Lo stallo del Wto.
Una
valutazione sulla vicenda di Cancun. Di Soren Ambrose.
Da Zmag.
Traduzione di Giancarlo
Giovine. Novembre 2003.
L'Organizzazione
Mondiale per il Commercio (World Trade Organization, d'ora in poi WTO) è
un'istituzione paradossale. È fondata sull'apparente idea che il
"libero commercio" migliori gli standard di vita in tutto il mondo,
ma i suoi accordi servono principalmente gli interessi capitalistici del
Nord America, dell'Europa e della regione sviluppata Asia-Pacifico (Giappone,
Australia, Nuova Zelanda). La sua struttura fa sperare democrazia e eguaglianza
nella partecipazione, ma in praticaè il teatro dell'intrigo politico
ed economico più spaventosamente coercitivo. I suoi difetti, in particolare
l'ingiusto vantaggio che i paesi ricchi hanno nei negoziati, sono stati
esaurientemente indagati nei suoi otto anni di vita. Ma qualche speranza
ha continuato sempre a far capolino, in maniera particolare perché
l'organizzazione prende le sue decisioni con il consenso dei 146 governi
che ne fanno parte.
A sua volta, la leadership del WTO non ha imparato molto a Seattle, ma ha
messo in sicurezza i suoi successivi summit biennali, tenendoli in luoghi
facilmente controllabili, lontani da testardi manifestanti. Il summit del
novembre del 2001 è stato tenuto a Doha, nel Qatar, uno degli emirati
della penisola araba, dove la libertà d'espressione è duramente
repressa. La conferenza di quest'anno ha avuto luogo in una stretta penisola
con una sola strada, totalmente ricoperta di hotel per vacanze, poco fuori
la città di Cancun, che si trova nella remota penisola messicana
dello Yucatan.
Il summit di Cancun (dal 10 al 14 settembre 2003) non è stato una
ripetizione di Seattle, dove manifestanti ben organizzati, sia all'interno
del centro congressi che all'esterno nelle strade, si sono uniti con i delegati
governativi esacerbati dall'arroganza degli ospiti USA, per bloccare il
nuovo round di negoziati.
Le
dimostrazioni all'esterno.
Gli oppositori sono arrivati a Cancun da almeno 40 paesi. I numeri sono
stati minori dei previsti 50.000. Ma gli organizzatori sul campo hanno sempre
saputo che sarebbe stato inverosimile concretizzare questi numeri. Al culmine
delle proteste, partite con la cerimonia d'apertura di mercoledì
10 settembre, c'erano all'incirca fra le 10-15 mila persone. La marcia di
quel giorno è stata organizzata da Via Campesina, la rete internazionale
dei piccoli produttori agricoli. L'evento è stato vivace e sobrio,
poiché i partecipanti erano consapevoli della gravità della
situazione cui si trova di fronte la maggior parte dei contadini, impegnati
in una battaglia perdente con un sistema di commercio globale truccato,
che tiene artificialmente bassi i prezzi delle merci, indebolendo dappertutto
l'agricoltura non controllata dalle imprese multinazionali. La maggior parte
dei manifestanti veniva dal Messico, ma c'erano contadini provenienti dall'Africa
occidentale, dal Giappone, dagli Stati Uniti, dall'India, dalla Corea del
Sud e da molti paesi dell'America Latina e dei Carabi. Particolarmente impressionante
era la delegazione coreana composta da quasi 200 persone, per la maggioranza
contadini, con un contingente della Confederazione Sindacale Coreana.
I Coreani hanno colto di sorpresa gli altri manifestanti caricando la barriera
principale con un ariete con le sembianze di drago. Pochi minuti dopo un
contadino coreano di nome Lee Kyun-Hae ha scalato la recinzione con un cartello
con scritto "Il WTO uccide i contadini" e si è pugnalato
al cuore, suicidandosi. Tali suicidi sono diventati comuni fra i piccoli
contadini dell'Asia, quando scoprono di non poter mantenere i loro mezzi
di sussistenza (e non sono infrequenti nelle famiglie contadine USA). Suicidandosi
al summit del WTO, con innegabile pathos Lee ha messo sotto la luce dei
riflettori le politiche agricole influenzate dalle multinazionali, un duro
attacco all'impatto umano del WTO, che nessuno ha potuto ignorare.
