LUC

2005/03/07 alle 09:46

INIZIATIVE DELLA LIBERA UNIVERSITA’ CONTROPIANI

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TRA IL DIRE E IL FARE
La Luc e il movimento nell’anno che verrà
(Autunno 2002)

Nata a ridosso della contestazione no-ocse 2000, la Libera Università Contropiani ha sempre cercato di orientare la propria attività ed elaborazione alle tematiche e alle pratiche di movimento. Nell’anno seguito alle giornate di Genova, l’Abbecedario del movimento globale ha cercato di interloquire con le parole d’ordine del movimento stesso, ponendone in risalto, nelle differenti e possibili “interpretazioni”, sia la capacità di aprire spazi di azione politica sia i limiti. Vogliamo qui proporre una sorta di bilancio politico dell’anno trascorso e, a partire da esso, indicare a noi stessi e al movimento alcuni terreni di riflessione e di pratica politica. Il nostro scopo è coniugare le analisi che abbiamo sviluppato e che continueremo a portare avanti con l’individuazione di alcuni terreni specifici su cui spendere le potenzialità che ancora a Firenze il movimento ha mostrato di esprimere. L’anno scorso alla Luc si è parlato di moltitudine e classe, guerra e impero, lavoro e denaro; e ancora, abbiamo presentato lo sciopero del lavoro migrante di Vicenza, l’inchiesta del gruppo di Futuro anteriore sull’operaismo italiano, l’esperienza del colectivo situaciones nella situazione argentina. Le tappe di questo percorso non verranno qui riprese in ordine cronologico, ma attraversate nel tentativo di integrarle in una riflessione più ampia, capace di trovare riscontro in un processo di trasformazione reale, dandosi così come presa di parola politica e apertura di una prospettiva di lavoro.

Le parole per dirlo
Prendere le mosse dall’analisi del cosiddetto Libro bianco del ministro del welfare Maroni significa, in questo senso, considerare la forma specifica che quel processo di trasformazione assume in questo paese, contestualizzandola e comprendendola in una dimensione sovranazionale all’interno della quale la guerra e il capitale finanziario rivestono un ruolo determinante.
Il Libro Bianco risponde all’esigenza di un riordino complessivo del sistema di produzione capitalistico mirante, a sua volta, a un rimodellamento dell’intera società. A questa pretesa risponde il ruolo attribuito al contratto individuale e all’assunzione a tempo indeterminato da agenzie interinali, le quali cedono poi temporaneamente la forza lavoro a un’azienda: il lavoratore del futuro è in leasing, non più titolare di un “rapporto di lavoro”, ma un collaboratore esterno che opera all’interno di un ciclo produttivo. Qui si inserisce il passaggio da una contrattazione collettiva (in particolare quella nazionale), che d’ora in poi dovrebbe fornire solo un accordo quadro, a una contrattazione decentrata che svolgerà un ruolo attivo nel differenziare e dividere salari e condizioni di lavoro fra imprese, settori e aree territoriali. Un processo di frammentazione delle forme del lavoro e della sua intensità che si svolge a fianco di una più generale destrutturazione della cittadinanza e gerarchizzazione dei diritti. I percorsi di individualizzazione seguiti dagli operai con la fuga dalla fabbrica vengono così piegati alla pianificazione complessiva della società. Proprio la necessità di rincorrere i movimenti e gli scarti del lavoro vivo degli ultimi 20 anni – quei comportamenti molteplici che hanno cercato di sganciarsi dalla massificazione e dalla ripetitività – è all’origine di una riforma tesa a ripristinare un più stretto controllo sull’agire sociale, a stabilire un ordine che deve essere da una parte il più ampio possibile, e dall’altra stratificato e diversificato, con l’obiettivo di ridurre la capacità di manovra politica e sociale del lavoro vivo, negando così la politicità del rapporto lavoro-capitale. Intendiamo con politicità del lavoro il fatto che il rapporto tra capitale e lavoro, tra padrone e operaio, continua a definire le figure dell’antagonismo sociale, sia pure in forme sempre più diversificate e complesse, anche nell’età della moltitudine.

