AMERICA LATINA: IL DISORDINE NEOLIBERALE
NUOVA CONGIUNTURA IN AMERICA LATINA?


novembre 1999 di Ernesto Herrera da International Viewpoint

 

L'equilibrio delle forze in America Latina sta cambiando. Fattori politici, economici e sociali stanno creando crisi di governo generalizzate. Dopo anni di neoliberismo, il panorama cambia di nuovo. Gli Stati Uniti hanno riaffermato il loro ruolo come "nazione indispensabile" del mondo. Ma nel loro "cortile di casa", manca quello che Zbigniew K. Brzezinski chiama un "perno geopolitico" uno stato simile ad Israele, pronto ad assicurare la dominazione economica, politica e militare della regione nell'interesse dei poteri mondiali.

Ci sono chiari segni di "disordine" in Colombia, Venezuela ed Ecuador. I prossimi dodici mesi contengono una quantità di eventi economici potenzialmente destabilizzanti:

* La parziale ritirata degli Stati Uniti dal Canale di Panama, ed il bisogno per il potere imperialista di trovare nuove, affidabili "basi" per intervento militare e la dominazione della regione.
*Il summit spagnolo-americano dell'Havana, Cuba, confermerà l'integrazione dell'isola nell'Associazione per l'Integrazione Latino Americana (ALADI).
* la crisi nel blocco commerciale del Mercosur esacerberà le già inquiete negoziazioni economiche regionali, sottolineando la domanda di un trattato di libero scambio per tutti gli americani.
* l'accordo del Mercosur con l'Unione europea, e gli incontri nel 2000 per il trattato WTO (Organizzazione Mondiale per il Commercio), i paesi dominati rinegozieranno i termini delle loro dipendenza.
* Tre paesi del Mercosur avranno elezioni prima della fine del 1999. I Peronisti argentini sono sicuri di perdere, ed in Uruguay il largo fronte di sinistra (FA) può vincere. Il risultato dell'elezione cilena è ancora incerta.

Ma la crisi della leadership borghese della regione è principalmente il risultato degli effetti brutali della crisi economica internazionale.
L' America Latina è anche testimone della massiccia resistenza popolare -su problemi isolati - che ha innescato il cambiamento delle strategie politiche della maggior parte delle forze della sinistra del continente. Tempi recenti hanno visto un'ondata di esplosioni sociali, scioperi, occupazioni della terre, marce di protesta e confronti violenti.
La Colombia è in una situazione pre-rivoluzionaria. Lo stato è in crisi profonda. E' preso tra un grande movimento di guerriglia ed un forte sindacato contadino che lotta da un lato, e da una serie di gruppi paramilitari di estrema destra e narcotrafficanti dall'altro. Tutto questo, durante la crisi economica più profonda del decennio.

In Venezuela tutte l'istituzioni del passato ordine politico crollano, e stanno per essere sostituite da un nuovo regime che ha il sostegno entusiasta delle masse. Il populismo di Chavez ha due facce. Da una parte ha smantellato il clientelismo dei partiti tradizionali e trasformato le relazioni con gli Stati Uniti. Dall'altra applica un piano di austerità che faciliterà l'entrata del capitale straniero nell'industria del petrolio ed altri settori strategici dell'economia.
Ci sono anche significativi conflitti meno mediati in altri paesi. Diecimila contadini e lavoratori brasiliani hanno organizzato una marcia per esigere le dimissioni del presidente Fernando Henrique Cardoso.
L'Ecuador è stato scosso da tumulti insurrezionali. Il governo è stato indotto a sospendere tutto il rimborso del debito estero, per primo in America Latina, che ha forzato il Fondo Monetario Internazionale a dare una risposta molto tattica. La questione del debito sarà dibattuta in modo crescente negli altri paesi dell'America Latina.
Non c'è nessun segno di indebolimento dello sciopero dell'UNAM la principale università del Messico. La popolazione indigena e i ribelli Zapatisti del Chiapas stanno continuando le loro proteste. I leaders cileni si vantano della "riconciliazione," ma i contadini Mapuche ed una serie di sindacati si sono uniti con gruppi di difesa dei diritti umani nel richiedere che il dittatore Pinochet venga processato.