La manifestazione di sabato ha finito con l'essere più piccola di
quella di mercoledì, soprattutto perché la maggior parte dei
contadini non si poteva permettere di stare tanto a lungo a Cancun. Ma è
stata un'espressione ben organizzata di solidarietà fra studenti
e contadini. Un gruppo di donne si è staccato dalla manifestazione
multicolore per arrivare alle barriere con delle cesoie, seguito da un gruppo
con in testa i Coraeani, che hanno legato delle corde alla barriera e l'hanno
tirata giù. La polizia, che aveva delle barriere aggiuntive poche
centinaia di metri più in su, ha tollerato l'azione come un attacco
simbolico al WTO. Dopo il crollo della barriera, i manifestanti si sono
seduti e hanno reso un poderoso omaggio a Lee e alla lotta per la giustizia
per cui egli ha dato la vita.
Portare
il messaggio dentro.
Oltre alle proteste nel centro della città di Cancun e alle azioni
minori nelle strade poco lontane dal centro congressi, molti attivisti sono
penetrati del tutto legalmente nel luogo dell'incontro. Il WTO ha accreditato
qualcosa come 980 organizzazioni non governative, benché ad esse
non fosse permesso avvicinarsi alle stanze dove avevano luogo i negoziati.
C'erano anche ben oltre 1.000 giornalisti che usufruivano del media center,
con una grande quantità di collegamenti di computers, stampanti,
fax e linee DSL. Solo a 200 ONG sono stati concessi i pass per la cerimonia
d'apertura, ma una trentina di loro rappresentanti hanno sfruttato bene
l'opportunità rimanendo in piedi con le bocche imbavagliate con un
nastro nero, alzando cartelli con slogans quali "WTO obsoleto"
e "WTO antidemocratico", mentre il direttore generale Supachai
Pantichpakdi parlava. Le guardie della sicurezza li hanno isolati, ma non
si sono avvicinati a loro, così sono sfilati fuori dalla sala, scandendo
"vergogna, vergogna".
Il giorno seguente una conferenza stampa sull'agricoltura del Delegato USA
al Commercio è stata interrotta due volte da attivisti che hanno
denunciato le politiche anticontadine e favorevoli alle grandi corporations
degli USA e del WTO. Poche ore dopo, una nota allegata alla tabella che
elencava le seguenti conferenze stampa recitava: "A causa di un incidente
verificatosi l'11 settembre alle ONG non sarà più permesso
di partecipare agli incontri stampa".
Il gruppo dei 21 paesi, o G-21, ha tenuto una conferenza stampa martedì
9 settembre. Il ministro degli esteri brasiliano, il delegato del ministro
cinese del commercio e i ministri del commercio di India, Sud Africa, Argentina
e Costa Rica insieme annunciavano la determinazione del gruppo di stringere
un accordo comune per la conferenza. Il gruppo si era formato come risposta
alla pubblicazione da parte della Segreteria del WTO di una "bozza
di testo ufficiale" per il Summit di Cancun. Il documento si basava
quasi per intero su una piena sottomissione agli Stati Uniti e all'Unione
Europea, ed era duramente attaccato perché ignorava le questioni,
che i paesi in via di sviluppo erano venuti sottoponendo fin dall'incontro
ministeriale di Doha, dove erano stati presentati i termini del nuovo round
di negoziati.
L'agenda del gruppo era abbastanza minuziosa insistendo sui tagli ai sussidi
agricoli dei paesi del Nord e per un maggiore accesso ai mercati settentrionali
e i portavoce alla conferenza stampa hanno insistito sulla loro determinazione
a non cedere agli allettamenti o alle minacce dei governi del Nord, destinati
a erodere la loro unità. Il coordinatore di fatto del gruppo, il
ministro degli esteri brasiliano, Celso Amorin ha detto: "Manterremo
la nostra unità, che sarà a partire da questo momento più
volte messa alla prova". Hanno sottolineato, inoltre, la significatività
di quanti rappresentavano: il 63% di tutti i contadini e il 51% della popolazione
del pianeta.
