VENEZUELA: LA NATURA
DEL REGIME DI CHAVEZ
LA SPERANZA
DEL CAMBIAMENTO TRA DEVIAZIONI AUTORITARIE, POLITICHE ANTIPOPOLARI
E UNA PSEUDORIVOLUZIONE POPULISTA
gennaio
200i, di Humberto González Briceño,
dal Correo de Prensa de la IV Internacional, Boletín Electrónico
No 80 5/12/00
Humberto González Briceño. Attivista sociale, membro della direzione della Asociación Nacional de Consumidores (ANC) e del gruppo venezuelano di appoggio al Comité por la Anulación de la Deuda del Tercer Mundo (CADTM, Belgio)
La rivoluzione Chavista va definendo in ogni azione il suo proprio stile e contenuto nonostante le sue ambiguità e indefinizioni. Nel 1992 il colonnello Hugo Chavez sembrava la voce di una insurrezione rivoluzionaria con una piattaforma radicale per il cambiamento in Venezuela.
Oggi molta acqua è passata sotto i ponti e il profilo non sembra più essere lo stesso. Dopo aver trionfato alle elezioni Presidenziali del 1998 e deposto la vecchia cupola politica guidata da Azione Democratica e COPEI, il colonnello Chavez sta conducendo uno dei processi più delicati e importanti che abbia vissuto il Venezuela negli ultimi 40 anni. La sua vittoria evidenziò la profonda volontà democratica di cambiamento del popolo venezuelano e le crisi di un sistema politico incapace di soddisfare le richieste dei lavoratori e, in generale, dei cittadini.Come fattori elettorali che contribuirono alla formazione di un nuovo polo politico guidato da Chavez, si allinearono la maggior parte dei partiti e dei gruppi della sinistra venezuelana. Ad essi si sommarono numerosi intellettuali di idee progressiste mossi dalla possibilità di una rottura profonda con il passato. L'espressione organica del chavismo diede vita al Polo Patriottico, spazio nel quale agirono diverse forze e tendenze unite dall'obiettivo comune del cambiamento.
In piena campagna elettorale del 1998 anche numerosi impresari e uomini d'affari legati al regime precedente iniziarono il loro pellegrinaggio attorno a Chavez. Nonostante l'adesione al nascente polo di potere si fosse prodotta alla fine del 1997, solo nel 1999, cioè quando Chavez divenne presidente, si cominciarono a rivelare pubblicamente i legami di Chavez con potenti impresari e banchieri. E' ovvio che questi avvicinamenti non furono percepiti dalla maggioranza dei venezuelani, assetati di cambiamento e di speranza in un futuro diverso.
Il discorso di Chavez e il suo autodenominato progetto bolivariano si articola in una grande alleanza anti-status in Venezuela della quale fanno parte dai più vecchi ed attivi militanti della Sinistra, come ad esempio Alì Rodriguez, ministro dell'energia e delle miniere (Petrolio) fino a Luis Vallenilla, capo del gruppo bancario ­ impresariale CAVENDES. Allineando in uno stesso fronte militari attivi senza incarichi istituzionali e vecchi guerriglieri, Chavez provoca in questo modo un'interessante dinamica di contraddizioni che conferisce energia alla sua campagna e lo porta a convertirsi nel nuovo leader del Paese.
Ogni elemento dell'alleanza politico-elettorale (Polo Patriottico) partecipa alla stessa e ne condivide la tattica nonostante l'obiettivo strategico finale non sia necessariamente lo stesso. Così ogni componente inizia una sorda lotta per potere influire nelle decisioni del comandante, conquistare spazio nell'alleanza e potere nelle decisioni del governo.Ciò spiega perché molte delle contraddizioni che si sono sviluppate all'interno dell'entourage chavista sono terminate con una rottura. Per questo diversi comandanti militari che hanno cospirato insieme a lui in passato, ora gli hanno ritirato il loro appoggio. Già si sommano in un centinaio coloro che hanno abbandonato la rivoluzione chavista e adesso attaccano il loro vecchio compagno di partito.
Ciò che è stato spiegato pubblicamente è la non conformità dei suoi vecchi collaboratori con la formazione di nuovi anelli di potere che stanno accerchiando il comandante e, secondo ciò che si dice, lo maneggiano come vogliono.
