-----Original Message-----
Da: <ska@ecn.org>
Inviato il: martedì 14 settembre 1999 11.49
Oggetto: ASSEMBLEA NAZIONALE a Firenze il 18-19 set. continuazione del
meeting antagonista di Otranto



DAL MEETING ANTAGONISTA DI OTRANTO
ALL'ASSEMBLEA DI FIRENZE IL 18-19 SETTEMBRE

L'esperienza sviluppata nei mesi di mobilitazione durante il conflitto nei
balcani, ha rimesso all'ordine del giorno con urgenza la necessità per le
realtà antagoniste di maturare percorsi ricompositivi per ricollocarsi
efficacemente nel cuore dei conflitti, e di un momento di confronto e
riflessione che partisse dai limiti e dalla ricchezza espressi dalla
mobilitazione contro la guerra.
L'imperialismo "umanitario" che sotto le bandiere del centrosinistra ha
prodotto oltre 2 mesi di bombardamenti sulla Jugoslavia, coinvolgendo
l'Italia in una forma che non ha eguali dal '45, ha segnato altresì uno
spartiacque definitivo nell'ambito della sinistra, fra "incompatibili" ed
"integrati" rispetto alle politiche imperialiste.
Uno spartiacque rispetto al quale collocarsi e riconoscersi, connettendo
le molteplici esperienze ed energie emerse nella mobilitazione contro la
guerra con le contraddizioni che il capitale e l'imperialismo stesso
producono nei territori. Così il dialogo politico franco e aperto, col
quale molte strutture autorganizzate dell'opposizione sociale e sindacale
hanno costruito una partecipazione collettiva alla manifestazione di Aviano
del 6 giugno, ha insieme fornito lo stimolo e il metodo per proseguire il
confronto, passando per la due giorni in Puglia del 26-27 giugno fino ad
arrivare al campeggio antagonista svoltosi ad Otranto nel mese di agosto.
Le ragioni politiche alla base di quel percorso sono uscite rafforzate
(imponendosi come nodi cruciali all'attenzione di tutti i compagni e le
compagne presenti) dal meeting di Otranto, che ha avuto l'ambizione di
inaugurare un "Cantiere Aperto" in forma assembleare e diviso per
commissioni di lavoro. Un "cantiere aperto" cioé un luogo politico in cui
si sono confrontate con franchezza, a partire dagli specifici interventi
territoriali, le diverse realtà dell'antagonismo e non solo (non è il tempo
di arroccarsi su posizioni autorefenziali). Non abbiamo pensato dunque a
soluzioni organizzativistiche, non perché non sentiamo l'esigenza di una
riflessione più complessiva sull'organizzazione e la soggettività,  ma
perché un processo costituente in tal senso non può calarsi dall'alto,
attraverso atti estranei alla maturazione reale del conflitto .
Non abbiamo cercato scorciatoie quindi, ma affermato l'esigenza di
costruire un luogo di dibattito che costituisca un primo punto di
riferimento per ritrovare, dal confronto del collettivo monitoraggio e
dalla promozione di campagne unitarie di lotta su nodi cruciali, le tracce
per una piattaforma sociale ricompositiva.
In questo senso riteniamo che la due giorni di confronto a Firenze il
18-19 settembre  possa e debba rappresentare la continuazione di questo
percorso, a partire da un bilancio collettivo del meeting di Otranto:
rispetto all'impianto, all'impostazione complessiva e rispetto ai lavori
specifici delle singole commissioni.
L'esigenza comune alla base del meeting, irrinunciabile ed
improcrastinabile, era metter mano all'assenza di confronto negli ultimi
anni partendo dalle esperienze concrete, limiti e prospettive di un lavoro
immane che spesso non si riesce a valorizzare adeguatamente.
Il dato iniziale sta sicuramente tutto dentro l'esperienza di questi mesi,
ma è anche da ricercare in una valutazione di fase sul ruolo della
soggettività antagonista. Nonostante le ragioni che hanno in parte limitato
lo sviluppo di un movimento di massa contro la guerra, è stato evidente un
grande potenziale, che, per esprimersi pienamente, deve incernierare
tensione politica e prassi militante con progetti che puntino alla crescita
del radicamento sociale. Una delle idee guida nasce proprio da questa
considerazione banale ma ambiziosa: ricomporre, grazie ad una capacità di
discorso includente e fattuale, quei soggetti sociali che in questi anni
siamo stati in grado di intercettare, mettere a frutto la nostra
credibilità politica nei territori per costruire e percorrere uno spazio
politico che riempia il vuoto a sinistra.