Il sottotitolo del Libro Bianco, “proposte per una società attiva e un lavoro di qualità”, ne rende immediatamente evidente l’obiettivo: la messa al lavoro e la produzione della società attraverso il lavoro, puntando a ristabilire come paradigma esclusivo il carattere industriale dell’agire umano. A scanso di equivoci vale forse la pena chiarire che il riferimento al carattere industriale dell’agire umano non comporta una riaffermazione, comunque formulata, dell’esclusiva centralità della fabbrica. Esso significa piuttosto che la modalità specificamente e indiscutibilmente capitalistica di messa al lavoro in massa della forza lavoro non è stata cancellata, ma estesa all’agire umano nel suo complesso. In questo senso, è possibile affermare che il Libro Bianco riconosce pienamente la dimensione cooperativa del lavoro sociale così come il suo carattere cognitivo, ponendo di conseguenza il problema della sua proprietà. È la conoscenza di parte operaia, acquisita attraverso percorsi istituzionali di formazione e attraverso l’esperienza individuale, infatti, che determina l’innovazione, che dunque non è più il prodotto dell’attività imprenditoriale ma discende dalla forza di invenzione, dai micromiglioramenti cumulativi che partono dagli operai, di cui il capitale si appropria. E’ in questo senso, allora, che è possibile parlare di fabbrica sociale, ed è per questo che la singolarità di ciascun agire umano deve essere disciplinata in modo da garantire la continuità tra agire umano che viene lavorizzato e mezzi di produzione, che si esprimono ora come organizzazione di impresa su scala sociale. Da qui, l’importanza attribuita nel Libro bianco alla formazione come adesione all’impresa e ai suoi valori.
Al disciplinamento si affianca poi una tendenza alla ricentralizzazione del comando e alla diffusione del controllo: l’Unione europea definisce infatti regolamenti quadro intorno alla disciplina del lavoro la cui implementazione è affidata alle regioni, che diventano in questo modo organo legislativo ed entrano in competizione sul piano della loro capacità di flessibilizzare. Sempre a livello Europeo, inoltre, viene stabilita la garanzia di un nucleo di diritti fruibili attraverso i diritti fondamentali.
Parlare di fabbrica sociale, e dunque mostrare come tutto l’agire umano sia valorizzato, significa anche sottolineare come la funzione di equivalente generale della moneta sia sempre più svincolata dalla possibilità di assumere il tempo di lavoro astratto come base del calcolo della prestazione operaia e della sua retribuzione salariale. Il denaro continua sì a svolgere una funzione di comando, ma non in maniera unitaria, bensì ricalcando e inseguendo la molteplicità delle figure e degli attributi che partecipano alla cooperazione produttiva capitalistica, mentre il diritto stabilisce la forma di una società di individui fungibili, ponendo le basi per la riscrizione gerarchica delle differenze.
Tuttavia, la forma comando del denaro si rivela incapace di controllare e comandare il lavoro vivo. Il denaro, come salario, non è sufficiente a monetizzare la quantità di prodotto creato da questo lavoro, il denaro come comando si riproduce in crisi finanziarie funzionali a un processo di proletarizzazione e alla ridefinizione del sistema di produzione su scala mondiale. In Argentina la crisi finanziaria di dicembre è l’apice di questo processo, già avviato dal regime dittatoriale. I provvedimenti finanziari del primo governo democratico di Menem, infatti, hanno mantenuto una sostanziale continuità con le politiche economiche della giunta militare. La parità peso dollaro, volta ad attirare capitali internazionali, seguita dalle privatizzazioni imposte dai piani di aggiustamento strutturale, ha consentito una generale riconversione dell’economia verso il capitale finanziario e la dismissione della base produttiva manifatturiera. Quando il circolo vizioso delle crisi finanziarie ha costretto il governo ad abbandonare la parità e a decretare la svalutazione, l’iperinflazione e la corsa al cambio dei salari in dollari hanno determinato la crisi di liquidità e il conseguente congelamento dei risparmi. La destrutturazione delle grandi concentrazioni operaie si accompagna così al processo di proletarizzazione della piccola e media borghesia, in un processo di generale negazione di ogni tutela sociale e di ulteriore destrutturazione dei diritti di cittadinanza.

In questo quadro è possibile leggere la guerra degli ultimi dieci anni: da una parte essa mira a un più stretto controllo delle fonti energetiche, ossia di quelle regioni riconosciute come più instabili (Caucaso, Golfo Persico, e in generale il Medio Oriente), dall’altra va a controllare materialmente gli spostamenti della forza lavoro; il suo sviluppo va al di là della cooperazione militare, vuole imporre una generale ristrutturazione dei rapporti sociali, economici e diplomatici. In questo senso occorre denunciare l’uso strumentale dell’attentato dell’11 settembre per nascondere le cause interne e strutturali dell’attuale situazione di crisi economica e per giustificare misure di intervento che nelle specifiche realtà economiche tendono a incrementare le varie forme di dominio e controllo. E’ la guerra che non richiama elmetti e cingolati, ma evoca perquisizioni, arresti e rogatorie, sorveglianza del territorio e delle frontiere. La ricentralizzazione del comando politico del capitale su scala regionale e locale si lega alla ridefinizione del sistema di produzione su scala globale.

