» venerdì, 07/08/2020

Collettivo AltreMenti Educattive – Intervento nell’ambito del Convegno Convivi col Covid

Collettivo AltreMenti Educattive
Intervento al Convegno Convivi col Covid

Tecnico come addetto all’oppressione. Scienza, capitalismo e sfruttamento

Viviamo in una realtà dove ormai il “benessere” (di alcuni) e il “progresso” (del sistema capitalistico) hanno
consentito l’istituzionalizzazione di ogni aspetto della vita e fatto collassare tutti i legami sociali.
Si va verso la società dell’algoritmo.
L’alienazione è funzionale all’ottimizzazione del profitto da parte di chi detiene il potere. Ridurre la fludità
dei discorsi per separarli, renderli misurabili, prevedibili, quindi controllabili ai fini produttivo-capitalistici.
Deresponsabilizzazione e frammentazione. Alienazione. Oggettivazione delle relazioni, mercificazione fin
anche delle coscienze.
Gli anni ’80 hanno “asfaltato” tutto quel proliferare di cultura-pensiero collettivo emerso negli anni ’60/’70.
La repressione dei movimenti sociali ha visto così anche la fine del movimento anti-istituzionale e relegato
tutto il sapere prodotto dall’epoca in una sfera “utopistica”.
Siamo convint* che oggi, dato il sentimento di lotta che sta attraversando molte coscienze, abbiamo la
responsabilità di riprendere e recuperare il discorso dov’era stato lasciato.
Oggi piu che mai dobbiamo lavorare ad una comunità critica se vogliamo demolire i paradigmi dello
sfruttamento con cui ci tengono incatenatx tutti e tutte.
L’istituzione agisce a più piani: all’alienazione delle persone istituzionalizzate segue quella degli ‘operatorxoperax’:
lavoratori ricattati dal salario e dalla gabbia istituzionale senza nessuna reale libertà “operativa”,
oppure allineati al pensiero dominante spersonalizzante che vede professionalità sempre più normative al
servizio di istituzioni sempre più oggettivanti e repressive. Lo abbiamo visto in molte, troppe, situazioni di
abuso e omertà all’interno di reparti, strutture, istituzioni.
“Se il tecnico professionale è il funzionario – consapevole o inconsapevole – dei “crimini di pace” che si
perpetrano nelle nostre istituzioni, in nome dell’ideologia dell’assistenza, della cura, della tutela dei malati
e dei più deboli, o in nome dell’ideologia della punizione e della riabilitazione, può essere utile mettere in
piazza, non solo lo stato di violenza e arretratezza – ancora reale, ancora pressochè identico – delle nostre
istituzioni repressive quanto i meccanismi attraverso cui la scienza giustifica e legittima queste istituzioni? E queste conoscenze possono diventare patrimonio della classe subalterna, così che fra le sue rivendicazioni essa esiga una scienza, da essa controllata, che risponda ai suoi bisogni, consapevole dei modi e dei meccanismi attraverso cui la scienza borghese può continuare a non rispondervi?”
“La posta in gioco è ora il rapporto tra il tecnico, la scienza e la sua pratica “di cui le masse sono
l’oggetto”, una volta che il tecnico- in particolare quello delle scienze umane – abbia riconosciuto che il suo
ruolo, in questo sistema sociale, è quello di manipolare il consenso attraverso le ideologie che egli stesso
produce e mette in atto. Che gli intellettuali e i tecnici di una società borghese, così come tutte le sue
istituzioni, esistano per salvaguardare gli interessi, la sopravvivenza del gruppo dominante e i suoi valori, è
cosa ovvia. Ma non è altrettanto automatico riconoscere e individuare, nella pratica quotidiana, quali siano
i processi attraverso i quali gli intellettuali o i tecnici continuano a produrre – ciascuno nel proprio settore – ideologie sempre nuove che mantengono inalterata la loro funzione di manipolazione e di controllo. Il
tecnico borghese vive una condizione di alienazione da cui può uscire rompendo la condizione di
oggettivazione in cui vive l’oppresso. Il modello che il tecnico rappresenta automaticamente nella logica del
capitale è il passaggio dall’oppressione all’alienazione, cioè l’identificazione da parte della classe oppressa
nei valori che egli esprime e garantisce. E’ quindi solo dalla ricerca di uno spazio reciproco di
soggettivazione che possono scaturire i bisogni e, insieme, il tipo di risposte necessarie, ed è nella comune
ricerca di una liberazione pratica che il tecnico tradisce il proprio committente. In questo caso, il ruolo, la
classe di appartenenza, il prestigio lo tutelano relativamente agli occhi del committente tradito, perché egli
smaschera i meccanismi attraverso cui le ideologie sono strumenti di manipolazione e di controllo, insieme
alla stessa classe manipolata e controllata. Il che significa mettere in piazza i segreti di famiglia, quelli che
di solito conosce solo il padre e che neppure i figli devono sapere,altrimenti avrebbero poco rispetto per il
padre e per la famiglia.”*
Queste parole tratte dal libro “Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti all’oppressione” a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro (1975) dove hanno preso parola ai tempi molti tecnici critici, sono tra le domande che hanno mosso la nostra riflessione fin dall’inizio.