In questo senso si sono individuati tre nessi chiave per il confronto che
ha avuto luogo nel meeting di Otranto: imperialismo-militarizzazione dei
territori, migranti-repressione-libertà di circolazione e di cittadinanza,
lavoro-non lavoro-riappropriazione della ricchezza prodotta, con delle
tracce volutamente molto larghe per permettere alle tante situazioni
presenti di confrontarsi senza troppe ingessature.
L'intento era focalizzare l'attenzione sul referente sociale
dell'intervento politico, sulla diversità di istanze e categorie che esso
propone, cercando di non rimanere schiacciati dalla parcellizzazione
prodotta dal capitale, ma nemmeno di assumere semplificazioni astratte e
inadeguate. Confrontarsi quindi sugli strumenti sperimentati nell'agire
politico, sulle forme organizzative informali e spesso spontanee che
determinati soggetti sociali costruiscono parallelamente alla capacità di
sviluppare conflitto di classe
Il fine era stimolare contaminazione e cooperazione tra esperienze diverse
per costruire nuove reti dell'antagonismo sociale ed un tessuto connettivo
della sinistra autorganizzata che le permetta di intervenire con efficacia
e credibilità sui nodi di cui sopra.
La due giorni di confronto a Firenze il 18-19 settembre intende riaprire
il dibattito assumendo queste premesse e speriamo veda una partecipazione
ancora più ampia di quella raccolta in Puglia. Riteniamo che i tempi di
convocazione di questa assemblea nazionale (ad un solo mese dal meeting)
non siano prematuri, proprio perché essa non deve raccogliere risultati ma
seminarne le premesse ed il suo carattere di "work in progress"
dell'intelligenza collettiva antagonista ben si addice ad una periodo
dell'anno politico in cui molte realtà fanno un bilancio delle attività per
ricalibrare i profili del proprio intervento.
Sono riportate di seguito le sintesi dei lavori del meeting di Otranto: si
è scelto di rispettare lo stile descrittivo del discorso, che rende bene
l'idea di una fase del confronto ricca ma embrionale.
Non bastano un campeggio né una due giorni di discussione per percorrere
tappe aggirate in passato e gli spunti finali del meeting rappresentano
piuttosto delle tracce allargate per la discussione di Firenze, coordinate
per un'agenda politica da costruire collettivamente.

SINTESI DELLA COMMISSIONE SU LAVORO-REDDITO

Esemplare é stato l'andamento della discussione al tavolo su
lavoro-nonlavoro dove la  molteplicità dei punti di vista è certo
espressione di una difficoltà nel comporre una produzione di senso unitaria
all'agire politico collettivo e rivela  il naturale disorientamento
rispetto ai processi di scomposizione attivi nel tessuto sociale, ma é pure
sintomo di una ricchezza (talvolta anche solo ricchezza di problemi) che
per ora é impossibile sistematizzare del tutto in una sintesi.
Naturalmente una struttura così segmentata del discorso ha prodotto
inevitabili ridondanze per le evidenti intersezioni tra gli ambiti in cui
lo si é convenzionalmente diviso ed ha forse limitato la possibilità di una
riflessione più complessiva sull'organizzazione e la soggettività. E' pur
vero comunque che riflettere sul "chi é" delle lotte pone inevitabilmente
l'acquisizione di elementi organizzativi adeguati a rappresentare le
esigenze dei soggetti, a svilupparne protagonismo ed autonomia (per chi non
ritenga l'Organizzazione una struttura scleroticamente separata ...)
Procedendo a grandi linee un primo terreno del confronto é stato sul piano
della risposta ai bisogni soprattutto per come si é articolata all'interno
di esperienze ormai "storiche" quali i Movimenti di lotta per la casa di
Roma e Firenze o le lotte per il lavoro-reddito da parte dei disoccupati in
Campania. Si é cercato di socializzare alcuni strumenti d'intervento (come
l'utilizzo dell'autorecupero per le case) e meccanismi organizzativi ( come
la rete comunicativa informale che, sul territorio, rappresentano le
"liste" per un certo tipo di disoccupato-precario).
Più in generale. partendo della dichiarata intenzione di rimettersi in
discussione, si é ragionato su come integrare queste esperienze, sulla
possibilità di trasformarle  ed estenderle specie a fronte di una diffusa
tendenza a risolvere le contraddizioni in senso autodistruttivo (v. I
drammatici eventi siciliani).
Una priorità politica, questa, ogni giorno più impellente alla luce dei
feroci processi di precarizzazione sociale, di peggioramento nelle
condizioni di vita, che pongono queste esperienze di lotta e resistenza
proletaria come sponda importante per invertire la tendenza e forzare la
gabbia delle compatibilità  e del neocorporativismo sociale.