I peruviani hanno massicciamente rigettato i tentativi del presidente Fujimori di estendere il suo mandato. Anche qui , il livello della protesta dei sindacati e dei contadini aumenta.
L'opposizione, in tutti questi paesi, ha nemici comuni: i programmi di "aggiustamento strutturale" dell'FMI, le privarizzazioni imposte dall'FMI, dalla Banca mondiale, e dalla Banca Interamericana per lo Sviluppo; contro l'espropriazione dei diritti della gente, l'intentensificazione dello sfruttamento e la flessibilizzazione del lavoro; la disoccupazione e la precarietà crescente; i salari bassi. Ci sono lotte contro il neoliberalismo, da parte di movimenti anti-capitalisti, in Argentina, Bolivia, Panama, Nicaragua ed Uruguay.
In America Latina oggi, l'identità di "classe" non è espressa nello stesso modo che nel decennio precedente. Oggi, la lotta coinvolge una serie larga di "soggetti sociali". Ma, osservando più da vicino, gli operai e i contadini sono la chiave, l'elemento centrale, di questi nuovi modi di resistenza.
Ma queste nuove lotte coinvolgono nuovi gruppi che hanno sofferto le controriforme neoliberali. Più di prima, piccoli bottegai, piccoli coltivatori , e la "classe media" impoverita, sono i gruppi hanno preso parte alla protesta.

Prima della crisi brasiliana del gennaio 1999, l' America Latina ha fatto registrare una crescita economica dell'1% (CEPAL). Ma il crollo del "programma real" del Brasile ha peggiorato il clima economico in tutta la regione. In aprile La Banca Mondiale ha previsto una contrazione dello 0.8% dell'attività economica. In maggio ALADI ha previsto una contrazione del 1.6%.
L'apertura delle economie della regione dal 1990, ha creato tutti i tipi di disequibrio tra paesi con livelli di produttività molto diversi, e livelli molto diversi di investimenti esteri.
Prestiti ed investimenti finanziari sono stati molto più importanti che l'investimento estero diretto. Molti interessi esteri sono stati focalizzati nell'ambito delle privatizzazioni. Il promesso afflusso di capitale, e la crescita degli investimenti totali, non si è semplicemente realizzato. Il CEPAL valuta che due terzi dell'investimento esteri è stato diretto verso l'"acquisto di impianti esistenti, piuttosto che verso la creazione di unità di produzione nuove."

Secondo un economista della Fondazione brasiliana, Getulio Vargas, "gli investimenti sono stati concentrati nel settore dei servizi, il quale non genera incrementi di nuova valuta estera." C'è stato un trasferimento massiccio dalla "proprietà pubblica" al settore privato, e gli imperialisti hanno controllato strettamente il processo. In molti paesi latinoamericani settori economici strategici sono ora direttamente controllati da un gruppo piccolo di istituzioni finanziarie, con sede nei paesi del G7.
I guadagni provenienti dalle privatizzazioni sono stati usati pagare il debito estero. L'Argentina ha usato il 57% dei suoi 39.6 miliardi di dollari delle privatizzaizoni, fatte nel periodo 1989-98, per sanare il suo debito obbligazionario estero.

In queste condizioni, i governi dell'America Latina hanno le mani legate. Come possono sviluppare elementi di sovranità nazionale, con una tale dominazione imperialista? Se c'è una forte pressione dei movimenti di massa, certo, ci possono essere risposte non ortodosse e nazionaliste alla crisi. In Ecuador il governo Mahuad è stato obbligato a rinegoziare il piano di pagamento dei suoi debiti internazionali (Brady Bonds). Il governo venezuelano di Chavez potrà pure cercare di rinegoziare i termini della dipendenza del paese.
Ma qualche tentativo serio di questo genere avrebbe bisogno di un organizzato, deciso, sostegno popolare. E nessuno dei leaders del continente, nessun partito dell'opposizione istituzionale, è pronto per un tale movimento. Dopo tutto, nessuno dubita della determinazione degli imperialisti, e della loro chiara intenzione di consolidare la loro riconquista delle economie latinoamericane.
Il trasferimento di ricchezza dai lavoratori latinoamericani alle banche dei paesi imperialisti avviene in una forma brutale. Lo stesso meccanismo é riprodotto internamente in ciascun paese. Secondo l'ultimo rapporto della Banca Interamericana per lo Sviluppo,"l'America Latina ed il Caribbean è la regione con l'ineguaglianza più grande della distribuzione del reddito, e la regione dove la parte più ricca della società possiede la più grande fetta della ricchezza prodotta. IL 40% del reddito nazionale è nelle mani dell'1% più ricco."