Oltre la dicotomia salute/malattia

“Bisogna capire che il valore dell’uomo sano e malato, va oltre il valore della salute e della malattia; che la
‘malattia’ come ogni altra contraddizione umana può essere usata come occasione di appropriazione o di
alienazione di sé, quindi come strumento di liberazione o di dominio.”
“La malattia, nel diventare di pertinenza esclusiva di una medicina organizzata come corpo separato, non è
che l’espressione dell’organizzarsi del corpo sociale a partire dalla divisione del lavoro e dalla divisione in
sfere separate di tutti i fenomeni umani.”
” ‘Salute’ e ‘malattia” non possono più essere considerati fenomeni naturali, ma sono questioni che
chiedono– entrambe – uno sguardo storico e critico. Se il problema della malattia mentale ha aperto la
strada, attraverso le trasformazioni de-istituzionalizzanti, adesso la battaglia riguarda lo smontaggio del
paradigma di una società medicalizzata”.
Così scriveva Franca Ongaro nel suo ‘Salute/malattia, le parole della medicina nel 1982.
Il sapere tecnico, l’industria della cura, oggi non si diversifica più dai prodotti industriali, la sua riduzione a
merce segue le leggi del mercato, il corpo, così come il sapere, per passare il filtro istituzionale-accademico
deve essere fruibile all’economia di Stato, quindi “spendibile” e perciò aproblematico. Verrebbe da
domandarsi cosa intendiamo per salute, malattia, collettività e se ci interessa prendere parola. Ci interessa la salute di chi? La salute per chi? Per chi detiene il potere? Per gli oppressi e le oppresse? Riconosciamo il
nostro posizionamento? Privilegi di ognuna ognuno? Che strumenti mettiamo in atto per proteggerla,
sostenerla, quali lotte? La coercizione in ambito sanitario diventa legittima? Sappiamo interrogarci sul modo in cui le nostre società intendono gestire/controllare la nostra relazione con la vita, quindi con la salute, con la malattia, con la sofferenza, col dolore? Ci accorgiamo oggi di non avere molte voci critiche, di avere difficoltà nel reperire informazioni corrette affidabili e non pregiudiziali, oltre che voci in grado di
smascherare i piani di potere su cui si fonda il paradigma medico. Il controllo repressivo è piu forte dove
l’istituzione viene messa meno in discussione dalla collettività.
Non possiamo accettare che la salute delle oppresse e degli oppressi diventi un’occasione per sperimentare
nuove forme di repressione e militarizzazione delle nostre città. Crediamo che in questi mesi durante i quali tutti abbiamo sperimentato una qualche forma di isolamento imposto, abbiano messo in luce la necessità da parte dei movimenti o più in generale di chiunque si opponga a questo esistente di affrontare temi quali la riappropriazione e l’autogestione della salute e dei corpi a fronte di una palese espropriazione delle capacità decisionale e di autodeterminazione del sé, il tutto con una delega assoluta e spesso non volontaria al potere del tecnico, dell’esperto, della scienza che mai come oggi mette in luce la sua assoluta parzialità, la sua fallibilità il suo essere, nell’attuale contesto socio economico strumento al servizio e plasmato dal potere.