Per quanto minoritarie e frammentarie, queste esperienze non vanno lette
come "residuali" di un movimento che non c'è più, quanto embrioni di un
movimento che non c'è ancora, e di cui dobbiamo costruire condizioni e
presupposti. I terreni e le contraddizioni sociali su cui dare agibilità e
forma ai movimenti di certo non mancano e nella discussione collettiva ne
sono state individuate e approfondite alcune delle più impellenti. In primo
luogo, particolare urgenza sembra acquisire la problematica abitativa
aggravata da una legge che vede la quasi totale scomparsa dell'edilizia
popolare e la programmazione di decine di migliaia di sfratti in un anno:
forte é la sollecitazione alle strutture dei compagni per attrezzarsi e
dare sponda alle istanze di resistenza popolare a questo attacco.
Si é parlato molto del salario indiretto come di una concreta possibilità
per costruire campagne che partendo dalla riappropriazione e dall'azione
diretta promuovano una lettura più unificata delle lotte sul reddito e le
estendano a settori come la sanità e i trasporti, recuperando così una
capacità di discorso militante sulla qualità della vita. E' da sottolineare
come spesso i lavoratori dei servizi siano all'interno di strutture del
sindacalismo di base e vivano processi di violenta privatizzazione e
precarizzazione:  é auspicabile quindi una maggiore interazione tra tali
strutture e i percorsi con esperienze di lotta sui servizi sviluppate dal
punto di vista dell'utenza (sui temi dell'accessibilità e della qualità).
Un obiettivo prioritario é perciò costruire una rete di lotta sul diritto
al reddito capace di promuovere iniziative coordinate, coltivare un
immaginario comune,  diffondere le esperienze,  favorire un maggior dialogo
fra mondo del lavoro e del non lavoro, fra soggetti precari e in
precarizzazione, per legittimare con   l'iniziativa concreta una
piattaforma sociale che faccia del reddito garantito e della riduzione
d'orario a parità di salario i suoi cardini.
Un possibile strumento di questa rete é stato identificato nella camera del
lavoro sociale recuperando un progetto mai adeguatamente sperimentato e
definito, rispetto al quale c'è una diffusa disponibilità a mettersi alla
prova e qualche esperienza già  avviata, seppur embrionale, come la camera
del lavoro di Firenze. Si é discusso degli "accessori" che dovrebbero
arredare questa struttura dagli sportelli legali ai centri informativi, ma
sarebbe sviante attestarsi ad un discorso "ingegneristico" la cui sintesi
banalizzante sarebbe la creazione di asfittici intergruppi cittadini .
L'esigenza che si é espressa nel recupero di questo strumento (senza
pretese "miracolistiche") é forse prioritaria allo strumento stesso e nasce
dalla constatazione dei limiti insiti in un discorso che attesti la
ricomposizione semplicemente sul piano dei bisogni, senza recuperare
protagonismo proletario, internità e capacità d'intervento nei processi
lavorativi:  la conseguenza é che soggettività provenienti da percorsi
socio-lavorativi molto diversi, con un immaginario e aspettative differenti
non sempre si riconoscono in una prassi e una piattaforma costruite su una
sintesi astratta dei loro bisogni.
Insomma é viva la necessità di una struttura comunicativo-relazionale che
rispecchi la molecolarizzazione dei processi lavorativi, che abbia i
sensori adatti a individuare, promuovere, catalizzare esperienze anche
embrionali di autorganizzazione specie nell'universo sfuggente delle nuove
figure lavorative.
Si tratta di figure che per lo più non esprimono nell'immediato una difesa
conflittuale dei propri interessi e richiedono quindi un doppio livello
d'intervento. Da un lato sviluppare campagne capaci di incidere
nell'immaginario collettivo colpendo simboli della precarizzazione
lavorativa ed esistenziale (come le agenzie interinali, purché non siano
battaglie autoreferenziali ma capaci di intercettare la potenziale utenza
delle agenzie stesse).
Dall'altro un lavoro più lento e dall'interno per individuare le tendenze
all'autonomia di queste nuove figure, i comportamenti potenzialmente
conflittuali, uno screening delle esigenze ecc.
Particolarmente importante é inoltre attrezzare una capacità collettiva e
sistematica di monitoraggio delle informazioni sull'utilizzo delle risorse,
il funzionamento e la trasformazione della pubblica amministrazione per un
uso tattico e funzionale alle lotte.
Un ambito del tutto esemplificativo delle difficoltà d'intervento che
propongono le nuove figure del lavoro è di sicuro il terzo settore.
Rispetto ad altre forme di lavoro precario che rispecchiano più fedelmente
la geografia del sottosviluppo(come gli LSU) il privato sociale é un
settore in espansione su tutto il territorio nazionale, per quanto
anch'esso caratterizzato dalle specificità territoriali ( più cooperative
sociali nelle regioni "tradizionali" dell'Emilia o della Toscana, più
associazioni di volontariato e lavoro nero al Sud).
