzione o parte di essa a piccole imprese (spesso cooperative con mano d'opera in affitto o in nero) ad alta densità di sfruttamento, agganciate al ciclo della sottofornitura e del subappalto che si integrano in maniera organica (sono anche spesso mono-mandatarie) all'organizzazione del lavoro dell'impresa committente. - Il senso dell'operazione è di facile comprensione: diminuire la quota di lavoro "fisso" (costi fissi per l'azienda), aumentare di conseguenza la flessibilità della propria organizzazione produttiva senza alcun costo aggiuntivo, e, con la fortissima concorrenza presente in questo settore, determinare un'abbassamento del costo del prodotto lavorato a scapito del livello salariale complessivo dei lavoratori assunti in questo indotto. - Gli esempi sono innumerevoli, dal campo edilizio a quello dei gadgets promozionali, da quello delle cartotecniche tutto fare a quello dei trasporti e del facchinaggio, uno per tutti le aziende o cooperative nel meridione che producono capi firmati a bassissimo costo con salari da schiavitù per il settore della moda, ma immessi sul mercato a prezzi elevatissimi. - E', in sintesi, uno degli effetti più diffusi del processo di trasformazione dell'organizzazione del lavoro post-fordista.
TEMPI DI LAVORO E PRODUZIONE JUST IN TIME:
Il "just in time" è il modello di produzione che si attiva contemporaneamente all'arrivo della commessa per il prodotto specifico richiesto dal mercato. - Oltre agli esempi delle cosiddette "fabbriche integrate" tipo lo stabilimento FIAT di Melfi, dove arrivo della materia prima, stoccaggio, assemblaggio, lavorazione, finitura e consegna alla distribuzione hanno tempi immediatamente consequenziali distribuiti lungo cicli di 24 ore per il pieno sfruttamento degli impianti, il cosiddetto just in time è un modello produttivo verso il quale è ormai orientata complessivamente l'organizzazione produttiva capitalista, ma più in specifico è adottato dalle imprese esternalizzate a personale flessibilizzato. - Nell'era dell'economia globalizzata e del mercato" usa e getta", l'impresa produce solo ciò che ha già venduto con la stipulazione di un contratto o che è già certa di vendere a breve, riducendo i costi di un lungo e improduttivo immagazzinaggio (costo degli spazi + costo del denaro + insicurezza della vendita). - E' di immediata comprensione come questo modello organizzativo diventi filosofia produttiva nel momento in cui va a ridefinire un mercato del lavoro in relazione all'assoluta esigenza di flessibilità per ciò che riguarda il numero delle braccia e il tempo di lavoro necessario per soddisfare la specifica commessa. - La riprogrammazione degli orari è oggi un ottimo strumento per piegare i diritti dei lavoratori ad una sempre maggiore flessibilità; infatti le statistiche europee presentano una generale diminuzione degli occupati a fronte di un'estensione del tempo di lavoro reale. - L'orario straordinario, da sempre utilizzato dalle imprese per fronteggiare picchi di produzione improvvisi o emergenziali, ha oggi assunto un carattere fisiologico, e l'accettazione della variabilità del tempo di lavoro diventa discriminante in sede di assunzione. - Il part-time non è più una scelta di alcune fasce di lavoratori che vedevano in questo la possibilità di mediare fra reddito e gestione del proprio tempo ma un'imposizione delle aziende che vi ricorrono come percentuale sempre maggiore e ipersfruttata di forza-lavoro stabilmente occupata o addirittura in sostituzione ad essa.
