Giovani dentro, oppressi fuori.
Giovani, adulti, istituzione familiare: introduciamo il tema dell'oppressione generazionale. Di Giancarlo Benazzi. Ottobre 2000.


Quest'articolo vuole introdurre alcuni elementi ad una tematica già ampiamente conosciuta all'interno della sinistra ed a volte anche condivisa, ma che da poche parti è stata affrontata in modo approfondito: la tematica dell'oppressione generazionale.
Con questo nome s'intende l'oppressione specifica che grava su tutti i giovani. I giovani, infatti, ricchi e poveri, bianchi e neri, maschi e femmine, costituiscono un soggetto sociale oppresso dal mondo degli adulti.

Sappiamo ormai che l'oppressione dei giovani è preesistente al capitalismo (c'era anche nella società schiavista ed in quella feudale, anche se in altre forme), ed addirittura alla divisione della società in classi (esiste cioè un dominio degli adulti anche nelle società primitive). Il capitalismo ha ereditato quest'oppressione, l'ha adottata per un calcolo di convenienza, e se ne serve abbondantemente.

Nella storia recente abbiamo assistito a diversi momenti di lotte e di realtà organizzate indipendenti di giovani. Quasi sempre però queste organizzazioni non hanno centrato l'obiettivo. Non hanno cioè focalizzato, in modo preciso, un programma puntato verso la lotta contro l'oppressione generazionale. Addirittura ci sono state organizzazioni giovanili che hanno completamente sacrificato tale obiettivo, scegliendo di spostare tutte le proprie energie nella lotta contro l'oppressione di classe. Obiettivo giustissimo ma che non può essere l'unico in una società di liberi ed uguali.
Per dei rivoluzionari, non può neppure essere valida la teoria dei due tempi, quella che dice cioè che dobbiamo liberarci prima dell'oppressione di classe e che poi la liberazione dalle altre oppressioni seguirà a ruota. Questo lo insegna la storia. Senza contare che per abbattere questo capitalismo, occorrono tutte le energie possibili. Si può quindi affermare che l'abbattimento della società capitalista sarà possibile solo con un'alleanza strategica tra tutti i soggetti sociali oppressi, nel continuo della lotta contro le proprie oppressioni.

Le oppressioni purtroppo si sommano, ma non si sottraggono. Nel caso del giovane operaio si sommano quindi due oppressioni: quella di classe e quella generazionale. Il mix é micidiale: disoccupazione giovanile al 30%, precarietà, lavoro nero, (al Sud tra i giovani che lavorano quelli in regola sono solo il 30%, al Nord il 60%), supersfruttamento, un migliaio d'incidenti sul lavoro l'anno tra i minori di 14 anni. I figli di genitori agiati ovviamente troveranno i mezzi per risolvere brillantemente gli acciacchi psicologici dovuti ad un'educazione e ad un sistema che in ogni modo li avrà costretti entro binari che non hanno scelto liberamente.

Anche le giovani sono doppiamente oppresse. Spesso si ritrovano contro le madri, ansiose di trasmettere loro il proprio modello (un modello di schiavitù domestica che ovviamente le figlie, finché possono, rifiutano). Le figlie sono costantemente discriminate rispetto ai fratelli (si pretende da loro un surplus di partecipazione alle pulizie, ad esempio); in loro vengono inculcati in maggior misura quegli straordinari strumenti d'oppressione che sono i sensi di colpa; a loro si fanno più problemi quando si tratta di uscire la sera.

Per i giovani gay e lesbiche la situazione é tragica, ed infatti, gran parte di loro preferisce dichiararsi quando già adulto: nel momento cioè in cui ci si é liberati da almeno una oppressione. Ma le oppressioni possono essere anche triple, quadruple... Che succederà ad una giovane immigrata, operaia e per di più lesbica?

Insieme alla scuola, la famiglia è l'istituzione che più di ogni altra è preposta all' "educazione" dei figli, cioè alla loro omologazione ai valori degli adulti. La società tende a considerare i giovani (specie quelli sotto i 18 anni) come proprietà privata della famiglia. Lo Stato affida alcune sue funzioni alla famiglia. La famiglia in questo modo diventa la "longa manus" dello stato sul controllo della prole. Deroga anche alla sua funzione di gestore monopolistico della violenza.

