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2008/10/02 alle 09:45

dal corriere

I 50 dipendenti, licenziati a fine maggio, continuavano a lavorare. Blitz alle 5 del mattino: sotto sequestro la Innse Presse di via Rubattino. Casati: «Era attiva, a Milano non era mai successo». Il cancello sigillato dalla polizia

MILANO – E’ durata cento giorni. E finisce così, con il blitz della polizia alle 5 del mattino e i sigilli ai cancelli, l’avventura donchisiottesca dei 50 dipendenti della Innse Presse, la fabbrica di via Rubattino occupata dalla fine di maggio. Da quando cioè, nonostante il telegramma di licenziamento spedito loro dall’ex padrone, avevano deciso di continuare a lavorare, saltando le ferie, e di presidiare l’impianto notte e giorno. Il 10 settembre scorso, per protestare contro il mancato pagamento dei salari di agosto, avevano bloccato per protesta via Rubattino. Non è servito.

IL BLITZ – «Alle 5 di questa mattina – riferisce l’assessore al Lavoro della Provincia di Milano Bruno Casati – sono stati posti i sigilli dalla polizia e sono usciti gli operai. È un duro colpo. A Milano non si è mai vista una cosa del genere. Evidentemente, ci sono dei “convitati di pietra” in tutta quest’operazione: l’Expo, i proprietari delle aree, non è solo una vertenza legata ai problemi dell’occupazione. Silvano Genta, il proprietario, è la testa d’ariete di un’operazione più complessa che adesso si vede bene. Adesso tutto è chiaro, paradossalmente questo sgombero rende chiarissimi tutti gli elementi del puzzle». L’assessore spiega che la Provincia, assieme al sindacato, ha lavorato per tenere attivo il sito produttivo; che la Ormis di Brescia era interessata all’acquisto, e che paradossalmente la fabbrica è stata chiusa mentre stava lavorando: «Non era un’occupazione della fabbrica, come ha detto qualcuno, ma un’autogestione».

PENATI: «CERCHIAMO SOLUZIONE» – Il presidente Filippo Penati ha confermato che la Provincia di Milano è impegnata nel cercare una soluzione alla crisi della Innse: «Prendo atto con rammarico di una situazione grave come quella della messa sotto sequestro della fabbrica». Quanto all’attuale proprietà, il gruppo Genta, Penati ha ricordato che «ha usufruito delle provvigioni previste dalla legge Prodi, e dovrebbe oggi guardare con interesse la candidatura di Ormis, che permetterebbe non solo la continuità produttiva e di lavoro, ma addirittura un futuro ampliamento dell’attività e dell’organico». Per questo «la Provincia di Milano si è attivata e continuerà a farlo insieme a Prefettura e Ministero delle Attività produttive affinché la trattativa venga riaperta, tutte le parti siano coinvolte e si possa arrivare ad una soluzione positiva sia per l’economia del territorio che per i lavoratori di questa importante area di Milano».


75 giorni di procedura per la mobilità stanno per scadere, dopo 2 mesi di lotta
e di lavoro. Gli operai della INNSE con le loro Rsu non hanno voluto nessun accordo
che accettasse la chiusura della fabbrica e i licenziamenti. Questo fa di loro 50
eroici combattenti, sia per la modalità e determinazione della loro lotta, sia per i
suoi contenuti nuovi, che sono da esempio per tutti gli operai.
In una lettera aperta le maestranze INNSE, hanno scritto che, con questi
licenziamenti, padrone, banche, palazzinari, “vogliono rottamare l’ultimo monumento
dell’industria milanese, una fabbrica che ha lunga storia e valori da tramandare, che
fu tra i simboli della resistenza pagandone alto prezzo in termine di vite umane”.
Nell’area intorno alla INNSE, gli scheletri di alcuni capannoni sono ancora in piedi.
Qui nei primi anni del dopoguerra alla “Innocenti”, nacque e si produsse la mitica
“Lambretta”, che prese il nome dalla zona Lambrate. Poi dal 1960 e fino al “93, anche
diversi modelli di auto tra cui, Mini, Austin, Chrysler, Maserati, fino ad alcuni
derivati di modelli Fiat, come la Innocenti Elba. Oltre 6 mila operai con le loro
lotte resero leggendaria l’Innocenti, insieme alle grandi fabbriche milanesi.
Nel 1975 la prima ondata di licenziamenti collettivi, iniziava la desertificazione
dell’area Rubattino, una dopo l’altra cessavano le produzioni a cominciare dalla
“Lambretta”, che finì in Spagna e poi in India, dove dissero allora in coro i padroni
“gli operai costavano meno”. Proprio come oggi alla Riello di Lecco e in altre
fabbriche, i licenziamenti vengono sanciti con accordi firmati dal sindacato, perché
il padrone possa spostare in Polonia o altrove la produzione, dove gli operai
“costano meno”.
Può essere questa una ragione per accettare i licenziamenti invece di combatterli in
tutti i modi con una lotta decisa e appropriata? Non è ora di finirla e spezzare
questa catena? Gli operai INNSE hanno deciso e messo in pratica la rottura di questa
spirale verso il basso che ci porta in rovina!
Finora alla INNSE nessuno è andato a dire agli operai, “costate di più” che altrove,
qui le ragioni dei tentati licenziamenti sono animate da forti interessi di
riconvertire l’area, da industriale in edificabile. Ma finora Genta e gli sponsor dei
licenziamenti hanno trovato pane per i loro denti.
Le Rsu INNSE nel loro comunicato del 31 luglio 2008, dichiarano: “ La prepotenza del
padrone Genta, la sua decisione di chiudere INNSE e licenziare tutti si è scontrata
contro una nuova determinazione degli operai: la INNSE non ha bisogno di Genta per
funzionare e gli operai lo hanno dimostrato. Durerà poco, in mezzo a mille
difficoltà. Ma la svolta c’è stata ed ha un valore per tutti gli operai che sono
stati buttati in mezzo ad una strada e stanno per essere licenziati.”
Per questo la lotta dell’INNSE è un patrimonio per tutti gli operai e le loro nuove
lotte.
Saluti combattivi dai cancelli dell’INNSE in lotta
e-mail:
OPERAI.CONTRO@TIN.IT


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