Significativamente il terzo settore é stato l'argomento di discussione che
ha visto il coinvolgimento più ampio tra le situazioni presenti, avendo
superato quella che é stata nel passato una battaglia di posizionamento
politico, perché si é dato per acquisito per tutti che il terzo settore é
tutt'altro che un vettore della liberazione del lavoro dal dominio, ma un
terreno di sviluppo della precarietà e deregolamentazione contrattuale. Si
tratta però di un settore strategico non solo come laboratorio
capitalistico rispetto ai processi di privatizzazione e ristrutturazione
della forma-stato, ma anche dal punto di vista dei rapporti sociali, in
quanto coinvolge un gran numero di figure e soggetti, sia come lavoratori
che utenti, intersecando in modo quasi inscindibile la sfera della
produzione, della riproduzione e della formazione continua.   Assunto
questo dato, il problema reale é la capacità di intervenire, individuando
forme e strumenti per sviluppare conflitto in difesa dei propri interessi
da parte dei lavoratori di un settore  caratterizzato dalla mancanza di
garanzie lavorative e da una nefasta egemonia della cultura cattolica,
paternalistica, lavorista.
Intervenire si può e si deve: si tratta di un processo che produce enormi
contraddizioni e se da un lato sussume protagonismo e partecipazione per
finalizzarli alla logica d'impresa, dall'altro queste figure lavorative
possono esprimere lotte e contropotere reali se partono da un'acquisizione
conflittuale della propria identità di sfruttati e dal riconoscimento dei
propri diritti, sviluppando magari una effettiva critica del lavoro svolto
che, in condizioni talvolta semi-servili, comprende sfere del lavoro di
riproduzione di norma "delegato" gratuitamente alle donne e quote del
salario indiretto prima gestito dal welfare statale.
L'autorganizzazione delle lotte appare quindi ancora più strategica in un
settore in cui é altrimenti il padronato a mobilitare il protagonismo, ma
deve superare enormi difficoltà a partire dall'ambiguità di ruoli, dalla
molecolarizzazione delle strutture di comando, dalla indefinibilità della
controparte che la forma cooperativa produce. Nella realtà a gestire i
capitali del settore (rastrellando un mare di fondi pubblici) sono enormi
consorzi che spesso gestiscono anche una consistente fetta di potere
politico sia per i legami istituzionali, sia per la capacità di produrre
consenso e legare in modo clientelare lavoratori e utenza ai propri
interessi.
Individuare una carta dei diritti per queste figure lavorative e per
l'utenza, e su di essa costruire battaglie politiche e sindacali é stato al
centro della riflessione di molti compagni che spesso verificavano nel
discorso anche la propria personale esperienza.
Battaglie per il riconoscimento del lavoro mistificato da "prestazione
volontaria", per l'incompatibilità fra le figure di lavoratore (o
socio-lavoratore) e quella di volontario, contro la facilità di
licenziamento, contro la logica degli appalti come strumento di
abbattimento delle spese tramite l'aumento dello sfruttamento, per la
garanzia di accesso e qualità dei servizi, per una "sanatoria" che
riconosca la professionalità acquisita e ne imponga la remunerazione invece
di ricattare gli operatori con l'obbligo alla formazione continua
(permettendo così al privato sociale di mascherare il rapporto lavorativo
come rapporto formativo gestito dalla cooperativa stessa) :
sono solo le tracce, emerse nella discussione, che possono trovare sviluppo
e coordinate con un lavoro capillare e interno a queste figure lavorative.
Un punto di partenza fondamentale é una battaglia anche culturale contro
"la retorica del volontariato".
La discussione sul terzo settore si é automaticamente legata a quella sulla
formazione, che inizialmente marginale, si é poi imposto come  discorso
meritevole di ulteriore e sistematico approfondimento per la complessa
trasformazione in corso, che se da un lato induce una crescente
lavorizzazione degli ambiti tradizionalmente deputati alla formazione (con
la frantumazione della figura univoca dello studente), dall'altro la
estende in prospettiva a tutto l'arco della vita lavorativa intrecciando i
processi produttivi e quelli formativi in modo inscindibile (spesso pure
per la forma della prestazione lavorativa...)
Soprattutto al Sud si profila un utilizzo di massa di questo strumento (si
pensi al Master Plan), in cui il "rimborso-spese" potrebbe diventare
l'equivalente di un sussidio di disoccupazione che però ti vincola alla
disponibilità alla formazione (gli stessi disoccupati organizzati campani,
stante i rapporti di forza attuali, stanno conducendo una vertenza per
rivendicare corsi di formazione, battendosi però per livelli di
remunerazione dignitosi e la finalizzazione all'impiego).