La
serietà della sfida.
La serietà della sfida rappresentata dal G-21 era resa evidente dall'intensità
della campagna lanciata dai delegati degli USA e dell'UE per screditare
o spaccare il gruppo e per indurre gli altri paesi a impegnarsi a non entrare
a farne parte. Ma alla fine della conferenza gli unici cambiamenti sono
stati il distacco di El Salvador, il cui governo di destra è stato
comprato con successo, e l'aggiunta della Nigeria e dell'Indonesia. La popolazione
non è tutto, naturalmente, ma sommando il numero dopo questo riallineamento,
il G-20+ (come ha finito per essere chiamato) ha finito col rappresentare
più del 60% della popolazione mondiale (il 15 settembre la lista
contava i seguenti paesi: Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Cina, Colombia,
Costa Rica, Cuba, Ecuador, Egitto, Filippine, Guatemala, India, Indonesia,
Messico, Nigeria, Pakistan, Paraguay, Perù, Sud Africa, Tailandia
e Venezuela).
Siccome i negoziati si sono trascinati senza esito, dopo il fallimento dei
colloqui, i funzionari USA se la sono presa con il G20, sebbene lo abbiano
nominato raramente. Secondo le persone che hanno assistito alla sua conferenza
stampa, il capo delegazione USA, Robert Zoellick, è chiaramente impazzito
per il fallimento dei colloqui provocato dai paesi del Sud. Le sue minacce
di spostare l'obiettivo fondamentale degli USA su trattati commerciali bilaterali,
come quelli recentemente conclusi col Marocco, con Singapore e col Cile,
pare verosimile che vadano avanti, anche se i dirigenti dell'UE e del WTO
dicono che complicano ulteriormente il sistema globale. Gli USA si sono
già mossi in direzione di negoziati per patti infraregionali, come
il Central America U.S. Free Trade Agreement e il Southern Africa Free Trade
Agreement (rispettivamente Accordo per il Libero Commercio America Centrale-USA
e Accordo per il Libero Commercio nell'Africa Meridionale). In questi accordi
infraregionali e bilaterali gli USA hanno un potere pressoché illimitato
e possono indurre i paesi a cedere su una quantità di questioni maggiore
di quelle sollevate al WTO. Il Cile, per esempio, si è impegnato
ad abolire i suoi controlli sui capitali, che da lungo tempo erano additati
come il modello per i paesi del Sud, che vogliano esercitare un qualche
controllo sugli investimenti stranieri di "denaro che scotta",
che, al primo accenno di panico, possono essere rapidamente portati via
dal paese.
Tentando come è possibile di vedere i governi del G20 come eroici
guerrieri che fronteggiano gli imperi del male del Nord, non dovremmo perdere
di vista il fatto che anch'essi sono tutte formazioni politiche: molti di
essi sono abietti o, quanto meno, inclini a fare i propri interessi e a
essere corrotti, quanto lo è il nostro. Il governo fondamentalista-fascista
dell'India non è verosimile che diventi un modello progressista grazie
al fatto che è un leader del G20 e, alla stessa maniera, la Cina
non adotterà un nuovo atteggiamento a proposito di diritti umani.
Verso la fine dell'incontro di Cancun, c'erano voci tuttora non provate
secondo le quali alcuni paesi del G20, fra cui Brasile e Cina, non avrebbero
visto l'ora di arrivare a qualche tipo di accordo.
Si potrebbe sollevare l'argomento che i veri oppositori, i soli che hanno
preso la posizione decisiva che ha bloccato l'incontro, sono quelli che
sono diventati noti come il G32 o G33 (chiamato per la sua consistenza G30).
