Nel definire il comportamento di Giovanni autistico, gli psichiatri in realtà intendono dire che loro non sono i suoi carcerieri, né i suoi accusatori, ma dei medici che agiscono nel suo interesse. E' difficile però, se non impossibile, pensare ad una privazione della libertà più radicale del ricovero psichiatrico o a crudeltà più atroci di quelle che gli psichiatri, in oltre un secolo di storia, hanno elargito ai loro pazienti.
Questa violenza non si basa su un dato scientifico, ma su una convenzione linguistica. Affermando che esiste una malattia mentale, che Giovanni ne è affetto, che loro sono i medici deputati a curarla, legare Giovanni al termosifone non ci sembra un atto di violenza inumana, ma una forma di aiuto, quando non un atto necessario di forza maggiore.
La psichiatria non teme gli atti di forza dei suoi pazienti. Si è fornita negli anni di strumenti di controllo e di annichilimento sempre più sofisticati e incisivi. Teme di più che essi possano esprimersi, acquistare credibilità, svelare il segreto di pulcinella della psichiatria. Per questo la psichiatria ha diviso i suoi sforzi in due direzioni fondamentali: ricercare e sperimentare tecniche sempre più efficaci di controllo del corpo e della mente umani; elaborare teorie di invalidazione della soggettività e della libertà di scelta dei suoi pazienti.
Se avessimo ascoltato le sue vittime, invece di credere alla teoria della loro non coscienza di malattia, avremmo evitato un enorme mole di torti che non possono essere cancellati dalla nostra presunta incoscienza. Sentivamo Nino gridare mentre lo trascinavano nel reparto ma facevamo finta di non sentire quello che diceva. Antonio sarà scappato un centinaio di volte da quei reparti, veniva ricondotto alle cure, con le buone o con le cattive, in coma con l'insulina.
I loro familiari e amici si sentono tuttora innocenti e incoscienti, si giustificano che i medici dicevano loro che quella era la terapia giusta per loro. Certamente questi medici credevano in quello che facevano, certamente non era loro intenzione distruggere irreversibilmente il cervello e la vita di centinaia di migliaia di individui, certamente credevano di trovarsi di fronte ad una malattia e pensavano di curarla. Del resto quelle terapie funzionavano. Il Dr. Mandalari guariva i suoi pazienti, l'elettroshock rendeva le persone più ordinate, disponibili a obbedire alle disposizioni del personale, remissive e collaboranti, la lobotomia stroncava la loro aggressività, gli psicofarmaci permettevano di tenerli sotto controllo e esporli al pubblico. Se la malattia consiste in quello che io penso, dico o faccio, la terapia per forza di cose non potrà non assomigliare ad una punizione e usare atteggiamenti molto simili alla minaccia o al terrore.
La questione di far cambiare idea a qualcuno non è mai stata (e non potrà mai essere) un problema medico. Riguarda l'etica, la morale, la politica, la religione, il vivere civile, i sentimenti e quant'altro ancora ci coinvolge come esseri sociali. Definire le persone che non comprendiamo o le idee che non condividiamo malate, non le rende tali. Ciò che abbiamo davanti non è un fatto, ma una giustificazione che ci occorre per poter invalidare, negare e distruggere punti di vista alternativi ai nostri.
L'unica prova che abbiamo circa la realtà di una tale malattia è il fatto che gli psichiatri affermano la sua esistenza. Dobbiamo credere loro sulla parola. Possiamo anche farlo. Ma se guardiamo poi ai fatti, scopriamo che, paradossalmente, il ragionamento psichiatrico è del tutto simile a quello da loro stessi stigmatizzato come malato..
Mi viene in mente un ragazzo finito in psichiatria con l'accusa di delirio mistico e schizofrenia. Questo ragazzo affermava di essere stato scelto da dio per liberare la sua casa da tutte le energie demoniache che se ne erano impossessate. Questa idea non aveva allarmato più di tanto i suoi familiari fino al giorno in cui aveva deciso di coinvolgere nei suoi riti di esorcismo l'intera famiglia. Tutti dovevano stare svegli in certe notti, girare in un certo modo intorno al tavolo, lavarsi spesso, recitare delle preghiere... Chiaramente per i suoi familiari, poco inclini a credere alle correlazioni fra la cattiva sorte e le influenze soprannaturali, tutto ciò diventava motivo di profondo stress e di minaccia. Il ragazzo, da parte sua, interpretava ogni loro resistenza come prova dell'influenza del maligno che si era impossessato di loro. A questo punto le sue preoccupazioni e l'urgenza di intervenire diveniva pressante e sentiva che doveva agire subito anche contro la volontà dei suoi familiari. La loro volontà del resto era ottenebrata da Satana e loro non erano più coscienti di sé.
