04/16 h.21 dibattito sulla Colombia

2005/04/16 alle 12:11

Osservatorio Latinoamericano:

Colombia, terra e resistenza.

All’ interno di questo osservatorio si cerca di fornire un’ orizzonte più ampio per interpretare l’ enorme continente Latinoamericano di cui i giornali non ci offrono che qualche riga.
Con cadenza mensile approfondiremo le diverse tematiche nazionali cercando di riflettere a tutto tondo, uscendo dai soliti clicket forniti dal sistema dominante e dominato della comunicazione.
Oggi parleremo della Colombia e grazie alla loro presenza a Bologna, approfondiremo la tematica dei campesino delle Comunità colombiane del Chocò e dell’Urabà e della COMUNITA’ DI PACE DEL RIO JIGUAMIANDO’.
Vittime di una guerra che va avanti da 50anni, dei paramilitari, del desplazamiento.
Comunita di resistenza agricole che autogestiscono il territorio compiendo il gesto “rivoluzionario” per la regione, di non utilizzare le armi.
Grazie al lavoro dell’ associazione italiana IPO che opera sul territorio colombiano rifletteremo anche su quali sono le forme di sostegno che possiamo e dobbiamo portare avanti dall’ Italia, per sostenere le lotte di chi Resiste.
Informazione, impegno, ma anche cultura sono le strade che percorreremo e a cui invitiamo tutti:

materiali:
documento sulla La Comunità del Rio Jiguamiandò in Colombia

Sabato 16 aprile dalle ore 21.00
-tavola rotonda
-incontro

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XM24-bologna
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LOCOMBIA…
Per anni la Colombia è riuscita a nascondere se stessa. Al mondo, raccontando che la sua barbarie era tutta colpa di Pablo Escobar, e a quanti la visitavano, che di quella barbarie non vedevano segno. Né nelle strade caotiche di Bogotà, vicino al Museo dell’Oro o dal belvedere di Monserrate, né a Cali, né nella malfamata Medellin, né, tanto meno, sulle spiagge caraibiche, sui valichi andini o nei principali siti archeologici.
L’altra Colombia, quella dei record di sangue descritta in modo asettico dai contabili della violenza, è sempre stata invisibile. Appariva fugacemente sui giornali e nei noticieros, con omicidi mirati, massacri di contadini inermi o sequestri di droga. Ma bisognava volerla cercare e trovare a tutti i costi.
Negli ultimi anni la violenza ha continuato a crescere, insieme al numero dei battaglioni anti-guerriglia, dei fronti guerriglieri, dei reparti paramilitari, degli elicotteri da combattimento e dei consiglieri mandati da Washington.
Oggi non è più possibile nascondersi dietro gli Escobar di turno, perché, oltre ad essere ingiusto verso i colombiani, che da decenni vivono con la paura, vittime di una guerra non dichiarata che ogni anno semina migliaia di morti, la situazione si è aggravata a tal punto da richiedere l’intervento dei governi stranieri, nordamericano ed europeo in primo luogo, che con strumenti diversi cercano di porre fine alla situazione conflittuale che sconvolge il Paese da anni.
Del resto una realtà storica e attuale come quella colombiana è veramente difficile da comprendere. E’ semplice abbandonarsi a facili giudizi che vedono l’una o l’altra parte come unica responsabile di tutti i problemi. Addossare tutte le responsabilità ai guerriglieri o ai paramilitari o ancora all’esercito non rappresenta una via di comprensione. Semmai è un modo per inasprire ancora di più un conflitto che per la sua complessità e durata non può avere vinti o vincitori, ma un unico e sicuro perdente, cioè il popolo colombiano.
Questo lavoro nasce dal presupposto che la violenza generi solo altra violenza, quindi non si vuole parteggiare per nessuna delle parti in causa, ma semmai mostrare come si stiano sviluppando dal basso soluzioni non violente che, seppur in fase embrionale, possono rappresentare un modello o in ogni caso un’alternativa per tutti coloro che vedono nel conflitto armato l’unica risposta possibile.

