11/28 Sab 3° CONSIGLIO POETICO METROPOLITANO

2009/11/21 alle 14:46

3Consiglio Poetico Metropolitano in memoria attiva di P.P. Pasolini

promuove la rete di cooperazione poetica:

Versitudine – Bologna
Scuola di Strada P.P.Pasolini – Bologna
Il Pane e le Rose – Trieste
Farepoesia – Pavia

Artisti contro le guerre interne ed esterne

La rete Ivan Illic – Bologna

Antagonismo gay – bologna

Partecipa al dialogo comune:

XM24, Bologna Città libera (e bolognina città libera) , Circolo Che Guevara PCR, Resistenze

Sabato 28 novembre 2009

dalle ore 15 alle 19
presso Centro Culturale Katia Bertasi

Via Fioravanti 14 – Bologna

Nel 3 CPM tratteremo

come intellettualità critica diffusa metropolitana del XXI secolo,

le problematiche e le complesse forme della vita e della nuda vita contemporanea::

  • Corpi, Sessi, vite, guerre, poteri, denari, capitali*

attraverso le infinite forme del dialogare, immaginare, poetare, confrontare, elaborare, filosofare ed agire

NELLA FORMA D’ESERCIZI POETICI DI CORPI LIBERI DI R-Esistenza

contro tutto ciò che li aliena tutto ciò che li addormenta tutto ciò che li avvelena tutto ciò che li discrimina tutto ciò che li manipola tutto ciò che li opprime tutto ciò che li emargina tutto ciò che li instupidisce tutto ciò che li annienta tutto ciò che li precarizza tutto ciò che li reprime tutto ciò che li svuota tutto ciò che li violenta

Esercizi singolari e comuni di resistenze poetiche per riformulare nuovi alfabeti per corpi ed esistenze liberate

da alienazioni, autoritarsmi, fascismi, paure, guerre, precarietà, domini, mercificazioni, razzismi, sessismi, sfruttamento, servilismi, precarietà


I nostri Consigli Poetici Metropolitani(CPM) hanno un carattere nomade

svolgendosi di volta in volta in diverse parti della città

Vengono proposti ed organizzati da

Da Versitudine, associazione trans-poetica

dalla Scuola di strada Pier Paolo Pasolini

Trasversali sensibilità ed intellettualità capaci di immaginare mondi comuni e singolari, come tentativi sociali per andare al di là dei nostri vari ed innumerevoli specifici esistenziali e sociali, sessuali, specificità che col tempo stanno diventando ghetti dorati o di dorata indifferenza;

e di rappresentarsi territorialmente e socialmente come soggettività murate nei propri immaginari ma anche reali esistenze singolari e comuni.

In poche parole chiusi in se stessi.

Il CPM

È capace di essere trasversale anche tra diversi universi sessuali, tra differenti soggetti sociali e tra innumerevoli linguaggi creativi,
ma innanzitutto capace di mettere in relazione soggetti, linguaggi e territori in trasformazione e in reciproca cooperazione poetica e sociale)

1 CPM
(gennaio 09, al teatro del Navile nel centro storico
su cosa significa Resistere oggi,

2 CPM
maggio 09, alla sala Bianca Palazzo d’Accursio
su come immaginiamo la nostra città Bologna)

3 CPM
Novembre 09, Katia Bertasi
su Corpi, Sesso, guerre, vita, potere, denaro, capitale

Sfruttamento, abusi e violenze, guerre, precarietà dei corpi dei nostri e delle nostre contemporanei-e

I Consigli Poetici vengono svolti utilizzando variegati linguaggi poetici, filosofici, simbolici, analitici ed artistici in genere

inizio evento

ore 15, 30

PINO de MARCH apre il CPM e presenta progetto Scuola di strada P.P. Pasolini

EDDY KANZIAN dell’associazione il pane e le rose racconta della figura intellettuale di P.P.Pasolini e della liquidità della società contemporanea

SALVO QUINTO legge ed interpreta “la profezia” di P.P. Pasolini tratta da Alì dagli occhi azzurri

DADI MARIOTTI: corpi fogli sparsi appuntati graffianti graffiati colorati parole urli e poesie

TITO TRUGLIA dell’associazione FAREPOESIA presenta e commenta il video “le forme della città “ di P.P. Pasolini

TITO TRUGLIA legge propri testi poetici “corpi, linguaggi e periferie”

SALVATORE PANU E GIUSI LUMARE esercizi musicali di corpi liberi

GRUPPO 98 DONNE E POESIA: ANNA ZOLLI , LEILA FALA , LOREDANA MAGAZZANI : singolarità femministe che tramano vissuti e corpi poetici di donne