Come la guerra sul piano globale, così il rapporto lavoro-denaro comporta che ogni momento della vita individuale e sociale sia sottoposto alle leggi della valorizzazione capitalistica e della produzione di merci, producendo una pervasività assoluta, quasi una metastasi del capitale che nulla esclude; in questo modo il concetto di lavoro produttivo viene esteso a talenti, pensieri e linguaggio. Sul piano dell’agire politico il carattere cognitivo e cooperativo del lavoro, tuttavia, proprio in quanto viene interamente valorizzato, non può essere considerato se non nella sua ambivalenza e nelle sue contraddizioni. Parte del movimento, immaginando una tendenziale coincidenza tra nuove forme del lavoro e pratiche di liberazione, rischia di postulare un soggetto antagonista riconciliato con il lavoro, libero di cooperare; rischia cioè di perdere la dimensione politica del lavoro stesso, di riproporre quelle simmetrie (denaro e diritto) che soffocano le singolarità, negando l’irriducibilità del singolo al sistema di produzione sociale capitalistico. Al contrario, riteniamo che la categoria di moltitudine sia oggi di rilevanza strategica proprio perché consente di focalizzare la dimensione intrinsecamente contraddittoria del tentativo capitalistico di reimporre la centralità del lavoro salariato come modalità privilegiata di accesso a servizi e a condizioni di cittadinanza che vengono al tempo stesso interamente ridotti a merce. Lungi dall’essere un mero concetto sociologico, che riflette la crescente frammentazione del mercato capitalistico del lavoro, la moltitudine evidenzia l’emergere di un insieme di movimenti soggettivi, bisogni, pratiche sociali che si sono indirizzati e si indirizzano precisamente contro la norma disciplinare del lavoro salariato.
Per questo crediamo sia necessario cogliere la molteplicità delle figure del lavoro, ciò che vogliamo definire il carattere moltitudinario della classe oggi, e sottolineare i percorsi di soggettivazione del lavoro vivo di cui quest’ultima è espressione. Questa modalità moltitudinaria della classe non cancella la sua necessaria partiticità, non nel senso dell’organizzazione di partito, ma come affermazione del suo essere irrimediabilmente una parte di qualsivoglia società. È in questo senso che va colta la specificità migrante come figura del lavoro sociale che non può e non vuole essere riassorbita all’interno di un ordine societario, ma che anzi si presenta come soggettività politica quando agisce come parte contro il tutto societario del sistema di produzione capitalistico. E allora una politica della moltitudine è assunzione di parzialità. La presa di partito è in primo luogo una presa di parola politica che non significa, come detto sopra, individuare un referente semplice sul quale costruire organizzazione e al quale ricondurre strati di massa, ma significa ridare spessore e determinazione concreta al termine politica.