Il conflitto nato fra di loro, fu momentaneamente risolto dall'intervento dei vigili urbani e dal ricovero in psichiatria. Era lì ancora quando me ne parlò la psichiatra che lo aveva in cura.
Mi succede spesso, da quando ho rotto l'omertà su cui si fonda l'arbitrio psichiatrico, che psichiatri mi propongano ogni tipo di stranezza come prova dell'esistenza della malattia mentale, sfidandomi al contempo a dare una lettura diversa e soprattutto un'alternativa pratica alla loro azione di contenimento e cura. Naturalmente a me sembrava sensato quanto il ragazzo aveva fatto e riuscivo ad afferrare anche i termini insostenibili del conflitto che si era creato fra lui e i suoi familiari. Ma in quel momento ciò che mi parve paradossale fu la somiglianza inquietante fra la logica del curatore e quella di colui che doveva essere curato.
Tutti e due partivano da un assunto di fede: io sono inviato da dio, diceva il ragazzo; io sono un medico esperto nella cura della malattia mentale, diceva la psichiatra. Ambedue credevano fermamente di poter spiegare ogni cosa succedeva in quella casa a partire da questa competenza. Tutti e due avevano individuato ciò che determinava il disagio (il demonio, la malattia mentale). E soprattutto, ambedue credevano di dover agire contro la volontà degli altri, ritenendo prova sufficiente della loro ipotesi il fatto che gli altri si opponessero al loro aiuto. In altre parole se il ragazzo meritava di essere internato e punito perché, a partire dall'esercizio delle sue idee, aveva invaso la sfera di libertà degli altri, obbligandoli a sottostare a limitazioni pesanti nella loro vita sociale; allo stesso modo la dottoressa aveva limitato la sua libertà e invaso la sfera della sua intimità per esorcizzare una malattia che aveva per il semplice fatto che negava di avere.
Tutti e due, coscientemente e in piena buona fede, pensavano di fare del bene agli altri, di aprire la loro mente alla verità. Ambedue non trovavano d'accordo le loro vittime.
Cos'é che faceva di uno un delirio e dell'altro un intervento terapeutico? Non pensiate esista una risposta sensata a questa domanda. L'unica vera differenza fra i due sta nel diverso ruolo e potere sociale di ciascuno. Non ci sono più prove dell'esistenza della malattia mentale, infatti, di quante ce ne siano dell'esistenza di Satana. Ma se gli uomini sono liberi o meno di credere all'esistenza del demonio, nessuno di noi è libero dal rischio di essere definito malato di mente.
Buon senso vorrebbe che noi difendessimo il diritto delle persone di sottrarsi ad ambedue gli obblighi e le violenze. Niente se non le nostre opinioni e i nostri pregiudizi, ci autorizza a scandalizzarci per quello che il ragazzo fa e ad approvare quello che a lui viene fatto.
Quel ragazzo probabilmente ha torto, ma sicuramente ha ragioni per credere a ciò in cui crede. Allo stesso modo in cui la dottoressa ha torto a definirlo malato, ma ha le sue ragioni per farlo. Ragioni non di ordine medico, s'intende, ma morale, etico, religioso, personale... Sente l'obbligo morale e il dovere professionale di liberare quelle persone dall'incubo e dal pericolo costituito dal ragazzo, sente di dover dare una risposta alla loro richiesta di farlo smettere di turbarli e perseguitarli con le sue idee.
Nelle famiglie in cui, per tradizione e cultura, si crede all'influenza del soprannaturale sugli eventi della propria vita quotidiana, le idee e i comportamenti del ragazzo sono perfettamente riconoscibili e nella norma. Esse vengono considerate opinioni valide e vengono discusse, approfondite e gestite collettivamente da tutta la famiglia. In famiglie del genere non solo l'incoscienza di malattia è familiare, ma non c'é alcuna malattia mentale, pur presentandosi tutti gli elementi che permetterebbero ad uno psichiatra di formulare questa diagnosi se solo qualcuno richiedesse il suo intervento.
Se fossimo davvero nel campo della medicina, sarebbe come dire che un medico possa riconoscere il raffreddore quale malattia da curare solo se la persona disturba, con i suoi sintomi, il sonno o la quotidianità dei suoi familiari. Tutto ciò non per una mancanza di interesse della psichiatria che, al contrario, è interessata alla diagnosi di tutte le manifestazioni umane, ma piuttosto per il fatto che quelli che sono definiti essere i sintomi della malattia mentale non sono processi biologici o alterazioni fisiche, ma problemi che le idee, i pensieri e le azioni di certi individui provocano ad altri.