JIGUAMIANDO’: UN LABORATORIO DI PACE
La storia delle comunità
Da più di 500 anni, i territori del Rio Jiguamiandó e del Rio Curvaradó sono abitati da comunità afro-colombiane, discendenti dalle comunità di schiavi deportati dalle coste dell’Africa Occidentale. La popolazione è prevalentemente negra e meticcia ma sul territorio si trovano anche comunità indigene.
Tradizionalmente, e fino all’inizio degli anni Novanta, l’economia delle comunità ha messo in atto un modello d’autosviluppo basato sull’agricoltura, sullo sfruttamento sostenibile ed equilibrato del legno, dell’oro, del platino. Fino a pochi anni fa, le comunità vivevano in un territorio senza Stato, senza poter contare sull’appoggio d’organizzazioni nazionali e internazionali; al fine di garantire i più essenziali servizi, tutti s’impegnavano a collaborare e ciascuna famiglia apportava una quota ad un fondo comune con cui si provvedeva alle necessità basiche.
Fino alla metà degli anni Novanta, l’economia delle comunità poteva considerarsi florida. Attraverso d’intermediari, i contadini del Rio Jiguamiandó e del Rio Curvaradó rifornivano le principali città della Colombia e parte della produzione era destinata al mercato internazionale. Dal 1994, per rafforzare le capacità contrattuali di fronte agli intermediari e per assicurare la vendita dei prodotti a prezzi equi, i contadini del Jiguamiandó si consorziarono in un’Associazione di Bananeros, che provvedeva a rifornire le principali città colombiane. La stessa comunità contrattava e organizzava il trasporto delle merci verso le città; al ritorno, i camion vuoti tornavano alle comunità con prodotti di prima necessità, vale a dire sale, sapone ed olio.
Nel 1995 hanno inizio nella regione dell’Urabà, nel quadro di una politica d’espansione della strategia militare e paramilitare, una serie d’operazioni destinate a provocare l’esodo della popolazione indigena e rurale dai loro territori che sono collocati in zone d’interesse economico per il capitale privato nazionale ed internazionale. In queste zone si sono elaborati, senza consultare le comunità lì residenti da sempre, progetti macroeconomici come il canale inter-oceanico , l’autostrada Urabà-Maracaibo, nonché l’estrazione di risorse naturali quali la banana e la palma africana.
Nel 1997, durante la denominata “Operazione Genesi”,giustificata con la presenza di un numero esiguo di guerriglieri, si sono verificati più di duecento delitti di lesa umanità nei confronti degli abitanti di cinque comunità nere ed indigene (Apartadò, Jiguamiandò, Curvaradò, Vigia del Fuerte, Cacarica e Dabeiba).
L’offensiva paramilitare scese dal nord, e bloccò le vie commerciali. L’attacco alla popolazione civile fu brutale, e dovuto al solo fatto di trovarsi in un territorio in presenza della guerriglia. Cominciarono gli assassini, gli assalti, le aggressioni contro i contadini.
Cominciò così l’odissea dei campesinos, tremila donne, uomini e bambini forzati ad un interminabile desplazamiento, lo sfollamento interno, da Pavarandó a La Marina, a Chigorodó, a Turbo, senza mezzi, senza risorse, sempre anelando al ritorno nella propria terra. Nel 1996, la conca del Rio Jiguamiandó contava con una popolazione di più di 7000 abitanti; oggi, la stessa regione è abitata da meno di 2500 persone.
E’ in questi anni che la comunità internazionale si accorge di come le condizioni degli abitanti della conca siano molto gravi. Interviene la Croce Rossa Internazionale e, con l’appoggio d’organizzazioni nazionali e internazionali, esige dal Governo le garanzie per un ritorno sicuro dei contadini nelle proprie terre. Da Riosucio, leader campesinos mettono le basi per quello che sarà chiamato il Plan Retorno. Casa per casa, in tutti i villaggi dell’Urabà, i leader del processo cercano e animano le famiglie per il rientro in condizioni degne, che sarà possibile, tra mille difficoltà, tra la fine del 1999 e l’inizio del 2000.
In Novembre 2000, con il Governo Pastrana, la comunità ottiene la titolazione collettiva del territorio, che riconosce alla comunità del Rio Jiguamiandó e del Rio Curvaradó collettivamente la legittima proprietà di circa 100mila ettari.
Ciononostante, dal Gennaio del 2001, ricominciano le incursioni degli eserciti irregolari contro le comunità, che causano ancora terrore, massacri, persone scomparse, distruzione. In poche settimane i paramilitari assassinano 15 membri delle comunità, e costringono a ricollocare, in zone più remote o meno vulnerabili, i villaggi contadini. Solo dal 2000, il villaggio di Nueva Esperanza è stato costretto a riubicarsi quattro volte; Puerto Lleras e Pueblo Nuevo tre volte.
Da allora ad oggi, le 2500 persone che abitano nella conca del Jiguamiandò e le nove comunità di Curvaradò, hanno imparato a resistere agli attacchi vivendo all’interno della selva e si sono intergrate in un Consiglio Comunitario, protetti dalla legge che tutela le comunità afro discendenti. Secondo il principio del diritto internazionale che prevede una distinzione tra combattenti e civili , i membri della comunità hanno costituito tre zone umanitarie come meccanismo di distinzione all’interno del conflitto armato, con il fine di evitare il desplazamiento e nuovi attentati alla vita e all’integrità personale e collettiva.
Oggi i membri della comunità continuano a subire incursioni da parte dei paramilitari, assassinii selettivi e sparizioni forzate. Inoltre il blocco economico impedisce la commercializzazione dei prodotti, perciò le comunità sono costrette all’auto-sussistenza.