La Banca può dare tutti i chiarimenti tecnici che vuole. Ma non può nascondere i risultati sociali di un sistema di "sviluppo" continentale nel quale un terzo della popolazione del continente, 150 milioni, continua a a vivere con meno di due dollari al giorno. Il potere d'acquisto del salario medio minimo dell' America Latina è di 27 volte più basso che nel 1980. E molta popolazione guadagna molto meno del salario minimo legale. In generale, il reddito medio è diminuito dell' 1% durante i "buoni" anni 1990-98. E questo in settori dove nuovi posti di lavoro sono stati creati, secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Lima, agosto 1999).

"Che genere di mercato è quello di cui parliamo, se più di un terzo della popolazione latinoamericana è escluso dal mercato per povertà?", ha chiesto l'economista messicano Alarcon, in un'intervista del luglio 1999 al periodico argentino Tres Puntos. "La grande sfida politica è far entrare il povero nel mercato. Se vogliamo migliorare il mediocre tasso di crescita degli anni recenti, abbiamo bisogno di andare verso la redistribuzione del reddito." Alarcon è un rispettato impiegato della Banca Interamericana per lo Sviluppo. Ma le sue parole avrebbero potuto provenire anche l'FMI o dalla Banca Mondiale degli Investimenti. Le istituzioni globali finanziarie in modo crescente dovrebbero prendere misure preventive e trovare i modi per ridurre le lotte popolari come risultato delle loro azioni proprie politiche.

Ma l'asse centrale di tutte le attività è ancora l' "aggiustamento strutturale" dell'America Latina, adattamento alle necessità del cuore dell'impero. Enrique Iglesias, presidente della Banca Interamericana per lo Sviluppo ha detto al giornale brasiliano di San Paolo Folha che "la privatizzazione comunale e statale [ il Brasile è una repubblica federale] può sostenere e completare le riforme amministrative, istituzionali e finanziarie. L'energia liberata dal settore privato, attira risorse nuove, tecnologia e know-how gestionali. Aiuterà a costruire delle relazioni più equilibrate tra istituzioni pubbliche e la società civile. Governi efficienti, con risorse, potrebbero essere in grado di governare l'autonomia fiscale [una riduzione della tassa federale] e concentrarsi sulle necessità di base come salute ed istruzione. Le privatizzazioni fortificherebbero le economie nazionali e provinciali. Sarebbe strumento di sviluppo a lungo termine, e di stabilizzazione del sistema macroeconomico. Queste sono le condizioni essenziali per ridurre la nostra vulnerabilità, fra un mercato internazionale che è meno prevedibile e meno razionale di quanto possiamo immaginare."

Questa "seconda generazione di riforme" sarebbe accompagnata da iniziative dello stato "in cooperazione col settore privato." Lo stato ed i suoi partner privati interverrebbero attraverso programmi della sicurezza sociali focalizzati sugli strati più poveri della società. Anche cooperare nell'installare sistemi regolatori "che, accanto alle privatizzazioni, assicureranno competizione. Lo stato lavorerebbe anche con gli industriali per sviluppare "programmi dell'istruzione che sono adattati alle necessità tecnologiche delle varie Compagnie."
Non dovremmo dunque nutrire grandi illusioni sul contenuto economico e sociale dei nuovi programmi che Joseph Stiglitz sta cercando di pubblicizzare nell'interesse della Banca Mondiale. Le mobilitazioni popolari sono essenziali. Ma anche un dibattito continentale sulle politiche alternative che dovremmo portare avanti.

Tale un programma alternativo può essere preso dagli slogan dei vari movimenti sociali già in lotta contro i programmi di "aggiustamento strutturale", contro i controlli di FMI/BM sull'economia, contro il sistema del debito usurario estero, ed in difesa della salute, dell'edilizia, dell'istruzione, del lavoro, per il salario e la sicurezza del lavoro, i diritti umani e sociali, la democrazia e i diritti politici.
E' tempo di guardare a nuove relazioni tra mercato e democrazia, e ad una ridefinizione del ruolo dello stato, in risposta all'apertura dell'economia nazionale alle pressioni globali. Ognuno dei vari settori della sinistra ha le sue richieste. Quello che abbiamo bisogno di fare ora è unificare queste posizioni insieme, in un reale dibattito, alle varie "alternative" dei progetti sociali. Molti di questi progetti implicano un livello di relativo "distacco" dal sistema economico globale - incrementando l'autonomia nazionale e regionale, per incontrare le necessità locali, invece che seguire semplicemente il programma del capitale globalizzato.