UZBEKISTAN: ARRESTATA MUKHATABAR TOJIBAEVA
AVEVA CRITICATO IL MASSACRO DI ANDIJAN


Novembre 2005. Di HRW. Traduzione di Elisa Costantini

 

Tashkent, 13 ottobre
Human Rights Watch riporta oggi come il governo uzbeco abbia inasprito la campagna di repressione contro i difensori dei diritti umani, arrestando, alla vigilia della sua partenza per una conferenza internazionale a Dublino, un’esponente di rilievo nei diritti umani, che aveva apertamente criticato il massacro di Andijan.
Mukhtabar Tojibaeva è stata arrestata il 7 ottobre scorso mentre si accingeva a partire per Dublino per assistere ad una conferenza sui diritti umani. Nelle ultime settimane era stata nel mirino del governo, a causa del suo impegno nei diritti umani e, in ultimo, a causa della sua aperta critica al governo a seguito del massacro di centinaia di civili ad Andijan, il 13 maggio scorso.
Il direttore di Human Rights Watch per l’Asia centrale e l’Europa, Holly Cartner, dichiara: “Questo arresto dimostra la spietatezza del governo uzbeco nel ridurre al silenzio qualsiasi voce indipendente che si levi a seguito dei fatti di Andijan. Le autorità uzbeche dovrebbero immediatamente rilasciare Mukhtabar Tojibaeva e lasciare cadere i capi d’accusa, che crediamo siano puramente politici.
La Tojibaeva è a capo dell’organizzazione per i diritti umani “Fiery Hearts” (cuori ardenti n.d.t.) con base a Margilan, nella valle di Fergana. Era stata invitata ad una conferenza internazionale sui difensori dei diritti umani la cui vita è a rischio. Tale conferenza era stata organizzata da Front Line, una fondazione internazionale, con base a Dublino, per la protezione degli attivisti dei diritti umani. La Tojibaeva è stata arrestanta alla vigilia della partenza per Dublino.
Alle undici di sera del 7 ottobre, la polizia ha fatto irruzione nella sua casa, mentre si preparava a partire. Avrebbe prima dovuto raggiungere Tashkent e da lì prendere un aereo per Dublino. Molti agenti indossavano maschere e brandivano pistole automatiche e manganelli.
Le autorità uzbeche l’accusano di estorsione, per giustificare un arresto che pare invece un preciso intento di fermare la sua attività a favore dei diritti umani e impedirle di raggiungere la conferenza a Dublino. L’accusa origina da una disputa tra la Tojibaeva e un lavoratore di un vivaio che le appartiene. Secondo quanto afferma la Tojibaeva, il lavoratore aveva già debitamente certificato di doverle un milione di sum (circa mille dollari statunitensi). Di questi, gliene aveva restitutiti 350000. Prima di partire, la Tojibaeva gli chiede di saldare il debito. Il 7 ottobre il lavoratore si presenta a casa della Tojibaeva con 250000 sum. In quel momento irrompe la polizia accusandola di estorsione.
La Cartner sostiene che le accuse sono assolutamente pretestuose: “È una tattica consueta del governo uzbeco quella di gettare discredito su attivisti dei diritti umani per ridurli al silenzio”.
La Tojibaeva aveva criticato apertamente il governo uzbeco e parlato con chiarezza del massacro ad Andijan. Il 22 settembre aveva concesso un’intervista al canale uzbeko di Radio Liberty, Ozodlik (libertà, n.d.t.), in cui osservava che le pressioni contro la sua associazione erano aumentate da quando la corte suprema aveva avviato il processo ai 15 imputati accusati di aver partecipato ai fatti di Andijan. La Tojibaeva proseguiva affermando che, in seguito ad Adijan, sarebbe stato ordinato alle autorità locali di mettere a tacere gli attivisti politici e i sostenitori dei diritti umani. Nell’intervista aveva detto anche: “Non abbiamo bisogno di un governo che non segue neppure le proprie leggi”.
In precedenza, la polizia aveva già trattentuo la Tojibaeva, il 13 settembre, giorno del massacro di Andijan. La Tojibaeva stava assistendo le famiglie dei 23 uomini d’affari che erano sotto processo ad Andijan e avrebbe fatto loro visita proprio quel giorno. Quel mattino, il capo del dipartimento dell’ordine sociale della provincia di Fergana, facente capo al ministero degli affari interni, le telefonò ordinandole di non allontanarsi da casa.
Più tardi, alcuni agenti furono mandati a casa sua per imperdirle di uscire. Alle cinque del pomeriggio il capo del dipartimento anti-terrorismo del ministero degli interni la convocò per un breve colloquio. Una volta al dipartimento di polizia, la trattennero lì, ma rifiutandosi di ufficializzarne l’arresto. La Tojibaeva fu tenuta in custodia fino al 16 maggio.
Anche nell’agosto seguente la polizia la bloccò, impedendole di recarsi da Margilan a Namagan, dove seguiva un caso, e l’accompagnò invece al commissariato posto tra le due città.
Il governo nega qualsiasi responsabilità nella morte di centinaia di persone che dimostravano, disarmate, ad Adijan. Al contrario, il governo sta tentando di riscrivere la storia dei fatti di Andjian e ha attuato una serie di misure restrittive contro gli attivisti per i diritti umani, giornalisti indipendenti e chiunque abbia avuto il coraggio di denunciare il massacro e di chiedere di accertarne le responsabilità.
Attualmente, almeno una dozzina di attivisti sono in prigione per motivi politici mentre altri sono stati costretti a fuggire dal paese temendo ripercussioni. Infine, altri attivisti hanno riferito di un accresciuto controllo, interferenze e vessazioni nel loro lavoro.
Human Rights Watch sta facendo pressione sulla comunità internazionale ed in particolare sugli Stati Uniti e su quei paesi dell’UE che hanno un’ambasciata a Tashkent (capitale dell’Uzbekistan, n.d.t.) affinché prendano in considerazione il caso della Tojibaeva e ne chiedano l’immediato rialscio insieme a quello di altri attivisti ingiustamente detenuti. Questi stati dovrebbero inoltre chiedere di garantire l’accesso in Uzbekistan dei rappresentanti speciali del segretariato generale per i difensori dei diritti umani e del gruppo di lavoro sulle detenzioni arbitrarie, facenti parte delle Nazioni Unite.

Questo documentoè disponibile in inglese sul sito di Human Rights Watch:
http://hrw.org/english/docs/2005/10/13/uzbeki11867.htm