Molti discorsi, una sola politica.
Ciò che è certo è che Hugo Chavez, che ha appreso le sue prime nozioni di politica nell'esercito, non ha avuto il tempo sufficiente per strutturare una proposta coerente e realizzabile che renda effettiva l'idea di un governo rivoluzionario. Fino ad ora il grande vuoto programmatico e concettuale di Hugo Chavez come testa del processo che sta vivendo il Venezuela è stato riempito con esaltazioni generiche ed emotive delle idee di Simon Bolivar, il Liberatore del Venezuela. In questo modo tutto ciò che possiede un'identità con la leadership di Chavez acquisisce in forma automatica il condimento di "Bolivariano". Si parla di progetto rivoluzionario bolivariano, però nessuno, nemmeno lo stesso Chavez hanno potuto spiegare quale sia la natura ed il fine ultimo di questa rivoluzione. Ogni giorno il progetto assomiglia più alla "sua" rivoluzione che ad un processo autentico di trasformazione politica.
Non è facile cercare di spiegare e comprendere la natura della "Rivoluzione chavista" in Venezuela. Fino ad ora Chavez è riuscito ad affascinare con i suoi discorsi sia la sinistra che la destra. Non solo con i discorsi, ma anche con la sua abilità di articolare relazioni e muovere alleanze tattiche con gruppi che rappresentano interessi così contraddittori nella società venezuelana. Per ognuno di essi Chavez ha una promessa ed una spiegazione. In questo modo mentre in un discorso agguerrito Chavez attacca l'oligarchia finanziaria venezuelana, i banchieri si mostrano pienamente compiaciuti dei benefici che si sono assicurati con il nuovo governo.
Il doppio discorso di Chavez è una costante della sua strategia politica. Non si pensi che il comandante sia tanto ingenuo o stupido da non rendersene conto, si tratta semplicemente della sua strategia, che solo lui conosce. In questo modo si potrebbe spiegare perché lo stesso Chavez, che si vanta della sua amicizia con Fidel Castro, viaggia in Iraq e che sfida gli USA, nello stesso periodo di tempo viaggia a New York ed ottiene il riconoscimento di un potente gruppo imprenditoriale guidato dalla famiglia Rockfeller. E questo proprio dopo il chiaro annuncio di Chavez che assicura che il suo governo fornirà garanzie agli investimenti stranieri come nessun altro avrebbe fatto nella storia democratica del Paese. Diversi imprenditori presenti alla riunione non hanno avuto dubbi nel definire eroico lo sforzo di Chavez per salvare il Venezuela e non a caso si sono offerti di intervenire con i loro capitali per aiutare il Paese. Chi stava mentendo? Chavez? Gli imprenditori? O per caso entrambi?
Le reali intenzioni di Chavez cominciano a preoccupare i settori progressisti e popolari del Venezuela. Fare un governo rivoluzionario, versione audace e moderna dell'esperienza cubana? O un governo moderatamente progressista che riduca un poco la corruzione e ridistribuisca le entrate nazionali con un criterio di equità? O un governo che con mano dura "imponga" al popolo formule per uscire dalla crisi, nello stile di Fujimori in Perù?
Questa discussione divide le opinioni e gli appoggi dentro e fuori dal Venezuela. Da una parte ci sono coloro che sono convinti dell'essenza rivoluzionaria del progetto chavista ed assicurano che si tratta di un processo in pieno sviluppo e che alla fine il risultato dell'equazione sarà una correlazione favorevole agli interessi popolari. Dall'altra parte ci sono coloro che definitivamente non credono ­ ci crediamo? ­ nel regime di Chavez ed assicurano che si tratta di una montatura per cominciare ad applicare politiche apertamente neoliberiste pur con una etichetta rivoluzionaria.
Il regime di Chavez non lo si può giudicare per ciò che dice, occorre valutarlo per le sue azioni concrete. Ed è qui che la disillusione inizia a guadagnare terreno nelle convinzioni di molti.