Un modo per farlo
La Libera Università Contropiani riprende la propria iniziativa politica rilanciando con forza, verso l’intero movimento, la centralità di una proposta di lavoro già presente, seppur in forma ancora embrionale, nel percorso avviato nella primavera del 2001: l’inchiesta (o meglio, come vedremo, la conricerca).
Con il primo ciclo di incontri sulle trasformazioni urbane ci eravamo riproposti di ridisegnare collettivamente una mappa locale di quell’insieme di processi che solitamente vengono catalogati sotto la voce globalizzazione. Se da una parte si intendeva cogliere la “rivoluzione dall’alto” che investiva tutti i territori, trasformandoli radicalmente e rendendoli non solo invivibili, ma anche irriconoscibili, dall’altra la volontà di mettere in relazione soggetti diversi e non sempre in comunicazione animava i momenti di dibattito: un lavoro di messa in rete di esperienze e di soggetti che alludeva al metodo dell’inchiesta come proposta politica. Il secondo ciclo di incontri, di cui viene presentata una rilettura trasversale nella prima parte di questo testo, si interrogava sulle categorie e il lessico che il movimento nel suo insieme si era dato: un tentativo di problematizzare ciò che sembrava ovvio, di mettere a tema i nodi inevasi di un pensiero critico che di fronte al nuovo scenario internazionale, ma anche di fronte al nuovo protagonismo di “vecchie” figure del lavoro operaio, evidenziava tutti i propri limiti (si veda il contributo della Libera Università Contropiani sul n° 22/ n° 1 nuova serie di DeriveApprodi).
Da qui il percorso della Libera Università Contropiani può ripartire, ma ripartire non vuol dire tornare indietro, ma piuttosto riannodare fili di un discorso avviato in due anni di lavoro sul territorio. Come hanno sottolineato con forza gli autori di Futuro anteriore (DeriveApprodi 2001), l’inchiesta ha una funzione in primo luogo conoscitiva (peraltro necessaria e indispensabile all’interno di un percorso di elaborazione e pratica politica), ma al contempo non è solo, non può essere solo racconto e/o descrizione dell’esistente, accumulo di conoscenze neutre e oggettive. Abbiamo certamente un problema di conoscenza della condizione reale proletaria che non è risolvibile applicando le categorie correnti, per quanto queste ci appaiano evidenti e capaci di nominare immediatamente situazioni e soggetti. L’inchiesta in questo senso non è né l’applicazione di un metodo, né semplicemente l’indicazione di una metodologia, proprio perché aiuta a rimettere continuamente in discussione quelle categorie che altrimenti si fossilizzano, risultando più un impedimento che uno strumento per l’impostazione di ogni discorso critico e pratica di lotta. L’inchiesta non produce – o almeno non dovrebbe produrre – la separazione tra un soggetto che indaga e un oggetto che viene scoperto e identificato. Scopo dell’inchiesta è un doppio movimento: da un lato la definizione dell’azione militante nel corpo a corpo con la situazione reale delle esistenze proletarie; dall’altro lato la trasformazione del nostro lessico e delle nostre pratiche a partire da quel confronto. Attraverso l’inchiesta la soggettività politica sfugge all’identificazione sociologica che oggi pare definirla. Il migrante, il precario, l’operaio cessano cioè di essere definiti dalla situazione in cui l’organizzazione capitalistica del lavoro li confina. Prendono la parola non per rivendicare una condizione, ma per rompere i confini di quest’ultima. Ben lungi dall’essere una pratica da “studiosi”, la pratica militante dell’inchiesta rompe con l’intellettualismo di chi crede che migrante, precario, operaio siano categorie che descrivono in maniera chiara ed evidente una realtà oramai consolidata; che il loro contenuto sia tale da rendere necessario solo uno sforzo operativo, l’organizzazione dell’agire nel movimento.
Le potenzialità dell’inchiesta stanno invece nella produzione di un oggetto che altrimenti continua a sfuggire. Non solo le figure del lavoro, ma anche la città deve essere ridisegnata politicamente. Noi non pensiamo che sia utile immaginare la città come insieme unitario da interessare e coinvolgere da iniziative più o meno mirate. È necessario operare uno sforzo per distinguere le diverse parti della città che vogliamo attraversare. Dobbiamo assumerci la responsabilità di scegliere quali parti della città c’interessa prendano la parola, sapendo che sarà contro quelle altre parti della città che finora le hanno ridotte al silenzio. Dobbiamo attraversare quelle zone intermedie nella quali l’istituzionalizzazione e l’amministrazione dei conflitti mostra i propri intrinseci limiti. Passare da una prospettiva di amministrazione della situazione attuale e dei mille problemi che essa ogni giorno produce e porci il problema di un salto di qualità radicale dell’iniziativa. Costruire e riconoscere i percorsi della soggettività all’interno delle lotte piuttosto che nella condizione di dipendenza, emarginazione, sfruttamento. Dobbiamo muovere dalla consapevolezza della nostra parzialità, del nostro essere di parte. Se si pretende che l’inchiesta sia neutra, la si condanna all’impotenza, se ne decreta la morte. L’inchiesta necessita di un punto di vista di parte, è l’assunzione di una parzialità irriducibile.