L’organizzazione sociale
La Comunità di resistenza del Rio Jiguamiandò si è costituita nel 2000, quando i campesinos sono tornati nelle loro terre in seguito al desplazamiento forzato subito ad opera dei paramilitari.
Per meglio proteggersi si sono riuniti in villaggi, che adesso sono dodici, ubicati nella selva con la strategia di vivere in comunità e lavorare in gruppo tutelandosi reciprocamente. I contadini stanno riacquistando a poco a poco il loro antico territorio, ed ora sperano di creare le condizioni per il rientro di tutte le famiglie nelle proprie terre, anche se questo processo è lungo e doloroso: ha infatti causato, in questi anni, la morte di numerosi membri della comunità, sia per mano dei guerriglieri, sia per mano dei paramilitari.
Il fulcro della comunità è costituito da tre “zone umanitarie”, dove ci sono i tre villaggi principali: Pueblo Nuevo, il più grande, con popolazione esclusivamente afro-colombiana, Nueva Esperanza e Puerto Lleras, più piccoli, abitati da meticci.
La struttura organizzativa è composta di due livelli: un Consiglio minore per ciascuna delle dodici comunità, che regola la vita di ciascuna di loro, ed un Consiglio maggiore per tutta la conca del Rio Jiguamiandò. Entrambi i consigli sono eletti democraticamente attraverso l’elezione diretta con il metodo della maggioranza. Tutti i membri della comunità hanno il diritto di eleggere i propri rappresentanti dall’età di dodici anni, poiché è da questa l’età in cui gli uomini e le donne possono decidere liberamente se fare parte della comunità o meno. Diciotto anni è anche l’età in cui si può essere eletti membri dei due Consigli, maggiore e minore. Le decisioni sono in ogni modo prese dopo lunghe discussioni: le assemblee non hanno data fissa e normalmente durano intere giornate lasciando intuire una grande capacità d’ascolto e un’abitudine al dialogo e al confronto.
E’ dunque questa una reale esperienza di democrazia diretta e partecipativa, dove tutti i membri della comunità sono direttamente partecipi della vita comunitaria. In questo senso, la politicizzazione del villaggio è molto alta, e fin da bambini si è consapevoli d’ogni decisione della comunità. Non vi è inoltre discriminazione di genere, infatti le donne hanno gli stessi diritti e doveri degli uomini; è rilevante che il leader della Consiglio maggiore di Jiguamiandò sia un uomo, mentre quello di Curvaradò è una donna.
Per amministrare la giustizia, vista la totale inesistenza di protezione da parte del governo, i membri si sono organizzati eleggendo in ogni comunità il Conciliatore, ossia un incaricato di amministrare la giustizia che ha la facoltà di decretare sanzioni, forme di riparazione, o di imporre la pubblica autocritica in Assemblea. Per casi più gravi, si ricorre ad un’Assemblea di Conciliatori composta dai conciliatori di tutte le comunità della conca.
La Comunità ha una popolazione molto giovane, infatti è composta per circa il 60% da bambini. Tra uomini e donne c’è parità di diritti e differenziazione dei compiti: mentre gli uomini svolgono i lavori pesanti come l’agricoltura e la caccia, le donne si occupano della pulitura del riso, della raccolta e delle faccende domestiche. Attualmente le coltivazioni si limitano al riso e al platano, non c’è allevamento e ci si procura carne cacciando guagua, cioè cinghiali selvatici.
Sebbene il territorio in cui è ubicata la comunità sia stato riconosciuto come proprietà collettiva dal governo colombiano, al suo interno esiste la proprietà privata. Ogni famiglia, intesa come famiglia allargata, ha un appezzamento di terreno che viene coltivato dagli uomini; ciascuno, oltre al proprio lavoro, mette al servizio della comunità alcune ore di lavoro settimanale grazie alle quali si coltivano campi comuni e si realizzano le strutture comunitarie, come la scuola, la sala delle assemblee e la struttura d’accoglienza degli ospiti, solitamente collocata nella posizione migliore sia dal punto di vista panoramico che da quello della sicurezza.
E’ interessante osservare come l’ubicazione dell’intero villaggio sia una scelta fondamentale e molto ben ponderata dai membri della comunità. Pueblo Nuevo sorge sull’ansa di un fiume con alle spalle una serie di colline dietro le quali ci sono i guerriglieri delle Farc e, sull’altra sponda del fiume, si trovano invece i paramilitari. E’ quindi una zona molto pericolosa, dove le possibilità di conflitto sono continue. Gli abitanti della comunità hanno però cercato di sfruttare al meglio le loro possibilità, posizionando il villaggio su di un’ansa del fiume che è sempre attraversata da forti correnti e quindi impossibile da attraversare in quel punto; l’altra sponda è invece una laguna molto ampia, quindi difficile da oltrepassare: per attraversare il fiume i paramilitari dovrebbero camminare lungo la sponda per un tratto molto lungo, esponendosi eccessivamente ai possibili attacchi guerriglieri.
Lo stato colombiano, fino a quattro anni fa, garantiva maestri e dunque un minimo d’istruzione nelle comunità. Oggi questo servizio non è più assicurato, dunque i contadini hanno dovuto provvedere da soli all’istruzione dei loro figli. Prendendo come modello la Comunità di Cacarica, situata nella stessa regione, si è istituito un modello d’autocultura dove i ragazzi che si sono diplomati prima del desplazamiento, circa venti per villaggio, fanno da maestri ai bambini più piccoli, garantendo, oltre ad un minimo d’istruzione, anche la consapevolezza delle proprie origini.
La sanità è garantita da alcuni infermieri formati da Medicos del Mundo, un’organizzazione non governativa che si occupa della formazione di personale paramedico. Gli infermieri sono persone del villaggio, solitamente due o tre per comunità, aiutati nel loro lavoro dai curanderos, gli esperti di botanica che preparano unguenti e medicamenti.