Condotto prevalentemente dal gruppo ACP (africano, caraibico, pacifico,
da un trattato commerciale fra l'UE e le nazioni esportatrici più
povere), il G30 è stato di solito rappresentato dall'Indonesia e
ha avuto altre sovrapposizioni col G20. Ma il grosso dei suoi componenti
era formato dai paesi più poveri, specialmente africani. Diversamente
dal gruppo dei G20, che chiedevano tagli nei sussidi del Nord e accesso
ai mercati settentrionali, il G30 si è concentrato sui "prodotti
speciali": cioè l'identificazione di una serie di prodotti agricoli,
forse differenti da paese a paese, che i governi potrebbero proteggere senza
incorrere in sanzioni.
Il G30 non ha avuto l'alto profilo dell'altro gruppo, ma in termini politici
i suoi obiettivi mantenendo l'unità di fronte all'intensa pressione
proveniente dal Nord erano simili, e il suo successo almeno altrettanto
grande. Ci sono stati tentativi di unificare i due gruppi e vi sono resoconti
che affermano che gran parte dei paesi africani erano vicini a congiungersi
al G20, costituendo un solo blocco. Alla fine, non c'è stato tempo
per convincerli, ma i due gruppi hanno chiaramente collaborato sul piano
strategico. L'idea da riportare a casa da Cancun sarà, sia per il
G20 che per il G30, che il Sud nei futuri negoziati sul commercio al WTO
e forse in altri forum non sarà facilmente spaccato. Anche se nel
giro di pochi mesi cadono in disuso, sono lo spettro che perseguiterà
d'ora in poi Zoellick e il suo corrispettivo dell'UE, Pascal Lamy.
Anatomia
del nulla di fatto finale.
Nell'analizzare Cancun, pochi commentatori hanno messo in discussione l'idea
che uno dei blocchi dei paesi del sud sia responsabile del "fallimento"
di Cancun. L'idea implicita, resa esplicita da qualcuno, è che tutti
i governi del Sud sono stati contemporaneamente conquistati dai "radicali".
La vice rappresentante USA al Commercio, Josette Shiner, è andata
su "NewsHours" della PBS con il capo negoziatore della Giamaica,
Richard Bernal, e ha detto di pensare che i paesi in via di sviluppo hanno
accolto il cattivo parere di ONG quali la Oxfam. A parte la sfacciata sfrontatezza
necessaria per andare su una televisione nazionale e accusare un rappresentante
d'alto livello di un altro governo di mutuare le proprie posizioni e strategie
da una ONG, è sembrato che la Shiner chiedesse ai telespettatori
di far propria l'idea che tutti i paesi del Sud, dal Mali alla Cina, siano
disposti a lasciar fare le loro politiche e le loro strategie all'Oxfam.
Non è che tutti i governi del G20 e del G30 siano stati improvvisamente
colti da un fervore antimperialista. La maggior parte di loro vuole fare
accordi con gli USA, l'UE e il Giappone: molti lo vogliono per ottenere
valuta pregiata. Ma il riconoscimento, che il WTO e l'intero sistema economico
globale sono orditi per mantenerli nel ruolo di fornitori di lavoro e di
merci a basso costo, è diventato alla fine innegabile, anche per
ministri del commercio, istruiti in scuole quali la London School of Economics,
o reduci da posti quali la Banca Mondiale.
Sia che si consideri il fallimento una cosa promettente, sia che lo si consideri
una cosa angosciante, dovrebbe essere chiaro che i veri ostruzionisti sono
stati i paesi del Nord. Gli USA hanno avuto un ruolo guida nel rimanere
inamovibili circa le sovvenzioni agricole e l'Unione Europea e il Giappone
hanno fatto barricate in difesa delle "questioni di Singapore".
È stata la mancanza di volontà del Nord di concedere qualsiasi
spazio, non la nuova insistenza del Sud su sui si sono accordati apertamente
e equamente, ad impedire di progredire in direzione di un accordo.