Infantilizzazione/psichiatrizzazione del corpo sociale

Il processo di infantilizzazione delle comunità e degli individui che le compongono è palese.
In nome di una generale irresponsabilità collettiva, lo Stato nella sua peggiore veste paternalistica ha gestito a suon di decreti l’ennesima “emergenza”. Il tutto intriso dalla retorica patriottica e nazionalista, del ‘siamo tutti sulla stessa barca’, un’unità necessaria alla narrazione spettacolare dell’ennesima ‘guerra’, la guerra al covid-19, utile ad azzerare le immense differenze sociali, di classe e tutto quanto si potrebbe testimoniare fra i modi diversissimi in cui ciascuno e ciascuna di noi può essersi trovato durante l’emergenza.
La salute è diventata una questione di ordine pubblico da disciplinare, normare e ‘contenere’ con interventi di tipo securitario – anche per prevenire tensioni sociali – attraverso un oculata propaganda del terroreche ha criminalizzato i comportamenti individuali e stimolato sospettosità e delazione tra le persone, anzichè cura recirpoca, mentre situazioni di disagio e povertà si sono viste sempre più esasperate.
In psichiatria dal punto di vista giuridico la liceità dell’uso dei mezzi contenitivi viene giustificata solo nelle
ipotesi previste dall’articolo 54 del codice penale che tratta lo stato di necessità, la
psichiatrizzazione/infantilizzazione del corpo sociale si riferisce al fatto che Papà Stato in macro ha valutato lo ‘stato di necessità’ e ha deciso di gestire l’emergenza/crisi con la contenzione – l’esprorio della salute – proprio come avviene in psichiatria. Le direttive del governo sono scattate dall’alto, verticalmente senza tenere conto delle diverse possibili capacità della popolazione di reagire, imponendosi con l’autorità come organo iper-razionale, una mente che ‘decide’ e sovradetermina il ‘corpo’ sociale, che in quanto ‘corpo’ è ad esso subordinato secondo un dualismo riduzionista para-psichiatrico appunto.
Una popolazione abituata a vivere da serva alla fine finisce per esserlo, questo vale tanto in senso generale
quanto quando si parla di salute/malattia. Siamo culturalmente disabituati a conoscere i nostri corpi, a non
considerare i concetti di salute e malattia in modo critico, quindi in relazione all’attuale organizzazione
socio-economica capitalista, dove la salute è diventata merce e le persone consumatrici di prestazioni
sanitarie.
L’assenza di una cultura che sia popolare e di tutte e tutti in merito a questi temi determina la delega agli
esperti, base sulla quale la medicina e le professioni di cura fondano da decenni il loro lustro, coprendo gli
interessi e le contraddizoni del capitale ed espropriandoci della salute, delle scelte e di possibili processi di
autodeterminazione in merito. Spostare costantemente l’attenzione verso chi non teneva fede alle prescrizioni
statali, sempre ammesso che il lockdown sia stato un intervento utile, è servito come capro espiatorio per
distogliere l’attenzione da tutti i processi che hanno contribuito allo sviluppo e al propagarsi del contagio.
Problematiche sociali e sanitarie evidenziate dal lockdown e gli abusi legati alla gestione istituzionale
della pandemia
La militarizzazione delle città ha dato campo libero alla repressione di scaricare l’emergenza su chi viveva
già in condizioni di marginalità, isolamento, esclusione. Si è approfittato del lockdown per ripulire le strade
da indecorose presenze quali senza fissa dimora, ambulanti, senza documenti, sexworkers e tutte quelle
persone non gradite alle città vetrina.
E’ avvenuto un processo di rimozione della miseria che affligge la nostra società.
Persone che avevano già problemi con la giustizia e/o che si trovano in strada per condizione o necessità, chi campava alla giornata o svolgendo un lavoro in nero e chi non aveva accesso ad alcun sussidio statale ha visto un ulteriore inasprimento della sua condizione, dal punto di vista economico/giudiziario e della salute.
Mentre si costringevano fette di popolazione a stare chiuse in casa e a limitare le uscite alle sole definite per
decreto ‘essenziali’, l’emergenza veniva scaricata su chi questo privilegio non lo aveva: tant* lavoratori e
lavoratrici sono stati costretti ad ammassarsi sui mezzi pubblici, in fabbrica in tutta una serie di servizi che
improvvisamente, grazie alle deroghe statali, pur non essendo essenziali, hanno potuto continuare la loro
produzione, senza considerare la salute di lavoratrici e lavoratori, e quindi trasformandosi in potenziali nuovi focolai di contagio.
Ancora una volta il ricatto salute/lavoro ha visto tutelati i profitti dei padroni prima ancora della salute di
lavoratrici lavoratori.
Stessa sorte per lavoratori dei servizi essenziali, in particolare ospedalieri e socio-sanitari: mentre la
narrazione strumentale e guerranfondaia dell’emergenza li rappresentava come eroi/eroine, santi e sante –
venivano abbandonati a loro stessx nei reparti e nelle strutture divenute improvvisamente ‘trincee’.
Infermiere/infermieri/operatrici/operatori senza dpi adeguati e con turni massacranti, usati come lavoratori e lavoratrici usa-e-getta, immessx a ruolo in pochi giorni e mandatx al ‘fronte’, senza
adeguata preparazione e senza affiancamento,per compensare tanto alla carenza strutturale di personale
quanto i casi di malattia o infortuni correlati al covid19.
Dopo anni di blocco del turnover assunzioni senza precedenti di specializzandi e infermiere e infermieri,
interinali, a tempo determinato e spesso alle prime esperienze, hanno ‘emozionato’ migliaia di cittadini
terrorizzati dalla narazzione di media e isituzioni ma poco hanno inciso nella lotta al virus se non come forza lavoro sacrificabile.
La verità è che ci hanno fatto trovare in tempo di emergenza un sistema sanitario al collasso, un sistema
sanitario che con tutte le sue falle non ci era stato comunque regalato, ma conquistato con le agitazioni e le
lotte dei movimenti degli anni ’70.