La risposta non-violenta

Le Comunità di Pace e le Comunità di Resistenza rappresentano una preziosa esperienza di resistenza civile alla guerra e allo sfollamento forzato. Tutte hanno scelto di non entrare a far parte del conflitto, ma di resistere in maniera del tutto non-violenta per avere una vita dignitosa nella terra dei loro padri.
Si impegnano a non intervenire in nessuna forma nella guerra, a non portare armi, a lottare contro l’impunità denunciando le violazioni commesse ad opera di tutti i gruppi armati e a propendere sempre per la costruzione di scenari di pace e convivenza per la soluzione negoziata del conflitto armato sociale e politico che colpisce il Paese.
Nonostante le avversità, questa esperienza di resistenza civile e non-violenta, è andata oltre la semplice neutralità verso gli attori armati. I 2200 contadini e contadine, di fronte al modello predominante di “sviluppo”, danno vita coraggiosamente ad una proposta alternativa realizzando processi economici di tipo comunitario e relazioni democratiche di “autogoverno”, nella comunità infatti non c’è nessuna autorità statale che regoli le relazioni interpersonali.
E’ probabile che in altri contesti l’autoregolamentazione delle relazioni sociali non sia un aspetto che meriti particolare rilievo, ma se consideriamo che la Colombia è un paese dove ogni anno muoiono, per cause violente, 30.000 persone gran parte delle quali dovute alla violenza quotidiana e non al conflitto armato, possiamo vedere che l’esempio di Jiguamiandò di rispettare norme di convivenza condivise senza ricorrere alla coercizione della forza pubblica o di gruppi armati, rappresenta una proposta reale ed alternativa alla pratica sociale di risolvere i conflitti con mezzi violenti, pratica sviluppata anche per l’alto livello d’impunità, circa il 97%, che esiste nel Paese.
E’ probabile che in altri contesti l’autoregolamentazione delle relazioni sociali non sia un aspetto che meriti particolare rilievo, ma se consideriamo che la Colombia è un paese dove ogni anno muoiono, per cause violente, 30.000 persone gran parte delle quali dovute alla violenza quotidiana e non al conflitto armato, possiamo vedere che l’esempio di Jiguamiandò di rispettare norme di convivenza condivise senza ricorrere alla coercizione della forza pubblica o di gruppi armati, rappresenta una proposta reale ed alternativa alla pratica sociale di risolvere i conflitti con mezzi violenti, pratica sviluppata anche per l’alto livello d’impunità, circa il 97%, che esiste nel Paese.

