01/11 gio<br>proiezioni SalaVisioni<br>

2006/12/13 alle 13:22



11 GENNAIO 2007 – ORE 19,00

OCCUPATION DREAMLAND

Garrett Scott/ Ian Olds – USA 2005 – 78 min

Documentario ambizioso che tratta un argomento molto delicato: l’occupazione americana nella città di Falluja. Per questo lavoro il regista Garrett Scott è andato di persona in Iraq, rischiando la vita insieme a quella dei soldati ripresi e dell’amico montatore, oltre che co-regista, Ian Olds. La pellicola segue lo schema tipico dei docu-film in cui le scene sono messe insieme in modo da evitare i tempi lunghi, tipici del genere documentaristico e creando una vera e propria storia senza il bisogno di una sceneggiatura da seguire.
I protagonisti della vicenda sono tutti reali e costituiscono l’82ma Armata dell’Aviotrasportazione Americana di base nella città irachena di Falluja. Nessuno interpreta quindi una parte e ogni esplosione o attività ripresa è realmente accaduta. Le scene sono state girate a partire dal gennaio del 2004, prima che scoppiasse in modo mediatico lo scandalo lanciato da Amnesty International sull’uso del fosforo bianco (Willy Pete nel gergo dei militari) nella città sunnita e il regista stesso è deceduto due giorni prima che la sua ultima fatica ricevesse il premio “Truer than fiction” alla cerimonia degli “Indipendent Spirits Awards 2006”.
Il titolo, “Occupation: Dreamland” da risalto all’assurdità del concetto stesso di guerra e il termine Dreamland viene preso in prestito dallo stesso nome del campo base dei soldati ripresi, ponendosi in antitesi con la parola che lo precede, Occupation. La traduzione italiana, di facile intuizione, consiste infatti in “Occupazione: luogo dei sogni”, concetto che, per la contrapposizione semantica dei termini, enfatizza l’impossibilità di un tale presupposto. Verrebbe da pensare che siano stati degli intenti provocatori e di ribellione nei confronti della guerra, quelli che hanno mosso la macchina da presa di Scott e Olds. Intenti espressi attraverso le parole di un cittadino di Falluja ad un soldato americano “voi americani potrete anche andare sulla luna e fabbricare le vostre armi, ma non potrete mai creare un popolo”. In questa frase si trova il significato del film che esprime un concetto semplice, ma veicola un messaggio molto forte senza possibilità di fraintendimento: quello dell’opposizione all’invasione americana in Iraq che pare essere volta più al dominio che alla protezione e salvaguardia della popolazione locale.
Occupation: Dreamland procede intervallando scene di pattugliamento dei soldati in città a interviste all’82mo rango dell’Aviotrasportazione, portando inevitabilmente lo spettatore a porsi delle domande su quanto sta vedendo e, ad un certo punto, è un soldato americano di alto grado a domandarsi che senso abbia proteggere una popolazione che non fa altro che attaccare loro che, invece, stanno li per proteggerli. I soldati e la città diventano in questo modo i personaggi principali: due mondi diversi tra loro, con due lingue e culture agli antipodi e che trasmettono allo spettatore quello stesso disagio provato dai soldati costretti a fare pattugliamenti e raid notturni nelle case di sospetti iracheni la cui unica colpa pare essere solo quella di vivere in un paese in cui regna la confusione e che ospita un’enorme ricchezza di petrolio. La macchina da presa cerca di farci vedere la guerra sotto un nuovo punto di vista e contraddicendo quanto viene affermato da un soldato americano per cui “le persone non dovrebbero sapere tutto quello che succede in guerra, così come una persona che mangia una bistecca non vuole sapere come una mucca viene macellata”.
Senza troppi giri di parole, attraverso la convivenza 24 ore su 24 coi soldati, i due filmmakers americani riescono a dare voce a delle persone vincolate ad uno stretto codice di silenzio militare e mostrando l’apparente stabilità della città di Falluja, già definita dalla milizia americana come un “paradiso senza terroristi”. Scott e Olds ci fanno inoltre entrare a contatto coi ragazzi, tutti intorno ai trent’anni di età, di base a Dreamland e li seguono con movimenti di macchina da presa a spalla, come si conviene a chi vuol girare in zone di guerra (!), facendoci entrare nella loro mentalità, in particolare dei più giovani e mostrandone l’ingenuità e la completa disillusione con cui si sono arruolati, mossi dalla speranza di trovare un posto nella società. Emblematica è, a questo riguardo, l’immagine che si delinea di un soldato, musicista in una band death metal che un bel giorno decide di tagliarsi i suoi capelli, lunghi fino alle spalle, per arruolarsi, non convincendo del tutto il padre che crede sia solo un modo per sfuggire ad una qualche azione illegale del figlio.
La pellicola mostra anche come i maggiori e i colonnelli dell’esercito americano cerchino di convincere i giovani soldati, ormai prossimi al congedo, a restare sotto le armi, utilizzando la stessa “ars oratoria” dei reclutatori ripresi da Michael Moore nel suo premio Oscar “Bowling a Columbine”.
In definitiva questo docu-film, proiettandoci nella difficile situazione della guerra e ponendo l’interrogativo sul significato dell’occupazione americana a Falluja e, più in generale in Iraq, ci fa riflettere anche sull’opportunità di un controllo geo-politico degli Stati Uniti per la dominazione dei pozzi petroliferi in quei territori.
Riprendendo quanto Kubrick disse a proposito del suo “Full Metal Jacket”, “questo non è un film di guerra, ma un film sulla guerra” e il risultato che se ne trae è, da una parte, di incredulità e tristezza, per i giovani ragazzi arruolati e per le vittime di ambo le parti e, dall’altra, di sgomento per il grande dispiego bellico verso una città ritratta come l’olimpo della confusione e della povertà in cui la gente irachena è solita andare solo “per trovare i pezzi di ricambio per i loro camion”, come dice un soldato americano.


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