ALESSANDRA FRISAN: il corpo immaginato

MARIA TERESA URBANELLI: danza, corpi e parole

MARCO E RENATO BUSARELLO DI ANTAGONISMO GAY: le innumerevoli sessuofobie ed omo-trans-fobie contemporanee

ELI PERRONE PULSIMER : POETA E MAESTRO THAI CHI : in forma di ricercata bellezza degli assoluti, dei corpi e delle parole

CRISTINA BRUNETTI O KISHORI DEVI: danza indiana di corpi in transito tra oriente ed occidente

ALBERTO MASALA: le ceneri di Gramsci o la sua opera: i talebani

SALVATORE JEMMA: memorie e testi di P.P. Pasolini

LA CICLOFFICINA XM24: i corpi avvelenati nella metropoli

ALI POETA IRANIANO: il corpo e le parole in divenire degli stranieri

BRUNO BRUNINI, ANNA ALBERTANO E CARLA CASTELLI : corpi, parole e poesie

EDVINO UGOLINI: la poesia, i corpi e le guerre

ALFREDO STORI, come mi sono immaginato con altri-e compagni-e una scuola di strada che poi abbiamo dedicato a P.P. PASOLINI

PINO de MARCH : il ritorno della censura e del pudore sessuofobo ed omofobo in una società capitalista decadente dallo sguardo senza profondità ed erotismo,

critica al permanente sguardo coloniale – virtuale e reale in forma appropriativa, sessista, omofoba, mercificante, oggettivante su corpi frammentati, militarizzati, precarizzati, storditi, spaventati, anonimi e de-socializzati.

Alla ricerca del “pudore” o meglio “della perduta misura propria dei corpi” non intesa in senso sessista o sessuofobo o biblico – come vergogna per la nudità dei corpi(latino pudende, organi sessuali) o in senso censorio ed autoritario (imperativo) di imporre una misura dall’alto –statale o clericale – su propri corpi

Corpi bellezza sguardi respiri nudità relazioni – intese come psychè o come bios o come archè – o come polis o cosmopoli – o micro-società aperte, come relazione tra tutto ciò che anima e vivifica l’auto-poietico universo cosmico e le umane forme della vita;

Corpo in senso filosofico materialista antico (immaginato da Democrito, Epicuro, Lucrezio, Saffo), come corpo misura di sé e del mondo e del valore delle cose;

Corpo in senso marxiano e materialistico storico come corpo dei produttori liberi dal capitalismo – corpo marxiano come misura – non sono della propria attività prodotta in forma di cooperazione economico-sociale -di lavoro o lavori – ma anche in forma antropologica di società);

e’ urgente ripensare oggi il corpo o i corpi liberi – in senso trasversale ecologico-etico-economico-sociale-estetico come misura di sé (nei vari universi sessuali ed nei vari universi umani e sociali) come relazione complessa con l’altro da sé e con l’universo intero dei viventi ; come cooperazione tra corpi autonomi dei lavoratori precari ed insicuri di reddito e di socialità

Ripensare il corpo in relazione con tutto ciò che Altro da Se’, come corpi alla ricerca di felicità, eroticità e di reciproca dignità (tra corpi antropologicamente e naturalmente diversi) in uno spazio di interconnessione singolare e comune tra mondo-natura-cultura in relazione conflittuale ma sempre alla ricerca di nuovi equilibri di esistenza eco-etico-esteico-sociali possibili.

accordatore poetico: pino de march

blog: versitudine.splinder.com

contatti indiretti: versitudine@gmail.com

A partire dalle 20

al Centro SOCIALE XM 24

via fioravanti 24

continuerà in percorsi artistici di memoria attiva di Woodstock (1969)

Per musiche canti danze e filmati: regia di Patrizia Quaranta

narrazioni dalla lost generation alla beat generation di Pino de March

info: www.xm24.org


Siamo tutti in pericolo / intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini

*“Siamo tutti in pericolo”. Intervista a Pier Paolo Pasolini,* L’Unità 1 novembre 1975
di Redazione Antenati, Data 11 maggio 2005 – 593 letture

Questo che pubblichiamo è il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano “La Stampa” l’8 novembre del 1975 Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. “Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo””.

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò “la situazione”, e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La “situazione” con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della “situazione”. Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo” non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, “la situazione”, e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo. (...)

Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?

Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto riderei bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

E qual è la verità?

Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire “evidenza”. Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è “stare con i deboli”. Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei “consumato” avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo- cinese, che cosa ti resta?

A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.

No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere “di che segno sei”. Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non facio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la “situazione”. È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del “cantando sotto la pioggia”. Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.

Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di fari libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato “la vita violenta”. Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione “più avanzata”...

Che mi fa rabbrividire.

Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?

Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

Non vorrei parlare più di me,forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande. “Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina”. Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma


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