INDIVIDUALIZZAZIONE
E' la tendenza da parte delle imprese a stabilire contratti e rapporti individualizzati con il lavoratore, sul modello statunitense, sganciati dalla logica solidaristica della contrattazione collettiva per subordinarne completamente il ruolo, con un meccanismo di incentivazione/ricatto, all'esigenze di produttività dell'azienda. (incentivazione economica - gratificazione e riconoscimento del proprio ruolo collaborativo nei confronti dell'azienda parallelamente al ricatto sulla sicurezza del mantenimento del proprio posto di lavoro). - L'obiettivo da raggiungere è che ogni lavoratore/lavoratrice venga immesso/a sul mercato del lavoro come in un'asta al ribasso, dove ciò che vengono più valorizzate sono le capacità di autosfruttamento e d'assunzione di responsabilità "creativa" all'interno del ciclo produttivo. - Lo svilupparsi e il generalizzarsi di forme di lavoro non direttamente "subordinato" e virtualmente autonomo, caratteristiche dell'organizzazione del lavoro (per esemplificare detta) post-fordista, accentuano il problema dell'autoresponsabilizzazione e dell'adesione ideologica al proprio sfruttamento da parte del lavoratore; come ingranaggio umano ben oliato che deve finalizzare ogni sua risorsa cerebrale e fisica al buon funzionamento della macchina capitalista.
FINANZIARIZZAZIONE
Gli enormi profitti che le imprese hanno prodotto nell'ultimo decennio non sono stati che in minima parte reinvestiti in investimenti produttivi mirati ad allargare la base occupazionale. - Si è via via dissolto quel "patto sociale" post bellico basato sul fatto che la maggior ricchezza per l'impresa avrebbe (una volta ancorata l'appropriazione del plus valore alla produzione di merci) generato nuovi posti di lavoro e per ricaduta una maggiore diffusione di benessere con un conseguente aumento dei consumi ed un ulteriore ritorno in termini occupazionali. - Quei meccanismi di modificazione dell'organizzazione del modo di produzione capitalistico hanno nel tempo "liberato" immensi profitti dalle mura della fabbrica, permettendogli di spostarsi, dove come e quando, le possibilità di profitto erano maggiori, in tempo reale e a spese delle economie nazionali. - Quanto più si determinano situazioni di sfruttamento e di saccheggio delle risorse umane e naturali di un paese che si è piegato ai dettami del F.M.I., tanto più gli indici della borsa salgono e aumentano gli investimenti stranieri. - Questo perverso indice di proporzionalità spesso prende la mano agli stessi speculatori con il risultato di gonfiare a dismisura le borse, fino all'esplodere delle grandi bolle speculative, con il conseguente crack bancario e la crisi produttiva che essa comporta, pagata con la fame e la disperazione da milioni di esseri umani. (Ricordiamo a proposito la crisi economica e finanziaria del 1999 di alcuni paesi del Sud-Est asiatico).
TERZO SETTORE - NO PROFIT
A questo punto del tentativo di indicare, in maniera sommaria, gli elementi sui quali sta viaggiando la ristrutturazione neoliberista del modo di produzione capitalistico, anche se non direttamente organico a questo processo, quantomeno nell'idealità di come viene vissuto, il terzo settore - no profit rappresenta un'elemento sempre più importante nella società italiana e da questo punto di vista cerchiamo di riportare alcuni spunti di riflessione. - In un quadro economico dove il problema all'ordine del giorno è la flessibilità dei mercati - e cioè la definizione di un mercato con strutturali e marcate fasi fluttuanti di stagnazione e accelerazione della produzione, con le ovvie pesanti ricadute sui livelli occupazionali poter disporre di un "luogo" dove parcheggiare, in maniera non conflittuale, centinaia di migliaia, se non milioni di persone, è oggettivamente molto funzionale agli interesse di sopravvivenza del capitalismo. - Ancor meglio se il lavoro in questione si svolge in sostituzione e come ovvia delegittimazione di uno "stato sociale", inteso come insieme di garanzie sociali e assistenza, di fronte a un processo continuo di privatizzazione; ad esempio un'attività come quella di cura degli anziani o dei portatori di handicap, affidata alle cosiddette cooperative sociali, nei fatti svuota di responsabilità il "pubblico", e finanzia un privato che di sociale ha ben poco. (basta guardare gli stipendi e la tipologia d'assunzione degli operatori del settore). - Di fatto è un settore nel quale o c'è autosfruttamento (volontariato laico o cattolico), o livelli di salario sensibilmente più bassi e meno garantiti degli standard contrattuali; tutto ciò va posto oggettivamente in relazione a uno svilimento e a una demolizione di uno stato sociale basato su diritti collettivi, sostituendo, molte volte con costi maggiori, posti "garantiti" da contratti nazionali, con posti di lavoro flessibilizzati e precari. - In sintesi queste riflessioni servono per capire come nel loro complesso, ma senza generalizzazioni tout court, le imprese sociali (?) il terzo settore ecc. siano funzionali agli interessi della continua ristrutturazione capitalista, e questo spiega l'interesse della fondazione Agnelli in questo campo, al di là del ruolo contingente di indubbia utilità sociale e al di là delle motivazioni comprensibilmente positive e solidaristiche che spingono in molti casi verso il volontariato sociale.