I fatti parlano da soli. Da quando Chavez è presidente del Venezuela, il paese è stato coperto da un manto di "transitorietà" che in nome della rivoluzione bolivariana giustifica tutto. E' innegabile che la corruzione amministrativa si sia moltiplicata per mille in assenza di meccanismi di controllo. E' evidente che, come negli altri governi, anche in questo esiste un gruppo degli "amici del presidente" che ottiene vantaggi e favori dal governo. Solo per citare un esempio emblematico, uno dei magistrati della Corte Suprema di Giustizia lavora da alcuni mesi come capo degli avvocati della Impresa Multinazionale di Assicurazioni, il cui padrone è uno degli uomini più vicini al presidente. Proprio il genere di cose che accadevano nei governi precedenti.L'assenza di un programma economico danneggia i lavoratori.
Il clima di transizione che vive il Venezuela dal 1998 e che si mantiene fino ad ora abbraccia la politica economica del regime. Il governo non ha voluto definire il suo programma economico fino a quando non si è assicurato che non ci saranno elezioni nel futuro immediato. Il fatto di non definire una politica economica ha creato una situazione recessiva nella economia venezuelana e il settore industriale e quello delle costruzioni che sono i generatori di occupazione, da un anno e mezzo, stanno licenziando lavoratori in forma discreta ma progressiva. Ciò che potremmo chiamare una guerra di bassa intensità contro i lavoratori venezuelani. Il governo da quando si è istallato nel 1999 ha licenziato più di mezzo milione di impiegati pubblici, commentando, nella maggioranza dei casi, che si tratta di burocrazia non necessaria e di funzionari della vecchia repubblica.
Sembra una commedia che cerca di dissimulare la tragedia che sta arrivando. Il settore imprenditoriale aggiunge che non ci sarà il clima adatto agli investimenti fino a quando il governo non avrà fissato la sua strategia economica. Da parte sua il governo ha convinto abilmente l'opinione pubblica che la priorità nazionale è politica, non economica e ciò significa farla finita con le strutture del regime precedente. Ma mentre il governo fa agitazione politica con messaggi rivoluzionari, i padroni fanno i loro interessi. In realtà, ciò che è cresciuto in Venezuela è la disoccupazione e le cifre più moderate la situano intorno al 21%. Non occorre essere degli economisti per capire chi ha beneficiato e chi è stato danneggiato dalla politica di transitorietà chavista.
Le prossime settimane saranno decisive poiché si spera che prima della fine del 2000 il presidente Chavez annuncerà il suo piano definitivo per il decollo economico del paese. Il suo contenuto è un segreto molto ben custodito. Si è saputo solo che il gruppo di ministri e funzionari stanno lavorando ad una proposta per incipriare l'inevitabile aumento del prezzo della benzina per il consumo interno. Occorre ricordare che questa misura fa parte del pacchetto di "suggerimenti" che gli organismi finanziari internazionali hanno richiesto al Venezuela e che nel 1989 il suo primo tentativo di attuazione provocò un violento rifiuto popolare che tre anni più tardi significò la caduta dell'allora presidente Carlos Andres Perez.
Tutto il potere nelle mani di Chavez.
Da quando Chavez conquistò il potere in Venezuela il suo regime ha iniziato un processo di concentrazione del potere che ancora oggi non è terminato. Il chavismo controlla praticamente tutte le istanze del potere pubblico in Venezuela. Ha il controllo del parlamento, della Corte suprema di giustizia, della maggioranza dei governi regionali. Ciò però non vuol dire necessariamente che la correlazione tra forze dominanti e dominate sia cambiata in Venezuela. Di fatto, a parer nostro, mai come adesso, i settori popolari sono rimasti tanto indifesi e alla mercè delle azioni dello stato.
Deve essere chiaro che gran parte delle riforme operate da Chavez hanno avuto l'effetto positivo di defenestrare l'elite politica precedente, corrotta ed incapace. I dubbi nascono quando, in sostituzione di quella vecchia élite si impone un'altra élite più corrotta ed impunita, ma con la giustificazione di essere "Bolivariana". E ancora non è chiaro quale sarà la rotta che prenderà Chavez con il suo governo.