Giovanni, ad esempio, era malato anche perché il giorno che arrivò in manicomio, aveva con sé, mi dissero, una sdraio e un libro di poesie di Neruda. Il suo comportamento e le sue richieste erano incompatibili con il regime ospedaliero e con il lavoro degli operatori. Ciò che in qualsiasi luogo di villeggiatura o di riposo sarebbe stato considerato normale, in quel luogo diventava sintomo e prova delle sue manie.
Posso capire questo modo di sragionare perché per molto tempo è stato il mio. Quando entrai in manicomio mi sembrava molto stravagante, se non inquietante, il fatto che ci fossero degli individui, definiti laceratori, che facevano a pezzi gli indumenti che gli infermieri li obbligavano ad indossare. Questa era senz'altro una cosa che mi lasciava interdetto. Non sapevo pensare ad altra causa per questo comportamento, se non ad una profonda alterazione mentale. Era lo stesso sgomento che ci provoca, ad esempio, vedere un uomo oltre una siepe andare in tondo imitando una chioccia.
In quest'ultimo caso quell'uomo è un etologo, e l'esempio è quello reso famoso dall'antropologo Bateson per spiegare una verità elementare che da sempre sfugge agli psichiatri. La siepe nasconde i pulcini che quell'uomo si porta appresso per cercare di dimostrare la validità dell'ipotesi che vuole che esista una legge per cui, una volta schiuse le uova, questi riconoscano come madre la prima cosa o essere che vedono. La siepe ci impedisce di vedere il contesto in cui il comportamento dell'uomo si inserisce, mostrandocelo in un atteggiamento senza dubbio stravagante e inquietante.
Spesso non riusciamo a comprendere un evento o un comportamento perché ne nascondiamo gli aspetti più inquietanti con i rovi dei nostri pregiudizi. L'incomprensibilità che vedevo insita nel comportamento dei laceratori, allora era forse solo l'incomprensione attiva che io esercitavo nei loro confronti. Sono fermamente convinto che il nostro non saper che fare o pensare di fronte a certi comportamenti, non sia frutto di una nostra non competenza o dei nostri limiti di comprensione, ma piuttosto della scelta cosciente di non affrontare le contraddizioni in cui viviamo o i problemi che creiamo agli altri.
I laceratori sono uomini e donne scaraventate a forza in una prigione, privati dei loro vestiti, dei loro averi, della loro identità. Uomini e donne senza diritti, senza parola, senza futuro. Molti degli psichiatri che hanno diagnosticato questa forma di malattia mentale farebbero probabilmente di peggio se fossero chiusi nella situazione in cui hanno costretto queste persone. Quante possibilità ha un essere umano sensato di sopravvivere in un manicomio? Poche, e nessuna di queste può apparirci sensata. Non lo sono le poesie di Neruda di Giovanni, ma neanche la sottomissione di Luciano, non lo sono i laceratori o i sudici ma neanche i collaborazionisti, internati che scambiano qualche sigaretta o un'ora d'aria con il controllo dei loro compagni.
Probabilmente questi uomini e queste donne, ora laceratori, hanno, ad un certo punto della loro non vita manicomiale, scelto di cancellare in quel gesto ogni appartenenza al genere umano. Sono tornati ad esseri nudi, solo corpi senza storia, relazione, interiorità. Corpi animali non socializzati. In manicomio non si hanno vestiti ma divise. In psichiatria il vestire è un sintomo della sanità o meno di un individuo. Tanto più grave è lo stravolgimento dei canoni che regolano il modo di abbigliarsi, tanto più grave è la malattia mentale che esprime.
In realtà l'abbigliamento ha sempre rappresentato un ordine sociale e mentale. Nel vestirci noi indossiamo sempre una divisa e un'identità. Non a caso tutte le rivoluzioni personali, sociali, politiche passano anche per uno stravolgimento dei costumi. Il vestire ci distingue dagli altri animali e ci differenzia fra di noi. Ricchi, poveri, intellettuali e cafoni, uomini e donne, criminali e preti... ogni crisi di identità è una crisi nella cura che abbiamo di apparire così come ci si aspetta da noi. Ogni affermazione di identità passa attraverso le cose che indossiamo.
Il mio sgomento di fronte ai laceratori non era probabilmente diverso da quello che avrei provato nel trovarmi all'improvviso in un villaggio aborigeno. Certamente mi sarebbe venuta in aiuto l'idea di trovarmi comunque di fronte ad una cultura e, cioè, di fronte ad un ordine interiore e esteriore concluso e comprensibile. Cosa che mi veniva difficile, se non impossibile, applicare a quei corpi dispersi, in ordine sparso, nel manicomio.