RICOMPOSIZIONE SOCIALE E CONFLITTO
Il problema è davanti agli occhi di tutti : una serie di modificazioni epocali hanno determinato una scomposizione dei rapporti economici e delle relazioni sociali che ha frammentato le classi subalterne e dato il segno profondo di un approccio di carattere assolutamente individualistico nei confronti della realtà. - Realtà come insieme di contraddizioni vissute all'interno dei meccanismi di dipendenza economica, alienazione e annientamento culturale nel tempo di lavoro e come relazioni interpersonali e sociali nel suo complesso. - La soluzione (?!) è ragionare sulle chiavi interpretative che ci permettano non di galleggiare sulla scomposizione, diventando noi elemento dissonante ma organico al sistema integrale capitalista adottando una sorta di "riformismo sociale", ma al contrario di allargare, trasformare, ricostruire e rinnovare le nostre capacità e i nostri strumenti di lotta per affrontare le sfide della globalizzazione e i suoi effetti anche dal punto di vista della materialità dei bisogni in senso generale. Ciò che immediatamente possiamo dedurre dalle analisi fatte, è che non esistono né scorciatoie nè parole d'ordine totalizzanti rispetto ad un panorama cosi vasto e contraddittorio; anzi quanto più ampio è il campo delle contraddizioni tanto più dovremmo riuscire ad allargare le nostre capacità di rottura mettendo insieme fronti di lotta diversi, a partire dalla centralità del conflitto tra capitale e lavoro.
CAMERA DEL LAVORO SOCIALE ? ( Proposta di lavoro)
Alla luce di queste considerazioni, l'idea di una camera sociale del lavoro/non lavoro, diventa un possibile strumento parziale di ricomposizione di lotte, soggetti sociali e soggetti politici diversi. - Un'idea di luogo della ricomposizione che, senza essere una coperta da tirare da una parte o dall'altra, possa rappresentare un possibile terreno di confronto unitario per il superamento della stessa frammentazione all'interno dell'autorganizzazione sindacale di base, sul terreno della concretezza, in rapporto alle situazioni di lotta sul problema della casa, di lavoro sull'immigrazione e a chi lotta contro lo sfruttamento e l'alienazione usando gli strumenti della ricerca contro-culturale o artistica, per la costruzione di un soggetto con una forte visibilità e caratteristica unitaria e come possibile punto di riferimento anche per tutti quei soggetti del precariato sociale senza tutela e rappresentanza. - Una Camera sociale del lavoro subordinato, autonomo, precario e flessibilizzato, che possa anche centralizzare la pratica degli sportelli lavoro e che possa essere riferimento e dare possibili risposte di lotta sul diritto alla casa es. difesa degli sfratti o costruendo liste d'occupanti, per una consulenza sui diritti degli immigrati, di sostegno esterno a lotte interne ai posti di lavoro, praticando oggettivamente una trasversalità di obiettivi e lotte. - Questo progetto può essere forse prematuro ma può essere discusso a fondo e praticato se ad esempio l'autorganizzazione sindacale su lavoro e casa, i centri sociali e l'associazionismo nel territorio e tra gli immigrati, ne comprendono l'importanza e le possibili nuove prospettive a cui possono portare questa logica e luogo unitario di ricomposizione.
CENTRO SOCIALE AUTOGESTITO VITTORIA