Il nostro lavoro
La realtà delle Comunità di Pace si sta diffondendo sempre di più in giro per il mondo. E’ fondamentale che quest’esperienza abbia visibilità e appoggio politico perché questi sono gli unici modi veramente efficaci per tutelare contadini inermi che sono privi di armi ma stanno imparando ad utilizzare l’arma più potente, quella della parola; i leader dei villaggi si stanno formando politicamente, oltre che nelle Comunità, anche all’estero dove da oramai diverso tempo viaggiano per raccontare la loro esperienza e ricevere appoggio.
Le nostre linee d’azione sono tre: tutela, visibilità e denuncia.
La tutela può essere attuata in diversi modi:
1)Accompagnamento sul terreno: la presenza di osservatori internazionali che effettuano un lavoro di monitoraggio all’interno delle Comunità, e allo stesso tempo fungono da deterrente nei confronti di possibili azioni per opera di paramilitari e guerriglieri; il costo politico di un’azione militare, infatti, si alza notevolmente se sul territorio sono presenti cittadini di altri Stati. Un’ulteriore forma di accompagnamento è rappresentata da brevi presenze di gruppi di volontari e studenti durante i periodi di vacanza.
2)Visita di delegazioni: la cui importanza risiede nel grosso peso politico che hanno delegazioni di rappresentanti istituzionali, artisti, membri di ONG. Solitamente la permanenza delle delegazioni è di qualche giorno, durante il quale sono organizzati incontri con i leader delle Comunità, con i media e con i rappresentanti istituzionali locali. Per dare maggiore visibilità alle delegazioni, che provengono da tutto il mondo, si organizzano forum dove è possibile un confronto più ampio.
3)Pressione internazionale: fondamentale è la pressione sul governo e sulle forze armate colombiane nel caso di minacce o violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. La pressione viene effettuata attraverso lettere inviate alle autorità colombiane in cui si riportano le eventuali violazioni e in cui si chiede di verificare la veridicità delle informazioni ricevute. In questo modo risulta evidente che la realtà comunitaria è sotto i riflettori internazionali, e qualunque azione illegale avrebbe risonanza anche fuori del territorio colombiano, con un’evidente perdita d’immagine da parte del governo. E’ indispensabile, affinché la pressione sia efficace, che le Comunità abbiano una voce e la tecnologia necessaria per diffondere in tempo reale i comunicati urgenti; purtroppo quasi tutte le comunità sono sprovviste del telefono e di internet, quindi è talvolta difficile essere celeri nel passaggio di informazioni.
4)Sostegno ad iniziative comunitarie: raccolta dei progetti elaborati dalle comunità da presentare, insieme alle motivazioni del processo di resistenza, ad enti territoriali ed organizzazioni non governative interessati ad appoggiarli. Oltre all’appoggio politico, si chiede un contributo per realizzare progetti in loco, come la draga di un fiume o l’acquisto di attrezzi da lavoro.
La visibilità consiste nel diffondere l’esistenza, lo sviluppo, le problematiche, le sfide e le potenzialità di questi processi di resistenza in Italia e in Europa attraverso forum, conferenze, mostre fotografiche, testimonianze dei rappresentanti comunitari, video, etc. La denuncia è altresì importante per dare voce ai soprusi e alle violenze che i membri delle comunità subiscono
Ipo Iitalia Onlus sta lavorando per diffondere l’esperienza delle comunità sul nostro territorio e far si che ci sia attenzione sia da parte della cittadinanza che da parte delle istituzioni verso questo laboratorio di pace e democrazia.
Nel mese di gennaio una nostra delegazione è entrata nella comunità di Juguamiandò, con l’intento di discutere con i contadini ed elaborare insieme a loro le strategie di resistenza più efficaci. I membri della comunità hanno ritenuto che la necessità più immediata riguardi l’educazione, difatti i 390 bambini dei villaggi non hanno accesso all’educazione elementare, essendo lo Stato del tutto assente. Attualmente il nostro lavoro è perciò orientato in questa direzione: realizzare un progetto di etnoeducazione che, unitamente all’accompagnamento internazionale sul terreno, garantisca uno dei bisogni primari dell’uomo, nel rispetto dell’autonomia e della cultura locali.


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