Quando nel 1995, al culmine dell'Uruguay Round, i colloqui della precedente
organizzazione, il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), fu creato
il WTO, gli USA e i loro alleati insistettero con successo sull'inclusione
di un certo numero di questioni che erano state escluse dai colloqui GATT.
Fra queste erano rilevanti l'agricoltura, il General Agreement on Trade
and Services (Accordo Generale sul Commercio dei servizi, GATS), che mette
in commercio ogni cosa dall'assicurazione, all'approvvigionamento idrico,
al servizio postale e che deve ancora entrare pienamente in funzione, e
i Diritti di Proprietà Intellettuale (TRIPS) o brevetti, che sono
stati la causa della discussione internazionale sui prezzi dei medicinali
contro l'HIV/AIDS e di altri medicinali salva vita, che possono essere prodotti
a basso costo dai fabbricanti di farmaci generici. Quest'ultima controversia
è stata temporaneamente risolta proprio poco prima di Cancun con
un accordo fra l'industria farmaceutica e gli USA, l'UE, il Brasile, il
Sud Africa e il Kenya: un accordo largamente, se non universalmente, denunciato
dai gruppi di difesa contro l'HIV/AIDS.
L'inclusione nel WTO di ciascuna di queste questioni, che con "l'eccezione
dell'agricoltura non erano state considerate come componenti del commercio",
è stata considerata una significativa concessione da parte di molti
paesi in via di sviluppo. Le commesse statali, la politica della concorrenza,
le facilitazioni al commercio e gli investimenti, erano state tenute fuori
dalle trattative fino al primo summit del WTO, tenuto a Singapore (di qui
la denominazione "questioni di Singapore").
Sebbene nel corso dell'incontro l'agricoltura abbia occupato la maggior
parte dell'attenzione, a costringere gli ospiti messicani a dichiarare chiuso
l'incontro è stata la mancanza di accordo sulle questioni di Singapore.
Su tali questioni i G30 erano attestati sui termini concordati al summit
del 2001 a Doha; sono stati UE e Giappone (e, stranamente, la Corea del
Sud, che oscilla fra identità del Nord e del Sud) a prendere una
posizione rigida e a rifiutarsi di cambiarla.
A Doha, messi sotto pressione per mostrare il loro sostegno agli Stati Uniti
nelle settimane dopo l'attacco dell'11 settembre e per mandare un "messaggio
rassicurante" all'economia globale, i paesi del Sud furono, pur riluttanti,
indotti a sottoscrivere un'ambigua dichiarazione di inizio del "round
di Doha dei negoziati per lo sviluppo": denominato in questa maniera
per incentivare il Sud, al quale fu detto che nel round di colloqui i paesi
ricchi avrebbero permesso alle esigenze di sviluppo dei paesi più
poveri di pesare più dei tradizionali imperativi del profitto capitalista.
Prima di Cancun molti commentatori e governanti dei paesi del Sud si sono
lamentati del fatto che il Nord non ha mantenuto la sua promessa; appena
arrivarono a Cancun era ormai chiaro il cinismo di quella promessa, cui
non si è neppure fatto cenno.
Doha si era conclusa con una confusione totale, dopo diversi rinvii della
sessione finale, che alla fine si è prolungata di per 38 ore. Dopo
aver sfinito le loro controparti delle delegazioni minori ed aver strappato
un certo numero di concessioni, gli USA e i loro alleati alla fine hanno
dovuto fare una concessione, accettando l'insistente richiesta del governo
indiano che i negoziati sulle "questioni di Singapore" il tentativo
di accordarsi su regole comuni per gli investimenti, la politica della concorrenza,
le commesse statali, le agevolazioni commerciali, ecc.- sarebbero potuti
proseguire solo se e quando i paesi membri del WTO l'avessero approvate
con un "consenso esplicito".
Quasi nessun paese del Sud del pianeta si è dichiarato favorevole
ad aprire negoziati su nessuna di tali questioni. Venendo a Cancun 70 paesi
concordavano di rifiutare concordemente di iniziarli. Nel corso dell'incontro
quel numero è salito a 90. Era chiaro che nessuno avrebbe potuto
sostenere che esistesse un "consenso esplicito".