Sul piano dei sussidi grande attenzione anche sul RMI, sussidio di povertà
( e non disoccupazione) ignobile nella concezione, nella quantità e nei
meccanismi applicativi, che però potrebbe diventare un grimaldello per
vertenze sul reddito diretto. Al momento sarà sperimentato anche in una
città chiave come Napoli (52.000 domande presentate in un mese a fronte di
una disponibilità per 3.000 persone!!).
Un'altra sfera della precarietà é rappresentata dagli Lsu/Lpu, figure
lavorative per lo più meridionali. Si tratta però di una bomba ad
orologeria in quanto 130.000 lavoratori (già oggi costretti alle 800.000 L.
al mese...) vengono affidati ad un futuro di assoluta precarietà
contrattuale e reddituale dal decreto 468 a partire dal 2000.In questo
settore si é particolarmente sviluppato il sindacalismo di base anche
perché la triplice sindacale non sembra minimamente interessata a
garantirne gli interessi. Una nuova importante manifestazione nazionale é
prevista per la fine di settembre, in cui esperienze di lotta degli LSU  si
ritroveranno in piazza con altre migliaia di precari. E' stata valutata
l'opportunità di un'assunzione ampia di questa iniziativa da parte delle
realtà presenti, anche attraverso uno sforzo all'allargamento della
piattaforma di indizione, per il carattere paradigmatico della lotta di
questi lavoratori e perché un suo successo avrebbe serie conseguenze sugli
aspetti strutturali delle politiche economiche antiproletarie perseguite
dal governo. Infatti moltissimi LSU chiedono di veder riconosciuto il
lavoro svolto all'interno della pubblica amministrazione con l'assunzione
nelle piante organiche, ma questo significherebbe inceppare i processi di
ristrutturazione e di privatizzazione della stessa P.A.
Ancora si é manifestata l'esigenza di un bilancio dell'autorganizzazione
sociale e sindacale, del rapporto tra fini (rottura delle compatibilità,
della delega, della separazione tra sindacale e politico) e risultati, che
però richiede ben altro spazio che scampoli di discussione e il
coinvolgimento di molti altri soggetti oltre quelli presenti al meeting.

SINTESI DEL TAVOLO SULL'IMMIGRAZIONE

La conclusione dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia e la trasformazione
dell'aggressione militare in "pace armata" ha messo a nudo una delle
lacerazioni più profonde causate dalle politiche imperialiste : il dramma
dei profughi e dei migranti. Ora che la "guerra ufficiale" é finita, é
sempre più evidente l'ipocrita menzogna "umanitaria" su cui la si é
costruita : com'era prevedibile una quota consistente delle migliaia di
profughi ammassati nei campi ha rifiutato di attendere mesi in condizioni
del tutto precarie per poi tornare in terre devastate  e contaminate; così
dalla stessa Serbia e dal Kosovo tantissime donne e uomini fuggono alla
prospettiva di miseria e violenze di un paese la cui economia é stata
gravemente pregiudicata e il tessuto civile  ulteriormente distrutto dai
processi innescati coi bombardamenti.
Quel che aspetta quanti fuggono dalla distruzione e dalla miseria é
tristemente noto alle cronache di questi anni  : attraversano il mare su
bagnarole precarie col rischio di essere affondati dal maltempo o dalla
marina militare italiana. Arrivati in Italia li attende o la detenzione nei
campi lager o il sottobosco e i ricatti del lavoro nero cui li costringe la
clandestinità. Pochissimi infatti riescono a regolarizzarsi o ad ottenere
il riconoscimento dello status di rifugiati. Particolarmente dura é la
condizione dei serbi e dei rom, ai quali nessuno riconoscerà la condizione
di rifugiati " dal vento civilizzatore della NATO".
Per queste persone si prospetta un duplice sfruttamento : al ricatto
economico si somma infatti spesso la strumentalizzazione politica
bilaterale del paese di provenienza e di quello di arrivo  con un cinico
utilizzo dei flussi.
E' il segno dell'Europa di Schengen, cittadella aperta alla libera
circolazione di merci e capitali, ma blindata  per le donne e gli uomini
per meglio poterli ricattare secondo i dogmi del neoliberismo. Questi
accordi infatti costruiscono intorno ai profughi e ai migranti un muro di
controllo dal livello militare a quello burocratico a una vera e propria
rete sociale che parte dalla responsabilizzazione penale dei "vettori"
(compagnie aeree ecc.).
A coprire l'infamia di questi soprusi il mare mediatico delle
mistificazioni.
Una vera lotta antimperialista non può non misurarsi quindi anche sul
terreno del diritto d'asilo e di cittadinanza, combattendo l'istituzione
dei campi lager e la militarizzazione del territorio.
Si tratta di intercettare ed appoggiare senza riserve i comportamenti reali
di donne e uomini che antepongono i loro bisogni alle leggi del capitale.