Istituzioni totali, isolamento e pandemia

Anche le istituzioni totali sono tornate a rivelarsi per quello che sono: un deposito dove accumulare persone che non hanno il diritto di essere considerate tali. Luoghi in cui vengono rinchiusx tuttx quellx la cui vita conta di meno: perché criminali, perché ‘anziani‘, perché ‘migranti’, perché ‘psichiatrici’, ‘disabili’ o
‘malati’, perché ‘non conformi‘, perchè ‘improduttivi‘.
Questa pandemia ha solo messo in luce – esplicitato – come nelle carceri, nei reparti, nelle Rsa, nelle
strutture psichiatriche, abusi, contenzione, oggettivazione, abbandono, esclusione siano sempre stati
all’ordine del giorno in modo strutturale. Umanità sacrificabile.
La lagerizzazione dell’anzianità è un fenomeno recente sempre piu presente legato all’organizzazione
capitalista della società. Nelle residenze per anziani, a livello sanitario sono stati segnalati numerosissimi
casi di contagio, ‘reparti covid’ improvvisati in assenza di dispositivi di protezione individuale e situazioni
estremamente critiche. Una strage silenziosa e taciuta.
Nei servizi socio–sanitari, nelle strutture dedicate al disagio psichico, è stato tecnicamente impossibile
soddisfare l’esigenza di uscire all’aria aperta dei residenti che si sono visti negare il più elementare elemento di salute e l’unico momento relazionale al di fuori dei muri. Con le visite sospese si è verificato un aumento esponenziale della contenzione fisica, meccanica e farmacologica.
I centri diurni chiusi hanno causato frequenti situazioni di crisi all’interno dei nuclei familiari.I tso sono
aumentati in maniera esponenziale, arrivando a toccare picchi di nove interventi al giorno a Torino.
Anche carceri e CPR hanno visto dilagare il contagio, la leggittima rabbia delle rivolte ha messo in luce
ancora una volta l’incompatibilità della salute con la detenzione, nonchè l’omertosa presenza dell’intervento sanitario nelle galere italiane. Quattoridici morti liquidate come overdose ancor prima delle autopsie, mortidi covid, suicidi ad un livello altissimo, ma quello che sono arrivati sono pestaggi, torture e  trasferimenti punitivi che hanno soltanto creato maggiori opportunità di contagio tra istituti.
L’isolamento sociale imposto alla popolazione a contribuito ad alimentare i processi di atomizzazione sociale già in essere. Il disagio della solitudine di chi si è trovato da solo con le sue difficoltà, alimentato dal clima paranoico e delatorio, i meccanismi di iper allerta attivati dal diffondersi dilagante della paura del contagio, non hanno permesso la creazione di spazi di decompressione esterni.
Chi si è trovato impossibilitato a muoversi e comunicare, chi viveva già in ambito familiare situazioni
conflittuali, chi viveva già in situazioni di isolamento fragilità/disagio personale, chi si è trovato a perdere il
proprio ruolo sociale, ha visto tradursi le sue esperienze in un aumento del così detto “disagio psichico”: un
aumento di ‘crisi’, attacchi d’ansia, di stati ‘depressivi‘ o/o ‘paranoici‘. Tutte etichette diagnostiche affibbiate dalla psichiatria alle vittime di questa gestione emergenziale, spostando il problema sull’individuo, da curare a suon di psicofarmaci, tso e contenzione, proprio come il corpo sociale.
Diversi sono gli episodi di abusi psichiatrici, alcuni dei quali risuonati anche ad onor di cronaca sui media,
tanti altri taciuti come sempre, nascosti come le violenze domestiche. Anche la sofferenza di bambini e
bambine è scomparsa per decreto, così come la morte, la necessità di salutare i propri affetti, il dolore, la
sofferenza tutto soppresso, annientato.