Possiamo anche apprezzare nel suo governo alcuni timidi, ma reali sforzi per stimolare una trasformazione. Per esempio al Ministero dell'istruzione c'è un'équipe di persone capeggiate da Hector Navarro e dal prof. Carlos Lanz che stanno lavorando all'idea di cambiare il modello educativo tradizionale attraverso una proposta che democratizzi l'accesso all'istruzione. Però, allo stesso tempo, al Ministero dell'economia si lavora ad una proposta per rendere realizzabile il pagamento del debito estero venezuelano, nonostante Chavez abbia detto che il debito è scandaloso ed illegale.
L'astensione: chiaro indizio della fragilità del governo.
Il 3 di dicembre si sono svolte in Venezuela le elezioni per i consigli municipali e allo stesso tempo il referendum sullo scioglimento delle vecchie centrali sindacali, controllate dai partiti del regime precedente AD e COPEL. C'è consenso nei settori popolari e progressisti sulla necessità storica di terminare con questo asse della corruzione nel quale erano degenerati i sindacati venezuelani. Ciò che sembra non essere chiaro è che il governo, padrone per eccellenza, pretende di controllare il sindacalismo nascente.
Quindi nei risultati del referendum, che hanno visto un'astensione del 80%, non solo vediamo l'azione di terminare con la Confederazione dei Lavoratori del Venezuela, con la quale siamo d'accordo, ma anche quella di lasciare letteralmente indifesi i lavoratori venezuelani, trascinandoli in un processo di referendum, elezioni e fondazione di nuove organizzazioni sindacali (sindacati con un altro nome al quale si aggiungerebbe l'aggettivo di "Bolivariano") proprio nel momento in cui il governo di Chavez si dispone ad applicare la sua nuova politica economica. Per noi è chiaro che, una volta passate le elezioni e consolidato lo spazio del potere politico chavista, il regime applicherà la sua politica reale, che passa attraverso l'incremento del militarismo nelle istituzioni pubbliche e misure che favoriranno direttamente l'oligarchia finanziaria. L'applicazione del nuovo programma economico di Chavez incontrerà un movimento operaio disarticolato, indifeso e debole, distratto nel suo processo di riorganizzazione. Che astuzia quella del signor Chavez!
Il risultato del referendum è legale e darà inizio ad un nuovo periodo nella vita del sindacalismo venezuelano. Nonostante la sua legittimità sia stata distrutta dalla partecipazione di appena poco più del 20% degli elettori convocati per decidere sul futuro delle organizzazioni sindacali in Venezuela, Chavez, che aveva vinto tutte le consultazioni elettorali precedenti (presidenza, costituente, ecc.), adesso si deve confrontare con il franare della propria base elettorale. E' un chiaro segno non della fragilità del regime, ma della sua potenziale vulnerabilità davanti alla pressione popolare che ogni giorno si sviluppa incontenibile anche per lo stesso Chavez.
Il Piano Colombia guarda al Venezuela.
Sul piano internazionale lo stile particolare di Chavez produce i suoi effetti. Gli USA seguono con molta attenzione ciò che accade in Venezuela. Anche loro vogliono finalmente sapere ciò che farà Chavez, quale sarà la sua politica, quali saranno gli interessi che difenderà. Però, seguendo la vecchia tradizione nordamericana del pragmatismo politico, essi hanno già deciso di fare le loro previsioni. Innanzitutto hanno cambiato il loro ambasciatore a Caracas. John Maisto è stato sostituito da Dona Hrinak, esperta in affari latinoamericani, con esperienza in Messico, Centroamerica e Ecuador. Sulla signora Hrinak se ne sono sentite diverse; le è stata attribuita persino una missione militare segreta per cospirare contro Chavez. Le versioni appaiono troppo da film per essere vere. Sicuramente Washington prevede tempi difficili con il Venezuela e prende le sue precauzioni.
Probabilmente la più significativa delle azioni degli USA è l'applicazione del chiamato Plan Colombia ­ o meglio del Piano America Latina. Risulta chiaro che gli USA stanno utilizzando la scusa del traffico di droga e la crescente influenza delle FARC in Colombia per stabilire una presenza militare diretta nella regione attraverso eserciti locali alleati quali quello della Colombia (e chissà del Venezuela?) e reprimere in maniera efficace le forme di protesta popolari che nasceranno sicuramente nell'immediato come risposta alle misure neoliberali che si pretende applicare con fuoco e sangue in queste zone.