I flussi migratori sono infatti un prodotto dello scambio ineguale, della
continua e violenta depredazione di risorse e distruzione dei territori, ma
rappresentano anche la capacità di destabilizzazione che una parte
importante della classe sviluppa contro gli assetti definiti dai propri
sfruttatori, esprimono il carattere dell'autonomia e dell'insubordinazione
che chiede solo di "riconoscersi" politicamente per dare un fondamentale
contributo all'internazionalizzazione delle lotte.
C'é un enorme potenziale di protagonismo proletario che purtroppo viene
riconosciuto molto più rapidamente dal proprio antagonista che dai naturali
alleati :
l'eccezionale sistema di controllo costituito dalla centralizzazione
informatica dei dati  e l'omogeneizzazione delle normative imposte dagli
accordi di Schengen e Maastricht sono infatti anche una risposta alle
moderne forme di sabotaggio operato dai migranti contro il controllo
burocratico. Non di rado il nomadismo e un tessuto informativo alternativo
sono stati la chiave, spontaneamente autorganizzata, per individuare di
volta in volta il ventre molle dei percorsi legislativi  (sanatorie
cuscinetto ecc.) e sfuggire così al ricatto della clandestinità.
Solo un approccio di classe permette però di intercettare questo
protagonismo e questo approccio é possibile se si legano le battaglie per i
"diritti civili" dei migranti (a partire dalle sanatorie) con quelle per
soddisfare i bisogni di classe che dietro essi si agitano.
Il diritto alla cittadinanza si svuota se non viene più letto come
funzionale per eludere il ricatto dell'ipersfruttamento lavorativo, se
queste lotte non diventano l'occasione per uscire dalla clandestinità
sociale e politica ed incontrare il proletariato "indigeno" nelle lotte per
la casa, il reddito e i servizi sociali.
Senza questa prospettiva difficilmente si potrà rimuovere la delega e far
emergere il protagonismo del proletariato migrante, così come si rischia di
lasciar campo libero alla destra (comunque si chiami in parlamento) per
speculare sulla frammentazione del mercato del lavoro, sul disagio sociale
e rappresentare come contrapposti gli interessi del proletariato
"stanziale" e di quello "migrante".
Si tratta di un passaggio obbligato per tutta la sinistra di classe. I
migranti, assediati da rapporti di forza ricattatori, non sono più
quantitativamente e qualitativamente una sezione residuale della classe
esclusa dagli ambiti di garanzia del welfare, ma il soggetto avanzato di
sperimentazione della modernità capitalista :
precarizzazione, mobilità, irregimentazione del nomadismo di una forza
lavoro pressata dalla miseria, dai media e dalla repressione, capacità di
vincolare i diritti di cittadinanza al tasso di sfruttamento con uno
smottamento di codici che ci riporta ai fascismi ( arbeit macht frei).
Le caratteristiche di un'ondata migratoria di prima generazione (come é in
Italia) rende difficile sedimentare immediatamente forme organizzative
completamente autonome dei migranti ed impegna le strutture di movimento in
un ruolo di catalizzatore particolarmente complesso per le caratteristiche
di un soggetto  praticamente "senza rete" sociale, che perciò pone
"domande" a 360°.
Il confronto tra le realtà presenti al tavolo sull'immigrazione é partito
da queste considerazioni ed ha evidenziato due questioni fondamentali:
- da una parte la difficoltà di recuperare anni di mancato confronto delle
esperienze tra le strutture che più hanno sviluppato intervento sulla
questione migranti e quelle che, per differenti difficoltà, mostrano un
diverso grado di internità ad alcune questioni specifiche
- dall'altra la necessità di mettere a frutto le esperienze che le realtà
sono riuscite a sviluppare. Non sempre infatti fasi di internità e di
rapporto anche vivace hanno costruito una capacità di radicamento del
protagonismo del soggetto migrante.
Un primo motivo é nell'inadeguatezza di strutture che non siano in rete a
raccogliere la partecipazione di un soggetto che continua a "spostarsi"
anche sul territorio nazionale (le uniche esperienze di rete in tal senso
hanno spesso mirato solo ad incidere sulla società civile senza puntare
davvero all'autorganizzazione dei migranti).
Inoltre se sull'aggregazione e lo sviluppo di lotte sui bisogni o più
propriamente di carattere vertenziale vi è un notevole protagonismo e
partecipazione, rispetto alla battaglia contro le strategia di fondo delle
politiche anti-immigrati (da Schengen alla regolarizzazione dei flussi alla
legge 40/98) c'è un'incapacità di sviluppare coinvolgimento diretto.