Il World Development Movement (Movimento Mondiale per lo Sviluppo, WDM),
una ONG britannica, evidentemente ne sapeva di più. L'UE voleva che
tutte e quattro le questioni andassero avanti, così la WDM aveva
preparato i porta cartellini le stringhe di nylon cui sono attaccate le
foto identificative per incontri quali quello del WTO con la locuzione "consenso
esplicito" stampata in inglese, francese, spagnolo, arabo e indiano.
Erano stati distribuiti in gran quantità e sono diventati oggetto
di un divieto il quarto giorno della conferenza. Al personale di sicurezza
è stato ordinato di sequestrarli tutti all'ingresso per diverse ore,
fin quando qualcuno non ha fatto notare che tale iniziativa in Messico non
avrebbe passato un test di costituzionalità.
La gente del WDM non era la sola arrivata a sostenere la cosa. Da qualche
parte ha cominciato a circolare un documento del governo del Niger, che
sembrava esprimere interesse per il sostegno delle questioni di Singapore;
si è subito rivelato che era datato e scritto da un burocrate di
basso livello. Poi il Togo, un piccolo paese del continente africano con
un dittatore che vi regna da lungo tempo, dichiarava che avrebbe sostenuto
le nuove questioni. I rimanenti paesi africani hanno respinto le proposte
del Togo.
L'UE è rimasta ferma sulla sua posizione. Senza mai citare la questione
del "consenso esplicito", Pascal Lamy, insieme con le controparti
giapponese e coreana, ha insistito che nella dichiarazione finale si sarebbe
dovuto includere un impegno per iniziare i negoziati sulle questioni di
Singapore. Un'offerta dell'ultimo minuto di Lamy di lasciar cadere le due
questioni più controverse -politica della concorrenza e investimenti-
non è bastata. Il G30, e molti altri paesi, hanno giudicato la posizione
dell'UE come un insopportabile e arrogante rifiuto delle posizione chiaramente
articolate di una maggioranza di paesi membro del WTO. Dopo rapide consultazioni
con i partners africani, la delegazione keniota è stata la prima
a dire che non ci sarebbe potuto essere nessun compromesso con Lamy e un
membro della delegazione è stato mandato al media center per dire
alla folla di giornalisti: "è finita".
Cosa
significa tutto questo?
La valutazione più semplice è che significa che nulla è
cambiato nello status quo: il round, per il momento, è in stallo,
sebbene ci siano stati tentativi, comunque deboli, di riprenderlo a Ginevra
nei mesi a venire. Vuol dire che il prossimo summit del WTO, previsto ad
Hong Kong per la fine del 2004 o l'inizio del 2005, potrebbe essere l'ultimo
respiro del Doha round. C'è la possibilità che il WTO diventi
più un organo amministrativo, che interpreta trattati e risolve controversie,
che una sede di negoziati. Per i governi del Nord può essere preso
come un chiaro rifiuto della tattica coercitiva di negoziare, che hanno
usato da quando i paesi del Sud sono entrati a far parte del GATT. Da molte
parti in Europa ci sono stati delle richieste di dimissioni per Lamy. Una
differente prospettiva è offerta dall'Economist, il settimanale britannico
delle classi dominanti. Per i suoi redattori, Cancun è il segno più
chiaro che ai paesi del Sud è stata concessa una voce troppo chiassosa.
Raccomanda di seguire la linea dell'amministrazione Bush, con il suo fermo
diniego alla richiesta dell'Africa di una rappresentanza direttiva leggermente
più ampia.
Per i governi è un rafforzamento positivo della tendenza a rifiutare
finalmente lo sfruttamento del Nord. Per la gente a Nord e a Sud, è
una buona notizia. Vuol dire una maggiore possibilità per la pace,
per il commercio equo, per livelli di vita decenti, per la dignità,
per la sicurezza del cibo, per un ambiente maggiormente sostenibile e per
un senso globale di solidarietà. Per il movimento per la giustizia
globale, Cancun trova il suo posto nel ruolino d'onore delle vittorie, che
comprende Seattle e il congelamento dell'Accordo Multilaterale sugli Investimenti
(MAI) nel 1997-98. Per colmo di ironia, a determinare il destino dei colloqui
di Cancun, è stato il tentativo di far rivivere il MAI nella forma
dei provvedimenti per gli investimenti delle "questioni di Singapore".