I manicomi o i reparti di psichiatria, anche i più affollati, sembrano essere i luoghi preposti alla distruzione di ogni relazione e comunicazione interumana. La convivenza forzata e l'istinto di conservazione, impongono a ciascun internato di cercare di ritagliarsi un suo spazio e a distanziarsi il più possibile, psicologicamente e fisicamente, dagli altri ricoverati. Ciò spiega in parte perché la resistenza attiva dei ricoverati verso i loro carcerieri è quasi sempre disperatamente individuale. Non ho notizia di rivolte collettive dentro i manicomi. E' possibile che ce ne siano state, ma sicuramente non nel numero e con la frequenza che ci aspetteremmo facendo riferimento alle condizioni di vita in cui la psichiatria costringe centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.
Questa resistenza passiva se da una parte rivela da quale parte stia la violenza e la pericolosità, dall'altra conferma l'idea che gli internati siano in fondo incoscienti delle condizioni in cui vivono, come lo sono della loro malattia. Se credessimo anche solo per un minuto che essi sono, come noi, esseri sensibili non accetteremmo per nessun motivo e a nessun costo che vengano internati e curati dalla psichiatria.
In qualche modo sentivo che i laceratori si mettevano fuori dal mondo della cultura, ne erano fuori, lontani da ciò che siamo capaci di descrivere con la parola o fare con il corpo. Ho incontrato proprio ieri Luciano che mi ha chiarito qual è la chiave di questi ed altri arcani: non è importante quello che tu sei capace di fare, ma solo quello che sei capace di sentire. Così è impossibile spiegare quello che fanno i laceratori, così come è impossibile trovare una qualche ragione ha quanto hanno fatto loro e di loro.
Nei reparti psichiatrici si perde il filo di tutto. Le ragioni, i conflitti, le contraddizioni, le paure... che hanno determinato l'internamento delle persone diventano realtà sempre più lontane e inesistenti, inascoltate e invisibili. Qualsiasi sia la ragione che ha portato lì quegli uomini e quelle donne, questa smette subito di aver un qualche valore o di spiegare alcunché. Il mondo della psichiatria è un altro mondo, le ragioni che normalmente usiamo per giustificare e spiegare le nostre scelte e il nostro comportamento non valgono, subiscono deroghe, sono ribaltate. Pensiamo normalmente che difendersi da un'aggressione sia un fatto istintivo e dovuto, in psichiatria questo è un sintomo di malattia: l'aggressione non è un'aggressione ma una terapia, l'aggressore non è un aggressore ma un medico, l'aggredito non è una vittima ma un malato.
I laceratori sono affetti da una strana malattia, sconosciuta come le altre malattie che gli psichiatri dicono di curare, tipica delle persone disperse in istituzioni manicomiali (o situazioni manicomiali). Che sia un effetto collaterale delle terapie che sono loro somministrate? Gli psichiatri li descrivono spesso come regrediti e deteriorati. Continuano a trattare ancora questi uomini come fossero dei pazienti affetti da una malattia che loro, nonostante i loro sforzi, non sono riusciti a curare. O almeno così vogliono farci credere. Dicono, invitati a spiegarci come fare a superare i manicomi che loro stessi hanno costruito e gestito, che le patologie degli internati sono tali che necessitano di strutture specialistiche e di ulteriori cure psichiatriche.
Cosa significa regrediti e deteriorati? Che si sono ritirati da ogni rapporto con la realtà sociale e umana. Ma in quale realtà vivevano e a contatto di quale umanità? Perché non chiedersi invece a quali risorse o perversioni mentali sia ricorso chi, in quella situazione, non è regredito.
Niente dentro i laceratori li poteva spingere così lontano da ogni realtà umana, quanto ha potuto fare il terrore, la violenza, l'umiliazione sistematica esercitata dai medici. Nessuna malattia neurologica poteva distruggere il loro cervello, la loro capacità di pensare e ricordare, come hanno fatto le terapie che sono state loro somministrate. Eppure tolleriamo ancora che gli psichiatri delirino di malattie, cure e alternative al manicomio.
Se i laceratori dovessero mai scegliere di tornare fra di noi, si troverebbero di fronte le stesse persone e le stesse ragioni da cui sono scappati e a cui non chiedono niente. Dovremmo imparare a fare anche noi così. Dovremmo guarire dalla nostra normalità.
Così
"Se quanto ho detto sopra rivela la mia rabbia, la risposta è sì, sono furioso. Non osereste esserlo anche voi?" (COOPER D. 1977, pag. 71) |