Il cosiddetto Plan Colombia sta guardando anche al Venezuela. Gli USA vogliono mantenere la propria salute e, nel caso particolare del Venezuela, quella di Hugo Chavez. Una forma efficace e dissuasiva potrebbe essere quella di alterare l'equilibrio militare della zona offrendo milioni di dollari all'esercito colombiano per combattere la guerriglia e allo stesso tempo rafforzare la posizione colombiana nei suoi appetiti territoriali verso il Venezuela. Il Plan Colombia faciliterebbe la mobilitazione effettiva di forze militari verso il Venezuela, forse nella forma di forza multinazionale, con il pretesto di salvare la democrazia venezuelana.
Su questo tema il governo di Chavez non è stato coerente. All'inizio lo stesso Chavez ha assicurato il proprio appoggio all'iniziativa militare nordamericana, nonostante ora sembri aver cambiato le sue posizioni. Mentre in Venezuela si acutizza la crisi economica con una disoccupazione che va oltre il 20% e il paese continua ad essere agitato dai discorsi di Chavez, il governo sembra non agire con l'energia dei fiammanti discorsi di Chavez.
Dal nazionalismo ­ populista al militarismo classico.
Con questi elementi non possiamo caratterizzare il governo del Comandante Chavez come un governo rivoluzionario. Non è serio e non sarebbe nemmeno sensato. Ci sono alcuni timidi tentativi di applicare politiche progressiste derivate dalla presenza di persone con idee di sinistra nel suo governo. Però risulta chiaro che non è la tendenza generale del suo governo. Il governo di Chavez marcia in forma più definita nel canale dello stile nazionalista e populista che ai loro tempi hanno esercitato Omar Torrijos a Panama, Jacopo Arbenz in Guatemala e Velazco Alvarado in Perù. Probabilmente Chavez rappresenterebbe la sintesi di queste esperienze, quindi non possiamo aspettare che il suo governo sia identico ad essi, però i tratti del suo regime li possiamo percepire dall'incremento del militarismo in quasi tutti gli spazi della vita pubblica e dal rafforzamento dell'idea che il leader ­ caudillo ­ capo ­ comandante (cioè lui) renderà possibile il sogno della rivoluzione. Nel momento del confronto, che appare inevitabile per la qualità contraddittoria degli interessi in gioco, Chavez e il suo governo si difenderanno con la classica logica militare.
Il processo che vive il Venezuela dipende da una sola persona: Chavez. E ciò forse lo riempie di compiacimento e di orgoglio a livello personale, ma si converte in una gran debolezza e di conseguenza in una tragedia per i venezuelani. I venezuelani nutrono ancora fiducia o forse una sorta di fede in Chavez. Tuttavia, la legge della gravità è universale e già appaiono segni di indebolimento della sua leadership. Ciò accade perché il popolo, che si sente chavista, sta rivelandosi più radicale dello stesso Chavez. Quindi non ci sono ragioni per perdonare la corruzione né per accettare le ingiustizie che vengono commesse nel presente con il pretesto che altri lo hanno fatto in passato. Ma l'ufficialismo chavista ancora continua ad essere ubriacato dall'euforia del potere e sembra non correre a nessun riparo.
Una posizione sensata in questa congiuntura in Venezuela è quella di appoggiare le iniziative per smantellare l'anteriore struttura politica di potere ­ che non è economica ­ ed ottenere il maggiore e il migliore accumulo di benefici sociali per i cittadini, fino a dove si può. Ma allo stesso tempo bisogna aver chiaro che il regime di Chavez potrebbe degenerare in una esperienza militare autoritaria e che il suo governo applicherà politiche antipopolari quando la dinamica necessiterà di essere definita, quindi occorrerà disporre di energia sufficiente per affrontarlo e per marcare le differenze.
In definitiva è giusto appoggiare il processo di cambiamento in Venezuela, ma riservandosi il diritto e l'autonomia di combattere le deviazioni autoritarie e l'applicazione di politiche antipopolari ricoperte da un discorso pseudorivoluzionario.