E' emersa quindi  la necessità, anche sul piano dell'immaginario
collettivo, di ribaltare la questione delle migrazioni strappandola alla
logica del mero problema di ordine pubblico, da gestire a seconda delle
esigenze del mercato del nord del mondo, per riaffermare il diritto ad una
libera circolazione.
La specificità di una frontiera come quella pugliese impone di connettere
il diritto alla cittadinanza con quello alla libera circolazione : é
semplicemente allucinante considerare il numero di morti che il semplice e
libero accesso ad un sistema di traghetti di linea avrebbe evitato.
Cooperare dunque per individuare e sviluppare forme di lotta
dall'abbattimento delle frontiere all'affermazione del diritto di
cittadinanza.
Si sono evidenziati due punti cardine di intervento:
- un primo riguardante lo spostamento dal paese di provenienza a quello di
"approdo"
e la successiva militarizzazione subita dagli immigrati/e dall'arrivo alla
vita quotidiana
- un secondo riguardante la questione dei diritti e dell'uguaglianza sociale
1)
- Diritto alla migrazione non clandestina come unico strumento da opporre
alle speculazioni sulla "merce" migrante.
- Smantellamento del ciclo di accoglienza-detenzione-espulsione così come
regolati dalle politiche sui flussi migratori, promuovendo forme
autogestite di primo soggiorno.
- Chiusura dei centri di detenzione promuovendo campagne che sappiano
raccogliere ogni forma di dissenso, anche quelle che si esprimono su un
terreno non direttamente militante.

2)
- Assunzione di battaglie sulle legislazioni : dal passaggio delle
competenze dalle questure alle sedi amministrative per sottrarre gli
immigrati ad un controllo poliziesco, alla questione deggli asilantes con
la proposizione di forme legislative che garantiscano effettivamente il
diritto di asilo politico dal momento della richiesta all'ottenimento, alla
necessità di una sanatoria generalizzata che ponga fine alle speculazioni
ed ai ricatti della clandestinità obbligata.
Contestazione della strumentalità repressiva del concetto di "flussi
programmati".
- Affermazione ed integrazione del diritto di cittadinanza accompagnando la
richiesta di sanatorie con l'articolazione di battaglie di  rivendicazione
sui bisogni (casa, lavoro, sanità, istruzione...) nelle quali sviluppare il
riconoscimento di classe, per il superamento della contrapposizione fra
proletari autoctoni ed immigrati.
Questione parallela all'individuazione delle forme di lotta è stata quella
dell'adeguamento dei propri modelli organizzativi che al momento appaiono
inefficaci.
La mancanza di prospettive immediate ha causato una dispersione di forze e
di esperienze, (come ad esempio si è verificato dopo la manifestazione del
3 febbraio '96 con 50.000 persone in maggioranza immigrati), che pone la
necessità di capitalizzazione del lavoro politico svolto in una stagione di
lotte; si è partiti appunto dalla difficoltà di fornire con continuità
punti di riferimento permanenti ad un soggetto che, per sua specificità, è
mobile e presenta problematiche differenti a seconda delle tappe che
percorre: da sud a nord, da profugo a clandestino a lavoratore al nero con
conseguente mutamento delle esigenze.
Per queste ragioni è stata posta la necessità di affrontare la cruciale
questione di dotarsi di strutture di riferimento permanente, che non
possono prescindere dall'autorganizzazione dei migranti. La proposta emersa
dalla discussione è quella di uno strumento di tipo associativo  (rispetto
al quale è ancora aperta la discussione ed il confronto) da sviluppare in
parallelo al coinvolgimento diretto dei migranti attraverso forme che
appartengono alla nostra pratica politica come quella dei collettivi
politici, che liberino laddove possibile dal vincolo delle comunità su basi
etniche e che costituiscano il luogo centrale per l'articolazione dei
percorsi di mobilitazione e l'elemento di riconoscimento per questo
segmento della classe. Il punto é equilibrare una necessaria flessibilità
degli strumenti ( e l'associazione  offre una serie di possibilità) a
seconda dei territori e delle esperienze, con  una maggiore omogeneità e
coordinazione dell'intervento.
Occorre anche riflettere sull'importanza di meccanismi di mutualità
presenti praticamente in tutte le comunità di migranti.
Parallelamente attrezzarsi per promuovere campagne su questioni nodali
nella strutturazione repressiva come i campi-lager.
Questo inizio di discussione vuole essere un canovaccio da sviluppare
misurandolo con la sperimentazione effettiva delle singole realtà.

SINTESI DEL TAVOLO SU
IMPERIALISMO-NATO-MILITARIZZAZIONE DEL TERRITORIO

Durante la guerra nel Kosovo abbiamo contribuito a costruire, alla luce
dell'esigenza di creare un punto di vista antagonista sui conflitti, un
movimento contro la guerra; un movimento che ovviamente ha portato al suo
interno sia ricchezze che limiti, ma non per questo è possibile negarne la
valenza o l'esistenza stessa.