Cancun dovrebbe essere pubblicizzata come la più grande vittoria
del movimento per la giustizia globale, anche se il risultato non è
stato propriamente un effetto diretto delle azioni del movimento. Comunque
la risolutezza con cui i negoziatori governativi a Cancun hanno resistito
alla plutocrazia del Nord, senza dubbio in parte è stata causata
e, in parte, è stata rinforzata in maniera significativa dalla pressione
esercitata dal movimento. Dagli attivisti politici delle organizzazioni
Focus on the Global South, Third World Network, ActionAid e, perché
no?, Oxfam, alle vivaci, coraggiose e continue manifestazioni di strada
che proclamavano un persistente appoggio "alle persone prima dei profitti",
il movimento è stato indispensabile per il trionfo di Cancun.
Se il movimento sarà capace di mantenere lo slancio e la capacità
di pressione, può essere l'inizio di un cambiamento positivo nelle
modalità di rapportarsi dei governi con i movimenti sociali, con
i loro stessi elettori e con quelli che vorrebbero sfruttare la loro gente;
può perfino essere l'inizio del cambiamento del modello politico
per cui tanti hanno lavorato.
Perché il movimento non cada nella tentazione dell'euforia, si dovrebbe
dire che la storia suggerisce che sarebbe una buona idea prepararsi ai tradimenti
e alle svendite. Ma si dovrebbe anche dire che ci sono altri segnali di
un cambiamento positivo. La stessa settimana degli incontri di Cancun, l'Argentina
è stata in grado di ridefinire un nuovo accordo con il FMI per rinegoziare
il suo enorme debito con l'istituzione. Esercitando la sua forza di grosso
debitore (quando tu devi alla banca 100 dollari, essa è tua padrona;
quando devi alla banca 100 milioni di dollari, tu sei il suo padrone), usando
il sostegno dei suoi vicini e di altri, l'Argentina ha resistito con successo
alla maggior parte delle richieste fondamentali fatte dal FMI, compresi
drammatici aumenti dei tassi di interesse e il divieto d'accesso ad ulteriori
crediti. Il successo di una tale trattativa con il FMI è in pratica
una cosa inaudita e, insieme con le novità di Cancun, suggerisce
che, quando il potere dell'opinione pubblica è portato ad agire sui
governi, i governi talvolta stanno dalla parte dei loro popoli e che i centri
di potere concentrati nel Nord possono essere vinti.
Ora tutti gli occhi si volgono a Miami, dove i ministri del commercio e
degli esteri di tutto l'emisfero occidentale si incontreranno a metà
novembre per continuare i negoziati sulla FTAA (Area del Libero Commercio
delle Americhe). E' necessario che là si continui a vincere per mantenere
lo slancio che viene da Cancun. Il tamtam sull'evento fra le comunità
di attivisti del Nord America è probabilmente il più forte
da Seattle a questa parte e promette alcune giornate molto interessanti
(17-22 novembre). La questione fondamentale per Miami, secondo gli addetti
ai lavori, è la posizione del governo brasiliano. Con il nuovo presidente
del Brasile, Lula da Silva del Partito dei Lavoratori, ci sono tutte le
ragioni per essere ottimisti. Ma Lula ha fatto trapelare voci allarmanti
sulla sua volontà di attuare la FTAA nel 2005, anche se altri segnali
suggeriscono la volontà di rovesciare il piano. Gli attivisti brasiliani
non sanno dove alla fine sulla questione del commercio con gli USA possa
andare a parare Lula. Questa volta la posta in gioco è altissima:
Miami ci dirà molto sul futuro della globalizzazione.