Si tratta perciò di fare un passo avanti. Non solo registrare ciò che esiste, ma produrre un’innovazione politica che rompa gli assetti consolidati. L’inchiesta deve essere il primo passo per attraversare la moltitudine. L’inchiesta è anche capacità di cogliere le ambivalenze presenti nei processi che abbiamo di fronte: ciò che il capitale presenta come alternative (sviluppo/sottosviluppo, tempo di lavoro/tempo libero, lavoro/non lavoro) va letto come compresenza, cogliendone il comune nel molteplice. La pratica dell’inchiesta in questo senso, quando non è solo evocata, libera il campo da soluzioni e opzioni lineari e ci aiuta a vedere più cose in una. E’ pratica politica di problematizzazione dell’esistente, capacità di squadernare gli assetti che si sono sedimentati. E’ in questo passaggio che interviene la conricerca.
Conricerca significa allora produrre grazie all’inchiesta delle situazioni di lotta, nelle quali le figure che innervano la moltitudine arrivino a prendere politicamente la parola, a porre una soggettività altra che mostri gli elementi di effettiva autonomia dal progetto generale di società del lavoro. Conricerca significa andare anche oltre le nostre pratiche attuali; produrre uno scarto di radicalità politica dentro i soggetti politici che animano il movimento. È peraltro evidente che il passaggio dall’inchiesta alla conricerca non è affrontabile con l’obiettivo della piccola scala, o peggio nella prospettiva settaria di un percorso non espansivo. Per questo la nostra proposta non è solo un progetto della Luc, ma è rivolta all’intero movimento bolognese, perché solo se diviene patrimonio comune essa può diventare davvero significativa. In un movimento variegato come quello presente, solo le iniziative che ne ripercorrono la complessità assumendosi il rischio di allargarne le maglie e la composizione possono esprimere un vero passo in avanti. Solo le iniziative che rinunciano a rappresentare gli assetti presenti, ma mirano a coinvolgerne altri socialmente determinati, con la consapevolezza di dover mutare anche noi stessi, solo queste iniziative possono pensare di andare oltre la contingenza delle pratiche.
Questo faremo come libera università Contropiani. Continueremo cioè l’inchiesta sul lavoro migrante che al nostro interno è stata condotta nell’ultimo anno, continuando a mettere a disposizione del movimento i suoi risultati e le riflessioni politiche che essa impone.
Ma altrettanto importante di questa enfasi sulla conricerca, è proseguire un lavoro di discussione e approfondimento squisitamente teorico, che non si sviluppi separatamente dalla conricerca stessa, ma ne costruisca piuttosto la cornice e ne rielabori continuamente gli esiti. Ci sembra in questo senso cruciale porre la moltitudine al centro di un’analisi delle attuali trasformazioni del capitalismo che non ne isoli il momento di dominazione e di disciplinamento della soggettività sociale, ma che al contrario legga tali trasformazioni come tentativi necessariamente parziali e imperfetti di imporre una norma e uno statuto a soggettività di per sé irriducibili a quella norma e a quello statuto. Questa esigenza è stata spesso individuata nei dibattiti all’interno del movimento, ma si è raramente tradotta in un’opera di effettivo rovesciamento della prospettiva che vede la “resistenza” in una posizione difensiva e reattiva rispetto alle trasformazioni imposte dal “neoliberismo”. Per questo intendiamo articolare le proposte di incontri e seminari della Luc attorno al filo rosso rappresentato dal primato della moltitudine, dei suoi movimenti e delle modalità con cui essa attraversa e continuamente ridisegna il paesaggio sociale del capitalismo contemporaneo.
Ci proponiamo dunque di promuovere presentazioni sia di progetti editoriali (come ad esempio la nuova serie della rivista «DeriveApprodi»), sia di singoli volumi (come ad esempio il recente Esercizi di esodo, di Paolo Virno) che muovono dalla registrazione della centralità di questa immagine della moltitudine. Ma vorremmo anche proporre un insieme di incontri più strutturati, di tipo “seminariale”, su temi che giudichiamo ineludibili per una verifica e per un approfondimento di quell’immagine: ad esempio ancora sul lavoro migrante, che vorremmo cominciare a indagare su scala “globale”; ma anche sulla definizione del concetto di comunità, che a partire da esperienze di lotte sociali sviluppatesi in particolare in territori non europei vorremmo proporre di vedere come un terreno di contesa tra codificazione di astoriche identità e pratiche sociali di riappropriazione di risorse e di servizi.
Come abbiamo d’altro canto affermato in precedenza, è lungi da noi l’idea di assumere un’immagine di moltitudine come soggetto “pieno”, precostituito e monolitico. Al contrario, per dirla in modo un po’ brusco, la moltitudine, in quanto materialità di corpi e relazioni, è costretta a fare continuamente i conti con la presenza al suo interno del “male”, che assume figure tanto molteplici quanto molteplice è la costituzione della moltitudine. Vorremmo cominciare a ragionare su questo problema, ancora una volta partendo da questioni affatto concrete, concentrandoci in particolare su due punti che fanno del “male” un terreno di contesa interno alla moltitudine stessa: da una parte sul ruolo che hanno avuto, nello sviluppo dei movimenti degli ultimi anni, le pratiche di autorganizzazione, di intervento sulla scienza e sui saperi, dei soggetti sieropositivi e dei malati di Aids, dall’altra sullo “stato dell’arte” della psichiatria, che si tratterà di affrontare a partire dalle proposte di controriforma che anche a questo riguardo stanno maturando all’interno del governo di destra in Italia.


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03 Aug, 22:42 - EMERGENZA GAZA

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