Al di là di una percezione generalizzata delle novità insite in questa
guerra, è emerso in modo evidente il dato di fondo dell'incapacità di
prevedere come una ristrutturazione a tutti i livelli della vita sociale,
economica e politica dettata dal capitale dentro i processi della
globalizzazione, portasse ad un conflitto come quello a cui abbiamo
assistito; malgrado ciò, l'impegno costante  a tradurre in termini di lotta
gli abbozzi di analisi che è stato possibile fare in corso d'opera, ha
garantito un'incisività e una presenza forte ai vari spezzoni del movimento
antagonista contro la guerra.
Su questa parziale incapacità previsionale ed interpretativa abbiamo
ritenuto necessario soffermarci, per aprire un ragionamento collettivo
intorno agli strumenti politici e le modalità organizzative che possono
permetterci di comprendere e contrastare in modo più efficace quella
ridefinizione continua degli assetti imperiali che quotidianamente semina
morti e distruzioni in ogni angolo del mondo.
Il destreggiarsi all'interno di una rete fragile di relazioni e soggetti
frammentati, il rincorrere freneticamente le scadenze di lotta, ha creato
non poche difficoltà all'impostazione di un lavoro di analisi e di ricerca,
e inevitabilmente anche alla costruzione di percorsi che avessero una
continuità nel tempo e una capacità di superamento dei confini
dell'argomento guerra: ed è proprio sulle relazioni con altri soggetti, nel
tentativo di allargare il movimento contro la guerra che si sono incontrate
le maggiori difficoltà, proprio per la mancanza di quel punto di vista
antagonista complessivo che sicuramente non può esserci in assenza di una
rete di relazioni dense e costanti.
L'esigenza primaria è stata di riaprire il confronto su alcuni nodi che da
tempo non venivano affrontati collettivamente: il ruolo della  NATO e
dell'Italia in questa fase; lo sviluppo della crisi nei Balcani come
paradigma dei nuovi scenari; l'aggressione militare come forma estrema dei
processi di scomposizione e ridefinizione degli assetti mondiali; le nuove
coordinate dell'antimperialismo e dell'internazionalismo nell'era della
mondializzazione. La discussione non partiva dalla pretesa di esaurire, nei
giorni di dibattito, argomenti di tale portata, ma piuttosto di
sottolinearne la centralità ponendoli all'attenzione di un referente più
ampio.
La commissione ha quindi ritenuto opportuno isolare alcuni punti usciti dal
confronto delle singole esperienze territoriali:
- L'esigenza di costruire un punto di vista antagonista che permetta
l'individuazione di percorsi di lotta comuni;
- Il dotarsi di uno strumento pratico ("osservatorio sulla guerra e sulla
pace armata") che permetta di non disperdere quel patrimonio di militanza,
di lotta e di attenzione sociale, che durante la guerra ha parzialmente
frantumato il muro della passivizzazione e dell'omologazione sociale, per
costruire nuovi percorsi di conflitto nazionale e internazionale
attraverso, innanzitutto, la comprensione delle ragioni della guerra e del
suo impatto nei territori. Tale strumento dovrà mettere in rete le
esperienze territoriali esistenti, diventando punto di riferimento per
quanti, a partire dalle proprie specificità, intervengono nelle
contraddizioni (economiche, sociali, ambientali,...) aperte dai processi di
ristrutturazione, conseguenza "inevitabile" dello "stato di guerra
permanente";
- La necessità di costruire, a partire dalle priorità individuate, campagne
di "diserzione": contro i partiti della guerra, contro la pace armata che
utilizza lo strumento della solidarietà armata, contro i finanziamenti di
guerra i cui costi ricadono, ancora una volta, sui proletari, con una
finanziaria che attraverso il dirottamento di fondi dalla spesa civile a
quella  militare promette altri tagli alla spesa sociale (a partire dai
100.000 miliardi stanziati in pochi anni per l'esercito professionale, ma
anche attraverso una militarizzazione del civile).
I compagni e le compagne della commissione vedono prioritario dare spazio
nelle prossime scadenze a momenti di verifica dei lavori su metodo e
strumenti, in vista non tanto dello scadenzismo da rincorrere ma della
costruzione di uno strumento politico, collettivo e continuativo, di cui
emerge con sempre più forza la necessità

I COMPAGNI E LE COMPAGNE PRESENTI AL MEETING ANTAGONISTA DI OTRANTO


N.B. = La due giorni di discussione avrà luogo presso il Centro sociale
Ex-emerson (via Nic. da Tolentino n. 19) a partire dalla mattinata di
sabato.
Per info : 0335-6437214 - 055/411634




collaborare - mailing list - soci

logo sk