La fatica della differenza
Capirsi è una cosa lenta e difficile e il ritmo con cui si succedono le ondate immigratorie, nella confusione generale, non ce ne da il tempo.
Dominare è molto più facile e comodo, abbandonarsi a stereotipi e pregiudizi è rassicurante e non richiede un grande sforzo di volontà.
Il razzismo è pronto ad assalirci quando le nostre certezze vacillano, quando sentiamo i nostri spazi restringersi, quando ci crediamo minacciati.
Riuscire ad arginare il panico, analizzare la minaccia, esorcizzare la paura, può essere utile per non semplificare un problema che ha origini profonde e radicate.
In fondo la minaccia non è altro che la paura della diversità. La diversità è l'ignoto che può sedurre, ma nello stesso tempo inquietare: questo non è razzismo.
Razzismo è quando si cominciano ad interpretare le differenze a proprio piacimento.
Proprio sul concetto di differenza si basano molte argomentazioni razziste.
Non bisogna però cadere nell'errore di sminuire o peggio negare le diversità.
Ognuno di noi è diverso da qualsiasi altro.
Non si può nemmeno affermare la propria diversità come condizione stessa dell'affermazione di sé, rivendicando le proprie distinzioni contro l'Altro.
Il problema non è la differenza in sé, ma il suo utilizzo, l'interpretazione che se ne fa. Non si è razzisti o antirazzisti marcando o negando la diversità, ma usandola contro o per l'Altro.
Il razzista costruisce la sua vittima secondo i suoi bisogni, fornendosi degli alibi per esercitare dominio. Ha fatto comodo per secoli definire le popolazioni latino americane senza anima, da redimere, da convertire al cattolicesimo, per poterle derubare delle loro ricchezze, per sfruttarle e violare le loro terre.
L'aggressione contro l'altro, il genocidio, le ruberie, i soprusi, lo sfruttamento devono essere in qualche modo giustificati.
Ma oltre alla stabilità del proprio potere e al tornaconto economico, razzisti lo si è anche per sfruttare un capro espiatorio.
Ributtare errori, mancanze, difficoltà proprie addosso ad altri permette di gestire situazioni penose. Addossare i nostri fallimenti, pubblici o privati, alla slealtà dell'avversario compensa le nostre carenze.
Inoltre proiettare il pericolo all'esterno, seda il malcontento, ricompatta l'opinione pubblica contro un nemico comune, restaura la "fraternità".
Sempre nella storia si è fornita una vittima sacrificale da dare in pasto alla vendetta delle folle. Oggi questa funzione è svolta dagli immigrati, meno protetti dalle leggi, minoranza già sospetta. Se non abbiamo una casa, un lavoro o un reddito decente non è certo perché siamo stati derubati dagli extracomunitari. A Milano ci sono centinaia di case sfitte. Milano è la capitale finanziaria dove quotidianamente circolano migliaia di miliardi che attraversano banche e Borsa e di cui potremmo usufruire grazie una semplice tassazione.
Nessuno ancora è riuscito a trovare un antidoto contro il razzismo, un male nato con l'uomo. L'essere umano è l'unico animale che per motivarsi disprezza, umilia, distrugge sistematicamente il suo simile.
Difficile è estirpare la paura, l'aggressività che ne deriva, ma non è impossibile.
Riuscire ad accettare l'Altro,capire che l'incontro con la diversità non per forza è annientamento, ma può essere crescita, arricchimento, divertimento.
Rendersi conto che noi stessi siamo stati stranieri e che potremmo sempre esserlo un giorno (considerando che i confini sono un'invenzione di chi ha voluto spartirsi il mondo senza tener conto di quante culture lo abitano).
Evitare di chiudersi come ostriche, ma aprirsi al mondo nella sua varietà.
Tutto ciò non è impossibile, è solo più faticoso, ma necessario.