Morte e sofferenza

Una riflessione generale sulla morte è d’obbligo, soprattutto in un era in cui l’onnipotenza scientifica
sembrava aver allontanato sempre di più l’immaginario della morte fuori dal dibattito comune, promettendo sempre nuovi miracoli: nuove protesi, nuove terapie, nuovi interventi volti al prolungamento della vita oltre ogni limite immaginabile fino a prima e sostituendo progressivamente il ruolo esorcizzante svolto dalla vita eterna promessa dalle religioni. In una società poco abituata ad affrontare le tematiche della morte e del morire, il trovarsi di fronte a una pandemia che ha generato, sopratutto in certe regioni, una alto numero di vittime, è stato sicuramente un trauma. Ma ancora più traumatico e degno di nota e il come si è morti al tempo del covid-19. La morte è sempre stato un dramma personale, i malati, i moribondi sono stati storicamente isolati rispetto ai vivi, allontanati dal contesto sociale.
Durante questa pandemia però la morte sembra essere stato un fenomeno collettivo, non come processo di
socializzazione del lutto e di condivisione della sofferenza, ma come propaganda strumentale al terrore
generale.
Chi ha esperito direttamente la morte o indirettamente e stato di fatto privato del processo del lutto e
impossibilitato a una “buona morte”, abbandonato in un letto di ospedale o in casa, privato degli affetti e di
quella ritualità necessaria a chi resta in vita per iniziare un processo di accettazione della morte stessa.
Questo non ci stupisce nella società della prestazione e del consumo dove ogni cosa si fa merce.
“L’uomo, espropriato del corpo nel mondo del lavoro, nella vita sociale, determinato nell’individuazione
stessa dei propri bisogni da una logica che non ha niente a che fare con la propria vita e a cui questa viene
totalmente subordinata, è ora alla mercé di una medicina che produce più malattia di quanta ne riesca a
curare e che copre con un intervento farmacologico – esteso e capillare, secondo le esigenze dell’industria
farmaceutica – ciò che nell’organizzazione del lavoro e della vita sociale produce malattia.» Scriveva
Franca Ongaro.
In un periodo dove il covid-19 sembrava essere l’unica malattia esistente sul territorio italiano, a essere
abbandonati sono stati anche tutti i malati cronici o chi ha sofferto di patologie altre, vedendosi negato o reso piu difficile l’accesso alle cure. Ma anche gli stessi “quarantenati” abbandonati in casa in attesa di un
tampone, anche per settimane, senza poter uscire di casa o riprendere le loro normali attività.

Prospettive

Alla luce di ciò verrebbe da chiedersi, quanto le misure di contenzione del virus attuate siano state davvero
efficaci, quali effetti “iatrogeni” abbiano prodotto e produrranno sul medio lungo termine, l’ennesimo
“sacrificio” chiesto dallo Stato in nome della sanità collettiva è stato davvero così necessario?
Questa situazione fa emergere la necessità di sviluppare un epidemiologia e più in generale una scienza
critica, che sappia rielaborare i fatti alla luce delle tante connessioni possibili. In primis anche attraverso una rielaborazione dei dati disponibili, che in questi mesi sono stati lanciati in diretta a reti unificate, come
bollettini di guerra. Dati gestiti spesso in modo monopolistico e che non hanno consentito una verifica dal
basso delle possibili connessioni che sottendono.
Il covid non è un elemento a se stante, dotato di vita autonoma. E’ nato e si è sviluppato in un preciso
contesto socio-economico e storico, ha avuto incidenza maggiore in certe aree geografiche più che in altre.
Questi sono solo degli spunti dai quali far partire una ricerca che con trasparenza e priva di qualsiasi conflitto d’interesse riporti in luce la reale dimensione del fenomeno. Intimamente convinti che in un sistema che genera morte, malattia disuguaglianza, come il capitalismo, una malattia non sia solo un etichetta diagnostica, ma sia frutto di interazioni e connessioni tra cultura, società, uomo e ambiente.
A muoverci è la certezza che vi sia, in questa creazione di scambio, condivisione di prospettive, esperienze e
vissuti, di informazione e controinformazione oltre le gabbie istituzionali, il potenziale per non tornare alla
normalità e avviare reali processi trasformativi intersezionali di riappropriazione e liberazione.

Collettivo AltreMenti Educattive

Check Also

IL NOSTRO SPAZIO PIENO DI NULLA, I NOSTRI CUORI PIENI DI RABBIA

Era il 6 agosto 2019 quando la ruspa democratica del PD bolognese abbatteva le mura …