La situazione dell'istituzione famiglia, dal punto di vista della violenza fisica (quella psicologica è altrettanto grave, ma difficilmente quantificabile), sembra un bollettino di guerra: alcune ricerche fanno supporre intorno al 13% la percentuale di minori soggetti d'abuso e maltrattamenti, tra questi il 40% sarebbe portatore di patologie organiche e psichiche. Il maltrattamento è di solito concentrato tra i nove e i 14 anni. In un'indagine fatta nel 1988, il 24% dei maschi e il 36% delle femmine ha dichiarato di aver subito traumi di natura sessuale nell'infanzia (certo non tutti attribuibili alla famiglia in senso stretto, ma in ogni modo al mondo degli adulti). Fino a 18 anni si è in realtà in balia dei genitori. Tutto sta nel vedere se siamo fortunati o meno: se ci va bene capitiamo con genitori con le rotelle a posto. I genitori possono decidere del nostro destino. Ad un certo punto ad esempio possono impedirci di proseguire gli studi oltre la terza media: basta che non ci diano i soldi.

I genitori dovrebbero essere uno dei tanti punti di riferimento a disposizione dei bambini e dei ragazzi. Il sistema trova assolutamente comodo scaricare tutta una serie d'incombenze sulla famiglia: gli evita di creare servizi a profitto zero. Le classi dominanti considerano a giusto titolo la famiglia come un'istituzione atta alla trasmissione dell'ideologia dominante e che si regge su un vero e proprio pilastro: l'educazione all'obbedienza. Uno che è stato abituato ad obbedire in famiglia si può ragionevolmente sperare che tenderà alla mansuetudine anche in fabbrica. Anche i più accesi liberali che fanno dell'iniziativa individuale un feticcio, hanno un debole per la famiglia. Quando costoro parlano di aiuti alle famiglie è perché vogliono evitare di aiutare gli individui. Si vuol continuare a mantenere la tutela della maggior parte dei componenti della famiglia da parte del padre. Ecco perché si vogliono dar soldi alle famiglie e non i sussidi di disoccupazione alle persone.

In prospettiva dobbiamo batterci per il superamento della famiglia ed intanto lottare per tutte quelle misure che servano ad indebolirne il ruolo. Più asili nidi, più materne, tempo pieno a scuola, riduzione del numero degli studenti per classe, tutti a scuola fino ai 18 anni! Far sì che la scuola sia luogo del libero sviluppo della personalità e non il posto dove si viene educati alla selezione, alla meritocrazia ed all'apprendimento di vuote nozioni. Chiedere l'abbassamento del limite della maggiore età. Case a prezzo politico per i giovani, anche non sposati, che vogliono allontanarsi dalla famiglia. Lottare contro la violenza nelle case (sostenendo iniziative come quella del Telefono Azzurro). Spazi autogestiti per i giovani. Sono solo alcuni esempi di rivendicazioni nella prospettiva comunque di una società fondata su individui e comunità senza altre mediazioni.

Finché esiste questa famiglia esisterà oppressione. L'unica cosa che possono fare gli adulti è ricordarsi della propria passata condizione di oppresso ed agire di conseguenza. Ma se si spera nella buona volontà degli adulti per risolvere l'oppressione generazionale aspetteremo un bel pezzo. È solo organizzando le proprie rivendicazioni e lottando per esse che si riusciranno a modificare le proprie condizioni. È solo rendendosi conto che il problema non sono i nostri genitori ma "i" genitori. Oggi i giovani dei paesi ricchi godono di maggiori libertà rispetto a 40 anni fa. Ciò non è dovuto al fatto che "sono cambiati i costumi", e che gli adulti sono diventati "più aperti". C'è stata invece una straordinaria ondata di lotte giovanili degli anni '60 e '70 che ha imposto tale cambiamento di costumi. Quell'ondata si é andata rallentando: la si deve riprendere. Ma le lotte hanno bisogno di organizzazione. E se la controparte sono gli adulti, l'organizzazione non può essere mista: sarebbe come avere un sindacato dove ci sono sia i padroni che gli operai. L'organizzazione giovanile deve essere separata ed indipendente da quella adulta, sia che si tratti di sindacato (studentesco ad esempio) o di partito.

I giovani però non possono pensare di farcela da soli a combattere contro gli adulti, anche se nel mondo i giovani sono la maggioranza dell'umanità. Sono necessarie delle alleanze con gli altri soggetti oppressi: proletari, donne, minoranze sessuali, nazionalità oppresse. Per questo sarà interesse dei giovani comunisti reclutare nelle proprie fila, e valorizzarne la presenza, membri degli altri soggetti oppressi. Giovani, operai ed operaie, immigrati, donne, gay e lesbiche saranno nelle migliori condizioni per comprendere la necessità dell'alleanza. Ma l'alleanza dovrà fondarsi su patti chiari (condizione, come dice il proverbio, di una amicizia lunga): gli adulti dovranno rinunciare al loro potere. Dentro il P.R.C., l'organizzazione dei giovani comunisti nei suoi rapporti con il partito, é uno dei banchi di prova di questa possibile alleanza.